LA  BARISTA

(Sonia Fantozzi)

Chissà quale fantasticheria condusse il musicologo Giulio Confalonieri a pensare alla Taverna del Jamaica dell’omonimo film di Hitchcock, suggerendo così il nome da attribuire al nuovo locale meneghino in via Brera. Era il 1911. Dal Bar Jamaica  è transitata la storia del Novecento: politici, artisti, intellettuali. Elio Mainini, proprietario del locale, fu un potente catalizzatore: organizzava mostre, radunava gli esponenti delle avanguardie artistiche e letterarie. Il Jamaica divenne il salotto prediletto da ogni intellettuale, scrittore, pittore che si trovasse a passare da Milano. Qui non si chiudeva mai, e si faceva credito a tempo indeterminato a giovani pensatori squattrinati e a pittori che non vendevano quadri. Poi arrivarono giornalisti e gente di spettacolo, qualcuno già famoso, altri di belle speranze destinate a rimanere tali. In seguito fu la volta della Beat Generation e del grido poetico di Allen Ginsberg, il quale ai tavolini del Jamaica trascorreva interi pomeriggi.

Il Novecento si è concluso da qualche mese, è il secolo scorso. Stando dietro al banco osservo l’umanità che popola il locale: turisti, curiosi attirati dalla sua fama, gente che se la tira. Le idee, i fermenti, gli azzardi fantasiosi, non ci sono più. I muri non parlano, eppure qui dentro si percepisce qualcosa che altrove non c’è: un sogno, un’ambizione, un rammarico. La nostalgia per dei ricordi inafferrabili, che questi muri serbano per sé.

Sono stata diverse altre cose, prima di divenire barista.

Questa storia non inizia dalla mia nascita e nemmeno dalle prime esperienze di cui abbia memoria, non è questa la storia che intendo raccontare, bensì quella che parte dal momento in cui si è alzato il primo colpo di vento.

Faceva senz’altro un caldo soffocante nell’angusto bilocale in cui vivevamo, ma non me ne ricordo affatto. Milano, breve traversa di viale Monza, una vecchia casa dentro uno stretto cortile; l’appartamento aveva  due sole finestre, poste sulla stessa facciata: doveva fare davvero caldo, sia nell’estate del ’78 che in quella del ’79.

“Sei il mio amore, la mia migliore amica, la mia compagna, la mia amante, la madre dei figli che vorrò, e sei la mia puttana”.

Ecco da dove incomincia la mia storia: dall’incontro che mi aveva condotta a quell’istante sublime e alienante. L’Università, la famiglia, gli amici di prima: tutto accantonato, nulla più contava, nulla che esulasse da quell’abbraccio vorace. A poco più di vent’anni si fanno, queste sciocchezze. Si cade in un doppio inganno: quello di credere nella longevità di una passione furibonda e quello di ritenere di cavarsela sempre, senza grossi danni. Invece, la passione si allenta e si esaurisce senza sfociare in un sentimento pacificato, mentre dentro qualcosa si rompe e resterà rotto per sempre.

Malgrado fossi lusingata dall’attribuzione di quei ruoli e affascinata dal loro essere complementari, mi allarmava sempre un poco l’accenno ai figli che lui avrebbe voluto: m’inquietava persino in quei momenti in cui il raziocinio si dileguava allegramente per lasciare che i sensi governassero insieme alle emozioni. Non mi turbava affatto l’accostamento madre-puttana: però, se per la seconda condizione sentivo di possedere una certa attitudine, nei confronti della prima nutrivo molte riserve.

Molte donne della mia generazione avevano rivendicato  la legittima facoltà di soddisfare il proprio desiderio  in assenza del viatico dell’innamoramento, con il solo fine di ricercare il piacere. Soprattutto, senza che ciò fosse considerato riprovevole. Ecco allora che il termine  puttana perdeva il valore di insulto e la pretesa di giudizio morale,  indicando l’applicazione del libero arbitrio a una sfera assolutamente privata e personale, perciò insindacabile.

Secondo la mia esperienza,  non erano e non sono molti i maschi pronti a comprendere e accettare davvero un simile cambio di paradigma,  indipendentemente dalla loro età.

In quanto a mettere al mondo dei figli, ciò non rientrava nelle mie aspirazioni: la deformazione del corpo durante la gravidanza mi suscitava un apprensivo disgusto; soprattutto, non potevo accettare il legame indissolubile che un figlio rappresenta, né ero disposta a prendermi cura di un individuo il quale, per molti anni, sarebbe dipeso totalmente da me, dalla mia presenza, dalla mia sollecitudine. Allora tendevo a non considerare definitiva la mia posizione, ma anche in seguito non avvertii l’istinto nobilmente animale di procreare al fine di preservare la specie, e nemmeno l’esigenza del tutto umana di lasciare una traccia futura, mettendo al mondo un individuo che avrebbe seguitato ad appartenermi.

Comunque, come è mia abitudine, pensavo che mi sarei preoccupata se e quando la faccenda, da aspirazione vagamente programmatica, si fosse tramutata in progetto concreto. Non feci in tempo, in ogni caso.

In gioventù, quando un amore finisce (male, è implicito nella fine di tutti gli amori giovanili troppo esigenti), ci si aggrappa alla giusta presunzione di avere  molto tempo da vivere e che tante cose possano ancora accadere.  Ci si sente a pezzi, feriti, arrabbiati; si aspetta il mattino in cui, alzandosi dal letto, ci si reggerà meglio sulle gambe. Quando quel mattino arrivò, ritrovai il gusto di certe notti passate a rincorrere un attimo fuggente, ma ripresi anche gli studi interrotti buttandomi sui libri con determinazione e finii per laurearmi in filosofia.

Scoprii dopo qualche tempo una cosa banale, descritta meravigliosamente da Cesare Pavese molti anni addietro, ovvero che “nulla è più inabitabile di un luogo dove si è stati felici”. Strade, cinema, ristoranti e altri locali milanesi, dapprima innocentemente anonimi, erano stati il palcoscenico inconsapevole di una storia vorticosa durata appena due anni. Ormai mi facevano soffrire e struggere per ciò che avevo perduto ma, peggio ancora, per tutto ciò che non era stato; così, compresi che dovevo andarmene. Ebbi un inatteso colpo di fortuna trovando lavoro nella redazione di una rivista di viaggi e turismo. Avrei fatto parte di un piccolo gruppo di aspiranti giornalisti impegnati come “galoppini”, che venivano spediti in giro per il mondo insieme a un fotografo, con il compito di recensire alberghi e villaggi vacanza ma anche di raccogliere informazioni utili a suggerire ai lettori itinerari interessanti e alternativi a quelli più noti. Non ebbi alcuna esitazione a lasciare un impiego noioso e meglio retribuito, l’idea di un perenne e concitato movimento era troppo allettante. Gli articoli da pubblicare li scrivevano i giornalisti veri sulla base dei nostri appunti, ma era divertente e quella forma di nomadismo sovvenzionato si adattava perfettamente alla mia irrequietezza.

Mi chiese di vederci all’improvviso, pochi anni dopo il nostro addio; accettai senza valutare le conseguenze, di nuovo, e pensando di avere ormai reciso ogni legame, tanto da poter sopportare quell’incontro.

“…sei ancora la mia puttana”

“…sono la puttana di chiunque vuole che lo sia”,

avevo replicato con brutale sincerità e con compiaciuta cattiveria. Allora lui mi aveva rivolto uno sguardo addolorato e per questo lo avevo odiato, comprendendo che non avrei saputo perdonare il suo tradimento, ma nemmeno sarei riuscita a distaccarmi del tutto da quell’amore che non sentiva ragioni. A meno di ucciderlo per cancellarlo, e lo avrei fatto, in quel momento: però, avevo solo il rimpianto e l’astio con i quali trafiggerlo, e nient’altro.

“Non più amica, tanto meno compagna, né madre dei figli di nessuno, occasionalmente e per brevi periodi amante, spesso semplicemente puttana. Questo è ciò che sono adesso, amore mio”.

Con tale affermazione avevo scientemente escluso qualsiasi possibilità di riconciliazione.

Fortunatamente, il giorno appresso sarei partita per un lungo viaggio        nell’Australia Meridionale.

Prima di imbattermi in quella forma di amore sapevo così poco di me: fino ad allora avevo visto solo la superficie appena increspata dell’acqua, senza scorgerne la tumultuosa profondità.

Dopo, mi resi conto che se potevo rinunciare ai sentimenti per cautela o per supposto disinteresse, non avevo nessuna intenzione di fare a meno del sesso, che presi a praticare con tenace disinvoltura.

Mi è capitato di domandarmi se la propensione per il sesso sia un connotato fisiologico o piuttosto un atteggiamento deliberatamente  acquisito: insomma, dipende da una chimica del corpo o della mente?

Senza avere trovato una risposta univoca ma avendone semmai ipotizzate diverse, tra loro concomitanti e interagenti, l’ho più spesso considerata una risorsa, anziché un problema, un modo per procurarsi momenti di fugace gratificazione, mantenendosi al riparo dalle complicazioni dei sentimenti.

Mi fermavo a Milano per brevi periodi tra un incarico e l’altro; ciò stabilì distanze sempre meno conciliabili con la mia famiglia, evitando tuttavia una frattura netta, tanto dolorosa quanto irrimediabile.

Il mese di dicembre dell’89 la rivista di viaggi pubblicò l’ultimò numero: non vendeva abbastanza copie per sostenere i costi necessari a mantenere la linea editoriale che i fondatori avevano scelto, e cambiare taglio non avrebbe reso il periodico competitivo. I galoppini e i fotografi, con i quali per otto anni avevo intrattenuto rapporti superficialmente affettuosi, si dispersero e, come era logico aspettarsi, si dileguarono velocemente.

A Milano mi sentivo in trappola, mi mancavano gli aerei e i luoghi remoti, gli imprevisti e la stanchezza del corpo, le stamberghe e gli alberghi con la Jacuzzi in camera, i paesaggi ignoti e gli incontri di una notte, effimeri e meravigliosi, perfettamente incastonati nel ricordo di un posto lontano.

Dovetti arrendermi alla sedentarietà di un impiego in una piccola casa editrice  che dedicava molta attenzione alla ricerca di autori esordienti di talento. Fui assunta come selezionatrice: dovevo leggere una parte delle numerose opere proposte da aspiranti scrittori e individuare quelle eventualmente interessanti, che sarebbero state esaminate da una commissione editoriale, cestinando le altre.

La sera cercavo di scrollarmi di dosso le insignificanti narrazioni alla cui lettura dovevo dedicarmi durante il giorno, infilandomi talvolta in altre, reali ma altrettanto immeritevoli di considerazione. Trascorse così poco più di un anno, durante il quale m’impegnai affinché i contatti con la mia famiglia mantenessero il carattere e il ritmo di un rapporto cordialmente distaccato, ed era un accomodamento che sembrava accontentare tutti.

I miei genitori scomparvero nel corso dei tre anni successivi e, sebbene non potessi affermare di patire la mancanza di una relazione tanto problematica, ebbi comunque  coscienza della perdita di un punto di riferimento inalienabile e di una conseguente sensazione di doloroso sradicamento.

Penso che questa consapevolezza sia stata la ragione per cui accettai di andare a vivere con una specie di fidanzato che negli ultimi mesi era divenuto una presenza più costante. Di diversi anni più vecchio di me, con una situazione economica decisamente solida e molto innamorato: in quel momento fui senz’altro attratta dalla stabilità che mi offriva. Era un uomo affidabile e piacevole al quale ho voluto bene senza riuscire ad amarlo, pur apprezzandone le numerose qualità. Appena un anno più tardi, un giorno mi ritrovai a osservare un breve gesto compulsivo che di tanto in tanto compiva: pensai che per quell”atto innocente e innocuo un giorno avrei persino potuto ucciderlo. Di colpo realizzai quanto mi irritasse la sua irremovibile rettitudine, così come la sua immobilizzante cautela, e trovai opprimenti le sue amorevoli attenzioni. La stabilità aveva prodotto un tedio insopportabile; ne dedussi che, probabilmente, era stata solamente un’aspirazione momentanea e contingente.

Me ne andai durante una sua assenza di qualche giorno a causa di un viaggio di lavoro. Mentre radunavo le mie cose, mi accorsi di quanto mi fossi sempre considerata di passaggio, sia nella sua casa che nella sua vita. Mi congedai con uno scritto laconico e inoppugnabile, lasciandolo a porsi domande le cui risposte non avrebbe potuto comprendere, né reggere.

Non avevo voluto disfarmi del mio appartamento, nel quale era andata a vivere l’amica che non mi aveva mai lasciata e che non avevo mai lasciato. Rimase anche dopo il mio ritorno cedendo alle mie insistenze, e ricominciammo ad almanaccare sulla prospettiva consolante di invecchiare insieme.

A parte l’inedita e felice coabitazione con la mia amica, ripresi la mia vita dal punto esatto in cui avevo cambiato direzione, ritrovando intatte abitudini e pulsioni, tutto esattamente come prima.

E questo chi sarebbe?

Fu il mio primo pensiero allorché mi svegliai una notte in un letto sconosciuto, in una casa sconosciuta, da qualche parte a Milano, osservando il tizio che dormiva beatamente accanto a me. Poi ricordai: Maurizio, spocchioso giornalista che scriveva sulla Gazzetta dello Sport. Lo avevo incontrato al Rose’s, discoteca in piazza San Babila: attraente, antipatico, lo avevo rimorchiato per il gusto della sfida, perché era uno che amava corteggiare ma poi si sottraeva, e perché ne avevo voglia.

Si era rivelato un amante poco fantasioso che pareva essere sempre in posa per una foto, attento a non spettinarsi e persino schizzinoso, certo da non tenere in considerazione per un secondo giro. Abitava in un bell’appartamento, arredato con professionale buon gusto e privo di personalità.

Scivolai fuori dal letto, raccolsi le mie cose, mi rivestii velocemente e uscii, tirandomi silenziosamente l’uscio dietro le spalle.

Era novembre, le quattro di una domenica che si preannunciava grigia, un mattino che era ancora notte. Strade deserte e bagnate di umidità; da via Corridoni  (era lì  che ero capitata) a viale Espinasse, dove abitavo, non ci avrei messo molto.

Era quasi bello, guidare piano su quelle strade vuote e buie.

Era strano, non sentire niente. Né caldo o freddo, nessun dolore, nessun desiderio, nessun pensiero di senso compiuto. Senza peso, addirittura, entità galleggiante in una stratosfera luminosa, al di sopra di un impercettibile brusio. Un frammento di memoria, sospeso come pulviscolo dentro il riflesso di un raggio di luce. Menelik e Mustafà, i due gattacci della madre (con posizioni evidentemente nostalgiche) del sindaco comunista che amministrava il borgo della campagna piemontese dove trascorrevo le lunghe vacanze estive della mia infanzia, dai nonni materni. Dinamiche familiari complicate, presumibilmente. Alla morte della donna, vicina di casa dei nonni,  ereditai le due bestiacce. Me ne presi cura e le amai molto, a dispetto dell’irriducibile selvatichezza: ma mi abbandonarono prima che ricominciasse la scuola, e ci rimasi davvero male, interrogandomi a lungo sulle ragioni del loro ostinato rifuggire dal mio affetto. In fondo, me ne ero andata allo stesso modo da chi mi voleva bene, semplicemente sfuggendo all’amore.

Era stato così dolce, quel breve momento di astrazione: d’improvviso, ebbi voglia di arrendermi, di lasciar andare via tutto. Mi riscosse il grido stizzito del clacson di un’auto che procedeva sul lato opposto della carreggiata, e rimisi le mani sul volante. Provai vergogna e paura per quel fulmineo cedimento e mi convinsi che dovevo allontanarmi da tutto ciò che lo aveva prodotto,

Qualche settimana dopo, mentre la luce opaca di un mattino invernale adagiava una patina sporca sul paesaggio cittadino, la mia amica mi osservava preparare le valigie con serena rassegnazione. Aspettando il taxi con il quale avrei raggiunto l’aeroporto, l’abbracciai a lungo, respirando il profumo fresco dei suoi capelli.

“Vieni con me”,

le dissi senza nessuna speranza, solo perché sapesse che lo avrei voluto.

“No. Devi andartene da tutto, quindi anche da me. Io sarò qui ad aspettarti. Però, fammi sempre sapere come stai”.

Mi posò un bacio leggero sulla bocca e uscì senza voltarsi. Allora piansi: per un amore perduto  e perché non sapevo lasciarlo andare, per un’amica che dovevo lasciare e che temevo di perdere, e infine per mia madre e mio padre, dai quali mi ero allontanata affinché il conflitto non diventasse scontro, senza sforzarmi davvero di mutarlo in confronto. Ma ero pronta a fuggire, ancora una volta.

Prevedendo un netto diniego, avevo chiesto comunque alla casa editrice presso la quale lavoravo un anno di aspettativa: con mia grande sorpresa, me lo avevano accordato senza difficoltà. Si erano convinti che avessi una particolare abilità nello scovare storie e autori degni di nota; pertanto, ritenevano di poter accettare quella lunga pausa.

In verità, non sapevo se mi stessi prendendo un anno sabbatico o se me ne stessi semplicemente andando via, senza nessuna intenzione di tornare, ma preferii comunque lasciare le cose in sospeso. Del resto, non è facile sfuggire alla propria ombra e si potrebbe semplicemente concludere che non è possibile, per cui un posto vale l’altro.

Però, quando arrivai a New Orleans e raggiunsi il Quartiere Francese, per un attimo mi sembrò di essere riuscita a far perdere le  mie tracce.

L’inverno a New Orleans è piuttosto mite e presenta colori gentili. Per le strade del Vieux Carré si respirava profumo di cibo speziato e mi muovevo tra una folla multicolore e multietnica, distratta dalle note musicali che irrompevano dai numerosi locali, amalgamandosi nell’etere in una misteriosa e seducente armonia. I maestosi retaggi architettonici del periodo coloniale francese risentivano delle influenze caraibiche e la commistione aveva prodotto uno scenario magnificamente stravagante.

Avevo qualche risparmio, ma dovevo cercare un lavoro qualsiasi e una stanza a buon mercato da qualche parte.

Uscendo dallo scassato alberghetto nel quale ero scesa, qualche sera dopo il mio arrivo capitai in una zona un poco fuori mano: Camminando a caso avevo lasciato le vie più affollate dirigendomi verso il bayou, la vasta area paludosa nel delta del Mississippi: itinerario che la gioviale proprietaria del mio squinternato albergo mi aveva sconsigliato di intraprendere da sola, dettaglio del quale mi sovvenni accorgendomi dei rari passanti, della scarsa illuminazione stradale e del sentore di umidità marcescente che aleggiava nell’ambiente, palpabile miasma viscido capace di appiccicarsi alla pelle e ai capelli.

 Seguendo il suono di una malinconica melodia languidamente modulata da una tromba, infilai un vicolo illuminato dal chiarore azzurro di un’insegna: Dead End Street, e il nome poteva alludere alla conformazione del corto budello ma anche (e più probabilmente) a una tenebrosa metafora. Appena sopra di essa, un balconcino con la ringhiera in ferro battuto di forma tondeggiante, decorata con motivi floreali: con la sua grazia un poco leziosa appariva del tutto fuori luogo e, paradossalmente, accentuava l’atmosfera straniante del vicolo.

Dall’interno di quello che sembrava un bar si riversava una calda luce soffusa, e la musica intrisa di inguaribile nostalgia era un richiamo potente, sebbene ne intuissi un risvolto oscuro. Potevo figurarmi l’effetto del canto insidioso delle sirene sul povero Ulisse: io, al contrario dell’eroe omerico, non intendevo opporre alcuna resistenza.

Spinsi il battente della porta a vetri e mi ritrovai dentro una stanza assai più ampia di quanto non apparisse dall’esterno: a un’estremità si trovava un palco con un piano e altri strumenti; il lato più lungo era occupato da un imponente banco in legno intarsiato davanti a una parete a specchio, attrezzata con scaffali pieni di bottiglie; nello spazio di mezzo diversi tavolini con bellissime lampade in stile liberty. Tutti gli arrredi avevano il fascino delle cose vecchie, oggetti che avevano assistito allo scorrere del tempo e osservato innumerevoli frammenti di vita.

A prescindere dalla posizione decisamente appartata, era presto per un posto di quel genere: difatti, i pochi avventori solitari stavano appollaiati sugli sgabelli davanti al bancone, ognuno intento a cercare qualcosa nel fondo del proprio bicchiere. Il trombettista smise di suonare e si avvicinò, salutandomi con un sorriso che gli raggrinzì ulteriormente il volto scavato. Doveva essere il proprietario: alto e magro, folti capelli brizzolati pettinati all’indietro, approssimativamente sulla cinquantina. La sua persona ispirava un’indiscutibile autorevolezza; nel volto spigoloso spiccavano gli occhi scuri dall’espressione attenta, quasi indagatrice, eppure amichevole. Chiesi di bere una cosa a caso, subito distratta da un cartello affisso dietro la cassa, sul quale era scritto che cercavano un barista. Seguitai a fissare l’avviso per diversi minuti e l’uomo si accorse del mio interesse.

“Devi sapere che questo è un rifugio per anime desolate. Te  la senti di affrontarle?”

Poco dopo, mi ritrovai a raccontargli gli accadimenti della mia vita negli ultimi vent’anni, seguendo un impulso sorprendente: più che un impulso, un bisogno profondo e improcrastinabile.  L’uomo mi prestava un’attenzione cortesemente distaccata, annuendo di tanto in tanto; io scorgevo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le sue spalle ed era a quella che mi rivolgevo, spiegando per bene i fatti e le mie ragioni.

Il locale si stava animando e io tacqui, ma comunque non avevo altro da aggiungere. L’uomo mi osservò, pensieroso.

“Dunque, tu sai scovare le storie rovistando dentro la spazzatura. Vedi, nessuno finisce qui dentro per caso, né tantomeno per sbaglio”.

Fu l’unico commento ma compresi appieno il senso delle sue parole qualche tempo dopo; mi apparve invece chiaro fin da quel momento che ruolo dovesse svolgere un barista in quel posto strambo, oltre a servire da bere.

La paga che poteva offrirmi Dwayne, così si chiamava il mio nuovo datore di lavoro, era modesta ma includeva l’utilizzo del piccolo alloggio situato al piano di sopra (quello con il balconcino), così accettai subito.

Presi servizio l’indomani e col passare dei giorni notai che i frequentatori del Dead End Street si suddividevano nettamente in due tipologie. C’erano quelli che venivano per la musica ed erano i più numerosi, per effetto di un efficace passa parola: Dwayne amava il blues ma lì si esibiva chiunque gli piacesse per qualche insindacabile ragione, così si potevano ascoltare i generi musicali più disparati e le esecuzioni erano sempre di buon livello. Poi c’erano quelle che Dwayne aveva definito le anime desolate, gente che si portava appresso un fardello di disperazione o di rabbia, di rassegnazione o di odio, come un’aura negativa e percepibile emanata dal corpo e dall’animo.

Rimarcai anche un’altra stranezza: non entravano mai coppie né gruppi, esclusivamente persone sole, talvolta disposte a sfiorare la solitudine di qualcun altro, almeno per una notte.

Scoprii pure che, se l’orario di apertura nel tardo pomeriggio era certo, non lo era altrettanto quello di chiusura: si chiudeva quando i musicisti non avevano più voglia di suonare e l’ultimo disperato aveva esaurito le parole da scagliare contro lo specchio.

La notte non era fuori bensì dentro, tra quelle mura, impigliata nelle note musicali e nel fumo sospeso a mezz’aria, in uno spazio eccentrico temporaneamente separato dalla realtà, eppure indubitabilmente vero.

Mi piaceva, fare la barista.

È un mestiere che ti colloca nella posizione ideale per divenire raccoglitrice di storie, depositaria di inimmaginabili confidenze. Occorre imparare a proporsi (senza parere) come presenza assente, in un certo senso: farsi specchio ove l’altro possa vedere solo la propria immagine riflessa, accogliere qualsiasi rivelazione senza commenti che si discostino dal discreto incoraggiamento a proseguire un discorso accantonando ogni reticenza, riserbo, pudore. Non è un dialogo, non è uno scambio: il ricevitore è un campo neutro, una carta assorbente su cui si riversano parole scritte con l’inchiostro simpatico, destinate a scomparire (chissà perché definire “simpatico” un inchiostro inventato per celare  ciò che si imprime sulla carta con una pretesa implicita di continua visibilità). Si possono scoprire anime disperate e bellissime, meschine, orribili.

Uno dei primi flussi di coscienza ai quali ebbi modo di assistere scaturì da un tipo macilento dallo sguardo stralunato con una cicatrice su un avambraccio, uno squarcio che andava dal polso al gomito. Si guadagnava da vivere cacciando alligatori nel vicino bayou e parlava di questi imperscrutabili animali con rancoroso rispetto: poteva riuscire a catturarli, ma seguitava a sfuggirgli il loro modo di ragionare, e quando credeva di averlo afferrato ecco che quelli lo sorprendevano con un gesto inaspettato. Dal mondo di quell’individuo l’intera umanità era scomparsa, c’era solo spazio per la sfida tra la sua mente e quella degli alligatori.

Mi capitò di ascoltare storie di tradimenti, di amori finiti, di sciocche rivalità, di rabbiose rivendicazioni, di solitudini senza rimedio e di inadeguatezza.

Poi, una notte in cui avevamo tirato più tardi del solito e mancava davvero poco all’alba, fu Dwayne a sedersi dall’altra parte del banco.

In una vita precedente era stato un fotografo: lavorava come libero professionista recandosi nelle zone di guerra e proponendo i suoi lavori alle testate giornalistiche. Allora era giovane ed era spinto dalla necessità di documentare gli orrori di molti sanguinosi conflitti affinché questi non fossero dimenticati, per mantenere viva l’attenzione e l’indignazione. Dapprima aveva provato sconcerto e dolore, poi aveva capito che se intendeva mantenere il ruolo di testimone avrebbe dovuto spegnere le emozioni, porsi al di fuori di ciò che vedeva e smettere di cercare le storie delle persone che incontrava.

A un certo punto, si era accorto di non averne più alcuna curiosità, così si era fermato. Aveva casa a New York e nessuna voglia di farvi ritorno, dopo quasi vent’anni di vita solitaria nei posti più pericolosi del mondo non aveva nessun legame. Alla fine dell’89 era arrivato a New Orleans con l’intenzione di trattenersi appena qualche giorno ma era capitato in quel vicolo, dove aveva notato l’insegna del Dead End Street e il cartello che ne annunciava la vendita. In quel momento aveva capito cosa voleva fare.

Aveva comprato il locale per pochi soldi: era in vendita da molti anni, dopo che il proprietario era stato trovato cadavere al suo interno, sbranato da un alligatore. Poiché era piuttosto improbabile che un simile animale fosse entrato nel locale, la gente incominciò a mormorare che quel posto era infestato (come tanti altri a New Orleans). Rimase quindi chiuso per molti anni, mentre il suo valore diminuiva.

Dwayne lo rimise a posto, lo riaprì e si ripromise di ascoltare le storie di chiunque avesse voglia di raccontarle.

Quella sera si fermò da me. Successe diverse altre volte, senza che ciò mutasse la natura del nostro rapporto di rispettosa e prudente amicizia. Facevamo sesso perché  avevamo voglia di farlo senza perdere tempo con dei perfetti sconosciuti, ma non eravamo interessati alla ricerca di una relazione stabile. Ci davamo reciprocamente conforto e piacere senza nessuna aspettativa, e questo rendeva tutto più facile e più leggero.

Notte dopo notte, accogliendo le rivelazioni e i pensieri altrui, mi mantenevo in una posizione di estraneità, facendomi contenitore inanimato: nessuna partecipazione o commozione, appena la blanda curiosità di scoprire fino a quali bassezze o vette possa spingersi l’animo umano. Eppure, a poco a poco mi ritrovai a replicare l’esperienza del fotografo Dwayne in senso inverso: volevo sapere di più di certe desolazioni, volevo comprenderne le ragioni, cogliere il senso di disillusioni, di struggimenti e rancori. Soprattutto, desideravo gettare un ponte, ancorché fragile e provvisorio, tra quelle anime e la mia. Incominciai a prestare un’attenzione empatica, a porre accenni discreti di domande, distogliendo i miei occasionali interlocutori dalla loro immagine riflessa nello specchio.

E presi a scrivere quelle narrazioni tentando di riordinare il caos di certe confessioni: Storia di Henry, Storia di Annettte, Storia di Jack, Storia di Frieda…Scrivevo con furia e con passione; in pochi mesi organizzai una raccolta che mi pareva piuttosto ben riuscita.

In quel periodo, la mia amica mi riferì che si sarebbe sposata: dopo molte relazioni all’insegna del disimpegno, aveva trovato rifugio nell’affetto di un vecchio amico al quale non aveva bisogno di nascondere nulla. Aggiunse che avrebbe continuato a prendersi cura del mio appartamento, e che avrebbe seguitato ad aspettarmi.

Alla fine dell’anno sabbatico, comunicai alla casa editrice le mie dimissioni, ma proposi il mio scritto, chiedendo il loro parere. Il libro fu pubblicato con uno pseudonimo e con l’intesa che mi sarei sottratta a qualsiasi forma di promozione che mi coinvolgesse direttamente. Ebbe successo, tanto da richiedere diverse ristampe.

Rimasi al Dead End Street fino alla fine del ’99, continuando a raccogliere storie. Mi accorsi che sapevo anche inventarne ed era persino più coinvolgente. Avevo scovato una nuova via di fuga: potevo padroneggiarla, non comportava rischi, era persino produttiva.

Ero pronta per tornare a Milano. Salutai Dwayne con la certezza che non avrei più rivisto né lui né quel locale bizzarro, ma non me ne sarei mai dimenticata.

Sebbene la maggior parte dei racconti che scrivevo fossero frutto della mia immaginazione, mi ero convinta che il mestiere di barista mi aiutasse a stimolare la fantasia, a trovare spunti, inventare agganci. Tuttavia, occorreva trovare il posto adeguato, anche se l’atmosfera del Dead End Street non era replicabile, certamente non a Milano.

Mi trovavo insieme alla mia amica la sera in cui capitai in Brera per caso (o forse no, dopotutto); mi avvicinai al Jamaica con qualche riluttanza perché era uno dei luoghi che aveva assistito al mio felice stordimento e alla mia ottundente disperazione. Sulla porta campeggiava un cartello: CERCASI BARISTA.

La padronanza dell’inglese e l’esperienza maturata a New Orleans fecero una buona impressione e ottenni il posto.

Brera mantiene un indubbio fascino, soprattutto la notte, e anche se il Jamaica è un luogo che vive di ricordi non condivisibili con la maggior parte degli attuali frequentatori,  conserva una certa originalità. I turisti vi transitano prevalentemente di giorno ma quando prendo servizio io, all’ora dell’aperitivo, la fauna a poco a poco muta.  Verso mezzanotte qui ci si incontra,  ci si annusa,  ci si sfiora.

Questo non è un posto da confidenze: troppa gente, troppe chiacchiere chiassose, manca la musica. Nelle serate più tranquille alcune figure solitarie, tra gli avventori abituali, conversano volentieri ma nessuno è disposto a rivelarsi. Continuo a osservare la fretta degli altri, le loro rappresentazioni ingenue, e mi figuro scenari ipotetici e vicende a cui dare la forma di un racconto.

Ho trovato una sorta di pace, o di momentanea quiescenza. La presenza complice di Dwayne mi manca più di quanto mi aspettassi: gli invio lunghe missive per mail raccontandogli di una città che riconosco ma è cambiata, e anche del mio persistente fluttuare quieto. Lui ride di quello che definisce il mio “periodo ascetico” e mi augura che non duri a lungo.

Qualche giorno fa, mi ha scritto che da quando me ne sono andata al Dead End Street è come se si fosse fulminata una lampadina che non si riesce a sostituire: un’affermazione bislacca e tenera che mi ha fatto venire vogli di saltare sul primo aereo per New Orleans. Se con Dwayne non è stato amore, di certo era qualcosa che gli somigliava molto. Eppure, il mio posto è qui, lo intuisco senza spiegarmene la ragione, dato che quasi niente mi lega più a questi luoghi.

La mia amica mi ha aspettata, come aveva promesso, e l’ho ritrovata; però, questo suo marito simpatico e affettuoso è per lei un continuo elemento di distrazione. Non sono più al centro delle sue attenzioni e, malgrado sia felice per lei, devo ammettere che ne sono egoisticamente gelosa e sovente rimpiango il nostro prima, l’intimità profonda dalla quale nessun compagno temporaneo ci aveva mai distolte.

È un giovedì sera piovigginoso ma cade una pioggia gentile, quasi profumata: è la fine di aprile, la cattiva stagione ha fatto il suo tempo. Sono più o meno le undici, al Jamaica il giovedì è la serata dei clienti più affezionati, quelli che non amano la ressa del fine settimana. Il mio giovane collega mi sta dicendo qualcosa ma io sono distolta dall’uomo che sta entrando proprio ora, portandosi dietro una breve folata di aria umida.  C’è qualcosa di noto, addirittura di familiare, nella sua figura prestante e nell’incedere elegantemente disinvolto. Penso a un cliente fedele con il quale magari ho scambiato qualche parola; poi lo osservo ravviare i capelli mossi e un po’ lunghi con un gesto aggraziato della mano, e lo riconosco.

Sono trascorsi quasi vent’anni dal nostro ultimo incontro , eppure il suo aspetto non è così differente da allora,  come se fosse riuscito ad attraversare tutto questo tempo senza consumarsi. Sono letteralmente con le spalle al muro, posizione fisica e metaforica che rifuggo da sempre ma mi domando se, decidendo di lavorare al Jamaica, davvero non avessi immaginato (o sperato) di avere occasione di rivederlo.

E io, quanto sono mutata nell’aspetto, da allora? Sono sempre magra, portavo i capelli lisci e adesso li lascio liberi di arricciarsi come è nella loro natura, certo la mia pelle non ha più il turgore della giovinezza. Tuttavia, per quanto due decenni possano modificare l’aspetto delle persone, la voce, la gestualità e altri dettagli rimangono pressoché invariati. Eppure, quando lo avvicino per prendere l’ordinazione, mi lancia una veloce occhiata di apprezzamento e niente di più.

“Mi porteresti un cognac, per favore? Quello che vuoi tu andrà bene”.

Il timbro vocale un poco nasale, il tono educato malgrado la scelta immutata del vocativo confidenziale “tu”, il sorriso spontaneamente affabile.

Riprendo fiato e lucidità: non mi ha riconosciuta davvero, non era bravo a simulare o dissimulare. Sento riemergere una rabbia dolorosa che avevo scordato, un sentimento furioso capace di sconquassare lo stato di quiete sul quale ho fondato un equilibrio fittizio, narrando gli affetti e i tormenti degli estranei per mantenermi lontana dai miei.

Come può non riconoscere  l’amore che ci ha sedotti e sbranati, come può avere dimenticato tutto e vedere in me una sconosciuta? Ecco un altro torto che non saprò perdonargli, forse il più grave di tutti, perché è delle cose senza importanza che ci si scorda con facilità. È la terza volta, da quando lo conosco, che provo l’impulso feroce di ucciderlo, e forse stavolta lo farò sul serio.

Prima di andarsene, mi rivolge un saluto, un sorriso lieve senza parole, abbandonandomi al mio sconcertato subbuglio.

È trascorso un mese; ha continuato a comparire al Jamaica quasi ogni sera verso le undici, ombra riemersa dal passato per riacquisire sostanza, odore, suono. Si pone a un’estremità del banco, beve qualcosa, si guarda attorno ma non parla con nessuno. Di tanto in tanto cerca di agganciare il mio sguardo, nei momenti di calma lo avvicino (perché non so farne a meno) e scambiamo qualche parola, accenni di discorsi che rimangono sospesi nel ronzio di molte altre conversazioni.  Ha quasi cinquantaquattro anni, ha divorziato da tempo da una moglie più vecchia di lui ponendo fine a un matrimonio che non ha mai funzionato, lavora per Telecom da quando è arrivato a Milano dalla provincia di Foggia molti anni orsono. Se fossero coincidenze sarebbero davvero troppe, nel caso remoto in cui dubitassi di avere preso un abbaglio. Non ha figli ed è un rammarico, ma dice che forse le cose dovevano andare così.

Di tanto in tanto, mentre parla sono incantata dai movimenti fluidi e precisi delle belle mani eleganti: sembrano spostare l’aria per fare spazio alle parole ed è una mimica ammaliante che rammento con esattezza.

Ormai sono brava a inventare storie, così gli fornisco dettagli inventati di tutto ciò che è stato prima di New Orleans, perché ho deciso di recitare il ruolo di estranea al quale mi ha destinata.

Ha continuato a presentarsi con regolarità, apparentemente senza pretesa alcuna, fascinoso aracnide impegnato a tessere la sua tela lieve e robusta; presto mi toccherà decidere se si tratti di una trappola o piuttosto di un rifugio, e se sarò determinata a scoprirlo dovrò correre il rischio.

La primavera sta scivolando dentro un’estate riottosa, piove da diversi giorni alternando bufere temporalesche a tediose pioggerelle accompagnate da temperature più consone a ottobre che a giugno.

Ieri era venerdì e verso mezzanotte il locale era affollato; lui occupava il solito angolo, seguendo i miei movimenti con discrezione e con la pazienza di chi è disposto ad aspettare.

Mi sono accorta che non ha smesso di indossare jeans Wangler, gli stessi che anch’io prediligo da diversi anni: a un certo punto e senza una ragione precisa, ho abbandonato i Levi’s, che preferivo sin dagli anni ’70. Molti anni fa, su questa differenza di gusti imbastivamo finte discussioni.

A un certo punto si è spostato per fare spazio a una ragazza piccolina e impacciata che tentava di raggiungere il banco, invitandola con un cenno gentile. È stato lui a rivolgere un gesto al mio collega per richiamarne l’attenzione e la ragazza lo ha ringraziato con un sorriso timido.

Nemmeno in questo è cambiato; ha sempre manifestato un istinto di protezione solidale verso gli individui variamente deboli. Mi torna alla mente la nostra estate in Puglia, a casa di sua madre: nella compagnia degli amici compaesani c’era una sua coetanea che a più di trent’anni si comportava come una ragazzina di dodici, palesando qualche problema ignoto ma evidente. Lui, che insisteva per includerla nelle giornate al mare, era il solo disposto a spendersi per placare i suoi frequenti capricci infantili. Andava a scovarla nell’angolo in cui si era rintanata, seduta a braccia strettamente conserte, lo sguardo accigliato e ostinatamente fisso su un punto indefinito dell’orizzonte. Le parlava con affettuosa comprensione tenendo le mani fra le sue, finché quella poverina non sorrideva, convincendosi a ricongiungersi al gruppo. Anche le premurose attenzioni dedicate alla piccola figlia della sorella, affetta da un ritardo cognitivo abbastanza grave,   erano emblematiche della sua istintiva e partecipe compassione.

Tra le sue molteplici sfaccettature, questa insopprimibile gentilezza d’animo è forse quella che ho amato di più.

Credo che stia ponendo in atto una tattica di avvicinamento prudente e garbata che una sera dopo l’altra diventa più esplicita, un gioco al quale mi presto senza sapere fino a dove sono disposta ad arrivare. Intuisco che mi sto addentrando in un territorio ignoto e già noto e che potrebbero esserci conseguenze imprevedibili; cionondimeno, non intendo fermarmi. Non ne farò parola con la mia amica, né con Dwayne: è una faccenda che devo risolvere da sola  e non voglio conoscere la loro opinione.

Stasera abbiamo chiuso assai più tardi del solito, pareva che la gente non avesse proprio voglia di tornarsene a casa. L’ho perso di vista ed ero troppo indaffarata per preoccuparmene, ma alle tre passate, quando gli ultimi tiratardi si sono infine rassegnati a portare le loro anime insonni altrove e sono uscita nella notte umida, lui fumava con la schiena appoggiata al muro. Ha smesso di piovere ma il cielo è ancora pesante e buio.

“Posso accompagnarti da qualche parte?”

“Ho bisogno di aria fresca e di silenzio, dopo tutta quella confusione. Hai voglia di camminare?”

Lasciamo Brera posando passi prudenti sull’asfalto ancora lucido di pioggia, andiamo a cercare strade più quiete dove il silenzio possa accogliere qualche cauta confidenza che l’ora così tarda ci fa sembrare naturale e necessaria. I frammenti di memoria che ci stiamo scambiando sono collocati in un tempo il più delle volte imprecisato, ma certamente successivo al 1980, come se la parte precedente fosse un documento secretato. È un camminare lento e impreciso, interrotto da molte pause e anche i nostri discorsi, spezzati da frasi tronche, seguono un andamento piuttosto incoerente. Nell’aria fresca dell’alba precoce di metà giugno ho un brivido di freddo: lui se ne accorge, la mia mano stretta nella sua è nella tasca del leggero giubbotto che indossa; questo gesto antico che avevo voluto scordare mi toglie il fiato e mi fa bruciare gli occhi assai più della stanchezza che incomincia a farsi sentire.

Ci troviamo in via San Cristoforo, davanti a una vecchia casa riaggiustata alla bell’e meglio. In questa stessa via, in fondo a un cortile malandato, si trovava il locale nel quale capitavamo di tanto in tanto e dove ci divertivamo a esibirci cantando e accompagnandoci con la chitarra, che lui suonava piuttosto bene; chissà se esiste ancora.

“Io abito qui”,

dice piano. Era partito dal basso ed è tornato in basso, dunque; non posso fare a meno di fare questa considerazione ma non vi è alcuna cattiveria, semmai una riflessione sulla beffarda coerenza delle conseguenze  delle nostre scelte.

La donna per la quale a suo tempo mi aveva lasciata era molto ricca; si sono sposati ma la vita agiata alla quale aspirava non è durata a lungo e, a giudicare dai recenti resoconti sommari, non deve essere stata nemmeno gradevole. Lo osservo con attenzione nella luce timida di un primo mattino di tempo indeciso: la figura mantiene una solidità giovanile, i movimenti elegantemente fluidi; il volto, invece, appare segnato da un’afflizione che affiora da qualche angolo remoto dell’animo, la traccia di una sconfitta non rimediabile.

Senza dire una parola, abbiamo attraversato un androne disadorno e imboccato una scala dagli stretti scalini di pietra, fino al terzo piano. Si richiude la porta alle spalle e mi avvolge nell’abbraccio atteso e desiderato: affettuoso, quasi casto. Il desiderio arriva dopo, cresce sospinto dall’emozione di un sentimento ancora confuso, ma autentico e determinato a imporre il proprio valore imprescindibile.

Respiro il suo odore e penso che mi sto innamorando per la seconda volta dello stesso uomo, che non ho mai smesso di amare e, tuttavia, non è la stessa persona di allora, come non lo sono io.

Siamo stati un’equazione ignara della propria costante, un teorema imperfetto capace di confutare il suo stesso assioma: forse la nostra sorte è di essere portatori di caos, nient’altro che questo. Eppure, il destino ha incrociato di nuovo i nostri cammini, e allora mi convinco che la ragione del suo ostinato non riconoscermi risieda nella possibilità di incominciare, non di ricominciare: un altro tempo, un’altra storia.

Però, non esiste gioco della mente che sappia trarre in inganno la memoria del corpo.

Sei sempre stata il mio amore, sei ancora la mia puttana”.

Lo scosto con delicatezza e gli poso il palmo della mano sulla bocca, che capisca di non dire altro: siamo solo presente, forse futuro.

Tutto il resto, tutto ciò che era racchiuso tra i due estremi  rappresentati da amore e puttana implicava un impegno di cui non siamo stati capaci, e per ora dovremo farci bastare quello che ci è rimasto. Solo due parole, e uno spazio vuoto da occupare con altre, nuove e innocenti.

Hold me in your hands like a bunch of flowers

Set me moving’ to your sweetest song

And I know what I think I’ve known all along

Lovin’ you’s the right thing to do

(The right thing to do, Carly Simon

Tienimi tra le mani come un mazzo di fiori

Fammi muovere nella tua canzone più dolce

E so quello che penso di aver saputo per tutto il tempo

Amarti è la cosa giusta da fare.

LE BELLE ESTATI

LE BELLE ESTATI

“Franco Califano è morto nella sua villa di Acilia, nella periferia di Roma. Malato da tempo, era nato nel 1938 a Tripoli e avrebbe compiuto 75 anni  il prossimo settembre. Chiudiamo il notiziario  serale di questo sabato, 30 marzo 2013, ricordando che stanotte tornerà in vigore l’ora legale: le lancette dell’orologio andranno spostate avanti di un’ora. Noi saremo qui anche domani, come di consueto; buona Pasqua a tutte e tutti”.

Ecco fatto, se ne è andato anche il Califfo. Vita spericolata, voce sporca da storie torbide, cinismo da night club dove le ragazze si esibiscono con le calze smagliate e gli occhi vuoti. Anche se, lo ammetto, “sei l’ultima rimasta, devi esser quella giusta”, spalanca voragini, è un dito puntato contro il cuore e non credo sia caricato a salve. Quanto si parlerà dei sui testi e del suo modo di cantare che, piaccia o meno, è stato piuttosto originale? Prevarranno la cocaina, il legame con certi ambienti criminali, il suo percorso da equilibrista del filo del rasoio, di sicuro. La produzione artistica si riassumerà in poche frasi, la narrazione della sua pericolosa amicizia con Francis Turatello negli anni ’70, inestricabile groviglio di verità e leggenda, è più intrigante. Da Roma ci si allungherà fino a Milano e si racconterà – di nuovo, e va bene ricordarsene, però sforzandosi di comprendere – di quando Turatello, Epaminonda e sodali erano i veri padroni della città, con Vallanzasca che dava fastidio un po’ a tutti quanti. Che stranezza, la gente della mia età c’è passata in mezzo, a queste storie scure, talvolta letteralmente e del tutto per caso, eppure ne abbiamo avuto contezza solo perché ce le hanno raccontate dopo.

Comunque ci siamo di  nuovo, con la consueta forzatura temporale dell’ora legale, e mi chiedo cosa me ne farò di queste giornate che incominciano troppo presto e non finiscono mai, a me tutta questa luce non mette affatto allegria. Non so cosa farmene del chiarore vivido, dei tagli perpendicolari che disegnano angoli retti, ombre dense e spigoli inequivocabili. Preferisco le mezze tinte mescolate ai toni sanguigni e rugginosi delle foglie autunnali, le foschie che smussano gli angoli e i colori opachi alternati alla limpidezza azzurra che solo un cielo invernale può esibire.

Non riesco neppure a entusiasmarmi per i primi caldi primaverili, per i quali provo anzi molto fastidio, né per tutto questo giallo, bianco e verdolino, tre tinte che non amo affatto; l’estate è la stagione degli sprechi e delle chimere.

L’inverno è schiettamente avaro, la scarsità delle ore di luce costringe a elaborare strategie tempestive, l’oscurità precoce induce alla riflessione. E poi, si suda di meno. Ciononostante, molti momenti davvero indimenticabili della mia esistenza hanno il frinire delle cicale come colonna sonora e una scenografia composta di colori luminosi e brillanti, odore di mare o di resina, di crema solare e di sudore, e un ribollire caldo e vitale. Ricordi da custodire tenacemente, per non dimenticare ciò che sono stata in un evo sempre più distante.

Era un tempo in cui d’inverno  vivevo giornate insignificanti, raramente foriere di slanci memorabili, nell’attesa della stagione dalla quale mi aspettavo sempre un evento straordinario, chissà perché. Anche se, in effetti, l’allunaggio dell’Apollo 11, nel ’69, avvenne il 30 di luglio; perciò, pareva legittimo aspettarsi grandi cose dalla stagione estiva.

Come nel ’74, all’indomani del diploma in lingue. Partii per una vacanza in Sardegna, insieme alle due amiche che in quel quinquennio alla Manzoni si alternarono come compagne di banco: Mari del (forma felicemente contratta di un nome che detestava, Maria Ideale) e Linda. Durante il primo anno di liceo una simpatia istintiva ci avvicinò fin dalle prime settimane, poi venne la comunanza derivante dall’impegno politico (che per Linda fu vera e propria militanza) con i gruppi dell’area extraparlamentare della sinistra. Studiavamo spesso insieme a casa dell’una o dell’altra e trovammo anche il tempo di monitorare meticolosamente le manovre della professoressa di latino e letteratura italiana del primo biennio, ex bella donna appassita, amante del trucco pesante e dei tailleur color pastello. Mirava a imbastire una tresca tra suo figlio, militare di carriera come il padre, e una nostra compagna, contessa dal doppio cognome tanto bellina e diligente ma non proprio brillante. Ci facemmo l’idea che il figlio militare dovesse essere un povero sciocco che riusciva a stare dritto soltanto quando lo infilavano dentro una divisa. D’altronde, la nostra considerazione nei confronti delle forze dell’ordine a quell’epoca registrava un livello decisamente basso. Al terzo anno dismettemmo il latino e cambiammo la professoressa di letteratura, ma sta di fatto che quando finimmo il liceo la contessina e il militare erano fidanzati. Dopo la maturità avremmo intrapreso percorsi differenti:  io pensavo di iscrivermi a Lingue alla Statale, dove Linda probabilmente avrebbe optato per Filosofia, mentre Maridel era orientata su Pavia per Giurisprudenza. La vacanza sarebbe stata la celebrazione di una fine e di un inizio, si trattava di trasferire il nostro legame su di un piano differente, non più aggregato dalla frequentazione giornaliera. Non credevamo a anessun per sempre nemmeno allora, eppure sentimmo il bisogno di suggellare un simbolico impegno senza mai nominarlo.

 Tutto incominciò con un gesto clamoroso di dissociazione dai fidanzati di allora, tre amici accomunati dalla passione per le arrampicate: avrebbero trascorso il mese di agosto nel Tirolo austriaco a scalare falesie alpine e ci ammutinammo all’unanimità.

Partimmo per Piombino sulla A112 di Maridel, l’unica di noi che avesse già la patente; un traghetto sovraffollato ci condusse in Sardegna. Sbarcammo a Golfo Aranci in piena notte perché, a causa di un guasto, la nave era salpata con diverse ore di ritardo e, per poter essere ricevute nel residence dove avevamo prenotato, ci toccò aspettare le otto del mattino in auto, nel parcheggio antistante la struttura. Rammento che il nostro appartamento era in cima auna ripida scala, sulla quale ci inerpicammo trascinando il voluminoso bagaglio, ma godeva di una vista magnifica sul Golfo. Nessuna di noi aveva mai visitato quei luoghi, ci sembrava di assorbire una sorta di energia ancestrale da quella bellezza caratterizzata da colori violenti, profumi della macchia mediterranea e odore di salsedine, la morbidezza serica della sabbia e la ruvidità della corteccia dei sugheri sotto le dita. Era una bellezza che si percepiva con tutti e cinque i sensi, un’immersione totale e inebriante. Ci infiltrammo presto in una compagnia di amici provenienti dalla Toscana; spesso chiudevamo la serata sulla grande terrazza del nostro appartamento. La scoperta di certi micidiali rossi fermi, come pure di un paio di bianchi ristretti cosiddetti “da meditazione,” produsse riflessioni profonde e fondamentali che, sebbene difficili da ricomporre già la mattina dopo, sedimentarono nei nostri spiriti irrequieti instillando molti dubbi su scelte che ritenevamo acquisite. Di fatto, modificarono il corso delle nostre esistenze assai più delle prevedibili infatuazioni da villeggiatura, a cui avevamo subito assegnato la medesima durata delle cavigliere di perline colorate, che avremmo abbandonato rientrando a Milano.

Ancora oggi, non sappiamo decidere se – è quanto – le considerazioni pervasive e riluttanti a qualsiasi compromesso di quei giorni d’estate ebbero davvero l’effetto di deviare i nostri cammini. Io a volte ho la sensazione di avere solamente girato in tondo, più o meno a partire proprio da quel momento. Probabilmente, il fatto che di tanto in tanto ancora ne parliamo testimonia la rilevanza del contenuto polimorfo di quelle giornate; certamente attesta la piena realizzazione di un intento mai apertamente dichiarato, perché il nostro sodalizio ha resistito al tempo e ad alcuni distacchi, neanche di breve durata.

Tornammo dalle vacanze animate dal fermo proposito di ribaltare ogni accenno di programma precedente, soprattutto se suggerito o caldeggiato dai genitori. Reclamammo il diritto all’anno sabbatico e ognuna di noi lo interpretò in maniera differente. Invece, dai fidanzati scalatori prendemmo congedo definitivamente.

Linda partì per Londra da un giorno all’altro, cogliendo alla sprovvista tanto me che Maridel. Ci sembrò che se ne fosse andata con troppa fretta e credemmo di percepire una certa freddezza nel suo commiato o, meglio, un’evidente distrazione. Successivamente, ci convincemmo che la partenza repentina di Linda potesse avere delle ragioni non dette e non adducibili a un generico bisogno di cambiamento. Decidemmo che, in ogni caso, la sua reticenza doveva essere rispettata e la vicenda non fu mai chiarita. Rimane tuttora un mistero aleggiante attorno alla figura di Linda, della quale conosciamo la profonda onestà ma anche la riluttanza nel raccontarsi, l’esigenza di scomporre ed esaminare eventi e sentimenti prima di confidarsi, oppure di maturare la decisione di non farlo. Mora ed elegante, l’ovale dalla carnagione chiara e gli zigomi alti, gli occhi di velluto scuro dal taglio obliquo e un sorriso pericolosamente disarmante, ha sempre posseduto un fascino sfuggente che poteva distogliere da qualsiasi insicurezza, incutendo una certa soggezione. Io e Maridel eravamo quelle delle confessioni analiticamente impudiche. Maridel però taceva sui dispiaceri più profondi, sviluppando in seguito la tendenza a risolveredrasticamente le situazioni percepite come disagevoli; io raccontavo disastri e sconfitte scherzandoci sopra ed era un modo radicale di ricusare gli effetti di ogni evento negativo. Ognuna di noi nel corso degli anni ha elaborato e raffinato le proprie strategie difensive; non so fino a che punto abbiano funzionato.

Maridel, la bella Maridel dal corpo atletico e scattante, con i lunghi capelli biondi e voluminosi e gli occhi di un verde cangiante capaci di trafiggere o di passare serenamente oltre (la più pazza di noi), se ne andò a lavorare in un kibbutz israeliano in prossimità del confine libanese, attratta dai principii di condivisione e uguaglianza su cui si fondava la vita nelle comunità.

Mi ritrovai inaspettatamente sola, senza un prima a cui poter fare ritorno né un dopo verso cui migrare, e a quel punto la storia dell’anno sabbatico mi sembrò soltanto una scusa per perdere tempo. Decisi di andarmene anch’io ma per esplorare un percorso meno transitorio, benché improvvisato: Urbino e la facoltà di sociologia, istituita nel ‘70.

Trovai una sistemazione spartana, per definirla con un eufemismo, a un prezzo accettabile e i miei, pur non apprezzando affatto l’idea che fossi tanto lontana, vista la mia caparbietà decisero di sostenermi.

In uno studio televisivo illuminato come un Luna Park, il dibattito tra giornalisti alterna toni declamatori a obiezioni concitate; qualcuno sta dicendo qualcosa sulle larghe intese, anzi largheintese, termine che sembra risolutivo quasi come il germanico grosse koalition così caro a molti commentatori. Mio marito si è sottratto addormentandosi sulla poltrona di fronte alla mia. Ha il capo reclinato su una spalla (quando si sveglierà si lamenterà per il dolore al collo), la mascella ha ceduto verso lo stesso lato, la bocca è semiaperta e l’intero volto appare disassato. Mia madre aveva una posizione analoga, quando l’abbiamo trovata morta nel suo letto, il libro che stava leggendo appoggiata allo schienale le era sfuggito di mano. Era La bella estate, che aveva certo già letto insieme a tutte le altre opere di Pavese ma tanto non lo ricordava più, lo aveva scordato insieme a molte altre cose che le erano state care. Mi fa sempre impressione il disinteresse della mente per il corpo durante il sonno, lo spirito abbandona le membra in una scompostezza tanto simile a quella della morte. Continuo a guardare l’uomo che conosco da quasi quarant’anni con la curiosità fredda dello scienziato che sta valutando un fenomeno noto da tempo, tanto per accertarsi che non gli sia sfuggito un dettaglio.

Mi domando se non sia un errore ritenere che le relazioni affettive di lunga data  si consumino per le divergenze sui temi fondamentali, o per disaccordo su decisioni importanti; forse invece è sulle difformità più banali; sulle differenze riguardo a gusti e abitudini, su tutto ciò che all’inizio era meravigliosamente complementare, che una storia d’amore si deteriora. È questo il momento esatto in cui ci si rende conto che è finita?

Dunque, all’inizio di settembre del ’74 Linda era a Londra, Maridel in Israele e la prospettiva era di rivederci solo alla fine dell’anno sabbatico, quello a cui avevo rinunciato perché, a differenza delle mie amiche, non avevo alcuna idea per occupare produttivamente il periodo di sospensione. Si approssimava l’apertura dell’anno accademico, nel frattempo vagavo per Milano di giorno e di notte, dibattuta tra la smania di andare e la tentazione di restare. Un sabato pomeriggio entrai alle Messaggerie Musicali in Galleria Del Corso. Ero indecisa tra due album usciti da poco, Diamond Dogs di David Bowie e Second Helping dei Lynyrd Skynyrd, così mi misi a cercare una postazione d’ascolto ma erano tutte occupate. Mi misi in coda dietro a un ragazzo alto e robusto dai capelli biondi e lisci ben pettinati, gli occhi celesti intrappolati dentro un paio di occhiali dalla montatura squadrata e scura. Reggeva tra le mani It’s only rock’n roll degli Stones e 461 Ocean Boulevard di Eric Clapton e, invogliati dalle reciproche scelte, ci mettemmo a discorrere di musica, di artisti e di concerti. Finì che uscimmo dalla bolgia di un sabato qualsiasi alle Messaggerie e passeggiammo lungo il Corso, tirammo sera e raggiungemmo un gruppo di suoi amici  per cenare in un’osteria nei pressi della Certosa di Garegnano. Erano tutti più grandi di me di diversi anni, alcuni sposati, fu comunque una serata piacevole. Adriano aveva ventinove anni, una laurea in ingegneria e lavorava alla Pirelli. Non sapevo nemmeno fino a che punto avrebbe potuto piacermi e, in ogni caso, per i successivi quattro anni avrei vissuto a Urbino, pertanto accettai di vederlo nel breve periodo che precedeva il mio trasferimento senza nessuna aspettativa. Del resto, anche lui non pareva interessato a una relazione. E poi, dieci anni di differenza rispetto ai miei diciannove stabilivano distanze che esulavano dal divario anagrafico, aggravandolo.

All’inizio di ottobre, poco prima della mia partenza, andammo al Teatro Lirico per lo spettacolo di Gaber Anche per oggi non si vola. L’opera aveva esordito da pochi giorni ed era stata accolta da molte recensioni entusiastiche sui principali quotidiani milanesi, sicché  il Lirico era pieno, la platea ronzava di un brusio indistinto, in un continuo alzarsi e sedersi di persone che raggiungevano il loro posto. Quando le luci si abbassarono rapidamente fino a spegnersi del tutto, ogni rumore cessò. Era uno di quei  momenti perfettamente astratti e difficilmente replicabili in altri contesti, l’istante catartico in cui la mente e lo spirito, liberi da ogni pregiudizio cognitivo, si aprono all’attesa. Quando il sipario che occulta l’arco scenico si aprirà, succederà qualcosa e, qualunque cosa sia, siamo pronti ad accoglierla, entrando in una dimensione immaginaria eppure non meno vera di quella che consideriamo reale.

Nel buio del proscenio, intrappolato in un cono di luce, un uomo cercava un coniglio, “fa niente, stavo cercando un coniglio. Sì, ci avevo un coniglio che vi volevo far vedere, m’interessava sapere cosa ne pensavate. Pazienza, prima o poi uscirà da qualche parte”. Monologhi e canzoni, il sarcasmo amaro e il disincanto feroce di Gaber annientavano certezze e seminavano dubbi, facciamo pure finta di essere sani. L’uomo gesticolava, s’infervorava, sudava, sussurrava e tuonava, toni e pause magistralmente appropriati e calibrati, quella sera Gaber era il mio eroe: commovente, perdente, tragico eroe.

Uscimmo dal teatro piuttosto frastornati, seguitammo a parlare di ciò che definimmo “la metafora conigliesca”, disquisimmo su come inventarsi la propria leggerezza per poter volare, ci interrogammo su quante giornate  si potessero sopportare concludendo che no, anche per oggi non si vola.

Giungemmo in via Pepe, sul lato del Cavalcavia Bussa situato all’Isola, dall’altra parte la stazione ferroviaria di Porta Garibaldi e Corso Como. Adriano fermò l’auto, una cigolante Citroen 2 cavalli tenuta assieme con gli elastici, davanti a una vecchia casa di ringhiera.

“Io abito qui. Vuoi salire?”

Adriano, serio e riflessivo, l’atteggiamento pragmatico incline alla mediazione, le camicie azzurre  e le Clarks, gli occhiali fuori moda e lo sguardo un poco vacuo dei miopi che a tratti si faceva accigliato, ma probabilmente era solo concentrato nell’impegno di mettere a fuoco la realtà circostante. Lo avevo sbrigativamente catalogato come sessualmente imbranato, per via dei suoi modi anacronisticamente riguardosi e anche un po’ freddi, e non avevo capito niente.

Quella notte tornai a casa tardissimo; mio padre era all’estero per lavoro e mia madre mi fece una scenata che trovai incomprensibile, dato che nel giro di una settimana mi sarei allontanata di qualche centinaio di chilometri, decisamente al di fuori delle vane pretese di rispetto delle sue regole, sempre poste come ricatto implicito nella permanenza in ambito famigliare.

Partii per Urbino con l’animo leggero, felice di un allontanamento temporaneo ma consistente da Milano, dalla famiglia e dai soliti giri. Il futuro era un orizzonte lontano e non ancora del tutto delineato: il viaggio era appena all’inizio e ciò che avrei trovato lungo la strada avrebbe potuto influenzare i passi successivi, causando sviluppi non prevedibili. Cercavo di formare e mantenere un atteggiamento tanto flessibile da essere destrutturato, privo di contorni e barriere; infatti avevo scelto un titolo di studio adattabile ad ambiti assai differenti tra loro. Provavo a spiegare la mia deliberata vaghezza d’intenti a Linda e a Maridel nel corso di qualche infrequente contatto epistolare (quelli telefonici erano troppo complicati); ne derivò una corrispondenza  poco coerente, come se i discorsi, mancando la possibilità di ribattere all’istante, prendessero direzioni vicine ma parallele, perciò destinate a non incontrarsi mai.

Maridel concluse anzitempo la sua esperienza al kibbutz.  

“Troppe regole, sembrava di stare dentro una caserma, e una fatica immane dal mattino alla sera. Non so come mi sia venuta in mente una cosa del genere, dovevi fermarmi”, mi disse quando rientrò a Milano sei mesi più tardi.   Tuttavia, durante quel periodo aveva deciso di laurearsi all’Accademia di Brera per dedicarsi all’insegnamento di Storia dell’Arte.  A Londra, Linda aveva trovato un impiego soddisfacente e un fidanzato musicista con il quale faceva lunghe passeggiate nell’umidità di Hyde Park.

Gli anni di Urbino sono una sorta di avanti veloce di un vecchio nastro magnetico: le voci e i suoni si sovrappongono in un brusio confusamente piacevole. Era un tempo posato sopra un piano inclinato ed è scivolato via, così conservo la memoria dei ricordi e non dei fatti, che appaiono indistinguibili, avvolti da una foschia rosata come quella che, in certe mattine d’inverno, occultava la città vecchia.

Quando tornavo a Milano per alcuni giorni, mi incontravo con Maridel per delle chiacchierate interminabili e apparentemente sconclusionate, flussi di coscienza che riuscivano miracolosamente a integrarsi per approdare a una forma di comprensione subliminale. Talvolta vedevo anche Adriano; tuttavia, la nostra rimaneva un’amicizia che non ambiva affatto a mutare in una relazione sentimentale: condividevamo molti interessi, amavamo argomentare le reciproche e numerose divergenze, a volte facevamo sesso senza alcun vincolo di esclusività.

Io e Maridel ci laureammo entrambe nella primavera  del ’79; Linda lasciò Londra e tornò a Milano nello stesso modo inaspettato in cui se ne era andata. Eravamo di nuovo piantate nel bel mezzo di un’allegoria, ferme a un crocevia o, più prosaicamente, alla fermata di un autobus, sperando che ne arrivasse uno e che non fosse troppo pieno.

Ma era di nuovo estate, e impiegammo i pochi soldi guadagnati con lavori a scadenza per un’altra vacanza celebrativa. Scegliemmo la riviera marchigiana perché costava poco; vivemmo due settimane spensierate che ci servirono per riconoscerci, ritrovarci e ricominciare. Poco dopo il rientro a Milano, Maridel conobbe Max, bello e dai modi innegabilmente aristocratici, e in effetti era il danaroso discendente di una nobile stirpe di siciliani con evidente apporto di sangue normanno. Si trattò da subito di una cosa seria, tanto che si sposarono l’anno successivo. Nel frattempo Linda, in società con due amici conosciuti a Londra,  stava rilevando una libreria nei pressi del Politecnico, mentre io avevo trovato impiego in un istituto privato di ricerche statistiche.

 Il matrimonio di Maridel ebbe luogo a Palermo, città di origine dello sposo (che abitava con la famiglia a Milano)  dove vivevano numerosi parenti e amici.

Erano i primi giorni di settembre, le giornate un poco più corte ma ancora calde; fu una festa chiassosa, fastosa e divertente ma passai ben  poco tempo con le mie amiche. Gli sposi partirono la sera stessa per la Giamaica; Linda l’indomani doveva essere a Milano di primo mattino per impegni legati all’acquisizione della libreria e qualcuno l’accompagnò a Punta Raisi.

Nella confusione dei saluti, con il sole calante alle spalle della villa sontuosa che ci aveva ospitati, mi ritrovai accanto a Vittorio, il fotografo milanese e conoscente del fratello  di Maridel, cocciutamente ingaggiato da questa per un personale servizio fotografico nonostante la presenza di altri due professionisti, assunti dalla famiglia dello sposo.  Mi ero già ritrovata a osservare i suoi movimenti quasi furtivi, intanto che cercava di immortalare gli sposi senza che essi se ne accorgessero; aveva fatto la stessa cosa con noi tre, nelle poche occasioni in cui ci eravamo appartate. Poteva assomigliare a un paparazzo, eppure rievocava piuttosto le strategie di un predatore. Non molto alto, il corpo snello, aveva movenze energiche e fluide alternate a scatti repentini; il volto aguzzo, incorniciato da folti capelli castani e gli occhi scuri e allungati dallo sguardo penetrante, mi fecero pensare a un piccolo carnivoro grazioso e letale, come tanti mustelidi. Ad accrescere l’affascinante stravaganza del suo aspetto si aggiungeva la voce baritonale dal timbro caldo e denso, proveniente da profondità inaspettate per una cassa toracica di proporzioni modeste. Me ne accorsi quando mi rivolse la parola dicendo qualcosa che non ascoltai, troppo stupita da quel registro vocale corposo e vibrante.

Vittorio parlava e io provavo ad aferrare un’impressione sfuggente, l’immagine istintiva che si abbozza durante un primo approccio, ma faticavo a comporla. La postura tesa, lo sguardo implacabilmente dritto, la gestualità lenta spezzata da movimenti bruschi e improvvisi e anche l’uso calcolato della voce, insinuavano il sospetto di un impulso latente all’autoaffermazione che trovavo conturbante e sgradevole in uguale misura.  Restai appesa a una delle tante pause con il fiato un poco affannato e lasciammo insieme il villone nei pressi della spiaggia di Mondello per tornare in città. Era ancora estate e mi sarei trattenuta a Palermo per qualche giorno; Vittorio aveva lo stesso programma. Guidava un’auto a noleggio e si diresse al suo albergo per riporre l’attrezzatura.

“Sono sposato. E ho una figlia  di due anni”, disse a un tratto, guardando la strada trafficata e aspettando la mia reazione alla frase, scagliata come un sasso contro una vetrata di cristallo. Gli posi una mano sul braccio affinché mi guardasse in faccia mentre replicavo:

“Non credo proprio che a Milano le nostre strade torneranno a incrociarsi, e non so neanche se mi interessa. Probabilmente, no”.

Quante sciocchezze si possono dire dentro una notte d’estate, in un luogo sconosciuto.

Tornai al mio albergo la mattina successiva solo per saldare il conto e prendere il bagaglio,  e mi trasferii nell’appartamento che Maridel aveva affittato per Vittorio, nei pressi del Teatro Massimo.

Avevamo cinque giorni per conoscere Palermo e sei notti per dedicarci ad altre esplorazioni, all’interno di una curva temporale chiusa e dalla durata effimera, dove la curiosità si accompagnava al desiderio puro ed essenziale, disunito da qualsiasi sentimento.

L’alloggio si trovava in una strada secondaria sporca e silenziosa,  all’ultimo piano di un bell’edificio con una larga scala in marmo odorosa di cera. Una notte rimanemmo a sussurrare davanti alla finestra spalancata, le mani nelle mani, il respiro dentro il respiro.  Si sussurra sempre, nell’oscurità notturna, e le parole fluttuano nell’aria gentile rendendo credibili gli intrecci piu improbabili.

In quei giorni scandagliammo le stratificazioni di una città ingarbugliata e dissonante, dove nulla poteva avere un’interpretazione univoca. Su via Maqueda e via Vittorio Emanuele, le vie che conducono a Piazza dei Quatro Canti, delimitata da quattro splendide facciate barocche e da cui si dispiegano i quattro Mandamenti principali, erano affollate a ogni ora del giorno e della sera.  Vittorio camminava con l’occhio incollato al mirino della Leica: cercava la luce e l’ombra, fermava gesti ed espressioni della gente per strada, coglieva la noia rassegnata dei cavallini dal manto lustro attaccati alle carrozze in attesa di turisti, documentava puntigliosamente la decadenza di certi meravigliosi palazzi antichi dalle facciate con l’intonaco scrostato e i decori sbreccati, inseguiva un giovane cieco che procedeva spedito con la testa alta, come se fiutasse l’aria,  ponendo il bastone bianco davanti ai suoi passi con la metodica determinazione di un rabdomante, sinistra destra, sinistra destra.

Cerco l’anima nobile di questa città orgogliosamente sciatta”, disse un giorno, “Palermo è una vecchia dama altera che in gioventù si è concessa a tanti, trattenendo da ognuno qualcosa. Sembra fiera del suo passato e incurante delle crepe che il tempo e la trascuratezza hanno inciso sulla sua pelle coriacea”.

Una mattina ci infilammo nella baraonda del mercato di Ballarò: dentro vie anguste incombevano sequenze contrapposte di banchi, così vicine che ombrelloni e tende toccavano quelli dei dirimpettai creando un’unica, interminabile zona d’ombra. Cibi cotti, tranci di pesce fresco, salumi e formaggi, frutta e verdura esposte in un tripudio di colori e aromi, imbonitori consumati che urlavano decantando le loro merci. Ne uscimmo arruffati, le orecchie sature di rumori e le narici permeate da sentori vari che lottavano per sopraffarsi l’un l’altro; fu un’immersione in una vitalità con un innegabile tratto di selvatichezza primitiva.

Arrivò in fretta il giorno della partenza; io presi un volo per Milano e Vittorio per Roma, dove era atteso per un servizio a un evento di qualche tipo. Ci salutammo senza nostalgie per quei tempo breve, singolare e magnifico.

Tornando a Milano, considerai che l’assenza di Adriano perdurava da un periodo insolitamente lungo. La nostra amicizia non aveva mai comportato la narrazione vicendevole delle storie con altre persone, semmai solamente un accenno. In quelle circostanze ci si vedeva raramente e il sesso veniva tacitamente bandito. Fino a quel momento nessuna relazione era durata abbastanza a lungo da mutare l’andamento del nostro rapporto. Quella volta, però, fu diverso, perché Adriano si innamorò sul serio, lasciò la casa di via Pepe e andò a vivere a Genova con Rossana. Seguitammo a sentirci per alcune settimane, ma la conversazione si arroccava su argomenti sempre più generici, eravamo frenati da una specie di titubanza. L’antica intimità, corroborata da un codice lessicale esclusivo fatto di sintesi e allusioni solo a noi comprensibili, andava via via scemando fino a diventare un retaggio imbarazzante da cui prendere le distanze. Finimmo per perderci di vista senza affrontare l’epilogo di qualcosa che, mancando la legittimazione del riconoscimento, era come se non fosse esistito.

Era primavera inoltrata, avevo pranzato al Gin Rosa e uscendo mi trovai davanti Vittorio.

“Ciao, ci tenevo a darti questa e mi sono ricordato che vieni spesso qui, per la pausa pranzo”, disse porgendomi una busta. Dentro c’era la stampa di una fotografia in grande formato e rammentai che me l’aveva scattata una notte, nell’appartamento di Palermo. Era un primo piano in bianco e nero del mio viso: spiccava nella penombra fitta, rischiarato da una debole luminescenza laterale e parzialmente velato dalle spire di fumo della sigaretta che reggevo tra medio e indice della mano, appena al di sotto del mento. I miei occhi erano socchiusi per sottrarsi al fastidio del fumo,  ma scorgevo qualcosa di selvaggiamente felice nello sguardo, un’espressione appagata e audace. Rammentavo perfettamente quell’istante e pensai che non mi era mai capitato di sentirmi completamente dentro un presente libero da qualunque prospettiva futura, nient’altro che quel singolo, magnifico pezzetto di presente.

I miei colleghi si erano allontanati con discrezione, no i rimanemmo impalati sotto la galleria di Piazza San Babila in mezzo alla gente che andava di fretta.

“Grazie, è molto bella”

“Sì, lo è. Posso chiamarti?”

Quando io e Vittorio ci rivedemmo, mi rivelò di avere sviluppato i rullini degli scatti di Palermo soltanto poche settimane prima. Li aveva relegati in fondo a un cassetto aspettando che il ricordo si appiattisse, perdendo spessore e densità; invece, guardando quelle immagini, aveva ritrovato le emozioni intatte e nitide, insieme al desiderio inderogabile di riviverle. Da parte mia, rievocavo spesso con le mie due amiche il breve interludio che definimmo scherzosamente “le cinque giornate di Palermo”, alimentando la speranza di rivedere Vittorio. Benché non ci fossimo scambiati i numeri di telefono, sarebbe bastato rivolgersi al fratello di Maridel per rintracciarlo, ma avevo preferito che fosse il caso a decidere.

Fu una bella estate e le cose ci sfuggirono allegramente di mano. L’incontro dell’anno precedente aveva lasciato una piccola traccia, il preludio di un sentimento. Invece di svanire, si era annidata in un angolo riparato dei nostri pensieri. Era rimasta sempre lì, quieta e tenace, nutrendosi di un inconfessato rimpianto, pronta a tenderci un agguato e sopraffarci senza trovare resistenze.

Lasciai la casa famigliare per agevolare i nostri incontri e non fu semplice spiegare ai miei l’improvviso desiderio di indipendenza. Mia madre, dopo la permanenza a Urbino per gli studi universitari si era rassegnata al mio continuo sfuggirle, che però rimase sempre un tacito motivo di recriminazione. La relazione con mio padre, al contrario, sembrò trarre beneficio dall’allontanamento fisico: prendemmo l’abitudine di cenare insieme ogni lunedì, a volte andavamo al cinema o a fare compere insieme al sabato pomeriggio. Gli piacevano molto certi negozi come le Messaggerie Musicali o Fiorucci e Gemelli, bel negozio di abbigliamento in Corso Vercelli. L’intenzione era quella di farmi compagnia, ma non ricordo di averlo mai visto concludere quei pomeriggi a mani vuote.

Un paio d’anni dopo Maridel, la quale si era separata da Max a causa di una irrisolvibile incompatibilità di approccio alle cose, per usare le sue parole, si vedeva con Guido, un tipo decisamente interessante e con una caratteristica che lo accomunava a Vittorio, cioè una moglie. Frattanto, Linda si era collocata sul versante opposto di queste storie ed era moglie felice, in attesa del primo figlio. L’anno seguente, Maridel ebbe un figlio da Guido; sebbene questi si fosse separato non vivevano insieme ma il loro rapporto sembrava funzionare benissimo.

Dal 1980 all’85 si susseguirono diverse belle estati: la moglie di Vittorio nei mesi di luglio e agosto soggiornava a casa dei genitori all’Argentario e Vittorio stava da me. Ci godevamo la città afosa e tranquilla, trascorrevamo fine settimana al lago o al mare. Per il resto dell’anno, i nostri incontri si insinuavano a fatica tra il lavoro e gli impegni famigliari di Vittorio. A un certo punto prendemmo a ipotizzare un futuro assieme, non appena sua figlia fosse cresciuta abbastanza da consentire alla moglie di riprendere a lavorare, riappropriandosi della sua autonomia. La nostra storia durò fino a quando ci credetti. Poi, arrivò l’estate dell’85.

Linda e Maridel condividevano le gratificazioni e le ansie derivanti dall’essere madri.  Nei miei confronti svilupparono un atteggiamento protettivo e un poco condiscendente, molto materno, che da un lato mi confortava e dall’altro mi irritava. Eppure, ci legava una consapevole dipendenza affettiva e intellettuale che gli anni, le esperienze differenti e persino le deliberate omissioni avrebbero solo potuto rafforzare.

Nell’estate dell’85 Vittorio aveva accettato più impegni professionali di quanti sarebbe stato ragionevole assumere, sicché era stanco e nervoso, oltre che sempre in giro. Quando veniva da me avevo la sensazione di dovermi sorbire  la noia di un marito scialbo e brontolone, senza neppure i benefici derivanti da un’unione formale; lui, probabilmente,  si ritrovava a dividersi tra due mogli specularmente fastidiose. Così, quando mio padre mi chiese di accompagnarlo a Carpineti, nell’appenino reggiano, dove uno zio gli aveva appena lasciato in eredità un casino di caccia, qualunque cosa ciò volesse dire, accettai con entusiasmo perfino esagerato. Mia madre non aveva avuto voglia di spostarsi dalla casa sul lago d’Orta dove si erano trasferiti dopo la pensione, e a lui piaceva guidare solo se aveva accanto qualcuno con cui parlare. Dovemmo prima passare da Correggio, paese d’origine del ramo paterno, per sottoscrivere alcune carte da un notaio; ne approfittammo per salutare alcuni parenti e trascorrere un paio di giorni in loro compagnia. Ci muovemmo da Correggio in una mattina senza sole, il cielo incombente di un grigio ferroso. Carpineti distava poco più di una cinquantina di chilometri di strade statali e provinciali; il traffico era davvero scarso nella settimana che precedeva il ferragosto e, a mano a mano che salivamo, sull’orizzonte si ammassavano nubi  nere e viola. Due lampi bianchi squarciarono l’oscurità del cielo; mentre la nota grave di un tuono fragoroso vibrava contro i finestrini della Peugeot di papà incominciò a piovere a dirotto. I tergicristalli spandevano schizzi d’acqua a destra e a sinistra, la strada era scomparsa dietro una cortina di pioggia furibonda. Procedere era impossibile, benché fossimo quasi arrivati; ci rifugiammo sotto un cavalcavia appena prima che iniziasse a grandinare. Da quel parziale riparo osservammo la grandine stendere un tappeto bianco sulla strada; non passava nessuno.

“Papà”

“…sì?”

“Vittorio non è separato, è sposato”

“Ah, lo avevo capito da un pezzo”.

Un colpo di vento scaraventò un chicco di grandine grande come una palla da tennis contro il parabrezza dalla mia parte, con un tonfo attutito e una piccola esplosione. Istintivamente mi buttai vicino a mio padre, che mi circondò   le spalle attirandomi a sé mentre il vetro andava in frantumi, generando una ragnatela sempre più ampia.

Allora, a causa di non so quale bislacca connessione, un ricordo rimosso da tempo si srotolò nella mia mente, preciso e vivido. Autunno ’73, uno di quelli cosiddetti caldi. Invece di essere a scuola, insieme a Linda e a Maridel sfilavo in un corteo di manifestanti diretto verso Piazza del Duomo. In via Dante, scorsi mio padre uscire da un bar e fermarsi sulla soglia. Cingeva le spalle di una bella signora bruna, con un elegante soprabito chiaro e io mi fermai di botto, suscitando le imprecazioni di un paio di compagni. Linda e Maridel mi presero a braccetto e ripresi a camminare. Fu Linda a rispondere alla domanda che non avevo espresso, “sì, era proprio tuo padre”, e fu sempre lei che quando ne parlammo intervenne, categorica.

“Non c’è ragione per cui tu debba affrontarlo e pretendere una spiegazione”

“Giusto. È tuo padre ma sono affari suoi e, semmai, di tua madre”, aggiunse Maridel. Le ascoltai, feci di meglio: mi scordai dell’episodio. Certo che la memoria funziona con dei meccanismi bizzarri: non perde nulla, mette sotto chiave, finché un insospettabile fattore scatenante non fa saltare la serratura del cassetto.

“Papà, chi era la donna alta e bruna che frequentavi nell’autunno del ’73?”, chiesi all’improvviso e ascoltando le mie parole mi accorsi di quanto la domanda fosse vaga e contemporaneamente circostanziata.  Non finse neanche per un attimo di non capire.

“E tu come fai a sapere…”

“Ti ho visto. Via Dante, sfilavo in un corteo di non so più quale manifestazione”.

“Ormai non ha più nessuna importanza, anche se allora ne ebbe parecchia“

“Perché sei rimasto con la mamma?”

Ci mise un po’ a rispondere, quasi fosse una questione ancora  irrisolta.

Tua madre è una persona fragile e io ho promesso di prendermene cura. E poi c’eri tu, non sapevo che effetto avrebbe potuto farti una separazione. Sai, queste storie finiscono così, nella maggior parte dei casi”.

Il vento gettava secchiate d’acqua sotto il cavalcavia scuotendo l’auto, alcuni rami degli alberi che fiancheggiavano la strada si spezzavano con uno schiocco, subito dopo li vedevamo volare attraverso la pioggia battente. Restavo rannicchiata nell’abbraccio di mio padre, pensando (del tutto inopportunamente) a quali ricordi avrebbero serbato dell’estate i due coraggiosi magistrati siciliani costretti, per motivi di sicurezza, a passare le vacanze con le famiglie nel carcere dell’Asinara.

La bufera cessò all’improvviso, lasciammo cautamente il nostro rifugio e riprendemmo a salire verso Carpineti. Il casino di caccia,” naturalmente, si trovava in mezzo a un bosco; a un certo punto scendemmo dall’auto e indossammo gli stivaloni di gomma che papà aveva saggiamente portato con sé. Scavalcando rami caduti e scivolando nel fango, con l’acqua che cadeva dalle chiome degli alberi come se piovesse, raggiungemmo una radura e ci fermammo a contemplare il rudere che sorgeva proprio nel mezzo. Era una piccola costruzione in pietra con alcune feritoie laterali, dal tetto sfondato sbucavano rigogliose le fronde di una pianta. Dopo  qualche momento, ci guardammo e  scoppiammo a ridere.

“Lo zio Venanzio è sempre stato un burlone, apparteneva al ramo balordo della famiglia di mio padre. Era tale e quale suo nonno che si giocò anche la tomba di famiglia, tant’è che nel loculo a lui riservato trovarono un tizio con un documento controfirmato   attestante la cessione dell’ultima dimora (gli altri beni se ne erano andati da un pezzo) per saldare un debito di gioco

“In fondo, non avresti saputo cosa fartene, di un casino di caccia”.

Quel breve viaggio è uno dei ricordi più belli che ho della storia con mio padre, rappresentò il livello di connessione più elevato. Non smisi mai di essere figlia, però da quel giorno ci riconoscemmo come due adulti uniti non da una casuale consanguineità, piuttosto dalle assodate similitudini di spiriti affini.

Sulla fragilità di mia madre mantenni molte riserve fino a quando mio padre non morì nottetempo e quasi di soppiatto, solo, in una grigia stanza d’ospedale inseguendo i suoi ragni sul muro.  In quel momento m’imbattei nelle manchevolezze strutturali di mia madre,  aggravate dall’età avanzata e dalla vedovanza.

L’estate si stava allontanando con languida morbidezza, quasi con allegria. Io e Vittorio eravamo due amanti stanchi aggrappati a delle abitudini faticose e a un tratto ci rendemmo conto che potevamo liberarci da quel peso. Il nostro addio fu curiosamente simile al commiato di Palermo, privo di astio e di nostalgia. Semplicemente, eravamo arrivati alla fine della storia; questa volta sapevamo che sarebbe stato definitivo.

Credo che le epoche si chiudono così, all’improvviso”, diceva il bel Marcello Mastroianni nel film di Scola La Terrazza, che avevo visto al cinema con mio padre quando uscì, nell’80. Il rimpianto arrivò molto più tardi, insieme al dubbio che fossimo stati troppo frettolosi nel considerare esaurito un sentimento che, viceversa, reclamava un’evoluzione per la quale ci mancò il coraggio.  Mi capita tuttora di guardare la foto che Vittorio mi scattò quella notte lontana a Palermo, cercando di ripescare il ricordo della profonda percezione di sé e di un appagamento assoluto.

Comunque, la suggestione del film di Scola ispirò una serie di riflessioni amare che non esitai a rovesciare addosso a Linda e a Maridel.

“Ma noi che volevamo fare la rivoluzione, dove siamo adesso? A me pare che ci troviamo sulla terrazza del film di Scola, magari la Terrazza Martini. Celebriamo il nostro  fallimento durante una interminabile, atroce cena in piedi, mentre con una mano reggiamo un piattino ricolmo di schifezze e con laltra un calice di vino bianco, così  non sappiamo come fare a mangiare. Forse siamo diventati dei pribilegiati depressi, senza neanche l’immaginazione temeraria degli intellettuali autentici”.

Ne seguivano riflessioni, obiezioni, argomentazioni e dibattiti, e misericordiosi tentativi di sdrammatizzazione.

“Zoe, cambia lavoro, fai un bel viaggio o dedicati al volontariato, oppure adotta un gatto abbandonato”, suggeriva seria Linda e Maridel rilanciava:

Anche un fidanzato nuovo non sarebbe una brutta idea”.

Cambiai lavoro, rimandando le altre opzioni suggerite a un momento più favorevole.

Poco prima di Natale ricevetti la telefonata di Adriano, che non sentivo da alcuni anni. In quel frattempo si era separato da Rossana; confessò di trovarsi a Milano da diversi mesi e di avere avuto bisogno di un tempo di isolamento e di decompressione, per liberarsi dalle scorie di un’esperienza corrosiva. Non andò oltre, né io gli riferii granché della mia vicenda con Vittorio, di tutto ciò che mi aveva dato e di quello che mi aveva tolto. Ricominciammo a vederci trattenuti da un’inedita cautela, provando a capire quanto e come fossimo cambiati nei cinque anni di lontananza, che rimanevano protetti dalla reticenza. Tuttavia, a poco a poco riscoprimmo il codice dei gesti e del linguaggio, uguale a prima eppure differente, più attento e generoso.

All’inizio dell’anno nuovo, Adriano si mise cercare un appartamento da acquistare e mi trascinò nell’impresa, pretendendo il mio supporto. Aveva del denaro da investire e l’ostinata esigenza, finalmente soddisfabile, di possedere lo spazio in cui abitava.  Era una vecchia fissazione che avevo sempre faticato a comprendere: come mio padre, avevo preferito pagare un affitto e mantenere uno stile di vita che non implicasse troppe rinunce. Di conseguenza, non avevo mai risparmiato abbastanza da pensare a un investimento; forse è dpeso dall’apporto genetico del ramo balordo della famiglia ed è una comoda auto assoluzione.

Eravamo alle soglie dell’estate quando Adriano individuò l’alloggio che più corrispondeva alle sue necessità; per dimostrarmi la sua gratitudine per la collaborazione solidale e alcuni utili consigli, mi invitò a trascorrere la settimana di ferragosto a Malta, dove un amico gli aveva messo a disposizione un alloggio in un residence sulla costa.

Fu una bella vacanza, un tempo lungo e lento che ci permise di recuperare un’intesa già sperimentata, rafforzata da una sollecitudine affettuosa.

Nei mesi che seguirono, con la scusa di aiutare Adriano a sistemarsi passavo più tempo a casa sua, in via Melzo, che nella mia, in via Varesina. Abitava all’incrocio con via Malpighi e dalle finestre si scorgeva Casa Guazzoni, la dimora signorile dal corpo doppio a forma di L. Sulla stessa via sorgeva Casa Galimberti e i magnifici palazzi rappresentavano due visioni differenti del liberty milanese dei primi anni del ‘900.

 Quando Adriano mi chiese di sposarlo  mi sembrò naturale accettare: era l’esito logico prevedibile fin dall’inizio, sebbene ritardato da  qualche distrazione magari funzionale, o forse avevo soltanto girato in tondo.

Maridel aveva ottenuto l’assegnazione di una cattedra al Liceo Linguistico Manzoni, lo stesso in cui ci diplomammo; non si trovava più in via Manin, nello splendido e cadente Palazzo Dugnani ma in via Rubattino. Linda era sempre presa dall’organizzazione di eventi e presentazioni di libri e autori nella sua libreria e io avevo lasciato l’Istituto di Ricerche Statistiche per dedicarmi alle ricerche di mercato in una multinazionale del setttore alimentare. Continuammo a vederci anche dopo il mio matrimonio ritagliandoci degli spazi riservati ed esclusivi e i nostri compagni s’incrociarono solo occasionalmente.

Nel corso degli anni, la relazione sentimentale di Maridel con il padre di suo figlio ha mantenuto un decorso saldamente stabile, Linda invece ha dovuto affrontare una separazione dolorosa. Si è sforzata a lungo di capire a che punto della storia lei è suo marito si fossero disgiunti allontanandosi sempre di più,  come e perché ciò fosse avvenuto, finché tale infruttuosa indagine non perse d’importanza. Recentemente ha rivisto un uomo incontrato anni addietro, quando era ancora sposata, per il quale aveva covato una sincera attrazione, sottraendosi decisamente per evitare complicazioni e dilemmi che non intendeva sperimentare. Non è ancora chiaro che ruolo potrà avere nella sua vita attuale; in ogni caso il suo equilibrio si poggia sui molteplici interessi e su di una solida rete di amicizie storiche.

. Linda si è sempre curata di custodirle, in modo che l’accompagnassero durante tutta la vita. Al contrario di me, che per trascuratezza o progressivo disinteresse ho lasciato indietro molti affetti che, almeno per un certo periodo, mi erano parsi inalienabili.

 Ma dicevo dell’estate, che non mi piace più. Eppure, io e Adriano abbiamo avuto molte belle estati, in venticinque anni di matrimonio. Quando svolgevamo entrambi delle professioni impegnative, rappresentavano una dimensione spazio temporale alleggerita dai condizionamenti di orari e obblighi quotidiani, in cui dedicarsi alla contemplazione dei luoghi e alle chiacchiere oziose, godendo della reciproca vicinanza. Qualcosa è cambiato l’anno scorso quando Adriano, più vecchio di me di dieci anni, è andato in pensione e io ho accettato un’offerta di prepensionamento, conseguente all’ennesimo cambio di proprietà della multinazionale dove lavoravo. Pensavo con soddisfazione al ritmo differente che avrei potuto imprimere alle mie giornate, a un tempo dilatato dove collocare senza sforzo affetti ed interessi, antichi e nuovi. Come una lunga estate, per molti versi, e i primi tempi è stata una sorta di ebbrezza euforica per tutto il tempo di cui disporre liberamente e insieme. Dopo un po’ il nostro appartamento (tutt’altro che piccolo) ci è sembrato uno spazio esiguo, non più da coabitare ma da spartire cercando di non infastidirsi a vicenda, tanto che abbiamo preso ad aggirarci con circospezione, imbarazzati da abitudini difficilmente conciliabili. Viaggiamo più spesso, adesso che non abbiamo più nessuno da chiamare per dire che siamo arrivati a destinazione sani e salvi. Siamo liberi, ed è una consolazione malinconica.

Solo quando siamo altrove sembriamo recuperare la disinvolta complicità che ha sempre caratterizzato il nostro stare insieme, ma dura fintanto che siamo lontani da casa. Sarà forse per questo che qualche tempo fa Adriano vagheggiava di lasciare Milano per andare a stare in qualche campagna. In altri tempi, avrei opposto un perentorio non se ne parla nemmeno; ho preferito lasciarlo dire ostentando un silenzioso disinteresse.

Ultimamente esce spesso per conto suo, dice di andare a trovare questo o quell’amico, persone con le quali ha riallacciato rapporti che prima non aveva tempo di coltivare. Ne sono sollevata ma non posso fare a meno di notare un suo allontanamento più significativo, fatto di silenzi e di un’inspiegabile leggerezza che gli mette un’allegria segreta, eppure trasparente. Ora, vorrei sapere se mi abbia mai amata veramente o se ero solamente l’ultima rimasta, quindi per forza quella giusta. Posso immaginare la sua espressione costernata, se lasciassi cadere la domanda davanti al giornale che sta leggendo e conosco anche la risposta, ma non so se ci credo ancora. Io, invece, non saprei cosa rispondere.

Da qualche tempo Vittorio mi appare in sogno: sono situazioni nelle quali finisco per essere sempre perdente e mi risveglio in preda a una frustrazione angosciosa. A volte ho la sensazione che questi sogni mi stiano portando via, per quanto siano infelici. Si comportano come  una specie di malevola macchina del tempo che mi riconduce a un’epoca passata, dove ho la possibilità di assistere a mille versioni del medesimo esito infausto, sapendo già come andrà a finire e non potendo cambiare nulla. È di nuovo un girare in tondo in una curva temporale chiusa; dovrei provare a essere abbastanza veloce da farmi scagliare fuori da questa traiettoria avvilente. Ne ho parlato con Linda e Maridel  porgendo la faccenda con la solita autoironia mendace, così non so se abbiano intuito la profondità del mio malessere.

In virtù di vicissitudini governate dal caso, abitiamo nella stessa zona, tra Porta Venezia e Piazzale Loreto: io in via Melzo, Maridel in via Andrea Doria e Linda in via Carlo Poerio. Ci troviamo spesso al Bar Picchio, giusto accanto a casa mia: è un bar vecchiotto che si conserva più o meno uguale a se stesso dal ’69, infischiandosene delle mode e del tempo che passa. È venerdì pomeriggio; c’è una domanda piazzata di sbieco in un angolo in penombra della mia coscienza da diversi giorni, e adesso devo proprio buttarla fuori.

“Ma almeno una di noi tre è riuscita a fare la vita che voleva?”

Maridel è la prima a riscuotersi dallo sconcerto.

“Zoe, questa è una domanda veramente stronza, oltre che inutile. Io poi ho cambiato idea almeno quattro volte, sulla vita che volevo, e credo che sia normale”

“ Io non sempre ma adesso sì, sono dove vorrei essere, e sto bene”, replica Linda.

“Credo che Adriano si veda con un’altra”,  dico allora, esponendo i miei dubbi.

Dopo molte congetture e perplessità, decidiamo che sabato sera, in occasione di un impegno annunciato con gli amici, lo seguiremo. L’alternativa sarebbe affrontare la questione in modo diretto (e adulto), ma semmai lo farò in seguito.

“Dai, almeno se per caso se ne accorge non sei da sola a fare una figura di merda”, conclude Maridel e le sono grata per la scemenza che ha appena detto. Se scoprirò una verità spiacevole, non sarò da sola a fronteggiarla: questa è la vera ragione di una determinazione apparentemente poco ponderata ed è una cosa che sappiamo, non c’è bisogno di dirla.

Come se fosse facile, un inseguimento  in auto a Milano un sabato di aprile alle nove di sera, senza farsi scoprire. Maridel guida in un modo atroce, cercando di mettere in pratica quello che legge sui romanzi gialli che tanto ama e alla fine arriviamo in fondo a via Ripamonti, dove Milano sembra finire ma è solo un’impressione, per via delle risaie adagiate appena più in la. Due signori anziani e piuttosto corpulenti vanno incontro ad Adriano, strette di mano e pacche fraterne sulle spalle, poi entrano in un locale. L’insegna recita CIRCOLO CGIL – BOCCIOFILA RIPAMONTI”, una locandina annuncia il Grande Torneo di Primavera, precisando date e costo dell’iscrizione.  Noi  rimaniamo un poco discoste, acquattate nell’utilitaria di Maridel, tre signore quasi sessantenni che sghignazzano come  adolescenti cretine. D’altronde,  la sorellanza si esprime anche in questo modo.

Stamattina osservavo mio marito che leggeva il giornale e avrei voluto domandargli se ieri sera si fosse qualificato al girone successivo del torneo di bocce. Non l’ho fatto, se desidera tenere per sé questa passione innocente ha il diritto di farlo, benché me ne sfugga il motivo: abbiamo sempre avuto rispetto per gli spazi privati dell’altro e anche per le zone di diniego. Ho ripensato alle battute irriverenti che molti anni orsono ci scambiavamo sui pensionati alla bocciofila, e magari la ragione dell’omissione di Adriano ha a che fare con la difficoltà ad ammettere un declino previsto, eppure spiazzante.

Io dovrò in ogni caso vedermela con gli scomodi interrogativi che ho incautamente sollevato, ponendomi in mezzo a una tempesta disabbia. Oppure, Maridel potrebbe avere ragione sostenendo che certe domande ormai sono crudeli e vane. Desideri e aspirazioni variano con lo scorrere della vita, e quando le risposte sono tardivamente sovversive, sono le domande a essere sbagliate.    

Ma dicevo dell’estate. A quest’ora di un tardo pomeriggio primaverile di bel tempo, c’è una luce calda che accende le finestre e sfiora i decori della facciata di Casa Guazzoni. È carezzevole come un’illusione, ammaliante come una promessa. Tra poco arriverà l’estate, e potrebbe essere un’altra bella estate.

Que reste-t- il de nos amours

Que reste-t-il de ces beaux jours

une photo, vieille photo

de ma jeunesse…

(“Que reste-t-il de nos amours?”, Charles Trenet)

Che cosa resta dei nostri amori

che cosa resta di quei bei giorni

una foto, vecchia foto

della mia gioventù…