LA  BARISTA

(Sonia Fantozzi)

Chissà quale fantasticheria condusse il musicologo Giulio Confalonieri a pensare alla Taverna del Jamaica dell’omonimo film di Hitchcock, suggerendo così il nome da attribuire al nuovo locale meneghino in via Brera. Era il 1911. Dal Bar Jamaica  è transitata la storia del Novecento: politici, artisti, intellettuali. Elio Mainini, proprietario del locale, fu un potente catalizzatore: organizzava mostre, radunava gli esponenti delle avanguardie artistiche e letterarie. Il Jamaica divenne il salotto prediletto da ogni intellettuale, scrittore, pittore che si trovasse a passare da Milano. Qui non si chiudeva mai, e si faceva credito a tempo indeterminato a giovani pensatori squattrinati e a pittori che non vendevano quadri. Poi arrivarono giornalisti e gente di spettacolo, qualcuno già famoso, altri di belle speranze destinate a rimanere tali. In seguito fu la volta della Beat Generation e del grido poetico di Allen Ginsberg, il quale ai tavolini del Jamaica trascorreva interi pomeriggi.

Il Novecento si è concluso da qualche mese, è il secolo scorso. Stando dietro al banco osservo l’umanità che popola il locale: turisti, curiosi attirati dalla sua fama, gente che se la tira. Le idee, i fermenti, gli azzardi fantasiosi, non ci sono più. I muri non parlano, eppure qui dentro si percepisce qualcosa che altrove non c’è: un sogno, un’ambizione, un rammarico. La nostalgia per dei ricordi inafferrabili, che questi muri serbano per sé.

Sono stata diverse altre cose, prima di divenire barista.

Questa storia non inizia dalla mia nascita e nemmeno dalle prime esperienze di cui abbia memoria, non è questa la storia che intendo raccontare, bensì quella che parte dal momento in cui si è alzato il primo colpo di vento.

Faceva senz’altro un caldo soffocante nell’angusto bilocale in cui vivevamo, ma non me ne ricordo affatto. Milano, breve traversa di viale Monza, una vecchia casa dentro uno stretto cortile; l’appartamento aveva  due sole finestre, poste sulla stessa facciata: doveva fare davvero caldo, sia nell’estate del ’78 che in quella del ’79.

“Sei il mio amore, la mia migliore amica, la mia compagna, la mia amante, la madre dei figli che vorrò, e sei la mia puttana”.

Ecco da dove incomincia la mia storia: dall’incontro che mi aveva condotta a quell’istante sublime e alienante. L’Università, la famiglia, gli amici di prima: tutto accantonato, nulla più contava, nulla che esulasse da quell’abbraccio vorace. A poco più di vent’anni si fanno, queste sciocchezze. Si cade in un doppio inganno: quello di credere nella longevità di una passione furibonda e quello di ritenere di cavarsela sempre, senza grossi danni. Invece, la passione si allenta e si esaurisce senza sfociare in un sentimento pacificato, mentre dentro qualcosa si rompe e resterà rotto per sempre.

Malgrado fossi lusingata dall’attribuzione di quei ruoli e affascinata dal loro essere complementari, mi allarmava sempre un poco l’accenno ai figli che lui avrebbe voluto: m’inquietava persino in quei momenti in cui il raziocinio si dileguava allegramente per lasciare che i sensi governassero insieme alle emozioni. Non mi turbava affatto l’accostamento madre-puttana: però, se per la seconda condizione sentivo di possedere una certa attitudine, nei confronti della prima nutrivo molte riserve.

Molte donne della mia generazione avevano rivendicato  la legittima facoltà di soddisfare il proprio desiderio  in assenza del viatico dell’innamoramento, con il solo fine di ricercare il piacere. Soprattutto, senza che ciò fosse considerato riprovevole. Ecco allora che il termine  puttana perdeva il valore di insulto e la pretesa di giudizio morale,  indicando l’applicazione del libero arbitrio a una sfera assolutamente privata e personale, perciò insindacabile.

Secondo la mia esperienza,  non erano e non sono molti i maschi pronti a comprendere e accettare davvero un simile cambio di paradigma,  indipendentemente dalla loro età.

In quanto a mettere al mondo dei figli, ciò non rientrava nelle mie aspirazioni: la deformazione del corpo durante la gravidanza mi suscitava un apprensivo disgusto; soprattutto, non potevo accettare il legame indissolubile che un figlio rappresenta, né ero disposta a prendermi cura di un individuo il quale, per molti anni, sarebbe dipeso totalmente da me, dalla mia presenza, dalla mia sollecitudine. Allora tendevo a non considerare definitiva la mia posizione, ma anche in seguito non avvertii l’istinto nobilmente animale di procreare al fine di preservare la specie, e nemmeno l’esigenza del tutto umana di lasciare una traccia futura, mettendo al mondo un individuo che avrebbe seguitato ad appartenermi.

Comunque, come è mia abitudine, pensavo che mi sarei preoccupata se e quando la faccenda, da aspirazione vagamente programmatica, si fosse tramutata in progetto concreto. Non feci in tempo, in ogni caso.

In gioventù, quando un amore finisce (male, è implicito nella fine di tutti gli amori giovanili troppo esigenti), ci si aggrappa alla giusta presunzione di avere  molto tempo da vivere e che tante cose possano ancora accadere.  Ci si sente a pezzi, feriti, arrabbiati; si aspetta il mattino in cui, alzandosi dal letto, ci si reggerà meglio sulle gambe. Quando quel mattino arrivò, ritrovai il gusto di certe notti passate a rincorrere un attimo fuggente, ma ripresi anche gli studi interrotti buttandomi sui libri con determinazione e finii per laurearmi in filosofia.

Scoprii dopo qualche tempo una cosa banale, descritta meravigliosamente da Cesare Pavese molti anni addietro, ovvero che “nulla è più inabitabile di un luogo dove si è stati felici”. Strade, cinema, ristoranti e altri locali milanesi, dapprima innocentemente anonimi, erano stati il palcoscenico inconsapevole di una storia vorticosa durata appena due anni. Ormai mi facevano soffrire e struggere per ciò che avevo perduto ma, peggio ancora, per tutto ciò che non era stato; così, compresi che dovevo andarmene. Ebbi un inatteso colpo di fortuna trovando lavoro nella redazione di una rivista di viaggi e turismo. Avrei fatto parte di un piccolo gruppo di aspiranti giornalisti impegnati come “galoppini”, che venivano spediti in giro per il mondo insieme a un fotografo, con il compito di recensire alberghi e villaggi vacanza ma anche di raccogliere informazioni utili a suggerire ai lettori itinerari interessanti e alternativi a quelli più noti. Non ebbi alcuna esitazione a lasciare un impiego noioso e meglio retribuito, l’idea di un perenne e concitato movimento era troppo allettante. Gli articoli da pubblicare li scrivevano i giornalisti veri sulla base dei nostri appunti, ma era divertente e quella forma di nomadismo sovvenzionato si adattava perfettamente alla mia irrequietezza.

Mi chiese di vederci all’improvviso, pochi anni dopo il nostro addio; accettai senza valutare le conseguenze, di nuovo, e pensando di avere ormai reciso ogni legame, tanto da poter sopportare quell’incontro.

“…sei ancora la mia puttana”

“…sono la puttana di chiunque vuole che lo sia”,

avevo replicato con brutale sincerità e con compiaciuta cattiveria. Allora lui mi aveva rivolto uno sguardo addolorato e per questo lo avevo odiato, comprendendo che non avrei saputo perdonare il suo tradimento, ma nemmeno sarei riuscita a distaccarmi del tutto da quell’amore che non sentiva ragioni. A meno di ucciderlo per cancellarlo, e lo avrei fatto, in quel momento: però, avevo solo il rimpianto e l’astio con i quali trafiggerlo, e nient’altro.

“Non più amica, tanto meno compagna, né madre dei figli di nessuno, occasionalmente e per brevi periodi amante, spesso semplicemente puttana. Questo è ciò che sono adesso, amore mio”.

Con tale affermazione avevo scientemente escluso qualsiasi possibilità di riconciliazione.

Fortunatamente, il giorno appresso sarei partita per un lungo viaggio        nell’Australia Meridionale.

Prima di imbattermi in quella forma di amore sapevo così poco di me: fino ad allora avevo visto solo la superficie appena increspata dell’acqua, senza scorgerne la tumultuosa profondità.

Dopo, mi resi conto che se potevo rinunciare ai sentimenti per cautela o per supposto disinteresse, non avevo nessuna intenzione di fare a meno del sesso, che presi a praticare con tenace disinvoltura.

Mi è capitato di domandarmi se la propensione per il sesso sia un connotato fisiologico o piuttosto un atteggiamento deliberatamente  acquisito: insomma, dipende da una chimica del corpo o della mente?

Senza avere trovato una risposta univoca ma avendone semmai ipotizzate diverse, tra loro concomitanti e interagenti, l’ho più spesso considerata una risorsa, anziché un problema, un modo per procurarsi momenti di fugace gratificazione, mantenendosi al riparo dalle complicazioni dei sentimenti.

Mi fermavo a Milano per brevi periodi tra un incarico e l’altro; ciò stabilì distanze sempre meno conciliabili con la mia famiglia, evitando tuttavia una frattura netta, tanto dolorosa quanto irrimediabile.

Il mese di dicembre dell’89 la rivista di viaggi pubblicò l’ultimò numero: non vendeva abbastanza copie per sostenere i costi necessari a mantenere la linea editoriale che i fondatori avevano scelto, e cambiare taglio non avrebbe reso il periodico competitivo. I galoppini e i fotografi, con i quali per otto anni avevo intrattenuto rapporti superficialmente affettuosi, si dispersero e, come era logico aspettarsi, si dileguarono velocemente.

A Milano mi sentivo in trappola, mi mancavano gli aerei e i luoghi remoti, gli imprevisti e la stanchezza del corpo, le stamberghe e gli alberghi con la Jacuzzi in camera, i paesaggi ignoti e gli incontri di una notte, effimeri e meravigliosi, perfettamente incastonati nel ricordo di un posto lontano.

Dovetti arrendermi alla sedentarietà di un impiego in una piccola casa editrice  che dedicava molta attenzione alla ricerca di autori esordienti di talento. Fui assunta come selezionatrice: dovevo leggere una parte delle numerose opere proposte da aspiranti scrittori e individuare quelle eventualmente interessanti, che sarebbero state esaminate da una commissione editoriale, cestinando le altre.

La sera cercavo di scrollarmi di dosso le insignificanti narrazioni alla cui lettura dovevo dedicarmi durante il giorno, infilandomi talvolta in altre, reali ma altrettanto immeritevoli di considerazione. Trascorse così poco più di un anno, durante il quale m’impegnai affinché i contatti con la mia famiglia mantenessero il carattere e il ritmo di un rapporto cordialmente distaccato, ed era un accomodamento che sembrava accontentare tutti.

I miei genitori scomparvero nel corso dei tre anni successivi e, sebbene non potessi affermare di patire la mancanza di una relazione tanto problematica, ebbi comunque  coscienza della perdita di un punto di riferimento inalienabile e di una conseguente sensazione di doloroso sradicamento.

Penso che questa consapevolezza sia stata la ragione per cui accettai di andare a vivere con una specie di fidanzato che negli ultimi mesi era divenuto una presenza più costante. Di diversi anni più vecchio di me, con una situazione economica decisamente solida e molto innamorato: in quel momento fui senz’altro attratta dalla stabilità che mi offriva. Era un uomo affidabile e piacevole al quale ho voluto bene senza riuscire ad amarlo, pur apprezzandone le numerose qualità. Appena un anno più tardi, un giorno mi ritrovai a osservare un breve gesto compulsivo che di tanto in tanto compiva: pensai che per quell”atto innocente e innocuo un giorno avrei persino potuto ucciderlo. Di colpo realizzai quanto mi irritasse la sua irremovibile rettitudine, così come la sua immobilizzante cautela, e trovai opprimenti le sue amorevoli attenzioni. La stabilità aveva prodotto un tedio insopportabile; ne dedussi che, probabilmente, era stata solamente un’aspirazione momentanea e contingente.

Me ne andai durante una sua assenza di qualche giorno a causa di un viaggio di lavoro. Mentre radunavo le mie cose, mi accorsi di quanto mi fossi sempre considerata di passaggio, sia nella sua casa che nella sua vita. Mi congedai con uno scritto laconico e inoppugnabile, lasciandolo a porsi domande le cui risposte non avrebbe potuto comprendere, né reggere.

Non avevo voluto disfarmi del mio appartamento, nel quale era andata a vivere l’amica che non mi aveva mai lasciata e che non avevo mai lasciato. Rimase anche dopo il mio ritorno cedendo alle mie insistenze, e ricominciammo ad almanaccare sulla prospettiva consolante di invecchiare insieme.

A parte l’inedita e felice coabitazione con la mia amica, ripresi la mia vita dal punto esatto in cui avevo cambiato direzione, ritrovando intatte abitudini e pulsioni, tutto esattamente come prima.

E questo chi sarebbe?

Fu il mio primo pensiero allorché mi svegliai una notte in un letto sconosciuto, in una casa sconosciuta, da qualche parte a Milano, osservando il tizio che dormiva beatamente accanto a me. Poi ricordai: Maurizio, spocchioso giornalista che scriveva sulla Gazzetta dello Sport. Lo avevo incontrato al Rose’s, discoteca in piazza San Babila: attraente, antipatico, lo avevo rimorchiato per il gusto della sfida, perché era uno che amava corteggiare ma poi si sottraeva, e perché ne avevo voglia.

Si era rivelato un amante poco fantasioso che pareva essere sempre in posa per una foto, attento a non spettinarsi e persino schizzinoso, certo da non tenere in considerazione per un secondo giro. Abitava in un bell’appartamento, arredato con professionale buon gusto e privo di personalità.

Scivolai fuori dal letto, raccolsi le mie cose, mi rivestii velocemente e uscii, tirandomi silenziosamente l’uscio dietro le spalle.

Era novembre, le quattro di una domenica che si preannunciava grigia, un mattino che era ancora notte. Strade deserte e bagnate di umidità; da via Corridoni  (era lì  che ero capitata) a viale Espinasse, dove abitavo, non ci avrei messo molto.

Era quasi bello, guidare piano su quelle strade vuote e buie.

Era strano, non sentire niente. Né caldo o freddo, nessun dolore, nessun desiderio, nessun pensiero di senso compiuto. Senza peso, addirittura, entità galleggiante in una stratosfera luminosa, al di sopra di un impercettibile brusio. Un frammento di memoria, sospeso come pulviscolo dentro il riflesso di un raggio di luce. Menelik e Mustafà, i due gattacci della madre (con posizioni evidentemente nostalgiche) del sindaco comunista che amministrava il borgo della campagna piemontese dove trascorrevo le lunghe vacanze estive della mia infanzia, dai nonni materni. Dinamiche familiari complicate, presumibilmente. Alla morte della donna, vicina di casa dei nonni,  ereditai le due bestiacce. Me ne presi cura e le amai molto, a dispetto dell’irriducibile selvatichezza: ma mi abbandonarono prima che ricominciasse la scuola, e ci rimasi davvero male, interrogandomi a lungo sulle ragioni del loro ostinato rifuggire dal mio affetto. In fondo, me ne ero andata allo stesso modo da chi mi voleva bene, semplicemente sfuggendo all’amore.

Era stato così dolce, quel breve momento di astrazione: d’improvviso, ebbi voglia di arrendermi, di lasciar andare via tutto. Mi riscosse il grido stizzito del clacson di un’auto che procedeva sul lato opposto della carreggiata, e rimisi le mani sul volante. Provai vergogna e paura per quel fulmineo cedimento e mi convinsi che dovevo allontanarmi da tutto ciò che lo aveva prodotto,

Qualche settimana dopo, mentre la luce opaca di un mattino invernale adagiava una patina sporca sul paesaggio cittadino, la mia amica mi osservava preparare le valigie con serena rassegnazione. Aspettando il taxi con il quale avrei raggiunto l’aeroporto, l’abbracciai a lungo, respirando il profumo fresco dei suoi capelli.

“Vieni con me”,

le dissi senza nessuna speranza, solo perché sapesse che lo avrei voluto.

“No. Devi andartene da tutto, quindi anche da me. Io sarò qui ad aspettarti. Però, fammi sempre sapere come stai”.

Mi posò un bacio leggero sulla bocca e uscì senza voltarsi. Allora piansi: per un amore perduto  e perché non sapevo lasciarlo andare, per un’amica che dovevo lasciare e che temevo di perdere, e infine per mia madre e mio padre, dai quali mi ero allontanata affinché il conflitto non diventasse scontro, senza sforzarmi davvero di mutarlo in confronto. Ma ero pronta a fuggire, ancora una volta.

Prevedendo un netto diniego, avevo chiesto comunque alla casa editrice presso la quale lavoravo un anno di aspettativa: con mia grande sorpresa, me lo avevano accordato senza difficoltà. Si erano convinti che avessi una particolare abilità nello scovare storie e autori degni di nota; pertanto, ritenevano di poter accettare quella lunga pausa.

In verità, non sapevo se mi stessi prendendo un anno sabbatico o se me ne stessi semplicemente andando via, senza nessuna intenzione di tornare, ma preferii comunque lasciare le cose in sospeso. Del resto, non è facile sfuggire alla propria ombra e si potrebbe semplicemente concludere che non è possibile, per cui un posto vale l’altro.

Però, quando arrivai a New Orleans e raggiunsi il Quartiere Francese, per un attimo mi sembrò di essere riuscita a far perdere le  mie tracce.

L’inverno a New Orleans è piuttosto mite e presenta colori gentili. Per le strade del Vieux Carré si respirava profumo di cibo speziato e mi muovevo tra una folla multicolore e multietnica, distratta dalle note musicali che irrompevano dai numerosi locali, amalgamandosi nell’etere in una misteriosa e seducente armonia. I maestosi retaggi architettonici del periodo coloniale francese risentivano delle influenze caraibiche e la commistione aveva prodotto uno scenario magnificamente stravagante.

Avevo qualche risparmio, ma dovevo cercare un lavoro qualsiasi e una stanza a buon mercato da qualche parte.

Uscendo dallo scassato alberghetto nel quale ero scesa, qualche sera dopo il mio arrivo capitai in una zona un poco fuori mano: Camminando a caso avevo lasciato le vie più affollate dirigendomi verso il bayou, la vasta area paludosa nel delta del Mississippi: itinerario che la gioviale proprietaria del mio squinternato albergo mi aveva sconsigliato di intraprendere da sola, dettaglio del quale mi sovvenni accorgendomi dei rari passanti, della scarsa illuminazione stradale e del sentore di umidità marcescente che aleggiava nell’ambiente, palpabile miasma viscido capace di appiccicarsi alla pelle e ai capelli.

 Seguendo il suono di una malinconica melodia languidamente modulata da una tromba, infilai un vicolo illuminato dal chiarore azzurro di un’insegna: Dead End Street, e il nome poteva alludere alla conformazione del corto budello ma anche (e più probabilmente) a una tenebrosa metafora. Appena sopra di essa, un balconcino con la ringhiera in ferro battuto di forma tondeggiante, decorata con motivi floreali: con la sua grazia un poco leziosa appariva del tutto fuori luogo e, paradossalmente, accentuava l’atmosfera straniante del vicolo.

Dall’interno di quello che sembrava un bar si riversava una calda luce soffusa, e la musica intrisa di inguaribile nostalgia era un richiamo potente, sebbene ne intuissi un risvolto oscuro. Potevo figurarmi l’effetto del canto insidioso delle sirene sul povero Ulisse: io, al contrario dell’eroe omerico, non intendevo opporre alcuna resistenza.

Spinsi il battente della porta a vetri e mi ritrovai dentro una stanza assai più ampia di quanto non apparisse dall’esterno: a un’estremità si trovava un palco con un piano e altri strumenti; il lato più lungo era occupato da un imponente banco in legno intarsiato davanti a una parete a specchio, attrezzata con scaffali pieni di bottiglie; nello spazio di mezzo diversi tavolini con bellissime lampade in stile liberty. Tutti gli arrredi avevano il fascino delle cose vecchie, oggetti che avevano assistito allo scorrere del tempo e osservato innumerevoli frammenti di vita.

A prescindere dalla posizione decisamente appartata, era presto per un posto di quel genere: difatti, i pochi avventori solitari stavano appollaiati sugli sgabelli davanti al bancone, ognuno intento a cercare qualcosa nel fondo del proprio bicchiere. Il trombettista smise di suonare e si avvicinò, salutandomi con un sorriso che gli raggrinzì ulteriormente il volto scavato. Doveva essere il proprietario: alto e magro, folti capelli brizzolati pettinati all’indietro, approssimativamente sulla cinquantina. La sua persona ispirava un’indiscutibile autorevolezza; nel volto spigoloso spiccavano gli occhi scuri dall’espressione attenta, quasi indagatrice, eppure amichevole. Chiesi di bere una cosa a caso, subito distratta da un cartello affisso dietro la cassa, sul quale era scritto che cercavano un barista. Seguitai a fissare l’avviso per diversi minuti e l’uomo si accorse del mio interesse.

“Devi sapere che questo è un rifugio per anime desolate. Te  la senti di affrontarle?”

Poco dopo, mi ritrovai a raccontargli gli accadimenti della mia vita negli ultimi vent’anni, seguendo un impulso sorprendente: più che un impulso, un bisogno profondo e improcrastinabile.  L’uomo mi prestava un’attenzione cortesemente distaccata, annuendo di tanto in tanto; io scorgevo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le sue spalle ed era a quella che mi rivolgevo, spiegando per bene i fatti e le mie ragioni.

Il locale si stava animando e io tacqui, ma comunque non avevo altro da aggiungere. L’uomo mi osservò, pensieroso.

“Dunque, tu sai scovare le storie rovistando dentro la spazzatura. Vedi, nessuno finisce qui dentro per caso, né tantomeno per sbaglio”.

Fu l’unico commento ma compresi appieno il senso delle sue parole qualche tempo dopo; mi apparve invece chiaro fin da quel momento che ruolo dovesse svolgere un barista in quel posto strambo, oltre a servire da bere.

La paga che poteva offrirmi Dwayne, così si chiamava il mio nuovo datore di lavoro, era modesta ma includeva l’utilizzo del piccolo alloggio situato al piano di sopra (quello con il balconcino), così accettai subito.

Presi servizio l’indomani e col passare dei giorni notai che i frequentatori del Dead End Street si suddividevano nettamente in due tipologie. C’erano quelli che venivano per la musica ed erano i più numerosi, per effetto di un efficace passa parola: Dwayne amava il blues ma lì si esibiva chiunque gli piacesse per qualche insindacabile ragione, così si potevano ascoltare i generi musicali più disparati e le esecuzioni erano sempre di buon livello. Poi c’erano quelle che Dwayne aveva definito le anime desolate, gente che si portava appresso un fardello di disperazione o di rabbia, di rassegnazione o di odio, come un’aura negativa e percepibile emanata dal corpo e dall’animo.

Rimarcai anche un’altra stranezza: non entravano mai coppie né gruppi, esclusivamente persone sole, talvolta disposte a sfiorare la solitudine di qualcun altro, almeno per una notte.

Scoprii pure che, se l’orario di apertura nel tardo pomeriggio era certo, non lo era altrettanto quello di chiusura: si chiudeva quando i musicisti non avevano più voglia di suonare e l’ultimo disperato aveva esaurito le parole da scagliare contro lo specchio.

La notte non era fuori bensì dentro, tra quelle mura, impigliata nelle note musicali e nel fumo sospeso a mezz’aria, in uno spazio eccentrico temporaneamente separato dalla realtà, eppure indubitabilmente vero.

Mi piaceva, fare la barista.

È un mestiere che ti colloca nella posizione ideale per divenire raccoglitrice di storie, depositaria di inimmaginabili confidenze. Occorre imparare a proporsi (senza parere) come presenza assente, in un certo senso: farsi specchio ove l’altro possa vedere solo la propria immagine riflessa, accogliere qualsiasi rivelazione senza commenti che si discostino dal discreto incoraggiamento a proseguire un discorso accantonando ogni reticenza, riserbo, pudore. Non è un dialogo, non è uno scambio: il ricevitore è un campo neutro, una carta assorbente su cui si riversano parole scritte con l’inchiostro simpatico, destinate a scomparire (chissà perché definire “simpatico” un inchiostro inventato per celare  ciò che si imprime sulla carta con una pretesa implicita di continua visibilità). Si possono scoprire anime disperate e bellissime, meschine, orribili.

Uno dei primi flussi di coscienza ai quali ebbi modo di assistere scaturì da un tipo macilento dallo sguardo stralunato con una cicatrice su un avambraccio, uno squarcio che andava dal polso al gomito. Si guadagnava da vivere cacciando alligatori nel vicino bayou e parlava di questi imperscrutabili animali con rancoroso rispetto: poteva riuscire a catturarli, ma seguitava a sfuggirgli il loro modo di ragionare, e quando credeva di averlo afferrato ecco che quelli lo sorprendevano con un gesto inaspettato. Dal mondo di quell’individuo l’intera umanità era scomparsa, c’era solo spazio per la sfida tra la sua mente e quella degli alligatori.

Mi capitò di ascoltare storie di tradimenti, di amori finiti, di sciocche rivalità, di rabbiose rivendicazioni, di solitudini senza rimedio e di inadeguatezza.

Poi, una notte in cui avevamo tirato più tardi del solito e mancava davvero poco all’alba, fu Dwayne a sedersi dall’altra parte del banco.

In una vita precedente era stato un fotografo: lavorava come libero professionista recandosi nelle zone di guerra e proponendo i suoi lavori alle testate giornalistiche. Allora era giovane ed era spinto dalla necessità di documentare gli orrori di molti sanguinosi conflitti affinché questi non fossero dimenticati, per mantenere viva l’attenzione e l’indignazione. Dapprima aveva provato sconcerto e dolore, poi aveva capito che se intendeva mantenere il ruolo di testimone avrebbe dovuto spegnere le emozioni, porsi al di fuori di ciò che vedeva e smettere di cercare le storie delle persone che incontrava.

A un certo punto, si era accorto di non averne più alcuna curiosità, così si era fermato. Aveva casa a New York e nessuna voglia di farvi ritorno, dopo quasi vent’anni di vita solitaria nei posti più pericolosi del mondo non aveva nessun legame. Alla fine dell’89 era arrivato a New Orleans con l’intenzione di trattenersi appena qualche giorno ma era capitato in quel vicolo, dove aveva notato l’insegna del Dead End Street e il cartello che ne annunciava la vendita. In quel momento aveva capito cosa voleva fare.

Aveva comprato il locale per pochi soldi: era in vendita da molti anni, dopo che il proprietario era stato trovato cadavere al suo interno, sbranato da un alligatore. Poiché era piuttosto improbabile che un simile animale fosse entrato nel locale, la gente incominciò a mormorare che quel posto era infestato (come tanti altri a New Orleans). Rimase quindi chiuso per molti anni, mentre il suo valore diminuiva.

Dwayne lo rimise a posto, lo riaprì e si ripromise di ascoltare le storie di chiunque avesse voglia di raccontarle.

Quella sera si fermò da me. Successe diverse altre volte, senza che ciò mutasse la natura del nostro rapporto di rispettosa e prudente amicizia. Facevamo sesso perché  avevamo voglia di farlo senza perdere tempo con dei perfetti sconosciuti, ma non eravamo interessati alla ricerca di una relazione stabile. Ci davamo reciprocamente conforto e piacere senza nessuna aspettativa, e questo rendeva tutto più facile e più leggero.

Notte dopo notte, accogliendo le rivelazioni e i pensieri altrui, mi mantenevo in una posizione di estraneità, facendomi contenitore inanimato: nessuna partecipazione o commozione, appena la blanda curiosità di scoprire fino a quali bassezze o vette possa spingersi l’animo umano. Eppure, a poco a poco mi ritrovai a replicare l’esperienza del fotografo Dwayne in senso inverso: volevo sapere di più di certe desolazioni, volevo comprenderne le ragioni, cogliere il senso di disillusioni, di struggimenti e rancori. Soprattutto, desideravo gettare un ponte, ancorché fragile e provvisorio, tra quelle anime e la mia. Incominciai a prestare un’attenzione empatica, a porre accenni discreti di domande, distogliendo i miei occasionali interlocutori dalla loro immagine riflessa nello specchio.

E presi a scrivere quelle narrazioni tentando di riordinare il caos di certe confessioni: Storia di Henry, Storia di Annettte, Storia di Jack, Storia di Frieda…Scrivevo con furia e con passione; in pochi mesi organizzai una raccolta che mi pareva piuttosto ben riuscita.

In quel periodo, la mia amica mi riferì che si sarebbe sposata: dopo molte relazioni all’insegna del disimpegno, aveva trovato rifugio nell’affetto di un vecchio amico al quale non aveva bisogno di nascondere nulla. Aggiunse che avrebbe continuato a prendersi cura del mio appartamento, e che avrebbe seguitato ad aspettarmi.

Alla fine dell’anno sabbatico, comunicai alla casa editrice le mie dimissioni, ma proposi il mio scritto, chiedendo il loro parere. Il libro fu pubblicato con uno pseudonimo e con l’intesa che mi sarei sottratta a qualsiasi forma di promozione che mi coinvolgesse direttamente. Ebbe successo, tanto da richiedere diverse ristampe.

Rimasi al Dead End Street fino alla fine del ’99, continuando a raccogliere storie. Mi accorsi che sapevo anche inventarne ed era persino più coinvolgente. Avevo scovato una nuova via di fuga: potevo padroneggiarla, non comportava rischi, era persino produttiva.

Ero pronta per tornare a Milano. Salutai Dwayne con la certezza che non avrei più rivisto né lui né quel locale bizzarro, ma non me ne sarei mai dimenticata.

Sebbene la maggior parte dei racconti che scrivevo fossero frutto della mia immaginazione, mi ero convinta che il mestiere di barista mi aiutasse a stimolare la fantasia, a trovare spunti, inventare agganci. Tuttavia, occorreva trovare il posto adeguato, anche se l’atmosfera del Dead End Street non era replicabile, certamente non a Milano.

Mi trovavo insieme alla mia amica la sera in cui capitai in Brera per caso (o forse no, dopotutto); mi avvicinai al Jamaica con qualche riluttanza perché era uno dei luoghi che aveva assistito al mio felice stordimento e alla mia ottundente disperazione. Sulla porta campeggiava un cartello: CERCASI BARISTA.

La padronanza dell’inglese e l’esperienza maturata a New Orleans fecero una buona impressione e ottenni il posto.

Brera mantiene un indubbio fascino, soprattutto la notte, e anche se il Jamaica è un luogo che vive di ricordi non condivisibili con la maggior parte degli attuali frequentatori,  conserva una certa originalità. I turisti vi transitano prevalentemente di giorno ma quando prendo servizio io, all’ora dell’aperitivo, la fauna a poco a poco muta.  Verso mezzanotte qui ci si incontra,  ci si annusa,  ci si sfiora.

Questo non è un posto da confidenze: troppa gente, troppe chiacchiere chiassose, manca la musica. Nelle serate più tranquille alcune figure solitarie, tra gli avventori abituali, conversano volentieri ma nessuno è disposto a rivelarsi. Continuo a osservare la fretta degli altri, le loro rappresentazioni ingenue, e mi figuro scenari ipotetici e vicende a cui dare la forma di un racconto.

Ho trovato una sorta di pace, o di momentanea quiescenza. La presenza complice di Dwayne mi manca più di quanto mi aspettassi: gli invio lunghe missive per mail raccontandogli di una città che riconosco ma è cambiata, e anche del mio persistente fluttuare quieto. Lui ride di quello che definisce il mio “periodo ascetico” e mi augura che non duri a lungo.

Qualche giorno fa, mi ha scritto che da quando me ne sono andata al Dead End Street è come se si fosse fulminata una lampadina che non si riesce a sostituire: un’affermazione bislacca e tenera che mi ha fatto venire vogli di saltare sul primo aereo per New Orleans. Se con Dwayne non è stato amore, di certo era qualcosa che gli somigliava molto. Eppure, il mio posto è qui, lo intuisco senza spiegarmene la ragione, dato che quasi niente mi lega più a questi luoghi.

La mia amica mi ha aspettata, come aveva promesso, e l’ho ritrovata; però, questo suo marito simpatico e affettuoso è per lei un continuo elemento di distrazione. Non sono più al centro delle sue attenzioni e, malgrado sia felice per lei, devo ammettere che ne sono egoisticamente gelosa e sovente rimpiango il nostro prima, l’intimità profonda dalla quale nessun compagno temporaneo ci aveva mai distolte.

È un giovedì sera piovigginoso ma cade una pioggia gentile, quasi profumata: è la fine di aprile, la cattiva stagione ha fatto il suo tempo. Sono più o meno le undici, al Jamaica il giovedì è la serata dei clienti più affezionati, quelli che non amano la ressa del fine settimana. Il mio giovane collega mi sta dicendo qualcosa ma io sono distolta dall’uomo che sta entrando proprio ora, portandosi dietro una breve folata di aria umida.  C’è qualcosa di noto, addirittura di familiare, nella sua figura prestante e nell’incedere elegantemente disinvolto. Penso a un cliente fedele con il quale magari ho scambiato qualche parola; poi lo osservo ravviare i capelli mossi e un po’ lunghi con un gesto aggraziato della mano, e lo riconosco.

Sono trascorsi quasi vent’anni dal nostro ultimo incontro , eppure il suo aspetto non è così differente da allora,  come se fosse riuscito ad attraversare tutto questo tempo senza consumarsi. Sono letteralmente con le spalle al muro, posizione fisica e metaforica che rifuggo da sempre ma mi domando se, decidendo di lavorare al Jamaica, davvero non avessi immaginato (o sperato) di avere occasione di rivederlo.

E io, quanto sono mutata nell’aspetto, da allora? Sono sempre magra, portavo i capelli lisci e adesso li lascio liberi di arricciarsi come è nella loro natura, certo la mia pelle non ha più il turgore della giovinezza. Tuttavia, per quanto due decenni possano modificare l’aspetto delle persone, la voce, la gestualità e altri dettagli rimangono pressoché invariati. Eppure, quando lo avvicino per prendere l’ordinazione, mi lancia una veloce occhiata di apprezzamento e niente di più.

“Mi porteresti un cognac, per favore? Quello che vuoi tu andrà bene”.

Il timbro vocale un poco nasale, il tono educato malgrado la scelta immutata del vocativo confidenziale “tu”, il sorriso spontaneamente affabile.

Riprendo fiato e lucidità: non mi ha riconosciuta davvero, non era bravo a simulare o dissimulare. Sento riemergere una rabbia dolorosa che avevo scordato, un sentimento furioso capace di sconquassare lo stato di quiete sul quale ho fondato un equilibrio fittizio, narrando gli affetti e i tormenti degli estranei per mantenermi lontana dai miei.

Come può non riconoscere  l’amore che ci ha sedotti e sbranati, come può avere dimenticato tutto e vedere in me una sconosciuta? Ecco un altro torto che non saprò perdonargli, forse il più grave di tutti, perché è delle cose senza importanza che ci si scorda con facilità. È la terza volta, da quando lo conosco, che provo l’impulso feroce di ucciderlo, e forse stavolta lo farò sul serio.

Prima di andarsene, mi rivolge un saluto, un sorriso lieve senza parole, abbandonandomi al mio sconcertato subbuglio.

È trascorso un mese; ha continuato a comparire al Jamaica quasi ogni sera verso le undici, ombra riemersa dal passato per riacquisire sostanza, odore, suono. Si pone a un’estremità del banco, beve qualcosa, si guarda attorno ma non parla con nessuno. Di tanto in tanto cerca di agganciare il mio sguardo, nei momenti di calma lo avvicino (perché non so farne a meno) e scambiamo qualche parola, accenni di discorsi che rimangono sospesi nel ronzio di molte altre conversazioni.  Ha quasi cinquantaquattro anni, ha divorziato da tempo da una moglie più vecchia di lui ponendo fine a un matrimonio che non ha mai funzionato, lavora per Telecom da quando è arrivato a Milano dalla provincia di Foggia molti anni orsono. Se fossero coincidenze sarebbero davvero troppe, nel caso remoto in cui dubitassi di avere preso un abbaglio. Non ha figli ed è un rammarico, ma dice che forse le cose dovevano andare così.

Di tanto in tanto, mentre parla sono incantata dai movimenti fluidi e precisi delle belle mani eleganti: sembrano spostare l’aria per fare spazio alle parole ed è una mimica ammaliante che rammento con esattezza.

Ormai sono brava a inventare storie, così gli fornisco dettagli inventati di tutto ciò che è stato prima di New Orleans, perché ho deciso di recitare il ruolo di estranea al quale mi ha destinata.

Ha continuato a presentarsi con regolarità, apparentemente senza pretesa alcuna, fascinoso aracnide impegnato a tessere la sua tela lieve e robusta; presto mi toccherà decidere se si tratti di una trappola o piuttosto di un rifugio, e se sarò determinata a scoprirlo dovrò correre il rischio.

La primavera sta scivolando dentro un’estate riottosa, piove da diversi giorni alternando bufere temporalesche a tediose pioggerelle accompagnate da temperature più consone a ottobre che a giugno.

Ieri era venerdì e verso mezzanotte il locale era affollato; lui occupava il solito angolo, seguendo i miei movimenti con discrezione e con la pazienza di chi è disposto ad aspettare.

Mi sono accorta che non ha smesso di indossare jeans Wangler, gli stessi che anch’io prediligo da diversi anni: a un certo punto e senza una ragione precisa, ho abbandonato i Levi’s, che preferivo sin dagli anni ’70. Molti anni fa, su questa differenza di gusti imbastivamo finte discussioni.

A un certo punto si è spostato per fare spazio a una ragazza piccolina e impacciata che tentava di raggiungere il banco, invitandola con un cenno gentile. È stato lui a rivolgere un gesto al mio collega per richiamarne l’attenzione e la ragazza lo ha ringraziato con un sorriso timido.

Nemmeno in questo è cambiato; ha sempre manifestato un istinto di protezione solidale verso gli individui variamente deboli. Mi torna alla mente la nostra estate in Puglia, a casa di sua madre: nella compagnia degli amici compaesani c’era una sua coetanea che a più di trent’anni si comportava come una ragazzina di dodici, palesando qualche problema ignoto ma evidente. Lui, che insisteva per includerla nelle giornate al mare, era il solo disposto a spendersi per placare i suoi frequenti capricci infantili. Andava a scovarla nell’angolo in cui si era rintanata, seduta a braccia strettamente conserte, lo sguardo accigliato e ostinatamente fisso su un punto indefinito dell’orizzonte. Le parlava con affettuosa comprensione tenendo le mani fra le sue, finché quella poverina non sorrideva, convincendosi a ricongiungersi al gruppo. Anche le premurose attenzioni dedicate alla piccola figlia della sorella, affetta da un ritardo cognitivo abbastanza grave,   erano emblematiche della sua istintiva e partecipe compassione.

Tra le sue molteplici sfaccettature, questa insopprimibile gentilezza d’animo è forse quella che ho amato di più.

Credo che stia ponendo in atto una tattica di avvicinamento prudente e garbata che una sera dopo l’altra diventa più esplicita, un gioco al quale mi presto senza sapere fino a dove sono disposta ad arrivare. Intuisco che mi sto addentrando in un territorio ignoto e già noto e che potrebbero esserci conseguenze imprevedibili; cionondimeno, non intendo fermarmi. Non ne farò parola con la mia amica, né con Dwayne: è una faccenda che devo risolvere da sola  e non voglio conoscere la loro opinione.

Stasera abbiamo chiuso assai più tardi del solito, pareva che la gente non avesse proprio voglia di tornarsene a casa. L’ho perso di vista ed ero troppo indaffarata per preoccuparmene, ma alle tre passate, quando gli ultimi tiratardi si sono infine rassegnati a portare le loro anime insonni altrove e sono uscita nella notte umida, lui fumava con la schiena appoggiata al muro. Ha smesso di piovere ma il cielo è ancora pesante e buio.

“Posso accompagnarti da qualche parte?”

“Ho bisogno di aria fresca e di silenzio, dopo tutta quella confusione. Hai voglia di camminare?”

Lasciamo Brera posando passi prudenti sull’asfalto ancora lucido di pioggia, andiamo a cercare strade più quiete dove il silenzio possa accogliere qualche cauta confidenza che l’ora così tarda ci fa sembrare naturale e necessaria. I frammenti di memoria che ci stiamo scambiando sono collocati in un tempo il più delle volte imprecisato, ma certamente successivo al 1980, come se la parte precedente fosse un documento secretato. È un camminare lento e impreciso, interrotto da molte pause e anche i nostri discorsi, spezzati da frasi tronche, seguono un andamento piuttosto incoerente. Nell’aria fresca dell’alba precoce di metà giugno ho un brivido di freddo: lui se ne accorge, la mia mano stretta nella sua è nella tasca del leggero giubbotto che indossa; questo gesto antico che avevo voluto scordare mi toglie il fiato e mi fa bruciare gli occhi assai più della stanchezza che incomincia a farsi sentire.

Ci troviamo in via San Cristoforo, davanti a una vecchia casa riaggiustata alla bell’e meglio. In questa stessa via, in fondo a un cortile malandato, si trovava il locale nel quale capitavamo di tanto in tanto e dove ci divertivamo a esibirci cantando e accompagnandoci con la chitarra, che lui suonava piuttosto bene; chissà se esiste ancora.

“Io abito qui”,

dice piano. Era partito dal basso ed è tornato in basso, dunque; non posso fare a meno di fare questa considerazione ma non vi è alcuna cattiveria, semmai una riflessione sulla beffarda coerenza delle conseguenze  delle nostre scelte.

La donna per la quale a suo tempo mi aveva lasciata era molto ricca; si sono sposati ma la vita agiata alla quale aspirava non è durata a lungo e, a giudicare dai recenti resoconti sommari, non deve essere stata nemmeno gradevole. Lo osservo con attenzione nella luce timida di un primo mattino di tempo indeciso: la figura mantiene una solidità giovanile, i movimenti elegantemente fluidi; il volto, invece, appare segnato da un’afflizione che affiora da qualche angolo remoto dell’animo, la traccia di una sconfitta non rimediabile.

Senza dire una parola, abbiamo attraversato un androne disadorno e imboccato una scala dagli stretti scalini di pietra, fino al terzo piano. Si richiude la porta alle spalle e mi avvolge nell’abbraccio atteso e desiderato: affettuoso, quasi casto. Il desiderio arriva dopo, cresce sospinto dall’emozione di un sentimento ancora confuso, ma autentico e determinato a imporre il proprio valore imprescindibile.

Respiro il suo odore e penso che mi sto innamorando per la seconda volta dello stesso uomo, che non ho mai smesso di amare e, tuttavia, non è la stessa persona di allora, come non lo sono io.

Siamo stati un’equazione ignara della propria costante, un teorema imperfetto capace di confutare il suo stesso assioma: forse la nostra sorte è di essere portatori di caos, nient’altro che questo. Eppure, il destino ha incrociato di nuovo i nostri cammini, e allora mi convinco che la ragione del suo ostinato non riconoscermi risieda nella possibilità di incominciare, non di ricominciare: un altro tempo, un’altra storia.

Però, non esiste gioco della mente che sappia trarre in inganno la memoria del corpo.

Sei sempre stata il mio amore, sei ancora la mia puttana”.

Lo scosto con delicatezza e gli poso il palmo della mano sulla bocca, che capisca di non dire altro: siamo solo presente, forse futuro.

Tutto il resto, tutto ciò che era racchiuso tra i due estremi  rappresentati da amore e puttana implicava un impegno di cui non siamo stati capaci, e per ora dovremo farci bastare quello che ci è rimasto. Solo due parole, e uno spazio vuoto da occupare con altre, nuove e innocenti.

Hold me in your hands like a bunch of flowers

Set me moving’ to your sweetest song

And I know what I think I’ve known all along

Lovin’ you’s the right thing to do

(The right thing to do, Carly Simon

Tienimi tra le mani come un mazzo di fiori

Fammi muovere nella tua canzone più dolce

E so quello che penso di aver saputo per tutto il tempo

Amarti è la cosa giusta da fare.

LA NOTTE DELL’ADDIO

È stato bello, sempre e comunque, fintanto che era ma anche dopo, e persino concludendo che possa essere stato un lungo fraintendimento. Bello. Però è arrivato il momento di salutarci e non è un arrivederci.

Ho infilato il biglietto, accuratamente ripiegato, nella casella della posta che espone il suo nome in stampatello sullo sportellino con la serratura; lo troverà al ritorno dal suo  viaggio, Ho sorriso alla portinaia, che si è affacciata sull’androne scrutandomi sospettosa, ma si è subito rasserenata: deve avermi riconosciuta e ha assunto un’espressione interrogativa, come se si chiedesse cosa ci faccia qui, dopo tanto tempo. Potrei anche provare a spiegarglielo, ma è una storia lunga.

“Ciao, sono io. Posso venire da te? Se non ti disturbo, naturalmente”.

“Ma no che non disturbi. Stai bene?”

“No”.

Certo, altrimenti non avresti bisogno di me, avevo pensato. D’altronde, ero la sua migliore amica da tanto di quel tempo.

Dunque, un paio di settimane fa, nel pomeriggio di un sabato di dicembre tedioso, ingobbito da una pioggia tanto violenta da ammosciare gli addobbi natalizi sulla strada, l’inquietudine che mi aveva accompagnata sin dal risveglio si era disgregata, ricomponendosi in una sorta di attesa neutra, inopportunamente percorsa da un accenno di allegria. Perché c’era una specie di presentimento irrequieto, capace di disancorarmi dal presente bloccandomi in una zona grigia di sospensione temporale, che si presentava poco prima di una telefonata di Moreno. Succedeva ogni volta.

Era entrato scrollandosi di dosso l’umidità come farebbe un grosso cane e mi aveva abbracciata, avvolgendomi in un effluvio di fumo di sigaretta e di Eau Sauvage a cui si sovrapponeva il personale profilo olfattivo che avrei riconosciuto ovunque, associandolo alla fragranza del pane caldo con una nota più aspra di alghe essiccate al sole.

Seguendo un copione ormai consolidato, si lamentava del lavoro, di un mancato riconoscimento professionale che, dopo tanti anni in Rai e nonostante l’apprezzamento di molti registi (Moreno faceva l’operatore di ripresa), veniva sistematicamente promesso e posticipato. Eppure, quel giorno il suo scoramento suggeriva motivi più complessi.  Le belle mani dalle dita lunghe disegnavano linee e curve concitate nel breve spazio che ci divideva senza separarci; mi ero distratta rincorrendo l’illusione che forse sarebbe bastato poco, per trasformare le linee spezzate in un cerchio che potesse nuovamente racchiuderci. Fantasia peregrina da cui mi ero subito ritratta.

“…anche con Livia è finita. Se c’è stato un sentimento, per me era stato sopraffatto da tempo dalla noia e, da ultimo, dall’insofferenza. Tra poco avrò cinquantotto anni, sono stanco di storie raffazzonate e però  non sono più capace di stare bene da solo”.

Ero turbata dal suo abbattimento, normalmente riferiva i suoi momenti di crisi con più leggerezza, come se li avesse già risolti e indulgesse al piacere della narrazione dettagliata. La condizione di confidente privilegiata mi aveva rivelato un tratto caratteriale (o magari un abito mentale deliberato) che in principio avevo interpretato come flessibilità: invece, Moreno poteva assumere la forma dell’acqua e compiacere qualunque alveo accogliente, mantenendo intatto il suo carattere impetuoso e sfuggente per definizione, pronto a esondare travalicando l’argine, deviando ogni volta il suo corso. Conoscevo bene il suo ambito professionale e avevo concentrato le mie considerazioni su quell’argomento; in quanto alle storie lo avevo invitato a riflettere sulla necessità di diventare più selettivo nelle frequentazioni, smettendola di accontentarsi di una momentanea infatuazione, e ricordandogli che non avere una compagna non significava essere solo, dopotutto c’erano altri affetti compensativi e non meno importanti. Parole da sorella saggia, per le quali provavo fastidio ascoltando la mia voce pronunciarle con serena convinzione.

A differenza di lui, apprezzavo la libertà derivante dalla mancanza di un compagno fisso. Con il passare del tempo, le mie relazioni assomigliavano sempre di più a una prescrizione omeopatica con il principio attivo, ovvero il coinvolgimento dei sensi e dei sentimenti, sempre più diluito. La miscela era diventata più fluida, annacquata, poco più che un attaccamento passeggero che non preludeva a nessun affetto profondo e durevole. Infine, mi ero accorta che stavo bene – anzi, meglio – nei momenti di intervallo tra una storia e un’altra; sicché ne avevo semplicemente fatto a meno.

Moreno si era un poco rasserenato, la conversazione si era fatta più lieve, due amici di vecchia data che girano un poco attorno alle cose, paghi della reciproca compagnia. Nella penombra del tardo pomeriggio il suo volto era un’immagine leggermente fuori fuoco; infrangendo una regola ferrea tacitamente imposta ci avvicinammo troppo, fiato contro fiato, mani improvvisamente impazienti. Si era riaperto un varco ed ero entrata  in un territorio già esplorato di cui, nel tempo, ero riuscita a codificare con esattezza la morfologia, decidendo di osservarlo mantenendo una ragionevole distanza.

Aveva piovuto per tutta la notte, lo so per certo perché la trascorremmo vegliando, cercandoci e trovandoci dopo una lunga privazione imposta per vicendevole prudenza. Derogando a un’altra regola sottintesa, avevamo osato parlare di come eravamo (ti ricordi quella volta che…), sembrava di sfogliare un vecchio e caro album di fotografie, testimoni un poco sbiaditi di un tempo felice. Era stata senz’altro una di quelle storie che si conficcano per sempre nel percorso di una vita, c’era un prima e poi un dopo.

L’alba ci aveva trovati rannicchiati in un abbraccio; ciascuno si era specchiato nella faccia incerta dell’altro, imbarazzato per le proprie evidenti sgualciture. Eppure, ci conoscevamo da venticinque anni, da quel fatale agosto del 1978 in cui tutto ebbe inizio.

Poco prima di ferragosto ero partita insieme a due amiche per quindici giorni di vacanza a Lido di Camaiore. Avevo appena congedato una specie di fidanzato con il quale le cose non funzionavano proprio, lavoravo nella redazione di un quotidiano milanese a diffusione nazionale, dove ero entrata per via di alcune conoscenze di mio padre ma ero rimasta per meriti personali. A trentadue anni e dopo quasi un lustro trascorso a correggere bozze di articoli altrui, collaboravo alla stesura delle pagine dedicate alla cultura e agli spettacoli ed ero molto soddisfatta.

Un collega mi aveva procurato i biglietti per assistere all’esibizione di Mina del 23 agosto alla Bussoladomani. L’estate si sarebbe presto stemperata nella dolcezza settembrina di un presagio d’autunno ma faceva ancora caldo, il clima umido e appiccicoso che grava sulla Versilia, appena diradato dal respiro notturno odoroso di salmastro. Non avevo mai assistito a un’esibizione di Mina dal vivo ed ero stregata dalla melodia potente della sua voce e dall’ammaliante presenza scenica. C’era qualcosa di drammaticamente ieratico nella sua figura, che pure esprimeva una gestualità aggraziata, le mani come farfalle attorno al volto bello e grave.

“…scusa, davvero, ma ho i crampi”, aveva bisbigliato l’uomo seduto accanto a me, dopo l’ennesima ginocchiata. Era troppo alto per lo spazio angusto tra le file e continuava, invano, a cercare una sistemazione meno scomoda per le gambe lunghe. Notai che aveva una faccia simpatica e bella, capelli castani abbastanza lunghi e un sorriso un poco storto che prima di piegare la bocca era già nelle iridi marrone chiaro.

Percepivo il calore del suo corpo, sentivo il suo odore, la musica era una colonna sonora perfetta, emozioni che si accavallavano in un groviglio indistinguibile. Ci avvicinammo senza parere, rimanemmo spalla contro spalla, seguivo le parole delle canzoni scivolando dentro l’attesa di un momento e di un gesto.

Di tanto in tanto sbirciavo il vicino di poltrona generosamente affibbiatomi dal caso: vedevo i capelli castani ricadenti sul collo in onde disordinate; sembravano puliti e morbidi, avrei voluto sentirne la consistenza sotto le dita e percorrere con un tocco lieve i contorni del viso, estraneo eppure singolarmente familiare. Il desiderio si annida in un dettaglio, se ne nutre e da pulsione improvvisa si trasforma in necessità non derogabile.

Dopo l’ultimo brano, Mina ristette per qualche istante ad accogliere gli applausi entusiasti del pubblico, poi volse le spalle e lasciò il palcoscenico. I battimani si spensero, gli spettatori e l’orchestra attesero il rientro dell’artista per il consueto bis. Ma non ci fu nessuna apparizione, perché quella era stata la notte dell’addio. Sono i più dolorosi, gli abbandoni senza un commiato né una spiegazione. Magari l’errore risiede nel pretendere una ragione che possiamo accettare.

Le vacanze stavano per finire, Mina se ne era andata senza un saluto; noi due ci trovammo nella notte tiepida e costellata di interrogativi che richiedevano immediata soddisfazione: c’erano cose che volevamo sapere e parole che dovevamo dire, subito.

Fu la prima alba che guardammo insieme, fu un inizio romanticamente eversivo: un paio di mesi dopo, lasciai il monolocale che avevo affittato in viale Monteceneri per trasferirmi da Moreno, il quale occupava un alloggio più spazioso in viale Abruzzi.

Si trattò davvero di una storia densa, proprio una di quelle che dividono l’andamento della vita tra prima e dopo, rappresentando una  separazione riferita non tanto agli accadimenti, quanto a una mutazione intima, sostanziale e non reversibile. Nel mezzo, tra quel prima e quel dopo, ci fu un lasso di tempo in cui ci muovemmo con la leggerezza audace di due trapezisti perfettamente affiatati, sicuri che sarebbero riusciti sempre ad afferrarsi saldamente l’uno all’altra. Privi di pensieri e di paura, divinità antropomorfe indissolubilmente appaiate

Tre anni dopo la notte dell’addio di Mina e il nostro preludio fragoroso, ci trovavamo dalle parti di San Cristoforo, in uno di quei locali rustici dove si mangiava poco, si beveva e si fumava molto, si improvvisavano esibizioni canore accompagnandosi con una chitarra, mentre si intrecciavano frasi che smuovevano l’aria senza alcuna pretesa di mostrare un senso compiuto. C’era il gruppo numeroso che eravamo soliti frequentare, per lo più coppie e un paio di randagi che si aggregavano di tanto in tanto.

Fu per puro caso che colsi il fuggevole fotogramma di Moreno e Ida, la moglie di un mio collega. Se ne stavano appoggiati al muro in un angolo della stanza, le teste chine l’una verso l’altra e troppo vicine. Erano impegnati in un parlottare confidenziale e sorridente, la mano di lui le sfiorò una spalla in una carezza lieve. Moreno si accorse d’improvviso di essere osservato e mi rivolse uno sguardo che era un’implicita ammissione di colpa, accompagnato da un sorriso che non intendeva scusarsi né cercare il perdono, chiedeva comprensione. Di colpo, un mosaico si dispiegò nella mia memoria, composto da tessere raffiguranti immagini del tutto analoghe.

Il giorno successivo chiesi ospitalità a un’amica e una settimana dopo mi trasferii in una specie di soffitta in Corso Genova. Dopo innumerevoli ti amo e per sempre vicendevolmente elargiti con spensierata generosità, ci lasciammo senza troppi discorsi; non sembravano necessari.  Fu la mancanza di parole conclusive a produrre in seguito il convincimento di avere messo in atto una sospensione, con la facoltà implicita di tradurre i sentimenti in un linguaggio nuovo e in un contesto differente.

“Mi dispiace così tanto”.

Moreno non aveva detto nient’altro e io non avevo replicato.

Non provò neanche a convincermi che una lacerazione tanto ampia e profonda si potesse rabberciare, con il tempo e la pazienza. Del resto, la pazienza non era mai entrata nella nostra relazione, e io non avrei potuto accontentarmi di nulla di meno della compiutezza a cui mi ero abituata.

Interruppi ogni rapporto con gli amici comuni, lasciai il giornale ed entrai nella redazione di un altro quotidiano di recente fondazione, meno accreditato ma assai promettente, disertai i locali dove avevamo trascorso molte serate e riuscii a evitare di incontrarlo per oltre un anno, fino all’inverno dell’83. D’altronde, a meno di non vivere rintanati tra casa e ufficio, a Milano può succedere che di notte le strade si incrocino.

Era un sabato sera talmente inoltrato da essere già domenica mattina, precisazione sulla misura del tempo che non interessava a nessuno. In Brera girava gente come se fosse mezzogiorno, entrai al Bar Jamaica insieme a un biondo decisamente vistoso. Lo avevo incontrato poco prima al Plastic, esuberante porto di mare in viale Umbria, decidendo abbastanza in fretta di concedergli appena quell’avanzo di notte, senza alcun beneficio del dubbio.

Moreno arrivò un poco più tardi ed era solo; ci ritrovammo uno di fronte all’altra e ci mancò il tempo di scegliere una linea strategica, dopo avere certamente immaginato quella scena, declinandola in versioni differenti. Ci risolvemmo a un reciproco “ciao! artificialmente disinvolto; mi ritrovai a esibire scioccamente il mio provvisorio compagno come se fosse un trofeo, mentre un lampo divertito attraversava lo sguardo attento di Moreno, levandomi il gusto meschino di una piccola vendetta.

Il biondo (ammesso che ne abbia conosciuto il nome, non me lo ricordo affatto) si era allontanato per andare in bagno e Moreno ne aveva approfittato per avvicinarsi.

“È il tuo nuovo fidanzato?”

“No, non ancora. Magari da domani mattina, chi lo sa”

“Ci vuole così poco?”

“Non sarebbe neanche la prima volta”.

Me ne ero andata allacciata al mio compagno improvvisato, fiera dei tacchi alti e della giacchetta in nappa color granato, con la fastidiosa sensazione di camminare a piedi nudi in mezzo a dei cocci taglienti, sbadatamente lasciati in giro.

All the young Dudes carry the news, boogaloo dudes carry the news, cantava il biondo nella notte fuori dal finestrino aperto dell’auto, intanto che piantava una formidabile grattata dimenticando di premere il pedale della frizione per cambiare marcia.  Non aveva la voce né lo stile di Ian Hunter ma era decisamente intonato, e andava bene così.

Alcune sere dopo, mentre seguivo distrattamente sullo schermo del televisore lo svolgersi di un vecchio film di cui sapevo a memoria molte battute, squillò il telefono.

“Dai, sei troppo intelligente per farti vedere in giro con uno così”

“E tu che ne sai, di com’è uno così? Non sono affari tuoi, in ogni caso”

“No, ma ti voglio bene. Te ne vorrò sempre, e non so cosa farci. Ci vediamo, una di queste sere?”

“No”

”Allora dimmi come stai”

“Benone”.

Ecco fatto, più di un anno di lavoro di incollatura meticolosa dei miei cocci più intimi raccattati da terra rischiava di essere compromesso.

Mantenni una posizione difensiva, trincerandomi dietro una serie di risposte a ridottto impiego di vocaboli e di inflessioni emotive. Moreno non si scoraggiò, seguitò a chiamare con regolarità e finii per affezionarmi a quelle conversazioni serali e a una confidenza nuova, fondata su una conoscenza pregressa eppure diversa da allora, sgravata dal peso delle aspettative.

La prima volta in cui accettai di vederlo aveva i biglietti per la prima visione del film Bianca di Nanni Morettie mi parve una ragione sufficiente per accettare.

 Dopo quell’incontro casuale al Jamaica, Moreno mi aveva rintracciata rivolgendosi a mia madre, la quale gli aveva riferito il mio indirizzo e il numero di telefono senza esitazioni. Lo aveva adorato immediatamente e per sempre, sospendendo ogni senso critico. Naturalmente, mi aveva attribuito la responsabilità della nostra separazione, senza tuttavia ritenerla definitiva. In effetti, non parlai mai dei motivi della rottura: per qualche ragione, mi rincresceva incrinare la considerazione che mia madre aveva di Moreno.

Superata una prima fase di dolorosa diffidenza, provai a collocare l’inedita versione di un legame che avevo considerato dissolto in una sorta di dimensione parallela, assegnandole la funzione di riparo e di zona di conforto. Funzionava abbastanza bene, non interferiva con le nostre rispettive scelte e assicurava un sostegno incondizionato, la bonaccia dopo (e anche durante) qualunque burrasca. In un passato recente, la cui commemorazione non doveva nemmeno sfiorare i nostri discorsi, ci eravamo dati l’uno all’altra senza riserve; questa consapevolezza produsse la sospensione di ogni accenno di pudore, sicché prendemmo a rivelarci senza reticenze e, in un certo senso, senza riguardi. Tuttavia, eravamo entrambi esageratamente critici, ogni volta che ci raccontavamo una relazione. L’assunto fondamentale, sebbene non espresso, sembrava essere che dopo la nostra storia tutto il resto fosse soltanto il goffo tentativo di replicare qualcosa che non era ripetibile.

La mattina dopo non pioveva più ma il cielo si manteneva grigio e opaco, i lampioni sulla via tardavano a spegnersi, ingannati da quella luce fiacca. Mi sembrava così strano, la colazione insieme dopo avere diviso il letto; c’era una domanda che non avevo il coraggio di fare: “E adesso?”

Moreno appariva tranquillo e a suo agio, doveva correre a casa perché nel pomeriggio aveva un volo per New York. La settimana seguente, da lì si sarebbe mosso in autobus verso Boston e poi fino a Toronto, per trattenersi con la famiglia di sua sorella fino a dopo Capodanno.

“Vedi, Ginevra, tu sei sempre capace di mettere ordine nei miei pensieri quando mi succede di sentirmi confuso”.

Si era taciuto, lo sguardo perso in un luogo e in un tempo lontani da questa giornata che pare la raffigurazione meteorologica di ogni mia incertezza.

“Ecco, io ero innamorato della tua abilità nel rendere affrontabile qualunque situazione; ma più ancora della dimensione dell’amore che provavi per me: misura talmente ampia da non poter essere definita. Nessun’altra mi ha mai amato in questo modo, nessuna mi ha fatto sentire così bene. Se solo potessi tornare indietro…”.

In fondo, lo avevo sempre saputo, anche se non avrei mai voluto sentirglielo dire con tanto crudele candore. Il rimpianto per un’azione impossibile da realizzare, come viaggiare a ritroso nel tempo, esclude conseguentemente l’eventualità di un nuovo inizio. Ci era stata assegnata  un’unica possibilità e l’avevamo sprecata; nessun effetto delle leggi di Keplero avrebbe mai potuto allinearci, ponendoci nella medesima configurazione prospettica. Che, per inciso, è sempre una condizione stupefacente ma transitoria.

Quella notte, dopo le parole e i gesti che avevano riempito la stanza di ombre destinate a impigliarsi, tenaci come ragnatele, il portentoso bilanciamento del nostro sodalizio si era frantumato, era un accomodamento perfetto ma abbiamo di nuovo rovinato tutto. Era ora di andarsene, un’altra volta.

Sono un’esperta di traslochi: ho cambiato casa ogni volta che è finita una storia durata tanto a lungo da lasciare impronte di sé in mezzo alle mie cose. Si possono far scomparire oggetti e abiti, buttare spazzolini da denti e fotografie, ma le case tengono tutto. Ogni ricordo sedimenta, occupa spazio e interferisce con la percezione del tempo, distorcendola. Non c’entra nulla l’intensità dei sentimenti, sono le abitudini a posizionare le trappole più insidiose. Allora, non resta che andarsene.

Sono stata nomade senza mai sconfinare, spostandomi da un rione all’altro della mia città e intessendo con questa un rapporto complesso, ogni zona corrispondente a una fase della mia esistenza. Così, c’è stato un periodo Sempione seguito da Porta Genova, poi San Siro e Isola, Bovisa, e infine Niguarda, via Ornato. Moreno si era sempre prestato a trasportare bracciate di abiti da un appartamento all’altro, meravigliandosi ogni volta della facilità con cui, per citare l’allegoria a cui si era affezionato, chiudevo e aprivo le porte, e brontolando per il fatto che gli toccasse imparare un itinerario nuovo, spesso neanche tanto comodo. Stavolta, però, è diverso; oltretutto, a Milano gli affitti diventano sempre più cari.

La domenica in cui ogni clausola di salvaguardia era stata trasgredita, dopo che Moreno se ne era andato (“ci vediamo presto”) mi era tornato in mente il concerto di un’estate troppo lontana, un epilogo e un prologo che si erano incrociati e sfiorati in una notte straordinaria. Avevo pensato a quel congedo muto che introduceva un’assenza irrevocabile, decidendo di andarmene con la medesima spietata teatralità. Oppure, se risulta più convincente, avevo assecondato la vigliaccheria per puro istinto di autoconservazione; io preferisco la prima interpretazione.

In meno di quindici giorni mi sono trasformata in fuggiasca, recidendo relazioni, utenze e contratti con identica efficienza. Ho preso accordi con le due riviste letterarie con le quali collaboro e grazie all’aiuto di alcune amiche fidate, che non rivelerebbero la mia nuova residenza a Moreno nemmeno sotto tortura, ho traslocato in un posto dove ero passata per caso (ma forse no, dopotutto) in estate. Mi aveva sconcertata per il caparbio isolamento e  e per l’atmosfera benevolmente sinistra, antitesi solo apparente poiché, in questo microcosmo incuneato tra mare e collina, i due caratteri conflittuali convivono perfettamente. Sembra un luogo nato per custodire segreti.

Forse sono anche stufa di una città che a tutto si adegua e non sempre con stile, dei riti che mutano riproponendo lo stesso schema, cicli alternati di corsi e ricorsi che si avvicendano, in una rappresentazione puntuale della teoria di Giambattista Vico e questa non mi pare una fase ascendente.

Addio, Milano, è stato bello, sempre e comunque:  le luci e le tenebre, i profumi e i fetori, i fracassi e i silenzi, le smargiassate e le ritrosie. Me ne vado, ma non smetterò mai di essere milanese, sai cosa voglio dire.

Rivoli d’acqua corrono veloci sui vetri, il vento sibila dagli infissi e sembra scuotere la vecchia casa dalle fondamenta, tanto che ho la sensazione di beccheggiare, neanche mi trovassi a bordo di un fragile vascello in mezzo al mare burrascoso, ma sono solo stremata. Il mare c’è, lo vedo dall’altra parte della strada; rumoreggia senza sosta e ha il suono scuro dell’oboe baritono con una misteriosa dolcezza.

È il giorno di Natale e dopo avere passato la vigilia aprendo scatoloni e sistemando cose negli armadi, in cucina e sugli scaffali della libreria, oggi ho cambiato la loro disposizione alla ricerca di un ordine che probabilmente è interiore. Se è così, ci vorrà del tempo prima che gli oggetti trovino una collocazione provvisoriamente stabile. Tenere impegnate le mani, fiaccare le membra mantenendo l’attenzione sui gesti, spostare gli oggetti da qui a là. È uno stratagemma rudimentale, eppure efficace per distogliere la mente da certi rovelli insidiosi. Intanto, dalla radio  Little Eva (che fine avrà fatto?) canta Everybody’s doing a brand new dance now, come on baby, do the Loco-motion; per pochi attimi ritorno gioiosamente a un’estate della mia adolescenza. Milano Marittima, 1962: sulla spiaggia guardavo le ragazze più grandi di me ed ero smaniosa di crescere per fare non so bene cosa. Quell’anno mi piaceva un ragazzino magro e arguto di Fornovo sul Taro, ci tenevamo per mano di nascosto e andammo avanti fino alla fine dell’inverno a scambiarci lettere sdolcinate e allegre, poi ci scordammo l’uno dell’altra senza dispiacere.

Non so se anni addietro avrei potuto apprezzare questo borgo corto e stretto, poco incline alla confidenza come i suoi scarsi abitanti, i quali per scoraggiare i turisti dal trattenersi più di qualche ora fanno a meno degli alberghi, c’è solo una pensione dall’aspetto sobriamente triste, con due stelle appese accanto all’insegna per compassione.

Il litorale è appena al di sotto del nucleo abitato, fatto di case addossate l’una all’altra per non perdersi di vista; il paese è troppo piccolo per avere una periferia che dovrebbe arrampicarsi su una parete collinare scoscesa. La distesa d’acqua schiude a un orizzonte ampio e vago, difende la sua riservatezza con una striscia ghiaiosa fatta apposta per scoraggiare i bagnanti, mentre il muretto che separa la riva dalla strada appare inadeguato a contenere le mareggiate. Forse tra questo luogo schivo e il mare esiste un antico patto di non belligeranza che, a quanto pare, continua a essere rispettato.

Sono milanese, un tempo l’indole evidentemente scontrosa di questo posto mi avrebbe dato fastidio.

Ma, come dicevo, adesso è diverso.

L’appartamento si trova al secondo e ultimo piano di una palazzina inserita in una sequenza di strette costruzioni antecedenti agli anni ’60, separate da angusti passaggi che si collegano alle vie interne.  Ha infissi e serramenti nuovi e belle porte laccate in color mandarino, anche i sanitari sono stati sostituiti; i pavimenti sono in cotto bicolore, con mattonelle più scure che formano disegni geometrici in mezzo alle stanze.

Due grandi porte finestre si aprono sulla terrazza, una nel tinello e l’altra nella cucina adiacente; camera da letto, bagno e ripostiglio sono sul lato opposto e guardano sulla via retrostante. Il proprietario mi ha spiegato di avere ristrutturato l’alloggio l’anno scorso per il figlio che si sposava, ma “alla signora non piaceva”. Così, per recuperare l’inutile esborso ha deciso di metterlo in vendita e di affittarlo nel frattempo, per non lasciarlo vuoto. Ho firmato un contratto per un anno; tuttavia, credo che non mi sposterò più da qui e mi deciderò a comprare casa. Non ho mai pensato di farlo prima, sono abituata fin dall’infanzia ad abitare in affitto, e potrebbero esserci ragioni più complicate per questa mia noncuranza. Per esempio, che nella mia storia si debba individuare un dopo dal quale il mio equilibrio si è fondato sulla transitorietà, sulla certezza che nessuna situazione si mantenga stabile a lungo. Eppure, a un certo punto maturano condizioni non più modificabili: me ne sono resa conto quando, dopo la scomparsa di mio padre, la mamma non è stata capace di essere nient’altro che un grumo di dispiacere e di rimpianto, un povero astronauta smarrito per l’eternità in uno spazio ignoto.

A un tratto, ho bisogno di un riferimento scollegato dai sentimenti, poco influenzabile dalle vicissitudini future, inalienabile. Una vecchia casa che guarda il mare potrebbe soddisfare questa esigenza.

La sera di Santo Stefano ho contemplato il risultato della mia fatica traendone una pacifica soddisfazione. Il tempo si è rabbonito, fuori dalla porta finestra del soggiorno c’è un’oscurità liquida, il chiarore soffuso della luna traspare dalle nuvole sottili, pronte ad arrendersi.

Infatti, oggi un sole sfacciato che se ne infischia dell’inverno risplende, illumina e riscalda senza riuscire a bucare la membrana invisibile che racchiude e isola (o magari protegge) questo luogo. Mi addentro a piedi per le vie interne. C’è poco da scoprire: la farmacia, un improbabile antiquario, la pensione Miramare (che guarda il muro della casa dirimpetto) e un emporio dove si vende un po’ di tutto. Entrando dalla piccola porta, accolta dal tintinnio di una garrula campanella, scopro che il locale è ampio e una parte è adibita a bar. È proprio il bancone con l’ingombrante Faema che emette sbuffi di vapore a catturare la mia attenzione, perché dietro di esso, affaccendate attorno alla macchina del caffè, scorgo due donne assolutamente identiche: alte e bionde, capelli a caschetto, piacenti senza essere propriamente belle, sulla sessantina. Sono indistinguibili e di certo avvezze alla faccia disorientata di chi le incontra, quindi fanno finta di niente e mi salutano sorridendo. Faccio colazione, compro cibo e detersivi, prendo anche un quotidiano e un paio di riviste.

Dopo qualche scambio di e belle aperte ci riconosciamo come milanesi ed è quasi una rimpatriata.

“Noi manchiamo da Milano dal ’94. Com’è, adesso?”

“Diversa, ma bella. Trovo che non abbia senso parlare di meglio o peggio, la città è il palcoscenico che ci costruiamo attorno. Per me è bella, sempre”.

Ho preso l’abitudine di bere il secondo caffè del mattino da Elda e Frida – così si chiamano le due gemelle – ed è la scusa per scambiare qualche parola. Sono conversatrici gradevoli e circospette, si tengono alla larga dalle confidenze (per esempio, non hanno chiesto cosa mi abbia portata qui, né hanno accennato alle loro ragioni) e mi piacciono anche per questo, a parte una simpatia istintiva.

“Se stasera non hai di meglio da fare, ci troviamo qui con alcuni amici per un ultimo dell’anno non convenzionale. Focaccia, salame e formaggio, vino rigorosamente rosso e niente abito elegante. Cominciamo verso le nove”.

Sono stata incerta fino all’ultimo, poi mi è venuto in mente che fra un paio di giorni Moreno rientrerà a Milano, magari ha provato a telefonarmi a un numero che ormai risulterà inattivo, o qualcosa del genere, e il pensiero di trascorrere la serata in compagnia del vento che percuote le persiane e sibila negli angoli, oscuro messaggero di chissà quale catastrofe, come in un bel racconto di Stephen King, mi è parso insopportabile.

Il mare è impegnato in un sabba infernale con il vento, c’è qualcosa di gioiosamente feroce nel suo agitarsi, è una manifestazione di potenza, un’azione dimostrativa; eviterà di spingersi alle conseguenze più estreme solo per non far cessare il divertimento. Giro l’angolo inseguita da un mulinello turbinante di foglie secche e pezzettini di carta, confidando che tutta quella furia non mi riguardi, che non stia cercando di dirmi qualcosa. Andiamo, non sono al centro dell’universo.

 La via interna che conduce all’emporio delle gemelle è più riparata, molte finestre  sono illuminate, si percepiscono profumi di cucina e brevi rumori attutiti. Davanti alla porta del negozio mi libero dell’ultima titubanza ed entro.

L’ambiente è affollato da una ventina di persone; le gemelle mi accolgono con cordialità spiccia e mi presentano agli altri ospiti. Apparentemente spaiati, con una leggera prevalenza di donne, dimostrano un’età variabile dai quaranta ai sessant’anni e sembrano affiatati o, quantomeno, avvezzi a trascorrere del tempo insieme.

“Tira vento di libeccio, pioverà ancora”, afferma allegro un signore robusto dai capelli lunghi e brizzolati, probabilmente uscito da un documentario sugli anni ’70; mi coglie il terrore che qualcuno possa tirar fuori le cartelle della tombola, nel qual caso me la darò a gambe.

Invece no, ci si rimpinza di focaccia unta e sottile, di salame e formaggio accompagnati da rossi robusti e densi alternati a vinelli più eterei, planando ad ali spiegate sui discorsi più vari ed eventuali, sospinti dalle correnti sonore della musica emessa da un anacronistico juke box AMI8, discretamente infilato  tra il banco del bar e quello del negozio, sentinella di un’immaginaria linea di confine. Che strano, nei giorni scorsi non lo avevo notato: il repertorio è decisamente eterogeneo e va dai Talking Heads alla London Philarmonic Orchestra, con in mezzo i Pooh, Mina, gli Stones e una commovente raccolta di idoli della mia giovinezza.

Mi guardo in giro cercando di leggere tra le righe di quella che mi appare sempre di più come una compagine coordinata: percepisco, carezzevole come un velo di cipria, un sentimento comune che non riesco ad afferrare. C’è un’atmosfera piacevolmente stramba, pervasa tanto dell’innocente effervescenza di una festa tra adolescenti prima del ’68, quanto della rilassata rinuncia a qualsiasi fiduciosa attesa di un cocktail party a Manhattan negli anni ’80. Comunque fuori tempo, insomma; non in ritardo ma piuttosto fuori dal tempo, nella dimensione atemporale e dunque perenne del paradigma. Siamo intrappolati all’interno della sua definizione,  o forse ne siamo protetti o, ancora, siamo noi stessi l’archetipo.

È quasi mezzanotte, siamo pronti per il brindisi profano con i calici di vino rosso. Il tipo con i capelli lunghi, un toscano che si chiama Pietro, è il  manovratore ufficiale del vecchio e glorioso AMI8; deve avere fatto molta pratica in una gioventù di cui ha conservato una certa goffaggine, perché gli viene bene. Ha buon gusto e per il passaggio all’anno nuovo ha scelto Dmitrij Sostacovic, Jazz Suite n. 2, Waltz II.

È un valzer pieno di una nostalgia pacificata e priva di rimpianto, quella che arriva dopo, dopo la passione e il dolore, quella che conforta e tiene compagnia.

Ed ecco che riesco a decifrare il sentimento che ci accomuna tutti, in questa notte di vento, di parole posate con delicatezza e di vino rosso usato come aggregante: è il sollievo di essersi sottratti a qualche circostanza avversa, la consolazione di essersela cavata, almeno per questa volta. Siamo spiriti rattoppati, ammaccati, se non proprio rotti, ciascuno si porta dietro la questione irrisolta di un fallimento e di una perdita, aleggia attorno come un’aura greve. Tutti avremmo un prima e un dopo da spiegare, e ciò che stava nel mezzo da affrontare. Basta questa consapevolezza per stabilire un patto di solidarietà. Forse un giorno ci scambieremo delle confidenze ma sarà solo un modo per tirare sera, oppure mattina. La memoria è spesso caritatevole, rimodella i ricordi aggiustandoli un poco per ammansirli, e finiamo per convincerci che in quel tempo lontano le cose siano andate proprio così: ne esce la versione rimasterizzata della nostra intera vicenda, quella che ci accompagnerà fino all’ultimo giorno.

Diverse ore più tardi, chiudiamo la nottata che ci ha appena traghettati, sani e salvi, in un altro anno, con un abbraccio collettivo e serenamente ebbro, i titoli di coda scorrono sulle note di una malinconia disposta a cedere alla speranza, c’è ancora tempo.

Usciamo sulla via silenziosa, sussurrandu per non disturbare il riposo di chi dorme riparatp dalle finestre scure. Dividiamo un tratto di cammino perdendo pessi a mano a mano che procediamo: in un borgo dall’abitato tanto ristretto siamo tutti vicini di casa, più o meno, con eguale diritto di affermare, con dissimulato sussiego, che abitiamo in centro.

La cadenza della notte è un battito lungo e lento, ora che il vento si è acquietato. Manca davvero poco all’alba, anche se fa freddo cammino avvicinandomi all’acqua che ondeggia calma, inspiro l’odore lievemente putrescente e salmastro, ascolto lo sciacquio ritmico delle piccole onde che lambiscono l’arenile. Voglio cogliere la prima luce senza la distrazione di un corpo accanto al mio, senza nessun altro significato diverso da quello semplice e ancestrale dello scorrere del tempo tra notte e giorno, all’infinito. La luce arriva quasi all’improvviso, dopo una rapida scoloritura del buio ed è morbida, rosa e poi dorata; il vento di libeccio stavolta non ha portato pioggia, mi sembra un buon auspicio.

Rimango seduta sul muretto che delimita la spiaggia, pazienza se fa freddo quasi come a Milano, alla faccia del clima rivierasco. Scorgo un cagnone nero sbucato direttamente dalla notte, sgambetta gioioso sulla ghiaia ed è rincorso da una donna vestita come uno sciatore di fondo nella quale riconosco una delle due gemelle, chissà se Elda o Frida. Mi passa davanti agitando una mano, “Buon anno”, come se non ce ne fossimo scambiati abbastanza sino a poco fa. Tira dritto senza rallentare e ne sono lieta: evidentemente, ognuna ha vuole tenere per sé questo momento, dandogli il senso che preferisce.

Entro nella quieta  bellezza di un’alba invernale carica di promesse che non so se voglio conoscere; la mia mente è una stanza meravigliosamente vuota, solo la luce pallida e il respiro del mare, in sincrono esatto con il mio. Mi allontano a malincuore da ciò che assomiglia sempre di più a un’esperienza extracorporea dal singolare effetto balsamico, ma leggermente  allarmante. Tra l’altro, ora sono davvero intirizzita; attraverso la strada e guardo la facciata di quella che dovrò abituarmi a identificare come casa mia.

Tra poco tornerai a Milano e io non ci sarò, troverai solo il mio biglietto. Potresti anche rintracciarmi, in qualche modo, eppure sono convinta che non lo farai, sai riconoscere un addio.

Bene, qui non c’è niente che possa parlarmi di te.

(Ti voglio bene. Te ne vorrò sempre, e non so cosa farci).

…Respirando più forte ti avvicini al mare

Stai piangendo

Ti entro nel cervello e ti raggiungo il cuore

Proprio in fondo al cuore, senza pudore

Per cancellare anche il più nuovo amore…

(“Respirando”, Lucio Battisti)

(