LA  BARISTA

(Sonia Fantozzi)

Chissà quale fantasticheria condusse il musicologo Giulio Confalonieri a pensare alla Taverna del Jamaica dell’omonimo film di Hitchcock, suggerendo così il nome da attribuire al nuovo locale meneghino in via Brera. Era il 1911. Dal Bar Jamaica  è transitata la storia del Novecento: politici, artisti, intellettuali. Elio Mainini, proprietario del locale, fu un potente catalizzatore: organizzava mostre, radunava gli esponenti delle avanguardie artistiche e letterarie. Il Jamaica divenne il salotto prediletto da ogni intellettuale, scrittore, pittore che si trovasse a passare da Milano. Qui non si chiudeva mai, e si faceva credito a tempo indeterminato a giovani pensatori squattrinati e a pittori che non vendevano quadri. Poi arrivarono giornalisti e gente di spettacolo, qualcuno già famoso, altri di belle speranze destinate a rimanere tali. In seguito fu la volta della Beat Generation e del grido poetico di Allen Ginsberg, il quale ai tavolini del Jamaica trascorreva interi pomeriggi.

Il Novecento si è concluso da qualche mese, è il secolo scorso. Stando dietro al banco osservo l’umanità che popola il locale: turisti, curiosi attirati dalla sua fama, gente che se la tira. Le idee, i fermenti, gli azzardi fantasiosi, non ci sono più. I muri non parlano, eppure qui dentro si percepisce qualcosa che altrove non c’è: un sogno, un’ambizione, un rammarico. La nostalgia per dei ricordi inafferrabili, che questi muri serbano per sé.

Sono stata diverse altre cose, prima di divenire barista.

Questa storia non inizia dalla mia nascita e nemmeno dalle prime esperienze di cui abbia memoria, non è questa la storia che intendo raccontare, bensì quella che parte dal momento in cui si è alzato il primo colpo di vento.

Faceva senz’altro un caldo soffocante nell’angusto bilocale in cui vivevamo, ma non me ne ricordo affatto. Milano, breve traversa di viale Monza, una vecchia casa dentro uno stretto cortile; l’appartamento aveva  due sole finestre, poste sulla stessa facciata: doveva fare davvero caldo, sia nell’estate del ’78 che in quella del ’79.

“Sei il mio amore, la mia migliore amica, la mia compagna, la mia amante, la madre dei figli che vorrò, e sei la mia puttana”.

Ecco da dove incomincia la mia storia: dall’incontro che mi aveva condotta a quell’istante sublime e alienante. L’Università, la famiglia, gli amici di prima: tutto accantonato, nulla più contava, nulla che esulasse da quell’abbraccio vorace. A poco più di vent’anni si fanno, queste sciocchezze. Si cade in un doppio inganno: quello di credere nella longevità di una passione furibonda e quello di ritenere di cavarsela sempre, senza grossi danni. Invece, la passione si allenta e si esaurisce senza sfociare in un sentimento pacificato, mentre dentro qualcosa si rompe e resterà rotto per sempre.

Malgrado fossi lusingata dall’attribuzione di quei ruoli e affascinata dal loro essere complementari, mi allarmava sempre un poco l’accenno ai figli che lui avrebbe voluto: m’inquietava persino in quei momenti in cui il raziocinio si dileguava allegramente per lasciare che i sensi governassero insieme alle emozioni. Non mi turbava affatto l’accostamento madre-puttana: però, se per la seconda condizione sentivo di possedere una certa attitudine, nei confronti della prima nutrivo molte riserve.

Molte donne della mia generazione avevano rivendicato  la legittima facoltà di soddisfare il proprio desiderio  in assenza del viatico dell’innamoramento, con il solo fine di ricercare il piacere. Soprattutto, senza che ciò fosse considerato riprovevole. Ecco allora che il termine  puttana perdeva il valore di insulto e la pretesa di giudizio morale,  indicando l’applicazione del libero arbitrio a una sfera assolutamente privata e personale, perciò insindacabile.

Secondo la mia esperienza,  non erano e non sono molti i maschi pronti a comprendere e accettare davvero un simile cambio di paradigma,  indipendentemente dalla loro età.

In quanto a mettere al mondo dei figli, ciò non rientrava nelle mie aspirazioni: la deformazione del corpo durante la gravidanza mi suscitava un apprensivo disgusto; soprattutto, non potevo accettare il legame indissolubile che un figlio rappresenta, né ero disposta a prendermi cura di un individuo il quale, per molti anni, sarebbe dipeso totalmente da me, dalla mia presenza, dalla mia sollecitudine. Allora tendevo a non considerare definitiva la mia posizione, ma anche in seguito non avvertii l’istinto nobilmente animale di procreare al fine di preservare la specie, e nemmeno l’esigenza del tutto umana di lasciare una traccia futura, mettendo al mondo un individuo che avrebbe seguitato ad appartenermi.

Comunque, come è mia abitudine, pensavo che mi sarei preoccupata se e quando la faccenda, da aspirazione vagamente programmatica, si fosse tramutata in progetto concreto. Non feci in tempo, in ogni caso.

In gioventù, quando un amore finisce (male, è implicito nella fine di tutti gli amori giovanili troppo esigenti), ci si aggrappa alla giusta presunzione di avere  molto tempo da vivere e che tante cose possano ancora accadere.  Ci si sente a pezzi, feriti, arrabbiati; si aspetta il mattino in cui, alzandosi dal letto, ci si reggerà meglio sulle gambe. Quando quel mattino arrivò, ritrovai il gusto di certe notti passate a rincorrere un attimo fuggente, ma ripresi anche gli studi interrotti buttandomi sui libri con determinazione e finii per laurearmi in filosofia.

Scoprii dopo qualche tempo una cosa banale, descritta meravigliosamente da Cesare Pavese molti anni addietro, ovvero che “nulla è più inabitabile di un luogo dove si è stati felici”. Strade, cinema, ristoranti e altri locali milanesi, dapprima innocentemente anonimi, erano stati il palcoscenico inconsapevole di una storia vorticosa durata appena due anni. Ormai mi facevano soffrire e struggere per ciò che avevo perduto ma, peggio ancora, per tutto ciò che non era stato; così, compresi che dovevo andarmene. Ebbi un inatteso colpo di fortuna trovando lavoro nella redazione di una rivista di viaggi e turismo. Avrei fatto parte di un piccolo gruppo di aspiranti giornalisti impegnati come “galoppini”, che venivano spediti in giro per il mondo insieme a un fotografo, con il compito di recensire alberghi e villaggi vacanza ma anche di raccogliere informazioni utili a suggerire ai lettori itinerari interessanti e alternativi a quelli più noti. Non ebbi alcuna esitazione a lasciare un impiego noioso e meglio retribuito, l’idea di un perenne e concitato movimento era troppo allettante. Gli articoli da pubblicare li scrivevano i giornalisti veri sulla base dei nostri appunti, ma era divertente e quella forma di nomadismo sovvenzionato si adattava perfettamente alla mia irrequietezza.

Mi chiese di vederci all’improvviso, pochi anni dopo il nostro addio; accettai senza valutare le conseguenze, di nuovo, e pensando di avere ormai reciso ogni legame, tanto da poter sopportare quell’incontro.

“…sei ancora la mia puttana”

“…sono la puttana di chiunque vuole che lo sia”,

avevo replicato con brutale sincerità e con compiaciuta cattiveria. Allora lui mi aveva rivolto uno sguardo addolorato e per questo lo avevo odiato, comprendendo che non avrei saputo perdonare il suo tradimento, ma nemmeno sarei riuscita a distaccarmi del tutto da quell’amore che non sentiva ragioni. A meno di ucciderlo per cancellarlo, e lo avrei fatto, in quel momento: però, avevo solo il rimpianto e l’astio con i quali trafiggerlo, e nient’altro.

“Non più amica, tanto meno compagna, né madre dei figli di nessuno, occasionalmente e per brevi periodi amante, spesso semplicemente puttana. Questo è ciò che sono adesso, amore mio”.

Con tale affermazione avevo scientemente escluso qualsiasi possibilità di riconciliazione.

Fortunatamente, il giorno appresso sarei partita per un lungo viaggio        nell’Australia Meridionale.

Prima di imbattermi in quella forma di amore sapevo così poco di me: fino ad allora avevo visto solo la superficie appena increspata dell’acqua, senza scorgerne la tumultuosa profondità.

Dopo, mi resi conto che se potevo rinunciare ai sentimenti per cautela o per supposto disinteresse, non avevo nessuna intenzione di fare a meno del sesso, che presi a praticare con tenace disinvoltura.

Mi è capitato di domandarmi se la propensione per il sesso sia un connotato fisiologico o piuttosto un atteggiamento deliberatamente  acquisito: insomma, dipende da una chimica del corpo o della mente?

Senza avere trovato una risposta univoca ma avendone semmai ipotizzate diverse, tra loro concomitanti e interagenti, l’ho più spesso considerata una risorsa, anziché un problema, un modo per procurarsi momenti di fugace gratificazione, mantenendosi al riparo dalle complicazioni dei sentimenti.

Mi fermavo a Milano per brevi periodi tra un incarico e l’altro; ciò stabilì distanze sempre meno conciliabili con la mia famiglia, evitando tuttavia una frattura netta, tanto dolorosa quanto irrimediabile.

Il mese di dicembre dell’89 la rivista di viaggi pubblicò l’ultimò numero: non vendeva abbastanza copie per sostenere i costi necessari a mantenere la linea editoriale che i fondatori avevano scelto, e cambiare taglio non avrebbe reso il periodico competitivo. I galoppini e i fotografi, con i quali per otto anni avevo intrattenuto rapporti superficialmente affettuosi, si dispersero e, come era logico aspettarsi, si dileguarono velocemente.

A Milano mi sentivo in trappola, mi mancavano gli aerei e i luoghi remoti, gli imprevisti e la stanchezza del corpo, le stamberghe e gli alberghi con la Jacuzzi in camera, i paesaggi ignoti e gli incontri di una notte, effimeri e meravigliosi, perfettamente incastonati nel ricordo di un posto lontano.

Dovetti arrendermi alla sedentarietà di un impiego in una piccola casa editrice  che dedicava molta attenzione alla ricerca di autori esordienti di talento. Fui assunta come selezionatrice: dovevo leggere una parte delle numerose opere proposte da aspiranti scrittori e individuare quelle eventualmente interessanti, che sarebbero state esaminate da una commissione editoriale, cestinando le altre.

La sera cercavo di scrollarmi di dosso le insignificanti narrazioni alla cui lettura dovevo dedicarmi durante il giorno, infilandomi talvolta in altre, reali ma altrettanto immeritevoli di considerazione. Trascorse così poco più di un anno, durante il quale m’impegnai affinché i contatti con la mia famiglia mantenessero il carattere e il ritmo di un rapporto cordialmente distaccato, ed era un accomodamento che sembrava accontentare tutti.

I miei genitori scomparvero nel corso dei tre anni successivi e, sebbene non potessi affermare di patire la mancanza di una relazione tanto problematica, ebbi comunque  coscienza della perdita di un punto di riferimento inalienabile e di una conseguente sensazione di doloroso sradicamento.

Penso che questa consapevolezza sia stata la ragione per cui accettai di andare a vivere con una specie di fidanzato che negli ultimi mesi era divenuto una presenza più costante. Di diversi anni più vecchio di me, con una situazione economica decisamente solida e molto innamorato: in quel momento fui senz’altro attratta dalla stabilità che mi offriva. Era un uomo affidabile e piacevole al quale ho voluto bene senza riuscire ad amarlo, pur apprezzandone le numerose qualità. Appena un anno più tardi, un giorno mi ritrovai a osservare un breve gesto compulsivo che di tanto in tanto compiva: pensai che per quell”atto innocente e innocuo un giorno avrei persino potuto ucciderlo. Di colpo realizzai quanto mi irritasse la sua irremovibile rettitudine, così come la sua immobilizzante cautela, e trovai opprimenti le sue amorevoli attenzioni. La stabilità aveva prodotto un tedio insopportabile; ne dedussi che, probabilmente, era stata solamente un’aspirazione momentanea e contingente.

Me ne andai durante una sua assenza di qualche giorno a causa di un viaggio di lavoro. Mentre radunavo le mie cose, mi accorsi di quanto mi fossi sempre considerata di passaggio, sia nella sua casa che nella sua vita. Mi congedai con uno scritto laconico e inoppugnabile, lasciandolo a porsi domande le cui risposte non avrebbe potuto comprendere, né reggere.

Non avevo voluto disfarmi del mio appartamento, nel quale era andata a vivere l’amica che non mi aveva mai lasciata e che non avevo mai lasciato. Rimase anche dopo il mio ritorno cedendo alle mie insistenze, e ricominciammo ad almanaccare sulla prospettiva consolante di invecchiare insieme.

A parte l’inedita e felice coabitazione con la mia amica, ripresi la mia vita dal punto esatto in cui avevo cambiato direzione, ritrovando intatte abitudini e pulsioni, tutto esattamente come prima.

E questo chi sarebbe?

Fu il mio primo pensiero allorché mi svegliai una notte in un letto sconosciuto, in una casa sconosciuta, da qualche parte a Milano, osservando il tizio che dormiva beatamente accanto a me. Poi ricordai: Maurizio, spocchioso giornalista che scriveva sulla Gazzetta dello Sport. Lo avevo incontrato al Rose’s, discoteca in piazza San Babila: attraente, antipatico, lo avevo rimorchiato per il gusto della sfida, perché era uno che amava corteggiare ma poi si sottraeva, e perché ne avevo voglia.

Si era rivelato un amante poco fantasioso che pareva essere sempre in posa per una foto, attento a non spettinarsi e persino schizzinoso, certo da non tenere in considerazione per un secondo giro. Abitava in un bell’appartamento, arredato con professionale buon gusto e privo di personalità.

Scivolai fuori dal letto, raccolsi le mie cose, mi rivestii velocemente e uscii, tirandomi silenziosamente l’uscio dietro le spalle.

Era novembre, le quattro di una domenica che si preannunciava grigia, un mattino che era ancora notte. Strade deserte e bagnate di umidità; da via Corridoni  (era lì  che ero capitata) a viale Espinasse, dove abitavo, non ci avrei messo molto.

Era quasi bello, guidare piano su quelle strade vuote e buie.

Era strano, non sentire niente. Né caldo o freddo, nessun dolore, nessun desiderio, nessun pensiero di senso compiuto. Senza peso, addirittura, entità galleggiante in una stratosfera luminosa, al di sopra di un impercettibile brusio. Un frammento di memoria, sospeso come pulviscolo dentro il riflesso di un raggio di luce. Menelik e Mustafà, i due gattacci della madre (con posizioni evidentemente nostalgiche) del sindaco comunista che amministrava il borgo della campagna piemontese dove trascorrevo le lunghe vacanze estive della mia infanzia, dai nonni materni. Dinamiche familiari complicate, presumibilmente. Alla morte della donna, vicina di casa dei nonni,  ereditai le due bestiacce. Me ne presi cura e le amai molto, a dispetto dell’irriducibile selvatichezza: ma mi abbandonarono prima che ricominciasse la scuola, e ci rimasi davvero male, interrogandomi a lungo sulle ragioni del loro ostinato rifuggire dal mio affetto. In fondo, me ne ero andata allo stesso modo da chi mi voleva bene, semplicemente sfuggendo all’amore.

Era stato così dolce, quel breve momento di astrazione: d’improvviso, ebbi voglia di arrendermi, di lasciar andare via tutto. Mi riscosse il grido stizzito del clacson di un’auto che procedeva sul lato opposto della carreggiata, e rimisi le mani sul volante. Provai vergogna e paura per quel fulmineo cedimento e mi convinsi che dovevo allontanarmi da tutto ciò che lo aveva prodotto,

Qualche settimana dopo, mentre la luce opaca di un mattino invernale adagiava una patina sporca sul paesaggio cittadino, la mia amica mi osservava preparare le valigie con serena rassegnazione. Aspettando il taxi con il quale avrei raggiunto l’aeroporto, l’abbracciai a lungo, respirando il profumo fresco dei suoi capelli.

“Vieni con me”,

le dissi senza nessuna speranza, solo perché sapesse che lo avrei voluto.

“No. Devi andartene da tutto, quindi anche da me. Io sarò qui ad aspettarti. Però, fammi sempre sapere come stai”.

Mi posò un bacio leggero sulla bocca e uscì senza voltarsi. Allora piansi: per un amore perduto  e perché non sapevo lasciarlo andare, per un’amica che dovevo lasciare e che temevo di perdere, e infine per mia madre e mio padre, dai quali mi ero allontanata affinché il conflitto non diventasse scontro, senza sforzarmi davvero di mutarlo in confronto. Ma ero pronta a fuggire, ancora una volta.

Prevedendo un netto diniego, avevo chiesto comunque alla casa editrice presso la quale lavoravo un anno di aspettativa: con mia grande sorpresa, me lo avevano accordato senza difficoltà. Si erano convinti che avessi una particolare abilità nello scovare storie e autori degni di nota; pertanto, ritenevano di poter accettare quella lunga pausa.

In verità, non sapevo se mi stessi prendendo un anno sabbatico o se me ne stessi semplicemente andando via, senza nessuna intenzione di tornare, ma preferii comunque lasciare le cose in sospeso. Del resto, non è facile sfuggire alla propria ombra e si potrebbe semplicemente concludere che non è possibile, per cui un posto vale l’altro.

Però, quando arrivai a New Orleans e raggiunsi il Quartiere Francese, per un attimo mi sembrò di essere riuscita a far perdere le  mie tracce.

L’inverno a New Orleans è piuttosto mite e presenta colori gentili. Per le strade del Vieux Carré si respirava profumo di cibo speziato e mi muovevo tra una folla multicolore e multietnica, distratta dalle note musicali che irrompevano dai numerosi locali, amalgamandosi nell’etere in una misteriosa e seducente armonia. I maestosi retaggi architettonici del periodo coloniale francese risentivano delle influenze caraibiche e la commistione aveva prodotto uno scenario magnificamente stravagante.

Avevo qualche risparmio, ma dovevo cercare un lavoro qualsiasi e una stanza a buon mercato da qualche parte.

Uscendo dallo scassato alberghetto nel quale ero scesa, qualche sera dopo il mio arrivo capitai in una zona un poco fuori mano: Camminando a caso avevo lasciato le vie più affollate dirigendomi verso il bayou, la vasta area paludosa nel delta del Mississippi: itinerario che la gioviale proprietaria del mio squinternato albergo mi aveva sconsigliato di intraprendere da sola, dettaglio del quale mi sovvenni accorgendomi dei rari passanti, della scarsa illuminazione stradale e del sentore di umidità marcescente che aleggiava nell’ambiente, palpabile miasma viscido capace di appiccicarsi alla pelle e ai capelli.

 Seguendo il suono di una malinconica melodia languidamente modulata da una tromba, infilai un vicolo illuminato dal chiarore azzurro di un’insegna: Dead End Street, e il nome poteva alludere alla conformazione del corto budello ma anche (e più probabilmente) a una tenebrosa metafora. Appena sopra di essa, un balconcino con la ringhiera in ferro battuto di forma tondeggiante, decorata con motivi floreali: con la sua grazia un poco leziosa appariva del tutto fuori luogo e, paradossalmente, accentuava l’atmosfera straniante del vicolo.

Dall’interno di quello che sembrava un bar si riversava una calda luce soffusa, e la musica intrisa di inguaribile nostalgia era un richiamo potente, sebbene ne intuissi un risvolto oscuro. Potevo figurarmi l’effetto del canto insidioso delle sirene sul povero Ulisse: io, al contrario dell’eroe omerico, non intendevo opporre alcuna resistenza.

Spinsi il battente della porta a vetri e mi ritrovai dentro una stanza assai più ampia di quanto non apparisse dall’esterno: a un’estremità si trovava un palco con un piano e altri strumenti; il lato più lungo era occupato da un imponente banco in legno intarsiato davanti a una parete a specchio, attrezzata con scaffali pieni di bottiglie; nello spazio di mezzo diversi tavolini con bellissime lampade in stile liberty. Tutti gli arrredi avevano il fascino delle cose vecchie, oggetti che avevano assistito allo scorrere del tempo e osservato innumerevoli frammenti di vita.

A prescindere dalla posizione decisamente appartata, era presto per un posto di quel genere: difatti, i pochi avventori solitari stavano appollaiati sugli sgabelli davanti al bancone, ognuno intento a cercare qualcosa nel fondo del proprio bicchiere. Il trombettista smise di suonare e si avvicinò, salutandomi con un sorriso che gli raggrinzì ulteriormente il volto scavato. Doveva essere il proprietario: alto e magro, folti capelli brizzolati pettinati all’indietro, approssimativamente sulla cinquantina. La sua persona ispirava un’indiscutibile autorevolezza; nel volto spigoloso spiccavano gli occhi scuri dall’espressione attenta, quasi indagatrice, eppure amichevole. Chiesi di bere una cosa a caso, subito distratta da un cartello affisso dietro la cassa, sul quale era scritto che cercavano un barista. Seguitai a fissare l’avviso per diversi minuti e l’uomo si accorse del mio interesse.

“Devi sapere che questo è un rifugio per anime desolate. Te  la senti di affrontarle?”

Poco dopo, mi ritrovai a raccontargli gli accadimenti della mia vita negli ultimi vent’anni, seguendo un impulso sorprendente: più che un impulso, un bisogno profondo e improcrastinabile.  L’uomo mi prestava un’attenzione cortesemente distaccata, annuendo di tanto in tanto; io scorgevo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le sue spalle ed era a quella che mi rivolgevo, spiegando per bene i fatti e le mie ragioni.

Il locale si stava animando e io tacqui, ma comunque non avevo altro da aggiungere. L’uomo mi osservò, pensieroso.

“Dunque, tu sai scovare le storie rovistando dentro la spazzatura. Vedi, nessuno finisce qui dentro per caso, né tantomeno per sbaglio”.

Fu l’unico commento ma compresi appieno il senso delle sue parole qualche tempo dopo; mi apparve invece chiaro fin da quel momento che ruolo dovesse svolgere un barista in quel posto strambo, oltre a servire da bere.

La paga che poteva offrirmi Dwayne, così si chiamava il mio nuovo datore di lavoro, era modesta ma includeva l’utilizzo del piccolo alloggio situato al piano di sopra (quello con il balconcino), così accettai subito.

Presi servizio l’indomani e col passare dei giorni notai che i frequentatori del Dead End Street si suddividevano nettamente in due tipologie. C’erano quelli che venivano per la musica ed erano i più numerosi, per effetto di un efficace passa parola: Dwayne amava il blues ma lì si esibiva chiunque gli piacesse per qualche insindacabile ragione, così si potevano ascoltare i generi musicali più disparati e le esecuzioni erano sempre di buon livello. Poi c’erano quelle che Dwayne aveva definito le anime desolate, gente che si portava appresso un fardello di disperazione o di rabbia, di rassegnazione o di odio, come un’aura negativa e percepibile emanata dal corpo e dall’animo.

Rimarcai anche un’altra stranezza: non entravano mai coppie né gruppi, esclusivamente persone sole, talvolta disposte a sfiorare la solitudine di qualcun altro, almeno per una notte.

Scoprii pure che, se l’orario di apertura nel tardo pomeriggio era certo, non lo era altrettanto quello di chiusura: si chiudeva quando i musicisti non avevano più voglia di suonare e l’ultimo disperato aveva esaurito le parole da scagliare contro lo specchio.

La notte non era fuori bensì dentro, tra quelle mura, impigliata nelle note musicali e nel fumo sospeso a mezz’aria, in uno spazio eccentrico temporaneamente separato dalla realtà, eppure indubitabilmente vero.

Mi piaceva, fare la barista.

È un mestiere che ti colloca nella posizione ideale per divenire raccoglitrice di storie, depositaria di inimmaginabili confidenze. Occorre imparare a proporsi (senza parere) come presenza assente, in un certo senso: farsi specchio ove l’altro possa vedere solo la propria immagine riflessa, accogliere qualsiasi rivelazione senza commenti che si discostino dal discreto incoraggiamento a proseguire un discorso accantonando ogni reticenza, riserbo, pudore. Non è un dialogo, non è uno scambio: il ricevitore è un campo neutro, una carta assorbente su cui si riversano parole scritte con l’inchiostro simpatico, destinate a scomparire (chissà perché definire “simpatico” un inchiostro inventato per celare  ciò che si imprime sulla carta con una pretesa implicita di continua visibilità). Si possono scoprire anime disperate e bellissime, meschine, orribili.

Uno dei primi flussi di coscienza ai quali ebbi modo di assistere scaturì da un tipo macilento dallo sguardo stralunato con una cicatrice su un avambraccio, uno squarcio che andava dal polso al gomito. Si guadagnava da vivere cacciando alligatori nel vicino bayou e parlava di questi imperscrutabili animali con rancoroso rispetto: poteva riuscire a catturarli, ma seguitava a sfuggirgli il loro modo di ragionare, e quando credeva di averlo afferrato ecco che quelli lo sorprendevano con un gesto inaspettato. Dal mondo di quell’individuo l’intera umanità era scomparsa, c’era solo spazio per la sfida tra la sua mente e quella degli alligatori.

Mi capitò di ascoltare storie di tradimenti, di amori finiti, di sciocche rivalità, di rabbiose rivendicazioni, di solitudini senza rimedio e di inadeguatezza.

Poi, una notte in cui avevamo tirato più tardi del solito e mancava davvero poco all’alba, fu Dwayne a sedersi dall’altra parte del banco.

In una vita precedente era stato un fotografo: lavorava come libero professionista recandosi nelle zone di guerra e proponendo i suoi lavori alle testate giornalistiche. Allora era giovane ed era spinto dalla necessità di documentare gli orrori di molti sanguinosi conflitti affinché questi non fossero dimenticati, per mantenere viva l’attenzione e l’indignazione. Dapprima aveva provato sconcerto e dolore, poi aveva capito che se intendeva mantenere il ruolo di testimone avrebbe dovuto spegnere le emozioni, porsi al di fuori di ciò che vedeva e smettere di cercare le storie delle persone che incontrava.

A un certo punto, si era accorto di non averne più alcuna curiosità, così si era fermato. Aveva casa a New York e nessuna voglia di farvi ritorno, dopo quasi vent’anni di vita solitaria nei posti più pericolosi del mondo non aveva nessun legame. Alla fine dell’89 era arrivato a New Orleans con l’intenzione di trattenersi appena qualche giorno ma era capitato in quel vicolo, dove aveva notato l’insegna del Dead End Street e il cartello che ne annunciava la vendita. In quel momento aveva capito cosa voleva fare.

Aveva comprato il locale per pochi soldi: era in vendita da molti anni, dopo che il proprietario era stato trovato cadavere al suo interno, sbranato da un alligatore. Poiché era piuttosto improbabile che un simile animale fosse entrato nel locale, la gente incominciò a mormorare che quel posto era infestato (come tanti altri a New Orleans). Rimase quindi chiuso per molti anni, mentre il suo valore diminuiva.

Dwayne lo rimise a posto, lo riaprì e si ripromise di ascoltare le storie di chiunque avesse voglia di raccontarle.

Quella sera si fermò da me. Successe diverse altre volte, senza che ciò mutasse la natura del nostro rapporto di rispettosa e prudente amicizia. Facevamo sesso perché  avevamo voglia di farlo senza perdere tempo con dei perfetti sconosciuti, ma non eravamo interessati alla ricerca di una relazione stabile. Ci davamo reciprocamente conforto e piacere senza nessuna aspettativa, e questo rendeva tutto più facile e più leggero.

Notte dopo notte, accogliendo le rivelazioni e i pensieri altrui, mi mantenevo in una posizione di estraneità, facendomi contenitore inanimato: nessuna partecipazione o commozione, appena la blanda curiosità di scoprire fino a quali bassezze o vette possa spingersi l’animo umano. Eppure, a poco a poco mi ritrovai a replicare l’esperienza del fotografo Dwayne in senso inverso: volevo sapere di più di certe desolazioni, volevo comprenderne le ragioni, cogliere il senso di disillusioni, di struggimenti e rancori. Soprattutto, desideravo gettare un ponte, ancorché fragile e provvisorio, tra quelle anime e la mia. Incominciai a prestare un’attenzione empatica, a porre accenni discreti di domande, distogliendo i miei occasionali interlocutori dalla loro immagine riflessa nello specchio.

E presi a scrivere quelle narrazioni tentando di riordinare il caos di certe confessioni: Storia di Henry, Storia di Annettte, Storia di Jack, Storia di Frieda…Scrivevo con furia e con passione; in pochi mesi organizzai una raccolta che mi pareva piuttosto ben riuscita.

In quel periodo, la mia amica mi riferì che si sarebbe sposata: dopo molte relazioni all’insegna del disimpegno, aveva trovato rifugio nell’affetto di un vecchio amico al quale non aveva bisogno di nascondere nulla. Aggiunse che avrebbe continuato a prendersi cura del mio appartamento, e che avrebbe seguitato ad aspettarmi.

Alla fine dell’anno sabbatico, comunicai alla casa editrice le mie dimissioni, ma proposi il mio scritto, chiedendo il loro parere. Il libro fu pubblicato con uno pseudonimo e con l’intesa che mi sarei sottratta a qualsiasi forma di promozione che mi coinvolgesse direttamente. Ebbe successo, tanto da richiedere diverse ristampe.

Rimasi al Dead End Street fino alla fine del ’99, continuando a raccogliere storie. Mi accorsi che sapevo anche inventarne ed era persino più coinvolgente. Avevo scovato una nuova via di fuga: potevo padroneggiarla, non comportava rischi, era persino produttiva.

Ero pronta per tornare a Milano. Salutai Dwayne con la certezza che non avrei più rivisto né lui né quel locale bizzarro, ma non me ne sarei mai dimenticata.

Sebbene la maggior parte dei racconti che scrivevo fossero frutto della mia immaginazione, mi ero convinta che il mestiere di barista mi aiutasse a stimolare la fantasia, a trovare spunti, inventare agganci. Tuttavia, occorreva trovare il posto adeguato, anche se l’atmosfera del Dead End Street non era replicabile, certamente non a Milano.

Mi trovavo insieme alla mia amica la sera in cui capitai in Brera per caso (o forse no, dopotutto); mi avvicinai al Jamaica con qualche riluttanza perché era uno dei luoghi che aveva assistito al mio felice stordimento e alla mia ottundente disperazione. Sulla porta campeggiava un cartello: CERCASI BARISTA.

La padronanza dell’inglese e l’esperienza maturata a New Orleans fecero una buona impressione e ottenni il posto.

Brera mantiene un indubbio fascino, soprattutto la notte, e anche se il Jamaica è un luogo che vive di ricordi non condivisibili con la maggior parte degli attuali frequentatori,  conserva una certa originalità. I turisti vi transitano prevalentemente di giorno ma quando prendo servizio io, all’ora dell’aperitivo, la fauna a poco a poco muta.  Verso mezzanotte qui ci si incontra,  ci si annusa,  ci si sfiora.

Questo non è un posto da confidenze: troppa gente, troppe chiacchiere chiassose, manca la musica. Nelle serate più tranquille alcune figure solitarie, tra gli avventori abituali, conversano volentieri ma nessuno è disposto a rivelarsi. Continuo a osservare la fretta degli altri, le loro rappresentazioni ingenue, e mi figuro scenari ipotetici e vicende a cui dare la forma di un racconto.

Ho trovato una sorta di pace, o di momentanea quiescenza. La presenza complice di Dwayne mi manca più di quanto mi aspettassi: gli invio lunghe missive per mail raccontandogli di una città che riconosco ma è cambiata, e anche del mio persistente fluttuare quieto. Lui ride di quello che definisce il mio “periodo ascetico” e mi augura che non duri a lungo.

Qualche giorno fa, mi ha scritto che da quando me ne sono andata al Dead End Street è come se si fosse fulminata una lampadina che non si riesce a sostituire: un’affermazione bislacca e tenera che mi ha fatto venire vogli di saltare sul primo aereo per New Orleans. Se con Dwayne non è stato amore, di certo era qualcosa che gli somigliava molto. Eppure, il mio posto è qui, lo intuisco senza spiegarmene la ragione, dato che quasi niente mi lega più a questi luoghi.

La mia amica mi ha aspettata, come aveva promesso, e l’ho ritrovata; però, questo suo marito simpatico e affettuoso è per lei un continuo elemento di distrazione. Non sono più al centro delle sue attenzioni e, malgrado sia felice per lei, devo ammettere che ne sono egoisticamente gelosa e sovente rimpiango il nostro prima, l’intimità profonda dalla quale nessun compagno temporaneo ci aveva mai distolte.

È un giovedì sera piovigginoso ma cade una pioggia gentile, quasi profumata: è la fine di aprile, la cattiva stagione ha fatto il suo tempo. Sono più o meno le undici, al Jamaica il giovedì è la serata dei clienti più affezionati, quelli che non amano la ressa del fine settimana. Il mio giovane collega mi sta dicendo qualcosa ma io sono distolta dall’uomo che sta entrando proprio ora, portandosi dietro una breve folata di aria umida.  C’è qualcosa di noto, addirittura di familiare, nella sua figura prestante e nell’incedere elegantemente disinvolto. Penso a un cliente fedele con il quale magari ho scambiato qualche parola; poi lo osservo ravviare i capelli mossi e un po’ lunghi con un gesto aggraziato della mano, e lo riconosco.

Sono trascorsi quasi vent’anni dal nostro ultimo incontro , eppure il suo aspetto non è così differente da allora,  come se fosse riuscito ad attraversare tutto questo tempo senza consumarsi. Sono letteralmente con le spalle al muro, posizione fisica e metaforica che rifuggo da sempre ma mi domando se, decidendo di lavorare al Jamaica, davvero non avessi immaginato (o sperato) di avere occasione di rivederlo.

E io, quanto sono mutata nell’aspetto, da allora? Sono sempre magra, portavo i capelli lisci e adesso li lascio liberi di arricciarsi come è nella loro natura, certo la mia pelle non ha più il turgore della giovinezza. Tuttavia, per quanto due decenni possano modificare l’aspetto delle persone, la voce, la gestualità e altri dettagli rimangono pressoché invariati. Eppure, quando lo avvicino per prendere l’ordinazione, mi lancia una veloce occhiata di apprezzamento e niente di più.

“Mi porteresti un cognac, per favore? Quello che vuoi tu andrà bene”.

Il timbro vocale un poco nasale, il tono educato malgrado la scelta immutata del vocativo confidenziale “tu”, il sorriso spontaneamente affabile.

Riprendo fiato e lucidità: non mi ha riconosciuta davvero, non era bravo a simulare o dissimulare. Sento riemergere una rabbia dolorosa che avevo scordato, un sentimento furioso capace di sconquassare lo stato di quiete sul quale ho fondato un equilibrio fittizio, narrando gli affetti e i tormenti degli estranei per mantenermi lontana dai miei.

Come può non riconoscere  l’amore che ci ha sedotti e sbranati, come può avere dimenticato tutto e vedere in me una sconosciuta? Ecco un altro torto che non saprò perdonargli, forse il più grave di tutti, perché è delle cose senza importanza che ci si scorda con facilità. È la terza volta, da quando lo conosco, che provo l’impulso feroce di ucciderlo, e forse stavolta lo farò sul serio.

Prima di andarsene, mi rivolge un saluto, un sorriso lieve senza parole, abbandonandomi al mio sconcertato subbuglio.

È trascorso un mese; ha continuato a comparire al Jamaica quasi ogni sera verso le undici, ombra riemersa dal passato per riacquisire sostanza, odore, suono. Si pone a un’estremità del banco, beve qualcosa, si guarda attorno ma non parla con nessuno. Di tanto in tanto cerca di agganciare il mio sguardo, nei momenti di calma lo avvicino (perché non so farne a meno) e scambiamo qualche parola, accenni di discorsi che rimangono sospesi nel ronzio di molte altre conversazioni.  Ha quasi cinquantaquattro anni, ha divorziato da tempo da una moglie più vecchia di lui ponendo fine a un matrimonio che non ha mai funzionato, lavora per Telecom da quando è arrivato a Milano dalla provincia di Foggia molti anni orsono. Se fossero coincidenze sarebbero davvero troppe, nel caso remoto in cui dubitassi di avere preso un abbaglio. Non ha figli ed è un rammarico, ma dice che forse le cose dovevano andare così.

Di tanto in tanto, mentre parla sono incantata dai movimenti fluidi e precisi delle belle mani eleganti: sembrano spostare l’aria per fare spazio alle parole ed è una mimica ammaliante che rammento con esattezza.

Ormai sono brava a inventare storie, così gli fornisco dettagli inventati di tutto ciò che è stato prima di New Orleans, perché ho deciso di recitare il ruolo di estranea al quale mi ha destinata.

Ha continuato a presentarsi con regolarità, apparentemente senza pretesa alcuna, fascinoso aracnide impegnato a tessere la sua tela lieve e robusta; presto mi toccherà decidere se si tratti di una trappola o piuttosto di un rifugio, e se sarò determinata a scoprirlo dovrò correre il rischio.

La primavera sta scivolando dentro un’estate riottosa, piove da diversi giorni alternando bufere temporalesche a tediose pioggerelle accompagnate da temperature più consone a ottobre che a giugno.

Ieri era venerdì e verso mezzanotte il locale era affollato; lui occupava il solito angolo, seguendo i miei movimenti con discrezione e con la pazienza di chi è disposto ad aspettare.

Mi sono accorta che non ha smesso di indossare jeans Wangler, gli stessi che anch’io prediligo da diversi anni: a un certo punto e senza una ragione precisa, ho abbandonato i Levi’s, che preferivo sin dagli anni ’70. Molti anni fa, su questa differenza di gusti imbastivamo finte discussioni.

A un certo punto si è spostato per fare spazio a una ragazza piccolina e impacciata che tentava di raggiungere il banco, invitandola con un cenno gentile. È stato lui a rivolgere un gesto al mio collega per richiamarne l’attenzione e la ragazza lo ha ringraziato con un sorriso timido.

Nemmeno in questo è cambiato; ha sempre manifestato un istinto di protezione solidale verso gli individui variamente deboli. Mi torna alla mente la nostra estate in Puglia, a casa di sua madre: nella compagnia degli amici compaesani c’era una sua coetanea che a più di trent’anni si comportava come una ragazzina di dodici, palesando qualche problema ignoto ma evidente. Lui, che insisteva per includerla nelle giornate al mare, era il solo disposto a spendersi per placare i suoi frequenti capricci infantili. Andava a scovarla nell’angolo in cui si era rintanata, seduta a braccia strettamente conserte, lo sguardo accigliato e ostinatamente fisso su un punto indefinito dell’orizzonte. Le parlava con affettuosa comprensione tenendo le mani fra le sue, finché quella poverina non sorrideva, convincendosi a ricongiungersi al gruppo. Anche le premurose attenzioni dedicate alla piccola figlia della sorella, affetta da un ritardo cognitivo abbastanza grave,   erano emblematiche della sua istintiva e partecipe compassione.

Tra le sue molteplici sfaccettature, questa insopprimibile gentilezza d’animo è forse quella che ho amato di più.

Credo che stia ponendo in atto una tattica di avvicinamento prudente e garbata che una sera dopo l’altra diventa più esplicita, un gioco al quale mi presto senza sapere fino a dove sono disposta ad arrivare. Intuisco che mi sto addentrando in un territorio ignoto e già noto e che potrebbero esserci conseguenze imprevedibili; cionondimeno, non intendo fermarmi. Non ne farò parola con la mia amica, né con Dwayne: è una faccenda che devo risolvere da sola  e non voglio conoscere la loro opinione.

Stasera abbiamo chiuso assai più tardi del solito, pareva che la gente non avesse proprio voglia di tornarsene a casa. L’ho perso di vista ed ero troppo indaffarata per preoccuparmene, ma alle tre passate, quando gli ultimi tiratardi si sono infine rassegnati a portare le loro anime insonni altrove e sono uscita nella notte umida, lui fumava con la schiena appoggiata al muro. Ha smesso di piovere ma il cielo è ancora pesante e buio.

“Posso accompagnarti da qualche parte?”

“Ho bisogno di aria fresca e di silenzio, dopo tutta quella confusione. Hai voglia di camminare?”

Lasciamo Brera posando passi prudenti sull’asfalto ancora lucido di pioggia, andiamo a cercare strade più quiete dove il silenzio possa accogliere qualche cauta confidenza che l’ora così tarda ci fa sembrare naturale e necessaria. I frammenti di memoria che ci stiamo scambiando sono collocati in un tempo il più delle volte imprecisato, ma certamente successivo al 1980, come se la parte precedente fosse un documento secretato. È un camminare lento e impreciso, interrotto da molte pause e anche i nostri discorsi, spezzati da frasi tronche, seguono un andamento piuttosto incoerente. Nell’aria fresca dell’alba precoce di metà giugno ho un brivido di freddo: lui se ne accorge, la mia mano stretta nella sua è nella tasca del leggero giubbotto che indossa; questo gesto antico che avevo voluto scordare mi toglie il fiato e mi fa bruciare gli occhi assai più della stanchezza che incomincia a farsi sentire.

Ci troviamo in via San Cristoforo, davanti a una vecchia casa riaggiustata alla bell’e meglio. In questa stessa via, in fondo a un cortile malandato, si trovava il locale nel quale capitavamo di tanto in tanto e dove ci divertivamo a esibirci cantando e accompagnandoci con la chitarra, che lui suonava piuttosto bene; chissà se esiste ancora.

“Io abito qui”,

dice piano. Era partito dal basso ed è tornato in basso, dunque; non posso fare a meno di fare questa considerazione ma non vi è alcuna cattiveria, semmai una riflessione sulla beffarda coerenza delle conseguenze  delle nostre scelte.

La donna per la quale a suo tempo mi aveva lasciata era molto ricca; si sono sposati ma la vita agiata alla quale aspirava non è durata a lungo e, a giudicare dai recenti resoconti sommari, non deve essere stata nemmeno gradevole. Lo osservo con attenzione nella luce timida di un primo mattino di tempo indeciso: la figura mantiene una solidità giovanile, i movimenti elegantemente fluidi; il volto, invece, appare segnato da un’afflizione che affiora da qualche angolo remoto dell’animo, la traccia di una sconfitta non rimediabile.

Senza dire una parola, abbiamo attraversato un androne disadorno e imboccato una scala dagli stretti scalini di pietra, fino al terzo piano. Si richiude la porta alle spalle e mi avvolge nell’abbraccio atteso e desiderato: affettuoso, quasi casto. Il desiderio arriva dopo, cresce sospinto dall’emozione di un sentimento ancora confuso, ma autentico e determinato a imporre il proprio valore imprescindibile.

Respiro il suo odore e penso che mi sto innamorando per la seconda volta dello stesso uomo, che non ho mai smesso di amare e, tuttavia, non è la stessa persona di allora, come non lo sono io.

Siamo stati un’equazione ignara della propria costante, un teorema imperfetto capace di confutare il suo stesso assioma: forse la nostra sorte è di essere portatori di caos, nient’altro che questo. Eppure, il destino ha incrociato di nuovo i nostri cammini, e allora mi convinco che la ragione del suo ostinato non riconoscermi risieda nella possibilità di incominciare, non di ricominciare: un altro tempo, un’altra storia.

Però, non esiste gioco della mente che sappia trarre in inganno la memoria del corpo.

Sei sempre stata il mio amore, sei ancora la mia puttana”.

Lo scosto con delicatezza e gli poso il palmo della mano sulla bocca, che capisca di non dire altro: siamo solo presente, forse futuro.

Tutto il resto, tutto ciò che era racchiuso tra i due estremi  rappresentati da amore e puttana implicava un impegno di cui non siamo stati capaci, e per ora dovremo farci bastare quello che ci è rimasto. Solo due parole, e uno spazio vuoto da occupare con altre, nuove e innocenti.

Hold me in your hands like a bunch of flowers

Set me moving’ to your sweetest song

And I know what I think I’ve known all along

Lovin’ you’s the right thing to do

(The right thing to do, Carly Simon

Tienimi tra le mani come un mazzo di fiori

Fammi muovere nella tua canzone più dolce

E so quello che penso di aver saputo per tutto il tempo

Amarti è la cosa giusta da fare.

UN SABATO QUALUNQUE

Era un sabato come tanti, a Milano, diciamo nell’89. In primavera, una manciata di mesi prima del crollo del muro che per 28 anni aveva diviso in due una città, famiglie, affetti, simbolo tangibile della contrapposizione tra due differenti idee di società. Solo che ancora non lo si immaginava, quel gioioso collasso, non così prossimo; quindi, era solamente un sabato uguale a tanti altri.

Presumibilmente, molte ragazze nubili attorno alla trentina passavano buona parte del pomeriggio dal parrucchiere, meditavano su come abbigliarsi per la serata che avrebbero trascorso al Rose’s, all’Amnesie, al Primadonna o all’Old Fashion. Probabilmente, chi aveva un impegno con un ragazzo conosciuto da poco calcolava freddamente il numero degli appuntamenti pregressi, valutando se fosse arrivato il momento di dargliela oppure no. Altre, più oneste, mosse da un genuino impulso carnale, decidevano semplicemente che quella sera non sarebbero tornate a casa da sole. Quasi certamente i ragazzi, meno preoccupati per la pettinatura e per l’abbigliamento, giocavano a calcetto con gli amici, poltrivano sul divano o lavavano l’auto ed erano accomunati da un’identica aspirazione: non chiudere la serata in bianco.

Verso sera, dopo un giro di telefonate, gli uni e le altre avrebbero sicuramente definito la strategia per approdare felicemente all’alba della domenica, ognuno con il proprio arsenale e i propri intenti, magari destinati a rimanere illusioni.

Ma Eliana no. Eliana, in un sabato pomeriggio dell’89, a Milano, si trovava nel suo ufficio, nel prestigioso studio di Commercialisti in via Torino, la testa china sulle carte. Era periodo di dichiarazione dei redditi e c’era molto lavoro, tuttavia non così tanto da giustificare la sua presenza in ufficio alle cinque del sabato pomeriggio. Del resto, non avrebbe nemmeno segnato delle ore di straordinario: per lei si trattava solo di far passare anche quel dannato sabato accumulando abbastanza stanchezza da avere solo voglia di andare a dormire.

Erano quasi le sette, quando udì il rumore metallico della serratura della porta blindata che si apriva, seguito dal passo deciso che conosceva bene e ogni volta le causava un irrefrenabile rimescolio. Il dottor Leopoldo Sigismondi, bello come un lord inglese ben disegnato, impeccabile nel completo sportivo grigio chiaro con camicia blu, senza cravatta, si affacciò, guardandola con espressione comicamente costernata.

“Ma Eli, cosa ci fa qui a quest’ora del sabato? Vada a casa a farsi bella per stasera, pensi a divertirsi con le amiche”, esclamò, in un tono insolitamente confidenziale.

“Senta, giacché è qui mi prenda la pratica Valentini, così me ne vado di corsa, e poi faccia altrettanto, mi raccomando”, soggiunse.

Oddio, farsi bella: non so se le basterebbe una giornata intera, pensò tra sé l’ineccepibile dottor Sigismondi, socio giovane dello studio e inconfessabile oggetto del desiderio di tutte le impiegate, compresa Marisa, la procace centralinista, a sua volta sogno erotico di ogni collega maschio. La sua silenziosa riflessione, per quanto inopportuna, era veritiera, benché in un senso non così superficiale. Di statura media, Eliana era magra, non di una snellezza tonica o morbidamente flessuosa: il corpo ossuto suggeriva l’impressione di gracilità tipica delle persone di salute cagionevole (mentre era, al contrario, piuttosto robusta); il viso mostrava tratti banalmente regolari, sbattuti in primo piano dal taglio corto dei capelli lisci e scuri, la pelle fine era prematuramente raggrinzita, soprattutto attorno agli occhi grigi. A trentasette anni, Eliana sembrava una cinquantenne; era già così a vent’anni e, se fosse campata a lungo, probabilmente avrebbe mantenuto più o meno lo stesso aspetto per molto tempo. Eppure, non era brutta e non c’era nulla che non si potesse facilmente dissimulare; quello che la condannava al prevalente disinteresse maschile era l’espressione quietamente rinunciataria che traspariva dallo sguardo, insieme alla diligenza applicata nel mimetizzare la propria presenza con l’ambiente circostante. Non rivelava un momentaneo ripiegamento, bensì l’assenza permanente di speranza, e nemmeno una giornata intera di artifici e camuffamenti avrebbe saputo porvi rimedio.

Animata da una legittima baldanza giovanile, aveva lasciato Morbegno con un diploma di ragioneria e la ferma intenzione di laurearsi in Economia e Commercio alla Cattolica di Milano. Partì con la benedizione di mamma e papà, coltivatori di mele di cabotaggio modesto, ma sufficiente a pagare la permanenza dell’unica figlia al costoso ateneo. Eliana aspirava a un posto di responsabilità in una delle importanti banche milanesi, uno stipendio allettante e poi un marito e dei figli, nel giro di qualche anno. Non era uno spirito ribelle, aveva un progetto di vita chiaro, borghesemente modesto. Non tutti i giovani sono rivoluzionari; però, a vent’anni i sogni dovrebbero essere più audaci, a vent’anni bisognerebbe chiedere l’impossibile. C’è tempo, per negoziare con la realtà, e sognare a quell’età aiuta a non soccombere più avanti.

La condizione che permise a Eliana di studiare a Milano fu la disponibilità di zia Lina, sorella maggiore del padre e maestra in pensione, a ospitarla nel bilocale delle case popolari assegnatole dal Comune, a Quarto Oggiaro. Sorto alla fine degli anni ’50 agglomerando un borgo rurale, il quartiere a quei tempi rappresentava una periferia negletta e poco ospitale come tante altre, sequenze di casamenti dove gli alloggi erano stati progettati, in verità, con apprezzabile criterio. Non mancavano neppure negozi e mezzi di trasporto pubblico efficienti, ma il tessuto sociale era sbrindellato e fermentavano differenze difficilmente conciliabili, malumori, frustrazioni che generavano rabbia, non di rado violenza, e costituivano l’ambiente ideale per l’infiltrazione della malavita più o meno organizzata. Eppure, non era questo a complicare le giornate di Eliana, bensì la convivenza con la zia: donna volitiva e dolorosamente zitella, era incarognita da una serie di delusioni (non solo sentimentali) che l’avevano intrappolata in una ragnatela fitta di rimpianti rancorosi dalla quale non era più riuscita a liberarsi. Dunque, provava un piacere ineffabile nel riversare la sua irrimediabile infelicità sulla nipote, angustiandola con sgarbi ripetuti e insensati, proibizioni e interferenze ingiustificate, pretese di accudimento della casa e della sua persona. Le uscite serali, , peraltro non frequenti, causavano osservazioni malevole e, se rincasava dopo la mezzanotte, le chiavi volutamente infilate nella serratura dall’interno le impedivano di entrare. 

Una sera Eliana accettò l’invito di una compagna di studi per un’uscita a quattro. Aveva intuito che questa cercava un diversivo per non affrontare da sola i primi approcci con un ragazzo che sarebbe potuto piacerle. In tali circostanze non ci si porta mai dietro una potenziale rivale e l’amica aveva valutato che con Eliana non correva quel rischio. Nella scelta del quarto convitato, il suo corteggiatore aveva applicato lo stesso principio, coinvolgendo un tipo grassottello e insipido. Tuttavia, Eliana era uscita con un’idea precisa in testa: disfarsi della verginità facendo a meno di ogni romanticismo vanamente atteso; perciò, lo scenario era ininfluente. Comunque, oltre ad apparire poco interessante, il quarto attore pativa di un’astinenza talmente palese da suscitare compassione, così si trattò solo di attendere la conclusione della serata. Tutto si svolse in fretta e senza delicatezza, e il tizio si rivelò un amante così maldestro ed egoista che, quando la lasciò in via Pascarella chiedendole il numero di telefono, Eliana scese dall’auto evitando di rispondere e negandogli persino un saluto.

Era la una passata, desiderava farsi una doccia ma probabilmente avrebbe aspettato le prime ore del mattino seduta sul pianerottolo, perché zia Lina l’aveva chiusa fuori. Invece, la chiave girò docilmente nella toppa. Si accorse che la luce in camera da letto era accesa, udì una specie di sibilo, un respiro raschiante e affannoso. Si affacciò sulla soglia, vide la zia sdraiata di traverso sotto le coperte, gli occhi sbarrati, La guardava aprendo e chiudendo la bocca, sembrava volesse dire qualcosa ma non riusciva a emettere alcun suono, oltre a quel fiato fischiante. Allora chiuse piano la porta, si ritirò nel bagno e fece una lunga doccia. Poi, s’infilò nel letto e dormì profondamente fino alla mattina dopo, quando suonò la sveglia. Che tragica fatalità, un infarto di notte, mentre la nipote dormiva. D’altronde, a più di settant’anni e con il diabete, sovrappeso…poteva succedere, disse il medico che constatò il decesso.

Lo stato d’animo di Eliana era passato velocemente dall’incredulità di scorgere un’insperata soluzione a un pesante disagio – bastava non fare alcunché –  all’indifferenza. Tuttavia, da quella notte si era inceppata, rimanendo ferma nell’attesa di un inevitabile castigo inspiegabilmente in ritardo, senza capire che il deliberato immobilismo con cui prese a negarsi alla vita era esso stesso la peggiore delle punizioni. Iniziò allora la militanza in un radicale fatalismo pessimista; successivamente, la fissazione per il dottor Sigismondi, eletta a simulacro dell’amore, rappresentò la distrazione necessaria e sufficiente a perseverare nell’inerzia.

Poiché risultava come nipote convivente, Eliana poté continuare a occupare l’alloggio dell’Istituto Autonomo Case Popolari, pagando il relativo affitto. Purtroppo, per una serie di traversie finanziarie, i genitori non furono più in grado di sostenerla e questo ridimensionò il suo programma: si trovò un impiego, contando di riuscire ugualmente a preparare gli esami, ma il secondo anno alla Cattolica fu anche l’ultimo. Eliana incominciò in quel periodo ad apparire più vecchia della sua età: emozioni, sentimenti e qualcosa di indefinibilmente profondo del suo animo  subirono una progressiva atrofizzazione, inducendo l’appassimento precoce del corpo.

Subito dopo il funerale della zia aveva chiamato un robivecchi per svuotare completamente il modesto bilocale, conservando solo ciò che attrezzava il cucinotto, il televisore e la lavatrice; c’erano voluti un paio d’anni per pagare le rate dei pochi arredi che aveva acquistato. Roba abbastanza dozzinale, ma sua.

Nello studio di commercialisti con targa in ottone sull’uscio in legno lucido, al primo piano del palazzo ottocentesco in via Torino, giunse alcuni anni più tardi rispondendo a un’inserzione su un quotidiano. Fu subito assegnata all’ufficio del giovane Sigismondi e, immediatamente ammaliata dall’aspetto levigato da copertina di Vogue Uomo e dai modi irreprensibilmente cortesi, ben presto sviluppò e coltivò un’infatuazione platonica che, per la sua intrinseca improbabilità di trovare una traduzione nella realtà, divenne una pacifica ossessione. Le brevi relazioni intraprese negli anni seguenti non suscitarono sentimenti capaci di scardinare l’ingenua fissazione: il miraggio, proiezione di un desiderio vano, persisteva nella sua perfezione incorruttibile. Così, sul ristretto orizzonte delle sue giornate si stagliava l’illusione prospettica dell’amore, e se Eliana fosse entrata nella vicina basilica di San Satiro avrebbe potuto ammirare un inganno simile, il famoso falso coro del Bramante, risalente al XV secolo. Si crede di vedere un transetto enorme ma il coro è assai più corto di quanto appaia, ed è un capolavoro di illusione architettonica. A differenza di Eliana, Bramante sapeva come inventiva, matematica e fede possano alterare la realtà in maniera del tutto convincente.

Comunque, il dottor Sigismondi non mostrò mai consapevolezza di tanta amorosa attenzione o, in ogni caso, preferì mantenere un atteggiamento educatamente distaccato e non perdere una collaboratrice efficiente e preparata. Anche tanto gentile, al punto da rallegrare il suo ufficio con un mazzolino di fiori freschi, sostituiti ogni lunedì, e da portargli il caffè amaro con due biscotti ogni mattina alla stessa ora, senza bisogno di chiederlo.

Eliana era quasi felice di quel sentimento sterile, implicitamente privo dei rischi di ogni relazione affettiva reale; in fondo, non avrebbe desiderato una vita differente, non più. Però, ogni tanto le capitava di osservare Marisa, la bella centralinista sorridente che, con la sua semplice presenza, inchiodava i clienti in attesa nel salottino di fronte alla sua scrivania. La guardava e indulgeva alla fantasia temeraria di cedere la sua patetica anima da quattro soldi a un qualunque demonio disposto a soddisfare un unico desiderio: entrare per un mese intero nella pelle di Marisa. Sentire il solletico dei capelli lunghi e ondulati sulla schiena nuda e il peso del seno opulento, portare in giro il sedere alto e sodo, sferico come un mappamondo, camminare sulle gambe lunghe e ben modellate ondeggiando sui tacchi alti delle imprescindibili décolleté nere, cogliere il desiderio, l’ammirazione e l’invidia negli sguardi delle persone incrociate per strada. Un mese per usare quel corpo, per scoprire che sensazioni potesse procurare. Era un’innocente perversione, una fantasia, al pari dell’amore per il dottor Sigismondi. Nemmeno aspirazioni, solo fantasticherie lievemente disturbate, roba buona per un analista.

Costretta a lasciare l’uficio prima del previsto, Eliana quel sabato pensò di mangiare qualcosa in un bar mentre raggiungeva a piedi via Manzoni per entrare nell’omonimo cinema al primo spettacolo della serata, alle otto e mezza: in programmazione c’era Rain Man, con Dustin Hoffman e Tom Cruise, doveva essere per forza un bel film.

E in effetti lo era stato, le era piaciuto anche quel bambolotto pettinato  di Tom  Cruise, Hoffman superbo come sempre, stavolta un poco di  più; aveva tirato l’ora di andare a casa a dormire ed era contenta. Prese la M1 fino a Cairoli, poi il bus 57. Scese davanti al Bar Quinto (non proprio un bel posto, la sera, e neanche di giorno), camminò veloce sul breve tratto di via Pascarella, senso unico stretto tra due file di caseggiati di quattro piani senza ascensore.

 Entrò nel cortile del civico 35, sull’angolo con via Amoretti. Abitava al terzo piano della scala A, di fianco alla portineria. Si chiuse la porta alle spalle e girò la chiave nella serratura.

Nell’appartamento al piano di sopra, Enzo rimase immobile dietro l’uscio socchiuso, in ascolto. Non abitava lì, era andato a cercare Aldo, mosso da un dubbio fastidioso.  Titolare fino a poche settimane prima di  una piccola officina meccanica in via Mambretti, nel rione limitrofo di Vialba, Enzo era succeduto nell’impresa  al padre dopo la sua scomparsa, avvenuta nel ’75. All’epoca aveva venticinque anni e da quando si era diplomato alla Feltrinelli aveva fatto finta di lavorare nell’azienda di famiglia. Dopo la morte del genitore aveva preso la faccenda più seriamente e Aldo, più vecchio di vent’anni e impiegato a mezza giornata come contabile  fin dall’inizio dell’attività, aveva in parte sostituito la figura paterna. Gli affari non andavano tanto bene, tirava a campare con una certa fatica. Poi, nell’85, la svolta: una sera, mentre giocava al biliardo nella sala del Bar Quinto, Enzo   era stato avvicinato da un tizio che gli aveva fatto una proposta. Gli aveva spiegato che certi suoi amici avevano bisogno di attrezzare delle auto per dei “servizi particolari” e non specificati. Si trattava di maggiorarne la cilindrata per renderle più veloci, sostanzialmente, o di riverniciarle cambiando colore, magari dalla sera alla mattina e con qualche magheggio sul numero di telaio. Il flusso di lavoro era costante e garantito da un patto non scritto che comportava discrezione assoluta  ed esclusività, veniva pagato bene, in contanti e senza fattura. Enzo aveva accettato dopo una titubanza di breve durata che non includeva considerazioni di carattere morale.  I suoi processi mentali erano governati da un’intelligenza intuitiva, tendente a sostituire la riflessione con l’azione rapida. Enzo sapeva riconoscere al volo le circostanze potenzialmente favorevoli e, decidendo come approfittarne, era scarsamente influenzabile da scrupoli di carattere etico; ciononostante, una calcolata prudenza lo aveva sempre tenuto fuori dai guai.

 Consigliato da Aldo, aprì un conto cifrato in una banca di Locarno dove versava periodicamente il denaro ricavato da quei lavori, custodito nell’attesa in cassaforte in parte a casa sua e in parte a casa del contabile, sulla cui onestà non c’erano mai stati dubbi.

Avrebbe dovuto concentrarsi su come togliersi da quell’impaccio, invece continuava a essere distolto dalla donna che gli sedeva di fronte, gli occhi grigi – larghi e belli – che lo fissavano tranquilli, con un’espressione fiduciosa. Allora si convinse che dovesse avere imparato a fare a meno di molte cose e, non avendo speranza, poteva attendere e puntare alla sopravvivenza. Quella casa traspirava solitudine e noncuranza, esattamente come la sua figura, che giaceva in uno stato di perdurante quiescenza perché si era arresa alla rassegnazione. Era uno stato mentale che non poteva comprendere, lui che era pronto a reinventarsi ogni volta che sarebbe stato necessario o opportuno farlo. Tuttavia, anche l’appartamento in cui viveva sin da ragazzo in Piazzale Accursio, nei pressi del vecchio tiro a segno, ormai in disuso dall’inizio degli anni ’70, era similmente anonimo e certo più disordinato, e tale trascuratezza non era giustificata dalla saggezza di mantenere un profilo basso per non destare sospetti in chicchessia.

Dopo quattro anni di collaborazione piuttosto remunerativa, ma via via più ampia e rischiosa, Enzo aveva volentieri ceduto la società agli amici del Bar Quinto, accettando la loro proposta prima che divenisse una pretesa manifesta.

Era filato tutto liscio, col notaio, la banca e l’ufficio del Registro. Nessun problema, tranne uno: era una settimana che chiedeva al fidato ragioniere di consegnargli il resoconto esatto dei guadagni in nero, che era bene distruggere, insieme  all’ammontare residuo a lui affidato; ma l’altro tergiversava, accampava scuse. Quella sera aveva scoperto che Aldo aveva perso un sacco di soldi in giro per le bische clandestine milanesi, compresi i suoi. Gli aveva confessato, con dolente imbarazzo, di fare la cresta da anni per colpa del maledetto vizio del gioco. Enzo non aveva ancora quarant’anni, era forte e agile, si allenava regolarmente a tirare di boxe alla palestra Ursus, in viale Umbria, mentre Aldo era un sessantenne mingherlino consumato dalla tristezza e dall’ansia. Enzo sentì montare la rabbia come una schiuma densa e tossica, pervasiva e impellente. Non era per i soldi, se glieli avesse chiesti glieli avrebbe regalati, ma per la fiducia tradita, per il raggiro sistematico, per l’impossibilità di perdonarlo e di continuare a volergli bene. Il gancio sinistro partì veloce e potente, colpì con precisione il fegato. Vide l’uomo che considerava un padre piegarsi su se stesso rantolando, lo osservò boccheggiare , rovesciare gli occhi all’indietro portandosi le mani al petto, agitato da un tremito convulso. Enzo sapeva quali possono essere le conseguenze estreme di un colpo simile, e aspettò. Quando fu tutto finito, guardò dentro il proprio animo cercando un’emozione, la paura, la disperazione, il rimorso. Trovò soltanto una lucida freddezza che lo indusse ad aprire la cassaforte (di cui conosceva la combinazione) prelevando il quaderno con la contabilità del nero, e a guardarsi attorno pulendo ogni oggetto su cui potesse avere lasciato impronte, intanto che la sua mente calma elaborava un piano.

Ora è fondamentale uscire di qui senza essere visto; la porta si chiude a scatto, me la tirerò dietro lasciando le chiavi nella serratura, all’interno.  Aldo è – era – talmente solo che nessuno lo cercherà. Martedì passerò di qui, suonerò il campanello e chiederò in portineria se lo abbiano incontrato; poi andrò al Commissariato di via Satta, dicendomi preoccupato perché il mio ex collaboratore non si è presentato all’appuntamento del mattino per prendere un caffè  assieme e non risponde al telefono. Nel frattempo, lunedì andrò a Locarno per fare un ultimo versamento. La polizia mi farà delle domande; riferirò dei suoi debiti di gioco con le bische e le indagini andranno in quella direzione. Lascerò passare un po’ di tempo e me ne andrò in qualche Paese lontano, dove non mi conosce nessuno. Quattro soldi li ho, potrò inventarmi una nuova vita, dimenticandomi presto di questa.

Dunque, stava per uscire quando aveva sentito dei passi sulle scale e si era fermato. Aveva udito chiudersi una porta al piano sottostante: uno, due – breve esitazione –  tre, quattro mandate. Richiuso silenziosamente l’uscio, era sceso. Ciò che non poteva sapere era che i primi due giri di chiave avevano chiuso ma gli altri due avevano riaperto, perché Eliana aveva appena fatto una cosa davvero stupida. Stupida ma determinante, tanto da sconvolgere l’andamento di quello che, altrimenti, sarebbe stato un sabato sera come tanti. Non aveva controllato la casella della posta, appesa al muro insieme alle altre di fianco alla portineria, e le era venuto in mente di scendere a guardare. Alle undici passate.

Nella vita di una persona accade che si compiano scelte apparentemente insignificanti, invece capaci di produrre effetti catastrofici, bolle in rapida espansione in grado di deprimere l’energia sostituendola con il vuoto, fino a disgregare la materia ingannevole di cui pensiamo di essere fatti. Vero e falso, finzione e realtà: tutto da rivedere, ripensare, rivalutare e riorganizzare.

Eliana vide l’uomo scendere le scale, svelto e furtivo; rimase a osservarlo con le chiavi in mano, nel gesto di infilarle nella serratura per chiudere, pensando scioccamente che non era né il ragionier Crivelli né la vecchia signora Tallarico, ovvero gli inqulini del piano di sopra, quindi era uno sconosciuto, e la parola lampeggiò nella sua mente come un segnale di pericolo. Sebbene l’istinto la invitasse alla fuga, il raziocinio considerò l’evidente svantaggio perciò non si mosse, abbandonandosi a una curiosa sensazione di afflosciamento.

Enzo mosse deciso verso la donnetta di età indefinibile che lo fissava, paralizzata dalla medesima catatonia che coglie un animale in mezzo alla strada, di notte, dinanzi ai fari dell’auto che sta per investirlo.

Non va bene, decise, e assecondò l’istinto: la immobilizzò tappandole la bocca, la spinse deciso dentro l’appartamento da dove era appena uscita. A quale sventurata bestia attonita poteva assomigliare, la donna dal corpo smilzo e legnoso che stava stringendo al suo? Lo sentiva caldo e rigido, non percepiva il battito cardiaco e magari neanche ce l’aveva, un cuore. Di certo non era imparentata con un gatto, non ne mostrava l’altera selvatichezza, e nemmeno con un capriolo, di cui le mancava la tipica grazia timida. Faceva pensare piuttosto a un piccolo cane, un meticcio dall’aspetto frusto e dall’aria schiva, disabituato all’affetto e alla confidenza. Si riscosse dalla distrazione di quell’inutile speculazione.

“Adesso ti tolgo la mano dalla bocca ma è meglio se non gridi, dammi retta”.

La donna non fiatò, nemmeno si scostò da quella rude stretta; constatò che l’uomo aveva una bella voce, fonda e ferma, e odorava di tabacco, di cuoio e di buccia di agrumi con una nota amara. Non pensava, usava i sensi come un mammifero qualsiasi; le toccava la parte della preda e non poteva fuggire, così raccoglieva dettagli per controllare la paura. La sentiva sotto i denti, come polvere dal gusto ferrigno, era una brutta sensazione.

Enzo chiuse la porta con la chiave e se la mise in tasca; la stanza era debolmente rischiarata dalla luce dei lampioni sulla strada; vi scorse un divano.

“Siediti”, disse, lasciandola andare e prendendo una sedia per sé. Lei ubbidì e rimasero a scrutarsi in silenzio per diversi minuti. L’alloggio affacciava su via Pascarella; a quell’ora passavano poche auto e non faceva ancora così caldo da tenere le finestre aperte, sicché le vite degli altri si mantenevano riservate. Un’irosa voce maschile abbaiò qualcosa, ma il grido rimase appeso nel silenzio, in attesa di una replica che non arrivò.

Eliana notò che lo sconosciuto era di aspetto gradevole, sebbene poco raffinato se paragonato al suo modello di riferimento,  cioè il dottor Sigismondi. Non molto alto, fisico asciutto e muscoloso, capelli scuri e ricci, un’ombra di barba ammorbidiva i lineamenti armoniosamente marcati, occhi scuri dallo sguardo sfacciato, senza traccia di malvagità. Portatore ignaro di una mascolinità decisamente ruvida, l’uomo avrebbe fatto bella figura in canottiera bianca di cotone a coste, un Marlon Brando sbucato dal fronte di  un porto ancora più periferico (Eliana provò a figurarsi il dottor Sigismondi nella stessa tenuta, ma proprio non ci riuscì).  Invece, indossava una leggera giacca in pelle nera e una Lacoste a maniche lunghe sopra i jeans; la guardava meditabondo, le mani poggiate sulle ginocchia, il corpo rilassato ma pronto allo scatto. Più particolari della sua fisionomia recepiva, più lo trovava rassicurante, senza rendersi conto dell’incongruità di tale impressione.

Enzo la osservava a sua volta, chiedendosi cosa mortificasse una bellezza che a tratti si intuiva ma restava sfuggente, offuscata da una certa sciatteria e da qualcos’altro che non capiva e nemmeno gli interessava. Occorreva un piano per uscire dall’inattesa situazione di stallo, e non ce l’aveva. Però, doveva escogitarlo in fretta.

Enzo era cresciuto un po’ troppo per strada nonostante gli sforzi del padre, rimasto vedovo con un figlio ancora piccolo. Sulla strada aveva assimilato una certa elasticità morale ma non era un delinquente, per quanto fosse disposto a mettersi in affari con quelli veri per procurarsi guadagni facili. Lungi dall’essere condizionato da un temperamento impulsivo, semmai veloce nel valutare razionalmente il contesto corrente, era naturalmente incline ad affrontare i conflitti con la violenza, e sapeva esprimere una potenza fisica davvero notevole. Avendo subito compreso che obbedire a quell’indole lo avrebbe condotto a inevitabili disastri, si era imposto un rigoroso autocontrollo. La pratica della boxe gli aveva insegnato la disciplina e l’impiego della tattica, inoltre rappresentava uno sfogo efficace, fisico e soprattutto emotivo. Infatti, fino a quel momento la sua ira non era mai stata rivolta contro alcuno. Per esempio, quando Caterina lo aveva lasciato per mettersi con quel deficiente di Carlo, aveva sganciato un dritto contro il portellone del suo furgone e gli era anche toccato ripararselo, dandosi mentalmente del fesso. Ma quella sera, di fronte alla rivelazione del tradimento dell’uomo che considerava quasi come un padre, tutti i suoi collaudati sistemi di sicurezza erano saltati e ora provava la spiacevole convinzione di trovarsi intrappolato in una parte che doveva suo malgrado recitare, cercando di non sbagliare tempi e battute.

Intanto, si guardava attorno: nel tinello dove stavano c’era una libreria a giorno su una parete, con diversi libr e un televisore, un divano a due posti, dove si era seduta Eliana e un tavolo tondo con quattro sedie, su una delle quali si era accomodato. In fondo alla stanza si trovava la cucina, un corridoio stretto e corto, la camera da letto aveva la porta aperta e scorse un letto singolo con una sedia per comodino e un armadio; la porta accanto, chiusa, doveva essere quella del bagno. Non c’erano piante, soprammobili, fotografie o quadri alle pareti, a parte un’unica grande stampa raffigurante un vecchio manifesto pubblicitario dei grandi magazzini La Rinascente. Enzo non lo sapeva, ma era la riproduzione di uno dei più noti manifesti pubblicitari del pittore e illustratore Marcello Dudovich, comprato da Eliana perché il dottor Sigismondi ne era un appassionato collezionista e aveva alcuni originali in bella mostra nel suo ufficio.

“Come ti chiami?”

“Eliana”

“Non ho nessuna intenzione di farti del male o di rubarti qualcosa”, disse a un tratto, accompagnandosi con un gesto vago della mano.

“Va bene”.

Per quanto fosse un’affermazione un po’ ridicola, Enzo aveva provato l’insopprimibile bisogno di esprimerla e la cosa lo infastidì. Si alzò bruscamente e un capogiro gli rammentò che aveva saltato la cena e pranzato con un cappuccino preso al Bar Quinto.

“Hai qualcosa da mangiare?”

Lei gli rivolse un’occhiata perplessa ma rispose, quasi scusandosi:

“Non molto. Però posso fare una pasta al sugo, ci metto un attimo. Anzi, avrei fame anch’io”.

Era quasi mezzanotte mentre Enzo osservava Eliana muoversi con qualche acrobazia nello spazio ristretto della cucina, assomigliava a una bizzarra coreografia interpretata con una certa grazia. Sul fornello la cipolla sfrigolava in padella insieme al pomodoro tagliato a pezzetti, al sedano e alla carota – non se era minimamente  preoccupato, vedendola estrarre il coltello dal cassetto – e l’acqua bolliva nella pentola. La donna gli porse una tovaglia bianca senza dire una parola e lui la stese sul tavolo, che lei apparecchiò con gesti sicuri e consueti. Poco dopo sedevano l’uno di fronte all’altra, l’aggressore e l’aggredita, davanti a due piatti fumanti di spaghetti. Un uomo e una donna cenavano insieme, dentro un sabato notte milanese totalmente  sbagliato; la realtà si stava rapidamente sgretolando e il finale della commedia diveniva sempre più incerto. Eliana non riusciva a ricordare quanto tempo fosse passato dall’ultima volta in cui aveva cucinato per cenare insieme a un uomo, trascurando che fosse un intruso dalle intenzioni non chiare e probabilmente non amichevoli; l’uomo, dimentico delle circostanze che lo avevano collocato in quel fotogramma, cercava argomenti per superare l’inevitabile imbarazzo di ogni primo appuntamento. Al primo incontro non si racconta mai molto di sé, a meno di non essere inguaribilmente egocentrici, e infatti Enzo porgeva osservazioni generiche alle quali Eliana rispondeva, replicando con identica vaghezza. Nessuno dei due pareva impressionato dalla stravaganza di una scena così fuori contesto, anzi: presero a comportarsi con disinvoltura crescente, come se la trovassero appagante.

Il silenzio della notte accresceva la sensazione di straniamento (per cui ognuno si percepiva come diverso da prima, di fatto una persona nuova e ignota)  e di estraneità dal resto del mondo, lo spazio ridotto al modesto appartamento di periferia e il tempo racchiuso in una notte dove tutto era tanto irreale da apparire possibile. Enzo si alzò per aprile la finestra, ora faceva caldo nel piccolo tinello, e fu investito da un effluvio di fiori di tiglio, amplificato dalla frescura notturna; doveva essercene una pianta nelle vicinanze ed era periodo di fioritura. Si sentì risucchiato in un vortice scuro che lo scagliò indietro nel tempo, fino al giorno del funerale di suo padre. Si era occupato di tutto Aldo perché lui giaceva in uno stato di intorpidimento, incapace di pensare al domani e persino all’oggi. Erano al cimitero di Musocco ma Enzo non badava alle parole dell’officiante perché stava ascoltando il profumo mieloso e inebriante dei tigli, ed era così bello che si commosse e pianse. Non rivelò mai a nessuno che il giorno del funerale di suo padre pianse per la bellezza struggente di un profumo.

C’era di nuovo l’aroma dei tigli a ubriacargli i pensieri, la sera di giovedì  in cuiaveva parcheggiato l’auto in viale Alemagna per entrare all’Old Fashion e aveva incrociato Caterina che ne usciva, abbracciata a quel deficiente di Carlo, e se non fosse stato per la belleza di quel respiro notturno fragrante di panna e miele lo avrebbe ammazzato di botte proprio lì davanti. Ecco, l’aroma dei tigli in fiore rappresentava ciò che aveva perduto, eppure riusciva ad ammansire lo sconforto fino a renderlo accettabile. Il vortice scuro era ancora in movimento, gli portò la voce calma di Aldo, arrocchita da troppe sigarette consumate dentro un’irrimediabile solitudine, la voce capace di placarlo ogni volta che si sentiva furioso o sgomento. Aldo, che aveva guardato per anni senza vederlo davvero, che non aveva nemmeno provato a perdonare.

Sentì di nuovo un senso di vertigine e non c’entrava più il digiuno. Doveva sottrarsi al gorgo che lo stava inghiottendo, tornare all’atmosfera bizzarramente rasserenante dell’anonimo soggiorno, ritrovare la freddezza abituale, individuare la via d’uscita, A ogni costo.

Enzo si trovava nuovamente nella realtà non prevista, né prevedibile, della casa – della vita  – di una donna che lo guardava pacifica, gli avambracci sul tavolo, le mani abbandonate sulla tovaglia tra briciole di pane. Sembrava che lo stesse aspettando, e in un certo senso era così. Eppure, non diede l’impressione di rivolgersi a lui quando prese a raccontare, con il tono dolcemente malinconico riservato alla narrazione delle cose remote, di Morbegno e dele montagne, dei lunghi inverni e dei meli in fiore a primavera, dei timori per la sorte del raccolto e della fatica finale. I suoi larghi occhi grigi apparivano luminosi e belli, era la rappresentazione della persona che doveva essere stata un tempo. Eliana aveva gettato un ponte provvisorio e fragile, ma bastevole a superare il breve vuoto che li separava. Enzo vi si incamminò rievocando le sue estati infantili dai nonni materni a Bereguardo, in una cascina separata dal fiume da una striscia sottile di pioppi. Le ore più fresche erano funestate da nugoli di zanzare grosse come elicottteri e affamate come vampiri; le descrisse le incursioni della nonna che cercava di spiaccicarle armata di una ridicola paletta flessibile di plastica forata, mentre il nonno rideva dell’inutile dispendio di energie. Faceva la prima media, quando si ammalò di morbillo verso la fine dell’anno scolastico, che chiuse in anticipo. Suo padre lo spedì in cascina, dove rimase confinato in una stanza al piano superiore per diversi giorni. Dalle finestre aperte arrivava il rumore dei trattori, il cane che abbaiava, lo starnazzare delle oche e dei polli, le grida stridule delle gazze che litigavano contendendosi chissà cosa, forse semplicemente il diritto all’esistenza.

Il ponte era ancora lì, ora appeso nel silenzio. Giravano entrambi attorno a un pensiero che arrivava da lontano, dapprima un sussurro e poi un grido, un accenno di desiderio commutato in bisogno primario: perdersi l’uno nell’altra, almeno fino all’alba di un giorno nuovo. Perché non avrebbero potuto guardarsi dentro senza la vicinanza di qualcuno pronto ad afferrare le loro mani sul margine di un analogo buio, ognuno il suo. Era appena dietro i loro occhi, lo avevano intravisto e vi si erano riconosciuti con desolata certezza. In quel momento ciascuno si illuse di trovare la salvezza nell’altro, il soccorso di un simile che non avrebbe giudicato, consentendo di rinascere dalla cenere grigia non assolti, ma perdonati.

Il profumo di tiglio si insinuava nella stanza dalla finestra spalancata, carezzevole e insidioso. Incurante di qualsiasi disallineamento annullava le distanze, suggeriva ragioni e forniva giustificazioni per le decisioni più azzardate. Trovarono riparo in un abbraccio prima che i ricordi diventassero confidenze, e poi confessioni di quel genere di cose che il tempo non saprà accomodare.

Enzo riemerse dal sonno con riluttanza; riprese coscienza di sé a poco a poco passando attraverso una piacevole fluttuazione in assenza di peso e di consistenza. Il gorgoglio della moka, accompagnato dall’aroma lievemente bruciato del caffè in ebollizione, lo ricondusse nella dimensione collaterale di quell’appartamento privo di personalità, in mezzo a una periferia milanese dove troppe individualità, tra loro variamente divergenti, si muovevano nel medesimo spazio in perenne sfasamento.   I lampioni sulla strada si stavano spegnendo uno dopo l’altro, il buio cedeva alla premura di una luce opalescente. Non erano ancora le sei del mattino ma Eliana era già vestita; lo salutò  con un sorriso che gli sembrò di conoscere da tanto tempo, come pareva familiare sedersi a fare colazione l’uno di fronte all’altra. D’improvviso, Enzo ebbe fretta di uscire dalla suggestione dolce e sinistra di quella notte singolare. Eppure, prima di andarsene era disposto a lasciarsi sedurre dall’ultima chimera: allora  le illustrò l’intenzione (che nella sua mente si stava già articolando come progetto concreto) di trasferirsi in una riviera esotica, comprare un chiosco su una spiaggia bianca e passare le giornate servendo bibite e panini ai turisti, quando c’erano, e a guardare il mare quando mancavano. Il suo discorrere pacatamente determinato conteneva un invito sottinteso e agevolmente inferibile; sul viso di Eliana non c’era stupore e nemmeno perplessità, piuttosto la traccia di una sconveniente fiducia,  di un credito accordato senza garanzie. Non aveva mai visto un mare tanto lontano; si domandò cosa si provasse a lasciare scorrere tra ledita una sabbia fine e bianca come talco, si chiese se avesse un odore definibile con le parole di cui disponeva, o se occorresse inventarne di nuove. D’altronde, nulla di ciò che le era passato per la testa nelle ultime ore poteva essere classificato avvalendosi dei parametri usuali. Cionondimeno, appariva irrefutabilmente vero.

Enzo osservava da un po’  il manifesto pubblicitario di Dudovich; si alzò per guardare il calendario di Frate Indovino appeso vicino all’ingresso della cucina.

“Ho bisogno di un mese di tempo per sistemare alcune cose. Facciamo così”, disse, afferrando la biro rossa appesa con un pezzo di spago  al chiodo che reggeva il calendario e  tracciando un cerchio attorno a una data, “…sabato 24 giugno, alle sei del pomeriggio, sarò al bar al settimo piano della Rinascente. Se decidi di partire con me, raggiungimi, e concorderemo i dettagli. In questo frattempo, non avremo nessun contatto e devi promettermi una cosa: nei prossimi giorni, la polizia ti chiederà se la notte scorsa hai visto o sentito qualcosa di anomalo…”

Eliana lo interruppe toccandogli un braccio con delicatezza, la voce ferma e serena, gli occhi grigi e seri fissi nei suoi.

“Io e te non ci siamo mai incontrati”.

Non c’era altro da aggiungere; l’ultimo saluto conteneva la medesima sobria drammaticità dei commiati sulla banchina della stazione, all’inizio di una storia dallo sviluppo ancora incerto. Le sei erano passate da poco, era domenica e via Pascarella rimaneva immobile sotto un cielo nuvoloso e greve, fermo immagine di un film in bianco e nero. Enzo scese velocemente per le scale, uscì dal cortile senza vedere né essere visto da alcuno, girò l’angolo e percorse un pezzo di via Amoretti finché non raggiunse la sua auto, e se ne andò.

Nei giorni seguenti, mise in atto punto per punto il piano che aveva ideato e tutto andò come aveva immaginato: la polizia gli fece molte domande e si interessò in particolare alla frequentazione delle bische da parte del defunto. Enzo non nascose che stava predisponendo il trasferimento all’estero ma la cosa non destò alcun interesse. Per diversi giorni ripensò all’andamento stravagante della notte che cambiò per sempre il corso della sua esistenza.  Era sicuro che Eliana custodisse un mistero fosco e non aveva voglia di disvelarlo, ma non poteva fare a meno di provare per lei una specie di gratitudine affettuosa. È stato solo un maledetto incidente, provò a ripetersi, sperando che prima o poi  sarebbe riuscito a convincersi, anche se sapeva che esistono cose che nemmeno tutto il tempo dell’universo potrebbe aggiustare.

Eliana trascorse buona parte della domenica sonnecchiando, la mente vuota e piacevolmente leggera. Mantenne la casa in penombra per prolungare la  confortante percezione di isolamento, ancora per un poco. Attorno a lei aleggiava un sottile odore di cuoio, di tabacco e di buccia di agrume, con una persistente nota amarognola. Sarebbe svanito ma sperò di ricordarsene a lungo, magari per sempre.

Il lunedì mattina entrò nello studio in via Torino che non erano ancora le otto e un quarto. Nello sgabuzzino dove borbottava il monumentale distributore automatico di bevande calde e fredde, nonché di svariati generi di discutibile conforto, Marisa friggeva aria a beneficio di due giovani colleghi, storditi dai feromoni emanati dalla sua esuberante persona. Rivolse loro un cenno di saluto vagamente condiscendente, come a rimarcare diversità sostanziali, e filò nell’ufficio del dottor Sigismondi per sostituire il mazzolino di fiori sulla scrivania. Più tardi, lo accolse con la solita amorevole deferenza. Era così bello, sguardo onesto e azzurro, sul volto dall’espressione regalmente serafica nemmeno una grinza, e di certo neanche nell’animo. Si accorse solo in quel momento che il suo odore era neutro o, meglio, ogni effluvio personale risultava annientato dalla raffinata colonia di Hermès che il dottor Sigismondi adoperava (generosamente) da anni e che ormai costituiva la sua impronta olfattiva. In Italia non era commercializzata perché parte di una collezione esclusiva ed era Eliana a preoccuparsi di procurarne una scorta direttamente da Parigi, Faubourg Saint-Honoré, all’inizio di ogni anno. Quella mattina guardandolo si sentì turbata da un accenno di colpevole imbarazzo; ma poi no, che non lo aveva tradito, nemmeno un incontro fatale come quello di sabato poteva alterare l’integrità di quell’amore ideale.

Certe volte la notte, a occhi chiusi nel buio fitto della stanza, Eliana rievocava il ricordo di Enzo. Poteva ancora sentirlo sopra e sotto la pelle, eppure rimaneva stranamente fuori dai suoi pensieri; lo percepiva con i sensi, ma non con la mente. Del resto, come aveva riferito alla polizia, quella notte era rincasata attorno alle undici e non aveva incontrato anima viva.

Un mese era trascorso davvero in fretta. Eliana aveva promesso a Enzo di considerare la sua proposta, e lo aveva fatto pensando a un rebus della Settimana Enigmistica, cercando il senso compiuto racchiuso tra le parole e le immagini delle ore strambe vissute accanto a lui. Quindi, nel pomeriggio di sabato, 24 giugno, entrò alla Rinascente. Vagò pigramente per i vari reparti, comprò un abitino rosso senza maniche che forse non avrebbe mai indossato; acconsentì  ad affidarsi alle mani di una truccatrice che promuoveva i cosmetici di un noto marchio, finendo per acquistarne alcuni. Guardandosi allo specchio fu piuttosto soddisfatta del risultato e decise di farsi crescere i capelli, come suggerito dalla gentile estetista. Verso le cinque e mezza uscì su via Santa Radegonda, attraversò la strada e guardò verso l’alto, dove c’era la terrazza del bar del settimo piano, affacciata sulle guglie della cattedrale. Per quanto si sforzasse di raffigurarsi Enzo, seduto ad aspettarla vicino alla vetrata, ne risultava un’immagine fuori fuoco, era un’idea che non trovava il modo di aggregarsi e configurarsi. Ristette ancora per qualche istante, poi si diresse a passo spedito verso la stazione della metropolitana per tornare a casa. Il sacchetto con gli acquisti, appeso al braccio, oscillava ritmicamente e constatò che era proprio la stagione giusta per un vestitino rosso, un trucco leggero e un’allegria nuova. Scese a Cadorna e mentre correva per prendere il treno delle Ferrovie Nord che l’avrebbe ricondotta a Quarto Oggiaro, ancora in tempo per fare la spesa all’Esselunga di via Amoretti, un pensiero s’infilò di traverso, un colpo di vento capace di spalancare porte e finestre: nessuno avrebbe potuto salvarla, nessuno avrebbe potuto salvarla. Bullona, Bovisa, Quarto Oggiaro, il paesaggio fuori dal finestrino era uniformemente brutto ma scorreva veloce. Tutto scorre, basta lasciarlo andare.

Nello stesso momento, Enzo stava comodamente seduto su un aereo che lo avrebbe scaricato all’aeroporto di San José; da lì sarebbe iniziata la perlustrazione della costa caraibica del Costa Rica alla ricerca di un nuovo inizio. Lui non c’era nemmeno passato, dalla Rinascente, sebbene avesse creduto di essere sincero con Eliana, prospettandole l’appuntamento e la fuga. Non avrebbe mai scordato la consolazione del primo abbraccio, il cercarsi con gentilezza, quasi fosse un gesto di cortesia,  che era subito diventato furia, però dolce, come la fragranza di tiglio che saturava la stanza.

Era un sabato qualunque, a Milano, all’inizio dell’estate dell’89. Alcuni s’inventavano un ruolo per la serata, cucendosi addosso dei panni la cui tenuta era garantita giusto fino all’alba. Altri, scivolando dentro docili porte girevoli con singolare agilità, migravano senza rimpianti da un’esistenza all’altra, nemmeno sfiorati dal dubbio che dall’altro lato non li attendesse una vita nuova ma la stessa di prima, solo dentro una prospettiva diversa.

Anche quel sabato si sarebbe consumato rapidamente lasciando tutt’al più un segno effimero, l’alito che appanna per pochi istanti uno specchio e subito si ritira; il tempo di sospensione della domenica lo avrebbe cancellato facilmente. E sarebbe arrivato un nuovo lunedì già vecchio, tutto daccapo fino al prossimo sabato qualunque.

“Vivere così senza pietà

Senza chiedersi perché

Come il falco e la rugiada

E non dubitare mai

Non avere alcuna proprietà

Rinnegare l’anima

Come i sassi e i fili d’erba

Non avere identità

Gli spietati salgono sul treno

E non ritornano mai più…”

(“Gli spietati”, Baustelle)