UNA BREVE VACANZA

Il giovanotto sorridente in calzoncini corti, maglietta stropicciata e sandali di gomma – c’era qualcosa di irrimediabilmente fanciullesco nel suo aspetto da giovane maschio a elevata concentrazione di testosterone – porse il braccio ma poi le afferrò la mano, per aiutarla a sbarcare dal piccolo aliscafo. Scaricò premuroso la valigia e la congedò con un accenno di inchino intrinsecamente irriverente.

“Le auguro una bellissima vacanza, signora”.

L’uomo trafelato che la raggiunse poco dopo sul minuscolo molo non valeva il cambio, pur essendo egualmente gentile; nel frattempo, Florinda aveva avuto modo di abbracciare l’isola con lo sguardo. Letteralmente, perché stava tutta in un’occhiata, se ne scorgevano i contorni. Un grumo di casette tinteggiate in colori vivaci,  in posizione centrale e lievemente dominante,   una costa bruna, qualche faraglione emergeva imperioso dal mare azzurro cupo. Poteva immaginare un identico panorama dietro le case separate da strade strette e acciottolate.

E adesso, che ci faccio qui per una settimana intera?, si era chiesta  osservando il pennacchio di fumo emesso dal vulcano di un’isola poco distante, mentre in mezzo a tutto quel mare e sotto un cielo blu porcellana provava una curiosa e spaventevole sensazione di claustrofobia. Fu presto distolta dalla fatica di arrancare su una mulattiera che attraversava l’abitato, miracolosamente dotato di un emporio e una farmacia che, come le spiegò l’amabile accompagnatore e proprietario della casa affittata per la vacanza, all’occorrenza faceva anche da pronto soccorso. Superate le case, percorsero un breve sentiero delimitato da bassi muretti a secco che s’inoltrava in una macchia mediterranea di arbusti di cisto, erica e lentisco punteggiata da rare piante di fichi e di agrumi. Sbucarono sul lato opposto dell’isola dove, a ridosso di una larga spiaggia di grossi ciottoli levigati e scuri, sorgevano poche costruzioni dai muri imbiancati a calce, parallelepipedi di dimensioni ridotte con le persiane dipinte in colori differenti, ma similmente sgargianti. Situate a una certa distanza l’una dall’altra e non sulla stessa linea, ciascuna era dotata di un largo portico affacciato sul mare e protetto ai lati da stuoie di paglia intrecciata. Florinda considerò che se quel luogo era il risultato di una speculazione immobiliare, perlomeno era stata fatta con il buon gusto di non alterare la bellezza ruvida del paesaggio rendendolo più curato e accessibile.

Il simpatico padrone di casa le spiegò quel che c’era da spiegare, la informò che, a parte altri due villini all’estremità opposta di quella sorta di complesso residenziale, gli altri erano sfitti  e, con la raccomandazione di telefonargli per qualsiasi necessità, la lasciò alla contemplazione di quel metaforico principio del mondo. Era la metà di settembre, ormai bassa stagione per un posto frequentato comunque da pochi strenui amanti della natura incontaminata e della solitudine, per lo più coppie desiderose di isolarsi o bisognose di ritrovarsi. La casa era piccola e confortevole, l’arredamento minimalista e funzionale, c’era ciò che occorreva e niente di superfluo, in perfetta sintonia con l’ambiente circostante dove tutto appariva essenziale, pericolosamente vicino alla verità nuda, irrefutabile e non manipolabile. Avvicinandosi all’acqua, Florinda si accorse che era trasparente e il colore blu cupo dipendeva dal fondale, costituito dallo stesso pietrisco lavico delle spiagge, poiché tutte le isole dell’arcipelago avevano origine vulcanica. Rimaneva la domanda che, sospesa tra acqua e cielo, s’impigliava in un alto faraglione frastagliato e rimbalzava contro le stuoie leggere, ondeggianti nel vento: ma io che ci faccio qui? Tuttavia, l’interrogativo fondamentale non riguardava tanto il futuro prossimo, ovvero l’impiego dei successivi sette giorni, quanto il passato e il susseguirsi delle vicende che l’avevano condotta fino a quel luogo.

“Bisognerà rassegnarsi, amore mio: non siamo più quelli di una volta”, aveva mormorato suo marito in una notte dello scorso inverno, dopo un amplesso frettoloso e senza trasporto.

E no, caro mio, questa pretesa simmetria è frutto di un ragionamento capzioso. Ovvio che non siamo più quelli di una volta,  la questione è quanto e come ci siamo discostati da ciò che eravamo. Vedi, io non so amare l’uomo che sei diventato abbandonando qualsiasi scrupolo e camuffamento. La mia approvazione ha smesso di interessarti, c’era il successo a darti ragione. D’altro canto, tu non sopporti di non essere amato. È la consapevolezza reciproca a fregarci, amore mio. Te lo dovrò spiegare, un giorno o l’altro. Florinda aveva dissimulato la crudezza definitiva di quella considerazione con un comprensivo e sbrigativo “ma no, è solo che hai troppi pensieri”, e non ne avevano parlato più. Certo che pensieri ne aveva, povero Emilio: i suoi turbamenti erano iniziati tre anni prima con la grande crisi finanziaria del 2008, perché di mestiere faceva l’intermediatore finanziario e si era abituato a muovere i soldi altrui con una certa spregiudicatezza. Soprattutto da quando si era avvicinato attivamente al partito politico fondato da colui che sua moglie definiva, con disprezzo palese,  “il balabiotto”, declinando in italiano il termine mutuato dal dialetto milanese “balabiott”, cioè superficiale, perdigiorno, inaffidabile. Più che un aggettivo, un giudizio morale inappellabile.

Comunque, da quella notte avevano preso a trattarsi con una nuova cortesia un poco formale, posizionandosi su traiettorie sempre più distanti e allontanandosi con discrezione dal luogo del disastro, ultima scossa di un dissesto incominciato anni addietro. Dapprima aveva scavato un solco, poi eretto una solida parete di vetro attraverso la quale ciascuno osservava distrattamente la vita dell’altro. In fondo, la loro storia era incominciata più o meno così, osservandosi attraverso una lastra di vetro.

La famiglia di Emilio occupava uno spazioso appartamento al primo piano di un edificio in piazza Piola, pesante esempio dell’eclettismo razionalista milanese del 1940, di cui genitori di Florinda furono i custodi per trent’anni. Emilio si accorse che la figlia piccola dei custodi era cresciuta nell’estate dell’80. All’epoca aveva trentaquattro anni, si occupava già di investimenti nella banca d’affari di cui il padre era socio e piroettava da una ragazza all’altra senza nessuna intenzione di accasarsi. C’era tempo; per il momento preferiva dedicarsi alla carriera e al divertimento senza impegno. Rientrava per l’appunto da una nottata piuttosto divertente, di prima mattina, giusto in tempo per farsi barba e doccia, cambiarsi d’abito e filare in banca, inseguito dagli affettuosi rimproveri degli orgogliosi genitori, fieri di quell’unico figlio brillante e di successo. Scorse Florinda sbucare su piazza Piola in calzoncini corti, canottiera e scarpette da corsa (sapeva che gareggiava in ambito dilettantistico fin da bambina), il corpo lungo e snello scintillava di sudore nel primo sole della mattinata estiva, la camminata era elastica e leggera, elegantemente energica. Restò a fissarla come un babbeo, immobile davanti al portone. A mano a mano che si avvicinava notò la bellezza singolare del suo volto, un perfetto triangolo rovesciato con il naso corto e lievemente camuso, la bocca piccole e carnosa e gli occhi del colore dell’ambra scura posti in risalto dalle sopracciglia  marcatamente arcuate. Le cedette il passo senza dire una parola; lei gli rivolse un’occhiata blandamente irridente e un “salve” che non intendeva concedere nessuna confidenza. Respirò il suo odore, aspro e dolcemente legnoso, e rimase a guardarla allontanarsi, la lunga coda di cavallo castana e ondulata oscillante come un pendolo sulla schiena dritta.

Nei giorni seguenti, gli capitò di vederla dietro la vetrata della guardiola, intenta a smistare la corrispondenza prima di collocarla nelle apposite cassette, mentre insieme alla madre, la signora Iole, distribuiva saluti agli inquilini del palazzo che andavano e venivano; tuttavia, non trovò modo di incontrarla da sola per tentare un approccio qualsiasi, eventualità a cui quella non pareva minimamente interessata. Emilio era biondo, raffinato e fascinoso, abile conversatore e misurato affabulatore; soprattutto, non era avvezzo a essere ignorato. L’indifferenza di Florinda lo mortificava, lo indispettiva e lo intrigava terribilmente.

In effetti, la ventiduenne Florinda aveva altro per la testa. Momentaneamente disoccupata e perciò di supporto in portineria, era:  però in possesso di lettera di assunzione per un impiego (il terzo, dopo il diploma in ragioneria)  nella contabilità di un’importante azienda chimica. Avrebbe iniziato il 15 novembre perché sostituiva un pensionamento; dunque, poteva volare a New York per l’undicesima edizione della New York City Marathon.  “Dai, che siamo pronti per la maratona di New York!” La deliberata esagerazione, una citazione ispirazionale adottata dai compagni del gruppetto di atletica di cui faceva parte Florinda, alla vigilia di una competizione regionale, nelle mani di un preparatore audace ed entusiasta come e quanto i ragazzi che allenava era diventato un progetto. L’uomo aveva parenti emigrati a New York nel secondo dopoguerra e contatti con alcune associazioni sportive locali; nel giro di poche settimane aveva illustrato ai suoi increduli atleti un programma:

“I cinque maratoneti partiranno con me il 15 ottobre, così avremo tempo per allenarci in città. La maratona si svolgerà il 26 e per la prima volta il percorso non si limiterà ad attraversare cinque distretti, come nelle edizioni precedenti, sempre su 42 chilometri e rotti. A New York in ottobre potrebbe fare più freddo che a Milano, dieci giorni ci servono per acclimatarci”.

I cinque maratoneti lo fissavano stupefatti e anche scettici, poiché nessuno di loro poteva permettersi una lunga vacanza a New York, ma Giacinto Fornara, che lo sapeva benissimo, aveva una soluzione. Ex atleta abbastanza dotato da partecipare a vari campionati nazionali, era passato dalla duecento metri piani ai trecento metri siepi per allungarsi fino alla maratona, sempre rincorrendo una medaglia che non era mai riuscito ad acchiappare. A cinquantacinque anni non sognava più la gloria ma non riusciva a smettere di correre, e allenava ragazzi appassionati ma con pochi soldi, pagando a volte di tasca propria le iscrizioni alle gare.

“Dell’alloggio non dovrete preoccuparvi; i miei parenti hanno amici disposti ad accogliere ognuno un ospite: sono brave persone, famiglie numerose ma credo che vi saprete adattare. Il costo dell’iscrizione è di pochi dollari; per i voli, Don Erminio si è offerto di organizzare una colletta nelle prossime domeniche e di trovarvi qualche lavoretto retribuito, visto che siete tutti e cinque a casa a fare un cazzo. Nel frattempo, una mia cara amica che lavora in un’agenzia di viaggi si darà da fare per i visti e per trovare i voli più economici”.

Sulle facce dei  ragazzi si era stampato il sorriso un poco ebete di chi sta sognando a occhi aperti, e il Fornara ritenne di poter chiudere il discorso: “…siamo ai primi di giugno, pensateci pure con calma durante l’allenamento e al termine mi dite se ci state”.

La maratona di New York. New York, l’America nel 1980 per la figlia dei portinai di Piazza Piola, la figlia dei fruttivendoli del mercato rionale di Lambrate e i figli di tre operai di viale Argonne, Piazzale Susa e via San Faustino. Non avevano bisogno di sudare due ore, sotto il sole di una domenica pomeriggio di giugno che sembrava già estate per decidere che almeno un sogno doveva diventare una storia da ricordare, quell’anno che andai a New York per correre la maratona.

Florinda e i compagni, con l’inflessibile regia del Fornara, consumarono l’estate correndo dentro il caldo afoso che arroventa e rammollisce l’asfalto delle vie milanesi. Consegnarono spesa e pasti a domicilio, distribuirono volantini pubblicitari e portarono a spasso cani; soprattutto, si allenarono  spinti dalla determinazione e dalla fede. Non nel senso che sperava Don Erminio, ma tramutare una fantasticheria in un’aspirazione e impegnarsi per realizzarla concretamente è un’esperienza che attraversa delle fasi mistiche: specialmente se implica passare di corsa da Città Studi, Lambrate e l’Ortica nella canicola meneghina, ogni santo giorno.

“Ma il figlio dei Villa, l’Emilio: ti sei accorta che ti guarda con l’occhio languido ogni volta che passa di qua?”, disse un giorno la signora Iole rivolta alla figlia. “Emilio chi?”, replicò distrattamente Florinda, seguitando a sfogliare un opuscolo dedicato alla Maratona di New York.

E alla fine partirono imbarcandosi su un volo che avrebbe fatto un paio di scali, era quello che costava meno. Don Erminio era riuscito a finanziare l’intero costo dei biglietti grazie alla forza persuasiva con cui aveva convinto i generosi parrocchiani che aiutare i ragazzi in quell’impresa era un preciso dovere morale. In cambio, i ragazzi si erano impegnati a gareggiare indossando le magliette con la scritta in caratteri cubitali e purpurei Parrocchia di San Giovanni in Laterano – Via Pinturicchio – Milano, ma avevano promesso incrociando le dita dietro la schiena perché non ne avevano nessuna intenzione.  

Giunsero a New York in un  pomeriggio grigio e freddo, frastornati da un viaggio interminabile e furono accolti da un cugino del Fornara, il quale li caricò su uno scalcagnato pulmino e li subissò di chiacchiere. Fecero un giro per la città, intimiditi dall’ampiezza delle strade e delle piazze, dalle dimensioni delle auto, dall’altezza dei grattacieli ma, più in generale, da un paesaggio ignoto e mirabolante. Eppure, venivano da Milano, mica da un paesetto di provincia: però, era appunto così che sembrava la loro città, rispetto al luogo in cui erano stati catapultati per effetto di un miracolo (visto che c’era di mezzo un prete). La mattina dopo avrebbero incominciato a correre in mezzo a quelle strade e alla gente che andava di corsa – come a Milano – individuando dei punti di riferimento e prendendo un poco di confidenza con la toponomastica si sarebbero sentiti meno estranei. Verso sera, ognuno fu accompagnato presso la famiglia ospitante; il Fornara li congedò con il discorso motivazionale che sarebbe divenuto il mantra di quelle giornate straordinarie: “Tenete sempre a mente che qui non correte per vincere, ma per tagliare il traguardo con un tempo dignitoso. Però, correte come se poteste vincere”.

A Florinda toccò la famiglia Lauriola, gente originaria di Manfredonia che risiedeva in Eldridge Street, in uno dei tanti complessi di edilizia popolare risalenti all’inizio del XIX secolo nel Lower East Side, vicino all’East River. Il signor Michele gestiva un negozietto di barbiere a Brooklin e la signora Lena faceva la sarta in casa; entrambi potevano contare su di un afflusso costante e sufficiente di clienti, per lo più gli stessi da molto tempo. Si rivelarono subito cordiali ed espansivi; benché si trovassero negli Stato Uniti dal ’55, in casa parlavano italiano: sia i genitori che i figli, nonostante tre di loro fossero nati a New York. Solo il maggiore era nato nel ’50 a Manfredonia ed era anche l’unico che non vivesse in famiglia. Arrivò per cena e il padre lo presentò come il figlio randagio, quello che ogni tanto si ricorda di avere una casa e una famiglia a New York, e  allora torna. La definizione non conteneva alcuna polemica recriminatoria, rappresentava la sintesi onesta di una relazione famigliare che si reggeva su un proprio equilibrio. Alto e longilineo, il fisico irrobustito da uno stile di vita che non si poteve immaginare sedentario, il figlio randagio esibiva una lunga chioma castana, crini dritti e grossi pettinati all’indietro, a scoprire la fronte alta. Il volto presentava i medesimi tratti spigolosi della signora Lena ma definiti in maniera più armoniosa, gli identici occhi distanziati di un verde talmente trasparente da conferire un’espressione lievemente stralunata. Dalla madre aveva anche ereditato i modi affabili e il sorriso gentile, appena accennato.   

Nel corso della cena, lunga e festosa, Florinda scoprì che Filippo era stato agricoltore in Ohio e nel Montana, stalliere in allevamenti di cavalli e mandriano tra i bovini in Oklahoma e in Texas, cameriere e musicista in alcune road house lungo la Route 66, tra Arizona e New Mexico, buttafuori in un casinò a Las Vegas, venditore di auto usate a San Diego e bagnino a Santa Monica.

A un certo punto della serata, la signora Lena aveva rivolto al figlio uno sguardo traboccante indulgente sconforto; poi, chinandosi verso Florinda che le sedeva accanto aveva bisbigliato, in tono confidenziale: “Di tutti i miei figli, Filippo sembra quello riuscito meglio. Invece, mi è venuto un po’ storto”. Di fronte all’espressione perplessa della ragazza aveva ribattuto: “È storto. Te ne accorgerai…”. Perché sapeva già cosa sarebbe accaduto: era così evidente, fin da quella prima sera. Nella piccola stanza che le avevano riservato, mentre Filippo si era sistemato sul divano nel soggiorno, Florinda cercò inutilmente di concentrarsi sulla maratona e di prendere sonno, non riuscendo a fare né l’una né l’altra cosa. Diede la colpa al fuso orario. La mattina dopo corse con foga rabbiosa: fece un ottimo tempo ma il Fornara non era soddisfatto. “Stai correndo solo con le gambe, devi metterci anche la testa. Altrimenti, finirai per scoppiare anzitempo e all’improvviso”. Cercò di dargli ascolto e il pomeriggio andò meglio; eppure, Florinda aveva la bizzarra impressione di correre molto veloce, ma nella direzione sbagliata.

La sera successiva, Filippo la portò nei locali più underground del Lower East Side, compreso il celeberrimo CBGB in Bowery Street “…anche se”, commentò Filippo, “negli anni ‘70 qui suonavano, ultimamente fanno troppo fracasso”.

Più tardi, tenendola per mano mentre passeggiavano lungo l’East River, spiegò di avere lasciato New York a 18 anni perché voleva vedere un’altra America: in dodici anni, seguendo un istintivo itinerario interiore sempre modificabile, aveva percorso miglia su miglia spostandosi in treno, in bus e in autostop, confrontando paesaggi e persone profondamente differenti, imbattendosi più spesso in gente interessante che in gente noiosa e correndo talvolta qualche rischio. Viaggiando aveva scoperto di non volere stare fermo a lungo in nessun posto; non perché non gliene piacesse neanche uno; al contrario, perché ne poteva amare tanti. Nei suoi racconti Florinda intuì la stessa irrequietezza che la spingeva a precipitarsi verso una meta non sempre così netta; capì anche che si muoveva dentro orizzonti più ampi e indefiniti di quanto lei avrebbe mai potuto sopportare. Si persuase anche che Filippo potesse condividere i momenti di stasi, le sue migrazioni, invece, dovevano necessariamente rimanere solitarie. Cionondimeno, se ne innamorò subito, lo amò con la bramosia gioiosa delle provvisorietà non differibile, buona per costruire un ricordo indelebile, l’anno in cui corsi la maratona di New York e amai per tutto il tempo, solo per quel tempo, uno un po’ storto.

E furono giorni frenetici, su e giù dal Manhattan Bridge incrociando individui di ogni età e di molteplici etnie impegnati nella mdesima preparazione   (i partecipanti alla competizione furono più di 12.000), ognuno pronto a reclamare il suo ritaglio di gloria. La sera, invece, Florinda usciva con Filippo e il più delle volte dormivano nella mansarda gentilmente messa a disposizione da un suo amico, fuori città fino alla fine del mese. I Lauriola, con quattro figli maschi ormai fuori dall’adolescenza, non erano abituati a preoccuparsi di chi rientrava a dormire e chi no, e nell’80 da quelle parti la rivoluzione sessuale si era compiuta da un pezzo. In una di quelle notti, il lucernario sopra le loro teste incorniciava una luna sfacciata, contro la quale a un certo punto si stagliò l’ombra lunga di un grosso gatto che passeggiava sul tetto, presenza invisibile e quasi magica.

“E tu perché corri, Florinda?”

La domanda era precipitata con un tonfo molle dentro il silenzio confortevole e avvolgente, aprendo un varco. Era una questione che Florinda evitava da tempo di approfondire, ma provò a organizzare in una riflessione ponderata frammenti di pensieri e sensazioni. La sintesi più semplice era “perché mia sorella si è sposata incinta a 17 anni con un bravo ragazzo che sposta cassette di verdura ai Mercati Generali, e difficilmente potrà aspirare ad altro” ma, naturalmente, era un po’ più complicato di così. Tentò di descrivere la pressione dei suoi, impegnati a fornirle gli strumenti per sfuggire a un destino simile a quello della sorella, nata dieci anni prima di lei, sicché la incitavano a primeggiare in qualsiasi cosa facesse. Fu la prima della classe dall’inizio delle elementari all’ultimo anno di ragioneria, il che le guadagnò l’apprezzamento dei docenti ma non la rese tanto popolare tra i compagni di classe. Allora incominciò a correre: una sorta di fuga simbolica che finì presto per riprodurre lo schema in cui si sentiva intrappolata, ovvero la necessità inderogabile di essere la più brava.

“E così corri senza arrivare mai da nessuna parte”, commentò Filippo il quale, al contrario, era un esperto scardinatore di schemi.

Prima o poi ciascuno si imbatte nella propria epifania; a molti accade anzi più di una volta nella vita. Per Florinda quel momento si manifestò il 26 di ottobre del 1980, nel bel mezzo di una maratona complicata da temperature insolitamente rigide e da violente raffiche di vento. Lo statunitense Alberto Salazar aveva già tagliato il traguardo con un tempo di 2h 09’41’’, mancavano pochi chilometri all’arrivo; Florinda si voltò per controllare se ci fosse qualcuno della sua squadra. Tra di loro era la prima, come sempre. Stava arrivando Lele, l’eterno secondo, uno che aveva incominciato a correre sin da piccolo per sfuggire alle botte di un padre violento. Magro e nervoso, dotato di lunghe leve potenti, non aveva ancora imparato a coordinare gambe, braccia e respirazione per imprimere al corpo la velocità massima senza stancarsi troppo presto, così il più delle volte crollava verso la fine della gara. Florinda riconobbe la sofferenza sul suo volto contratto e decise di cambiare il finale della sua rappresentazione: via, fuori da quel recinto, e finalmente tutto quel correre controvento avrebbe avuto un significato. Simulò una storta, si accasciò a terra massaggiandosi una caviglia sanissima. Lele la raggiunse in pochi minuti, le si fermò accanto e, correndo sul posto per non perdere fiato e ritmo  le chiese se avesse bisogno di aiuto. Lo rassicurò e gli intimò di proseguire la corsa; si rialzò poco dopo e mantenne una certa distanza dal compagno per non essere tentata di sorpassarlo. Arrivò pochi minuti dopo di lui, si abbracciarono e improvvisarono un goffo ballo avvinghiati come due innamorati, che suscitò l’ilarità e gli applausi degli astanti, Avevano realizzato un tempo che li poneva tra i primi cento, risultato più che onorevole.

“Ma si può sapere cos’è successo oggi?”, le chiese più tardi il Fornara. “Niente: si vede che è arrivato il momento di Lele”, rispose; quello capì al volo e non fece commenti.

Ancora una notte e un giorno e la breve, magnifica vacanza sarebbe terminata; il momento dei saluti con i suoi generosi ospiti fu malinconicamente festoso, come quando si guardano scorrere i titoli di coda di un film, finisce una bella storia che non si ha facoltà di prolungare ma solo di ricordare. Filippo e Florinda si scambiarono la sola promessa che sapevano di poter mantenere, chiusi nell’ultimo abbraccio, poche parole bisbigliate simultaneamente: “Non ti dimenticherò mai”.

Ripensando a Filippo, anche molti anni dopo, Florinda si rigirava nella mente la strofa di una vecchia e cara canzone dell’Equipe 84, chissà dove sei, cosa fai, con chi sei. Non frequentava nessun Ristorante di Alice, dove una seggiola vuota avrebbe raccontato la fine di un amore ma, in un certo senso, quel posto vuoto se lo portava dietro, ovunque andasse. Eppure, paradossalmente, il ricordo di Filippo (sono stata capace di essere anche quella persona là), mai virato nel rimpianto,  l’avrebbe aiutata ad adattarsi a una realtà non del tutto soddisfacente, e anche a covare la facoltà di una ribellione che un giorno o l’altro avrebbe cambiato ogni cosa.

Quando tornò a Milano, sua madre le riferì che un giorno Emilio si era azzardato a bussare al vetro della portineria per chiedere sue notizie, dato che non la vedeva da diversi giorni. La sua espressione era così afflitta e l’intera persona appariva talmente affranta, raccontò la madre, che quel ragazzo antipatico e spocchioso come il resto della famiglia, compresa la domestica, le aveva fatto un po’ compassione. Dunque, gli aveva risposto con gentilezza “è a New York per una breve vacanza. Sa, partecipa ala Maratona con il suo gruppo del Centro di Atletica”. Fu la prima volta in cui Filippo temette di avere perduto  Florinda, e non fu certo l’unica.

Sul finire del primo giorno sull’isola, Florinda alzò il tozzo bicchiere quadrato ricolmo di un bianco insidioso, omaggio del cordiale padrone di casa. “Alla mia salute”, dichiarò al sole ammiccante dietro una nuvolaglia rosata, davanti a un tramonto che grondava rosso e arancio, pennellate pesanti che parevano gocciolare nell’acqua scura e sfavillante di bagliori incendiari. La nota del mare si faceva lenta e greve assestandosi in un ritmo ancestrale, preludio di una notte di solitudine assoluta e benevola, persino necessaria. Cullata da una magnifica sensazione di sospensione, adatta alle retrospezioni più schiette e alle meditazioni più coraggiose, provò a rammentare cosa l’avesse persuasa a cedere alla garbata insistenza di Emilio nell’inverno dell’80. Dapprima fu il tentativo di superare un fastidioso senso di vuoto, quasi di smarrimento. Emilio era divertente e premuroso; di sicuro, si lasciò attrarre dalla sua determinazione, così lontana dall’affascinante inafferrabilità di Filippo. Le piaceva, apprezzava la sua compagnia e ammirava la tranquilla risolutezza, derivante in proporzioni non calcolabili dalla maturità, dal successo personale e dalla posizione sociale attribuita dalla sorte. Se ne innamorò con una certa avarizia di emozioni e considerò che ciò avrebbe favorito un sentimento più profondo e durevole. Si sposarono un anno dopo facendo a meno dell’entusiasmo delle rispettive famiglie, egualmente diffidenti nei confronti di quell’unione anche se per ragioni opposte. Florinda non lasciò il suo impiego nemmeno quando nacque l’unico figlio, così come non rinunciò a correre, benché non gareggiasse più. All’inizio dell’82, il Fornara aveva avuto un infarto mentre si allenava di primo mattino al Parco Lambro. Si era rimesso bene e in tempi piuttosto rapidi ma gli rimase appiccicata addosso la paura strisciante  che scaturisce dalla consapevolezza della fragilità del corpo e della caducità dell’esistenza, e non fu più lo stesso. In breve, anche il gruppo dei maratoneti si era dissolto, ognuno impegnato a rincorrere la propria vita adulta.

Florinda si era convinta che la stabilità affettiva derivante dal matrimonio con Emilio avrebbe risolto l’irrequietezza e lo scontento sottile che la inducevano a correre ponendosi dei traguardi fittizi; fu così fintanto che il figlio assorbì gran parte dell sue attenzioni. L’infanzia di Gabriele coincise con il periodo dell’ascesa professionale di Emilio. Apprezzato per le sue competenze, per l’inttuito e per l’audacia di alcune operazioni proficue, si dedicò alla paziente tessitura di una rete di conoscenze che dopo la metà degli anni ’90 lo avvicinò alla politica,  senza che ciò lo distogliesse dalla sua attività, anzi, incrementando le opportunità proprio grazie alle relazioni utili e a certe informazioni talmente tempestive da apparire talvolta predittive. Superata la fase affannosa dell’impegno materno sommato a quello lavorativo e domestico, Florinda si ritrovò a osservare con maggiore attenzione l’uomo che aveva sposato.  Si erano frequentati poco, negli ultimi anni, lui sovente a Roma o altrove e lei nel bell’appartamento in piazza Piemonte con il figlio Gabriele e l’invisibile signora Delia, che due volte alla settimana passava a pulire casa e a stirare. Accompagnando Emilio  in certe occasioni opportunisticamente mondane, Florinda ebbe modo di scoprire una sfaccettatura fino a quel momento sospettata trasversalmente, tralasciandone la definizione esatta: un tratto da manipolatore, guidato da una spregiudicatezza freddamente scaltra e anche coscientemente disposto a essere usato, se ciò poteva avere un ritorno economico o di prestigio. Non le piacque, così come disprezzò subito l’ambiente in cui suo marito si muoveva e l’uso disinvolto delle decisioni politiche per perseguire i propri interessi e quelli di pochi altri omologhi.

Così, ricominciò a correre: non la corsetta occasionale ma un impeto che la spingeva a un’andatura sempre più veloce, una fuga e una tensione verso una meta, le due cose si confondevano e sovrapponevano. Fammi capire bene, stai pensando di chiedere il divorzio per divergenze politiche?, si chiese polverizzando chilometri dentro un’alba fredda, Milano ancora mezza addormentata, in un soliloquio che generò sbuffi di fiato biancastro nell’aria pungente. Nottambuli in cerca della strada di casa, battone, netturbini, giornalai e poveri cristi a vario titolo, pochi viandanti frettolosi e indifferenti tra i quali – attraverso i quali – passava senza rallentare; poteva esternare il malessere che dissimulava ogni sera dietro un sorriso e un’apparente distrazione. Comunque, no, o forse sì; di nuovo, era un po’ più complicato di così. Lo scollamento iniziato anni addietro era stato graduale e degenerativo, a mano a mano che Florinda acquisiva coscienza della difformità dei valori etici che regolavano i reciproci comportamenti, e tali discordanze affioravano anche durante i confronti con Emilio sugli argomenti più banali. Persino verso il suo mestiere nutriva una  diffidenza di carattere morale, ritenendo che implicasse il ricorso a raffinati magheggi volti a turlupinare il prossimo e aggirare la legge. Era consapevole che la valutazione non potesse estendersi all’intera categoria degli intermediatori finanziari, ma certo valeva per suo marito.

Rimaneva l’amore per il figlio a mantenere in vita un sentimento logorato eppure resistente, le consuetudini e l’inspiegabile caparbietà dei loro corpi, capaci di riconoscersi in qualunque buio e di continuare ad amarsi, a dispetto di ogni disincanto. Fino a quella notte d’inverno del 2010 quando anche l’alchimia provvisoria dei sensi aveva smesso di funzionare.

Nei mesi che seguirono, mentre molti tra i suoi sodali politici seguitavano a ballare reggendo l’ultima coppa di champagne sul ponte metaforico di una nave che affondava sul serio, Emilio si affannava a sistemare situazioni, interrompere contatti e ridimensionare relazioni consolidandone altre. Florinda osservava la sua insolita frenesia, di cui intuiva le ragioni, con una commistione di distacco e di compassione, benché gli attribuisse la responsabilità della sua condizione attuale.

Quell’estate le vacanze non erano nemmeno state oggetto di conversazione; Florinda dapprima programmò di fare visita a Gabriele, il quale si era trasferito a Tokio nella primavera appena trascorsa, ma l’idea di passare del tempo con la sua glaciale compagna giapponese la scoraggiò. Un’amica le aveva parlato con entusiasmo di un’isola appartata,  mostrandole molte foto che ne illustravano le singolari caratteristiche e aveva prenotato per settembre, nel periodo in cui ricorreva il trentesimo anniversario di matrimonio. C’era stato di certo un momento in cui aveva preso in considerazione la possibilità che il disastro che stava rischiando di travolgere suo marito, costringendolo a cambiare i piani per il futuro che ancora gli rimaneva, avrebbe potuto disintossicarlo da anni di spregiudicatezza, di cinismo e di azioni ai limiti della legalità. Come se tutto ciò si fosse depositato in superfice, senza corrompere la sua essenza più intima,  e potesse quindi essere lavato via.

“Parti con me, sarà una breve vacanza che ti servirà per tirare il fiato”, gli aveva proposto annunciandogli quel viaggio e pentendosi già prima di finire la frase. Lui l’aveva guardata a lungo senza rispondere; lei aveva fatto un gesto con la mano, come per scacciare un insetto molesto. “Ma no, lascia stare, hai altro di cui preoccuparti”, ed Emilio era rimasto a guardarla mentre usciva dalla stanza, turbato dal dubbio che avrebbe potuto perdere anche lei, insieme ad altre cose che reputava più rilevanti. Florinda aveva lasciato Milano proprio mentre la percezione del dissesto imminente del Paese era più che mai tangibile e si accompagnava alla certezza di una catastrofe personale non più negabile.

La prima notte sull’isolaFlorinda scivolò dentro un sonno imperturbabile sulle due note reiterate delle onde che si infrangevano sulla spiaggia e subito rifluivano nel mare con un risucchio lieve. Si svegliò quando una lama di luce tiepida le sfiorò il viso, mentre le pale del grande ventilatore posto sopra il letto smuovevano particelle rilucenti di pulviscolo. Non percepì alcun rumore riconducibile alla presenza umana, solo lo sciacquio di onde basse e brevi sui ciottoli della riva e il garrito dei gabbiani in lontananza, o di qualche altra specie ornitologica. Dopo colazione fece una lunga corsa spinta da uno slancio che non sperimentava da tempo; scoprì che poteva quasi circumnavigare l’isola e riaffiorò l’antica convinzione di muoversi senza mai arrivare da nessuna parte o, meglio, ritrovandosi sempre al punto di partenza. Più tardi, seduta all’ombra del portico, si appassionava alle vicende di Ida Ramundo e delle altre figure che popolano La Storia di Elsa Morante, rifuggendo a una riflessione che avrebbe potuto rappresentare il senso vero dell’approdo in quel luogo estraneo, disposto a tollerare la sua presenza senza avere nessuna intenzione di accoglierla. Più avanti, magari, pensò cedendo a una pigrizia piacevolmente soverchiante. Si riscosse allorché scorse una figura umana che stava emergendo dall’acqua, proprio davanti a lei. Ne prese atto senza allarme, incuriosita dalla presenza di un esemplare appartenente alla sua stessa specie. In un primo momento lo scambiò per il giovanotto dell’aliscafo, stessa corporatura atletica, identica postura gioiosamente spavalda, poi considerò che si stava infilando nell’età in cui i giovani maschi finiscono per essere catalogati grossolanamente in non più di tre o quattro tipi morfologici: costui era del tipo mediterraneo longilineo, nel complesso piuttosto piacevole. Camminava verso la riva scrollandosi di dosso l’acqua con una serie di energici scuotimenti perfettamente controllati, una sequenza di gesti vigorosamente fluidi: sembrava la rappresentazione di una danza tribale. La carnagione era scura come  capelli, una matassa voluminosa di ricci talmente fitti che le goccioline d’acqua brillavano scivolando sulla superficie, apparentemente senza bagnare la capigliatura.  Florinda valutò che dovesse essere più giovane di suo figlio, che pure seguitava a considerare un ragazzo mentre questo le sembrava senz’altro un uomo adulto ma, d’altronde, non lo stava guardando da una prospettiva materna. Lo sconosciuto l’aveva raggiunta, sorriso sfrontato, sguardo curioso e il corpo grande che imponeva la sua presenza occupando tutta la visuale: “La sorte ha avuto pietà di me. Finalmente un altro essere umano in questa magnifica desolazione, oltre ai due vicini di casa che se ne stanno tutto il tempo appallottolati sotto il portico, assorti in pratiche che richiederebbero un po’ più di riservatezza. Raoul, piacere”, disse posando l’accento sull’ultima sillaba  con una cantilena melodiosa nella voce dal timbro fondo e un po’ sporco da cantante di blues. Parlava un buon italiano, l’inflessione e i tratti somatici ne denotavano l’origine ispanica. In effetti veniva dalla provincia di Cienfuegos, nel sud di Cuba, viveva vicino a Bologna, dove la sua famiglia si era trasferita nel 2005 e frequentava il quarto anno di Medicina all’Alma Mater.  Florinda lo soppesò attentamente: lui lasciò fare, come se vi fosse abituato. “Ho ventidue anni, però sembro un po’ più grande, è sempre stato così. Invecchierò prima”, concluse senza mostrare di crucciarsene.

Il pomeriggio era ancora lungo, uno spazio vuoto che era meglio riempire di parole lievi, anziché di pensieri vecchi e avvitati tenacemente,  refrattari a un’interpretazione puntuale e inutili ai fini di una qualsiasi risoluzione. Malgrado la giovane età, Raoul aveva molte storie da raccontare, quasi tutte ambientate sulla sua isola, e l’abilità di un narratore esperto. Cercava i termini più adatti, modulava la voce mettendoci enfasi, nostalgia, amarezza o comicità, la cadenza dolce che si stava già impastando con il ritmo musicale, aperto e allungato della parlata bolognese con un risultato bizzarramente armonioso. Si salutarono verso sera con una stretta di mano esitante, ciascuno fingendo di avere altri impegni, “ci vediamo in giro”: inevitabile, in quel posto.

E in effetti si incontrarono la mattina dopo mentre correvano in direzioni opposte sulla spiaggia. Lui invertì il senso di marcia, scambiarono qualche parola sincronizzando senza sforzo l’andatura. Più tardi, si buttarono nell’acqua mossa da piccole onde spumose nuotando appaiati e riposarono galleggiando senza peso, i corpi che di tanto in tanto si sfioravano, avvicinamenti casuali e innocenti.

“Ti vedi con qualcuno, stasera?”, chiese Raoul serissimo, dopo avere passato gran parte del pomeriggio a raccontarle del suo nonno paterno, poeta disoccupato che viveva alterne fortune come autore di canzoni, un simpatico fanfarone che sapeva inventare storie avventurose dalla trama intricata che finivano quasi sempre bene. Nel’99, quando aveva dieci anni, lo trascinò a L’Avana per vedere al cinema il documentario di Wim Wenders dedicato ai  Buena Vista Social Club, gruppo leggendario che il nonno adorava. Dato che era una co-produzione cubana di cui le autorità andavano molto fere, lo avrebbero trasmesso anche sulla televisione di Stato, ma il nonno pretese la prima cinematografica alla quale si commosse e applaudì come tanti altri e fu un pomeriggio memorabile.

Florinda aveva il dubbio che non tutte le situazioni straordinarie  descritte da Raoul fossero completamente veritiere ma certo erano ben costruite, la narrazione era avvincente e, probabilmente, Raoul assomigliava un poco al nonno paterno. 

Le giornate sull’isola si avvicendarono con un singolare andamento dilatato eppure fulmineo, saldamente piazzato in una zona franca dove era libera di interpretare il ruolo che più le piaceva, per un tempo predefinito.

“Cosa ci fai da solo in un posto come questo, alla tua età? Vacanza premio vinta con le patatine o scelta incauta?”

Raoul rise, prese tempo cincischiando una manciara di ciottli neri e lisci.

“Scelta consapevole. Una storia finita male, il bisogno di raccogliere i cocci in un posto lontano, senza distrazioni. Piuttosto banale, no?”

Non fu il preludio di altre confidenze, non  erano interessati a quel tipo di conoscenza. Attraversarono il resto del tempo riempiendo quello spazio vuoto e pulito con i gesti di una seduzione riluttante a raggiungere un congiungimento: non avrebbe rappresentato un inizio ma solo la fine di un’affascinante schermaglia. Era un gioco ingenuo e sapiente che improvvisava regole per infrangerle, in equilibrio sul filo di parole per raccontare senza rivelare le persone che erano realmente, ma da un’altra parte. Allora, Florinda riuscì a osservare la sua intera esistenza da un punto di vista talmente distante da poterla guardare con occhi estranei, evitando tranelli emotivi e distorsioni della realtà per effetto del ricordo o del residuo di un sentimento. Era tutto così chiaro, infine. A un certo punto – mancava poco alla conclusione di quella breve vacanza – si domandò se non avesse bisogno dell’emozione di un altro corpo, sconosciuto e irrilevante, e del peso di un deliberato tradimento per recidere un legame che ormai si aggrappava alla gabbia rassicurante delle consuetudini. La sera prima della partenza, seduta sulla spiaggia respirava la vicinanza di quel ragazzo che poteva essere suo figlio, ma non lo era, mentre dicevano sciocchezze sulla luna tonda e piena appesa sopra il mare quieto. Si addormentarono molto più tardi, adagiati sulle amache affiancate sotto al portico della casa di Florinda. Un bacio affettuosamente casto, parole sempre più rallentate dondolavano in sincrono con i comodi giacigli sospesi dentro la notte luminosa  (libero com’ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori, come faceva quella canzone di Samuele Bersani?), finché le mani allacciate non furono disunite con delicatezza dal sopraggiungere del sonno.

Dopo la metà di settembre a Milano l’estate  se n’era andata con la medesima fretta delle rondini a fine stagione. Il cielo, tinto in vari toni di grigio, era una metafora perfetta della tempesta innescata dall’inarrestabile innalzamento dello spread, argomento che ormai occupava molto spazio non solo sulla stampa e nei notiziari televisivi ma anche nelle conversazioni quotidiane tra i cittadini i quali, finalmente, capivano quanto ciò li riguardasse.

Florinda trovò Emilio in un insolito stato di agitazione febbrile. Le spiegò che qualche giorno prima la Guardia di Finanza aveva fatto irruzione negli uffici della banca d’affari, per effetto di ripetute segnalazioni della Consob in merito a diverse operazioni che aveva definito “opache”, con un evidente eufemismo. Avevano perquisito anche la casa e messo i sigilli alla stanza che Emilio usava come ufficio, sebbene per il momento non ci fossero notizie di reato.

“Io ho preso da tempo le mie precauzioni e me la caverò con qualche seccatura, tu sei sempre stata estranea ai miei affari e puoi stare Tranquilla. Ho fatto bene a dimettermi da sottosegretario l’anno scorso; questo governo sarà mandato a casa presto e a calci nel sedere. Sai, mi sei mancata, anche se è stata solo una breve vacanza. Quando questo casino si placherà, lasceremo la città e ce ne andremo…da qualsiasi altra parte, che ne dici?”, concluse Emilio troppo in fretta, pressato da un’urgenza drammaticamente  tardiva. Intanto che parlava con crescente affanno stringendo in un goffo abbraccio il corpo indifferente di sua moglie, cercava di non ascoltare il rumore che gli ronzava in testa, sempre più fragoroso. Assomigliava al suono oscuro che deve produrre una valanga mentre precipita a valle, diventando via via più grossa e distruttiva. Guardò il viso bello e sereno di Florinda, il perfetto triangolo rovesciato di cui si era subito infatuato un mattino di un’estate lontana. L’aveva persa, stavolta per davvero, non era stata solo una breve vacanza. Mentre formulava tale deduzione dolorosa si rese conto che non era nemmeno così: in realtà,  non l’aveva mai avuta. Era stato tutto un equivoco, un terribile e magnifico fraintendimento.

Florinda si scostò con garbo imbarazzato, pensò al figlio ormai adulto e lontano e alla casa in cui viveva da tanti anni, che le era sempre sembrata inutilmente grande e pretenziosa. Considerò che non c’era nulla che desiderasse portare con sé, a parte i suoi abiti e nemmeno tutti.  Presente e futuro stavano dentro un paio di bauli, il passato giaceva nella memoria.

Emilio stava dicendo ancora qualcosa  – …momenti complicati…restare uniti…il futuro di nostro fIglio… – ma Florinda aveva smesso di ascoltarlo. Un paio di bauli, una casa nuova, l’avvocato,  questo aspetto sarebbe stato fastidioso,  poteva semplificarlo rinunciando a qualsiasi pretesa. Tornare a uno stile di vita modesto non le dispiaceva, anzi, lo trovava più congeniale. Finalmente, l’impulso a correre verso un altrove indefinito avrebbe trovato uno scopo e una meta, e un orizzonte più vasto.

“…Potrei ma non voglio, fidarmi di te

Io non ti conosco e in fondo non c’è

In quello che dici qualcosa che pensi

Sei solo la copia di mille riassunti

Leggera, leggera, si bagna la fiamma

Rimane la cera e non ci sei più…”

(“Giudizi universali”, Samuele Bersani)