LA  BARISTA

(Sonia Fantozzi)

Chissà quale fantasticheria condusse il musicologo Giulio Confalonieri a pensare alla Taverna del Jamaica dell’omonimo film di Hitchcock, suggerendo così il nome da attribuire al nuovo locale meneghino in via Brera. Era il 1911. Dal Bar Jamaica  è transitata la storia del Novecento: politici, artisti, intellettuali. Elio Mainini, proprietario del locale, fu un potente catalizzatore: organizzava mostre, radunava gli esponenti delle avanguardie artistiche e letterarie. Il Jamaica divenne il salotto prediletto da ogni intellettuale, scrittore, pittore che si trovasse a passare da Milano. Qui non si chiudeva mai, e si faceva credito a tempo indeterminato a giovani pensatori squattrinati e a pittori che non vendevano quadri. Poi arrivarono giornalisti e gente di spettacolo, qualcuno già famoso, altri di belle speranze destinate a rimanere tali. In seguito fu la volta della Beat Generation e del grido poetico di Allen Ginsberg, il quale ai tavolini del Jamaica trascorreva interi pomeriggi.

Il Novecento si è concluso da qualche mese, è il secolo scorso. Stando dietro al banco osservo l’umanità che popola il locale: turisti, curiosi attirati dalla sua fama, gente che se la tira. Le idee, i fermenti, gli azzardi fantasiosi, non ci sono più. I muri non parlano, eppure qui dentro si percepisce qualcosa che altrove non c’è: un sogno, un’ambizione, un rammarico. La nostalgia per dei ricordi inafferrabili, che questi muri serbano per sé.

Sono stata diverse altre cose, prima di divenire barista.

Questa storia non inizia dalla mia nascita e nemmeno dalle prime esperienze di cui abbia memoria, non è questa la storia che intendo raccontare, bensì quella che parte dal momento in cui si è alzato il primo colpo di vento.

Faceva senz’altro un caldo soffocante nell’angusto bilocale in cui vivevamo, ma non me ne ricordo affatto. Milano, breve traversa di viale Monza, una vecchia casa dentro uno stretto cortile; l’appartamento aveva  due sole finestre, poste sulla stessa facciata: doveva fare davvero caldo, sia nell’estate del ’78 che in quella del ’79.

“Sei il mio amore, la mia migliore amica, la mia compagna, la mia amante, la madre dei figli che vorrò, e sei la mia puttana”.

Ecco da dove incomincia la mia storia: dall’incontro che mi aveva condotta a quell’istante sublime e alienante. L’Università, la famiglia, gli amici di prima: tutto accantonato, nulla più contava, nulla che esulasse da quell’abbraccio vorace. A poco più di vent’anni si fanno, queste sciocchezze. Si cade in un doppio inganno: quello di credere nella longevità di una passione furibonda e quello di ritenere di cavarsela sempre, senza grossi danni. Invece, la passione si allenta e si esaurisce senza sfociare in un sentimento pacificato, mentre dentro qualcosa si rompe e resterà rotto per sempre.

Malgrado fossi lusingata dall’attribuzione di quei ruoli e affascinata dal loro essere complementari, mi allarmava sempre un poco l’accenno ai figli che lui avrebbe voluto: m’inquietava persino in quei momenti in cui il raziocinio si dileguava allegramente per lasciare che i sensi governassero insieme alle emozioni. Non mi turbava affatto l’accostamento madre-puttana: però, se per la seconda condizione sentivo di possedere una certa attitudine, nei confronti della prima nutrivo molte riserve.

Molte donne della mia generazione avevano rivendicato  la legittima facoltà di soddisfare il proprio desiderio  in assenza del viatico dell’innamoramento, con il solo fine di ricercare il piacere. Soprattutto, senza che ciò fosse considerato riprovevole. Ecco allora che il termine  puttana perdeva il valore di insulto e la pretesa di giudizio morale,  indicando l’applicazione del libero arbitrio a una sfera assolutamente privata e personale, perciò insindacabile.

Secondo la mia esperienza,  non erano e non sono molti i maschi pronti a comprendere e accettare davvero un simile cambio di paradigma,  indipendentemente dalla loro età.

In quanto a mettere al mondo dei figli, ciò non rientrava nelle mie aspirazioni: la deformazione del corpo durante la gravidanza mi suscitava un apprensivo disgusto; soprattutto, non potevo accettare il legame indissolubile che un figlio rappresenta, né ero disposta a prendermi cura di un individuo il quale, per molti anni, sarebbe dipeso totalmente da me, dalla mia presenza, dalla mia sollecitudine. Allora tendevo a non considerare definitiva la mia posizione, ma anche in seguito non avvertii l’istinto nobilmente animale di procreare al fine di preservare la specie, e nemmeno l’esigenza del tutto umana di lasciare una traccia futura, mettendo al mondo un individuo che avrebbe seguitato ad appartenermi.

Comunque, come è mia abitudine, pensavo che mi sarei preoccupata se e quando la faccenda, da aspirazione vagamente programmatica, si fosse tramutata in progetto concreto. Non feci in tempo, in ogni caso.

In gioventù, quando un amore finisce (male, è implicito nella fine di tutti gli amori giovanili troppo esigenti), ci si aggrappa alla giusta presunzione di avere  molto tempo da vivere e che tante cose possano ancora accadere.  Ci si sente a pezzi, feriti, arrabbiati; si aspetta il mattino in cui, alzandosi dal letto, ci si reggerà meglio sulle gambe. Quando quel mattino arrivò, ritrovai il gusto di certe notti passate a rincorrere un attimo fuggente, ma ripresi anche gli studi interrotti buttandomi sui libri con determinazione e finii per laurearmi in filosofia.

Scoprii dopo qualche tempo una cosa banale, descritta meravigliosamente da Cesare Pavese molti anni addietro, ovvero che “nulla è più inabitabile di un luogo dove si è stati felici”. Strade, cinema, ristoranti e altri locali milanesi, dapprima innocentemente anonimi, erano stati il palcoscenico inconsapevole di una storia vorticosa durata appena due anni. Ormai mi facevano soffrire e struggere per ciò che avevo perduto ma, peggio ancora, per tutto ciò che non era stato; così, compresi che dovevo andarmene. Ebbi un inatteso colpo di fortuna trovando lavoro nella redazione di una rivista di viaggi e turismo. Avrei fatto parte di un piccolo gruppo di aspiranti giornalisti impegnati come “galoppini”, che venivano spediti in giro per il mondo insieme a un fotografo, con il compito di recensire alberghi e villaggi vacanza ma anche di raccogliere informazioni utili a suggerire ai lettori itinerari interessanti e alternativi a quelli più noti. Non ebbi alcuna esitazione a lasciare un impiego noioso e meglio retribuito, l’idea di un perenne e concitato movimento era troppo allettante. Gli articoli da pubblicare li scrivevano i giornalisti veri sulla base dei nostri appunti, ma era divertente e quella forma di nomadismo sovvenzionato si adattava perfettamente alla mia irrequietezza.

Mi chiese di vederci all’improvviso, pochi anni dopo il nostro addio; accettai senza valutare le conseguenze, di nuovo, e pensando di avere ormai reciso ogni legame, tanto da poter sopportare quell’incontro.

“…sei ancora la mia puttana”

“…sono la puttana di chiunque vuole che lo sia”,

avevo replicato con brutale sincerità e con compiaciuta cattiveria. Allora lui mi aveva rivolto uno sguardo addolorato e per questo lo avevo odiato, comprendendo che non avrei saputo perdonare il suo tradimento, ma nemmeno sarei riuscita a distaccarmi del tutto da quell’amore che non sentiva ragioni. A meno di ucciderlo per cancellarlo, e lo avrei fatto, in quel momento: però, avevo solo il rimpianto e l’astio con i quali trafiggerlo, e nient’altro.

“Non più amica, tanto meno compagna, né madre dei figli di nessuno, occasionalmente e per brevi periodi amante, spesso semplicemente puttana. Questo è ciò che sono adesso, amore mio”.

Con tale affermazione avevo scientemente escluso qualsiasi possibilità di riconciliazione.

Fortunatamente, il giorno appresso sarei partita per un lungo viaggio        nell’Australia Meridionale.

Prima di imbattermi in quella forma di amore sapevo così poco di me: fino ad allora avevo visto solo la superficie appena increspata dell’acqua, senza scorgerne la tumultuosa profondità.

Dopo, mi resi conto che se potevo rinunciare ai sentimenti per cautela o per supposto disinteresse, non avevo nessuna intenzione di fare a meno del sesso, che presi a praticare con tenace disinvoltura.

Mi è capitato di domandarmi se la propensione per il sesso sia un connotato fisiologico o piuttosto un atteggiamento deliberatamente  acquisito: insomma, dipende da una chimica del corpo o della mente?

Senza avere trovato una risposta univoca ma avendone semmai ipotizzate diverse, tra loro concomitanti e interagenti, l’ho più spesso considerata una risorsa, anziché un problema, un modo per procurarsi momenti di fugace gratificazione, mantenendosi al riparo dalle complicazioni dei sentimenti.

Mi fermavo a Milano per brevi periodi tra un incarico e l’altro; ciò stabilì distanze sempre meno conciliabili con la mia famiglia, evitando tuttavia una frattura netta, tanto dolorosa quanto irrimediabile.

Il mese di dicembre dell’89 la rivista di viaggi pubblicò l’ultimò numero: non vendeva abbastanza copie per sostenere i costi necessari a mantenere la linea editoriale che i fondatori avevano scelto, e cambiare taglio non avrebbe reso il periodico competitivo. I galoppini e i fotografi, con i quali per otto anni avevo intrattenuto rapporti superficialmente affettuosi, si dispersero e, come era logico aspettarsi, si dileguarono velocemente.

A Milano mi sentivo in trappola, mi mancavano gli aerei e i luoghi remoti, gli imprevisti e la stanchezza del corpo, le stamberghe e gli alberghi con la Jacuzzi in camera, i paesaggi ignoti e gli incontri di una notte, effimeri e meravigliosi, perfettamente incastonati nel ricordo di un posto lontano.

Dovetti arrendermi alla sedentarietà di un impiego in una piccola casa editrice  che dedicava molta attenzione alla ricerca di autori esordienti di talento. Fui assunta come selezionatrice: dovevo leggere una parte delle numerose opere proposte da aspiranti scrittori e individuare quelle eventualmente interessanti, che sarebbero state esaminate da una commissione editoriale, cestinando le altre.

La sera cercavo di scrollarmi di dosso le insignificanti narrazioni alla cui lettura dovevo dedicarmi durante il giorno, infilandomi talvolta in altre, reali ma altrettanto immeritevoli di considerazione. Trascorse così poco più di un anno, durante il quale m’impegnai affinché i contatti con la mia famiglia mantenessero il carattere e il ritmo di un rapporto cordialmente distaccato, ed era un accomodamento che sembrava accontentare tutti.

I miei genitori scomparvero nel corso dei tre anni successivi e, sebbene non potessi affermare di patire la mancanza di una relazione tanto problematica, ebbi comunque  coscienza della perdita di un punto di riferimento inalienabile e di una conseguente sensazione di doloroso sradicamento.

Penso che questa consapevolezza sia stata la ragione per cui accettai di andare a vivere con una specie di fidanzato che negli ultimi mesi era divenuto una presenza più costante. Di diversi anni più vecchio di me, con una situazione economica decisamente solida e molto innamorato: in quel momento fui senz’altro attratta dalla stabilità che mi offriva. Era un uomo affidabile e piacevole al quale ho voluto bene senza riuscire ad amarlo, pur apprezzandone le numerose qualità. Appena un anno più tardi, un giorno mi ritrovai a osservare un breve gesto compulsivo che di tanto in tanto compiva: pensai che per quell”atto innocente e innocuo un giorno avrei persino potuto ucciderlo. Di colpo realizzai quanto mi irritasse la sua irremovibile rettitudine, così come la sua immobilizzante cautela, e trovai opprimenti le sue amorevoli attenzioni. La stabilità aveva prodotto un tedio insopportabile; ne dedussi che, probabilmente, era stata solamente un’aspirazione momentanea e contingente.

Me ne andai durante una sua assenza di qualche giorno a causa di un viaggio di lavoro. Mentre radunavo le mie cose, mi accorsi di quanto mi fossi sempre considerata di passaggio, sia nella sua casa che nella sua vita. Mi congedai con uno scritto laconico e inoppugnabile, lasciandolo a porsi domande le cui risposte non avrebbe potuto comprendere, né reggere.

Non avevo voluto disfarmi del mio appartamento, nel quale era andata a vivere l’amica che non mi aveva mai lasciata e che non avevo mai lasciato. Rimase anche dopo il mio ritorno cedendo alle mie insistenze, e ricominciammo ad almanaccare sulla prospettiva consolante di invecchiare insieme.

A parte l’inedita e felice coabitazione con la mia amica, ripresi la mia vita dal punto esatto in cui avevo cambiato direzione, ritrovando intatte abitudini e pulsioni, tutto esattamente come prima.

E questo chi sarebbe?

Fu il mio primo pensiero allorché mi svegliai una notte in un letto sconosciuto, in una casa sconosciuta, da qualche parte a Milano, osservando il tizio che dormiva beatamente accanto a me. Poi ricordai: Maurizio, spocchioso giornalista che scriveva sulla Gazzetta dello Sport. Lo avevo incontrato al Rose’s, discoteca in piazza San Babila: attraente, antipatico, lo avevo rimorchiato per il gusto della sfida, perché era uno che amava corteggiare ma poi si sottraeva, e perché ne avevo voglia.

Si era rivelato un amante poco fantasioso che pareva essere sempre in posa per una foto, attento a non spettinarsi e persino schizzinoso, certo da non tenere in considerazione per un secondo giro. Abitava in un bell’appartamento, arredato con professionale buon gusto e privo di personalità.

Scivolai fuori dal letto, raccolsi le mie cose, mi rivestii velocemente e uscii, tirandomi silenziosamente l’uscio dietro le spalle.

Era novembre, le quattro di una domenica che si preannunciava grigia, un mattino che era ancora notte. Strade deserte e bagnate di umidità; da via Corridoni  (era lì  che ero capitata) a viale Espinasse, dove abitavo, non ci avrei messo molto.

Era quasi bello, guidare piano su quelle strade vuote e buie.

Era strano, non sentire niente. Né caldo o freddo, nessun dolore, nessun desiderio, nessun pensiero di senso compiuto. Senza peso, addirittura, entità galleggiante in una stratosfera luminosa, al di sopra di un impercettibile brusio. Un frammento di memoria, sospeso come pulviscolo dentro il riflesso di un raggio di luce. Menelik e Mustafà, i due gattacci della madre (con posizioni evidentemente nostalgiche) del sindaco comunista che amministrava il borgo della campagna piemontese dove trascorrevo le lunghe vacanze estive della mia infanzia, dai nonni materni. Dinamiche familiari complicate, presumibilmente. Alla morte della donna, vicina di casa dei nonni,  ereditai le due bestiacce. Me ne presi cura e le amai molto, a dispetto dell’irriducibile selvatichezza: ma mi abbandonarono prima che ricominciasse la scuola, e ci rimasi davvero male, interrogandomi a lungo sulle ragioni del loro ostinato rifuggire dal mio affetto. In fondo, me ne ero andata allo stesso modo da chi mi voleva bene, semplicemente sfuggendo all’amore.

Era stato così dolce, quel breve momento di astrazione: d’improvviso, ebbi voglia di arrendermi, di lasciar andare via tutto. Mi riscosse il grido stizzito del clacson di un’auto che procedeva sul lato opposto della carreggiata, e rimisi le mani sul volante. Provai vergogna e paura per quel fulmineo cedimento e mi convinsi che dovevo allontanarmi da tutto ciò che lo aveva prodotto,

Qualche settimana dopo, mentre la luce opaca di un mattino invernale adagiava una patina sporca sul paesaggio cittadino, la mia amica mi osservava preparare le valigie con serena rassegnazione. Aspettando il taxi con il quale avrei raggiunto l’aeroporto, l’abbracciai a lungo, respirando il profumo fresco dei suoi capelli.

“Vieni con me”,

le dissi senza nessuna speranza, solo perché sapesse che lo avrei voluto.

“No. Devi andartene da tutto, quindi anche da me. Io sarò qui ad aspettarti. Però, fammi sempre sapere come stai”.

Mi posò un bacio leggero sulla bocca e uscì senza voltarsi. Allora piansi: per un amore perduto  e perché non sapevo lasciarlo andare, per un’amica che dovevo lasciare e che temevo di perdere, e infine per mia madre e mio padre, dai quali mi ero allontanata affinché il conflitto non diventasse scontro, senza sforzarmi davvero di mutarlo in confronto. Ma ero pronta a fuggire, ancora una volta.

Prevedendo un netto diniego, avevo chiesto comunque alla casa editrice presso la quale lavoravo un anno di aspettativa: con mia grande sorpresa, me lo avevano accordato senza difficoltà. Si erano convinti che avessi una particolare abilità nello scovare storie e autori degni di nota; pertanto, ritenevano di poter accettare quella lunga pausa.

In verità, non sapevo se mi stessi prendendo un anno sabbatico o se me ne stessi semplicemente andando via, senza nessuna intenzione di tornare, ma preferii comunque lasciare le cose in sospeso. Del resto, non è facile sfuggire alla propria ombra e si potrebbe semplicemente concludere che non è possibile, per cui un posto vale l’altro.

Però, quando arrivai a New Orleans e raggiunsi il Quartiere Francese, per un attimo mi sembrò di essere riuscita a far perdere le  mie tracce.

L’inverno a New Orleans è piuttosto mite e presenta colori gentili. Per le strade del Vieux Carré si respirava profumo di cibo speziato e mi muovevo tra una folla multicolore e multietnica, distratta dalle note musicali che irrompevano dai numerosi locali, amalgamandosi nell’etere in una misteriosa e seducente armonia. I maestosi retaggi architettonici del periodo coloniale francese risentivano delle influenze caraibiche e la commistione aveva prodotto uno scenario magnificamente stravagante.

Avevo qualche risparmio, ma dovevo cercare un lavoro qualsiasi e una stanza a buon mercato da qualche parte.

Uscendo dallo scassato alberghetto nel quale ero scesa, qualche sera dopo il mio arrivo capitai in una zona un poco fuori mano: Camminando a caso avevo lasciato le vie più affollate dirigendomi verso il bayou, la vasta area paludosa nel delta del Mississippi: itinerario che la gioviale proprietaria del mio squinternato albergo mi aveva sconsigliato di intraprendere da sola, dettaglio del quale mi sovvenni accorgendomi dei rari passanti, della scarsa illuminazione stradale e del sentore di umidità marcescente che aleggiava nell’ambiente, palpabile miasma viscido capace di appiccicarsi alla pelle e ai capelli.

 Seguendo il suono di una malinconica melodia languidamente modulata da una tromba, infilai un vicolo illuminato dal chiarore azzurro di un’insegna: Dead End Street, e il nome poteva alludere alla conformazione del corto budello ma anche (e più probabilmente) a una tenebrosa metafora. Appena sopra di essa, un balconcino con la ringhiera in ferro battuto di forma tondeggiante, decorata con motivi floreali: con la sua grazia un poco leziosa appariva del tutto fuori luogo e, paradossalmente, accentuava l’atmosfera straniante del vicolo.

Dall’interno di quello che sembrava un bar si riversava una calda luce soffusa, e la musica intrisa di inguaribile nostalgia era un richiamo potente, sebbene ne intuissi un risvolto oscuro. Potevo figurarmi l’effetto del canto insidioso delle sirene sul povero Ulisse: io, al contrario dell’eroe omerico, non intendevo opporre alcuna resistenza.

Spinsi il battente della porta a vetri e mi ritrovai dentro una stanza assai più ampia di quanto non apparisse dall’esterno: a un’estremità si trovava un palco con un piano e altri strumenti; il lato più lungo era occupato da un imponente banco in legno intarsiato davanti a una parete a specchio, attrezzata con scaffali pieni di bottiglie; nello spazio di mezzo diversi tavolini con bellissime lampade in stile liberty. Tutti gli arrredi avevano il fascino delle cose vecchie, oggetti che avevano assistito allo scorrere del tempo e osservato innumerevoli frammenti di vita.

A prescindere dalla posizione decisamente appartata, era presto per un posto di quel genere: difatti, i pochi avventori solitari stavano appollaiati sugli sgabelli davanti al bancone, ognuno intento a cercare qualcosa nel fondo del proprio bicchiere. Il trombettista smise di suonare e si avvicinò, salutandomi con un sorriso che gli raggrinzì ulteriormente il volto scavato. Doveva essere il proprietario: alto e magro, folti capelli brizzolati pettinati all’indietro, approssimativamente sulla cinquantina. La sua persona ispirava un’indiscutibile autorevolezza; nel volto spigoloso spiccavano gli occhi scuri dall’espressione attenta, quasi indagatrice, eppure amichevole. Chiesi di bere una cosa a caso, subito distratta da un cartello affisso dietro la cassa, sul quale era scritto che cercavano un barista. Seguitai a fissare l’avviso per diversi minuti e l’uomo si accorse del mio interesse.

“Devi sapere che questo è un rifugio per anime desolate. Te  la senti di affrontarle?”

Poco dopo, mi ritrovai a raccontargli gli accadimenti della mia vita negli ultimi vent’anni, seguendo un impulso sorprendente: più che un impulso, un bisogno profondo e improcrastinabile.  L’uomo mi prestava un’attenzione cortesemente distaccata, annuendo di tanto in tanto; io scorgevo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le sue spalle ed era a quella che mi rivolgevo, spiegando per bene i fatti e le mie ragioni.

Il locale si stava animando e io tacqui, ma comunque non avevo altro da aggiungere. L’uomo mi osservò, pensieroso.

“Dunque, tu sai scovare le storie rovistando dentro la spazzatura. Vedi, nessuno finisce qui dentro per caso, né tantomeno per sbaglio”.

Fu l’unico commento ma compresi appieno il senso delle sue parole qualche tempo dopo; mi apparve invece chiaro fin da quel momento che ruolo dovesse svolgere un barista in quel posto strambo, oltre a servire da bere.

La paga che poteva offrirmi Dwayne, così si chiamava il mio nuovo datore di lavoro, era modesta ma includeva l’utilizzo del piccolo alloggio situato al piano di sopra (quello con il balconcino), così accettai subito.

Presi servizio l’indomani e col passare dei giorni notai che i frequentatori del Dead End Street si suddividevano nettamente in due tipologie. C’erano quelli che venivano per la musica ed erano i più numerosi, per effetto di un efficace passa parola: Dwayne amava il blues ma lì si esibiva chiunque gli piacesse per qualche insindacabile ragione, così si potevano ascoltare i generi musicali più disparati e le esecuzioni erano sempre di buon livello. Poi c’erano quelle che Dwayne aveva definito le anime desolate, gente che si portava appresso un fardello di disperazione o di rabbia, di rassegnazione o di odio, come un’aura negativa e percepibile emanata dal corpo e dall’animo.

Rimarcai anche un’altra stranezza: non entravano mai coppie né gruppi, esclusivamente persone sole, talvolta disposte a sfiorare la solitudine di qualcun altro, almeno per una notte.

Scoprii pure che, se l’orario di apertura nel tardo pomeriggio era certo, non lo era altrettanto quello di chiusura: si chiudeva quando i musicisti non avevano più voglia di suonare e l’ultimo disperato aveva esaurito le parole da scagliare contro lo specchio.

La notte non era fuori bensì dentro, tra quelle mura, impigliata nelle note musicali e nel fumo sospeso a mezz’aria, in uno spazio eccentrico temporaneamente separato dalla realtà, eppure indubitabilmente vero.

Mi piaceva, fare la barista.

È un mestiere che ti colloca nella posizione ideale per divenire raccoglitrice di storie, depositaria di inimmaginabili confidenze. Occorre imparare a proporsi (senza parere) come presenza assente, in un certo senso: farsi specchio ove l’altro possa vedere solo la propria immagine riflessa, accogliere qualsiasi rivelazione senza commenti che si discostino dal discreto incoraggiamento a proseguire un discorso accantonando ogni reticenza, riserbo, pudore. Non è un dialogo, non è uno scambio: il ricevitore è un campo neutro, una carta assorbente su cui si riversano parole scritte con l’inchiostro simpatico, destinate a scomparire (chissà perché definire “simpatico” un inchiostro inventato per celare  ciò che si imprime sulla carta con una pretesa implicita di continua visibilità). Si possono scoprire anime disperate e bellissime, meschine, orribili.

Uno dei primi flussi di coscienza ai quali ebbi modo di assistere scaturì da un tipo macilento dallo sguardo stralunato con una cicatrice su un avambraccio, uno squarcio che andava dal polso al gomito. Si guadagnava da vivere cacciando alligatori nel vicino bayou e parlava di questi imperscrutabili animali con rancoroso rispetto: poteva riuscire a catturarli, ma seguitava a sfuggirgli il loro modo di ragionare, e quando credeva di averlo afferrato ecco che quelli lo sorprendevano con un gesto inaspettato. Dal mondo di quell’individuo l’intera umanità era scomparsa, c’era solo spazio per la sfida tra la sua mente e quella degli alligatori.

Mi capitò di ascoltare storie di tradimenti, di amori finiti, di sciocche rivalità, di rabbiose rivendicazioni, di solitudini senza rimedio e di inadeguatezza.

Poi, una notte in cui avevamo tirato più tardi del solito e mancava davvero poco all’alba, fu Dwayne a sedersi dall’altra parte del banco.

In una vita precedente era stato un fotografo: lavorava come libero professionista recandosi nelle zone di guerra e proponendo i suoi lavori alle testate giornalistiche. Allora era giovane ed era spinto dalla necessità di documentare gli orrori di molti sanguinosi conflitti affinché questi non fossero dimenticati, per mantenere viva l’attenzione e l’indignazione. Dapprima aveva provato sconcerto e dolore, poi aveva capito che se intendeva mantenere il ruolo di testimone avrebbe dovuto spegnere le emozioni, porsi al di fuori di ciò che vedeva e smettere di cercare le storie delle persone che incontrava.

A un certo punto, si era accorto di non averne più alcuna curiosità, così si era fermato. Aveva casa a New York e nessuna voglia di farvi ritorno, dopo quasi vent’anni di vita solitaria nei posti più pericolosi del mondo non aveva nessun legame. Alla fine dell’89 era arrivato a New Orleans con l’intenzione di trattenersi appena qualche giorno ma era capitato in quel vicolo, dove aveva notato l’insegna del Dead End Street e il cartello che ne annunciava la vendita. In quel momento aveva capito cosa voleva fare.

Aveva comprato il locale per pochi soldi: era in vendita da molti anni, dopo che il proprietario era stato trovato cadavere al suo interno, sbranato da un alligatore. Poiché era piuttosto improbabile che un simile animale fosse entrato nel locale, la gente incominciò a mormorare che quel posto era infestato (come tanti altri a New Orleans). Rimase quindi chiuso per molti anni, mentre il suo valore diminuiva.

Dwayne lo rimise a posto, lo riaprì e si ripromise di ascoltare le storie di chiunque avesse voglia di raccontarle.

Quella sera si fermò da me. Successe diverse altre volte, senza che ciò mutasse la natura del nostro rapporto di rispettosa e prudente amicizia. Facevamo sesso perché  avevamo voglia di farlo senza perdere tempo con dei perfetti sconosciuti, ma non eravamo interessati alla ricerca di una relazione stabile. Ci davamo reciprocamente conforto e piacere senza nessuna aspettativa, e questo rendeva tutto più facile e più leggero.

Notte dopo notte, accogliendo le rivelazioni e i pensieri altrui, mi mantenevo in una posizione di estraneità, facendomi contenitore inanimato: nessuna partecipazione o commozione, appena la blanda curiosità di scoprire fino a quali bassezze o vette possa spingersi l’animo umano. Eppure, a poco a poco mi ritrovai a replicare l’esperienza del fotografo Dwayne in senso inverso: volevo sapere di più di certe desolazioni, volevo comprenderne le ragioni, cogliere il senso di disillusioni, di struggimenti e rancori. Soprattutto, desideravo gettare un ponte, ancorché fragile e provvisorio, tra quelle anime e la mia. Incominciai a prestare un’attenzione empatica, a porre accenni discreti di domande, distogliendo i miei occasionali interlocutori dalla loro immagine riflessa nello specchio.

E presi a scrivere quelle narrazioni tentando di riordinare il caos di certe confessioni: Storia di Henry, Storia di Annettte, Storia di Jack, Storia di Frieda…Scrivevo con furia e con passione; in pochi mesi organizzai una raccolta che mi pareva piuttosto ben riuscita.

In quel periodo, la mia amica mi riferì che si sarebbe sposata: dopo molte relazioni all’insegna del disimpegno, aveva trovato rifugio nell’affetto di un vecchio amico al quale non aveva bisogno di nascondere nulla. Aggiunse che avrebbe continuato a prendersi cura del mio appartamento, e che avrebbe seguitato ad aspettarmi.

Alla fine dell’anno sabbatico, comunicai alla casa editrice le mie dimissioni, ma proposi il mio scritto, chiedendo il loro parere. Il libro fu pubblicato con uno pseudonimo e con l’intesa che mi sarei sottratta a qualsiasi forma di promozione che mi coinvolgesse direttamente. Ebbe successo, tanto da richiedere diverse ristampe.

Rimasi al Dead End Street fino alla fine del ’99, continuando a raccogliere storie. Mi accorsi che sapevo anche inventarne ed era persino più coinvolgente. Avevo scovato una nuova via di fuga: potevo padroneggiarla, non comportava rischi, era persino produttiva.

Ero pronta per tornare a Milano. Salutai Dwayne con la certezza che non avrei più rivisto né lui né quel locale bizzarro, ma non me ne sarei mai dimenticata.

Sebbene la maggior parte dei racconti che scrivevo fossero frutto della mia immaginazione, mi ero convinta che il mestiere di barista mi aiutasse a stimolare la fantasia, a trovare spunti, inventare agganci. Tuttavia, occorreva trovare il posto adeguato, anche se l’atmosfera del Dead End Street non era replicabile, certamente non a Milano.

Mi trovavo insieme alla mia amica la sera in cui capitai in Brera per caso (o forse no, dopotutto); mi avvicinai al Jamaica con qualche riluttanza perché era uno dei luoghi che aveva assistito al mio felice stordimento e alla mia ottundente disperazione. Sulla porta campeggiava un cartello: CERCASI BARISTA.

La padronanza dell’inglese e l’esperienza maturata a New Orleans fecero una buona impressione e ottenni il posto.

Brera mantiene un indubbio fascino, soprattutto la notte, e anche se il Jamaica è un luogo che vive di ricordi non condivisibili con la maggior parte degli attuali frequentatori,  conserva una certa originalità. I turisti vi transitano prevalentemente di giorno ma quando prendo servizio io, all’ora dell’aperitivo, la fauna a poco a poco muta.  Verso mezzanotte qui ci si incontra,  ci si annusa,  ci si sfiora.

Questo non è un posto da confidenze: troppa gente, troppe chiacchiere chiassose, manca la musica. Nelle serate più tranquille alcune figure solitarie, tra gli avventori abituali, conversano volentieri ma nessuno è disposto a rivelarsi. Continuo a osservare la fretta degli altri, le loro rappresentazioni ingenue, e mi figuro scenari ipotetici e vicende a cui dare la forma di un racconto.

Ho trovato una sorta di pace, o di momentanea quiescenza. La presenza complice di Dwayne mi manca più di quanto mi aspettassi: gli invio lunghe missive per mail raccontandogli di una città che riconosco ma è cambiata, e anche del mio persistente fluttuare quieto. Lui ride di quello che definisce il mio “periodo ascetico” e mi augura che non duri a lungo.

Qualche giorno fa, mi ha scritto che da quando me ne sono andata al Dead End Street è come se si fosse fulminata una lampadina che non si riesce a sostituire: un’affermazione bislacca e tenera che mi ha fatto venire vogli di saltare sul primo aereo per New Orleans. Se con Dwayne non è stato amore, di certo era qualcosa che gli somigliava molto. Eppure, il mio posto è qui, lo intuisco senza spiegarmene la ragione, dato che quasi niente mi lega più a questi luoghi.

La mia amica mi ha aspettata, come aveva promesso, e l’ho ritrovata; però, questo suo marito simpatico e affettuoso è per lei un continuo elemento di distrazione. Non sono più al centro delle sue attenzioni e, malgrado sia felice per lei, devo ammettere che ne sono egoisticamente gelosa e sovente rimpiango il nostro prima, l’intimità profonda dalla quale nessun compagno temporaneo ci aveva mai distolte.

È un giovedì sera piovigginoso ma cade una pioggia gentile, quasi profumata: è la fine di aprile, la cattiva stagione ha fatto il suo tempo. Sono più o meno le undici, al Jamaica il giovedì è la serata dei clienti più affezionati, quelli che non amano la ressa del fine settimana. Il mio giovane collega mi sta dicendo qualcosa ma io sono distolta dall’uomo che sta entrando proprio ora, portandosi dietro una breve folata di aria umida.  C’è qualcosa di noto, addirittura di familiare, nella sua figura prestante e nell’incedere elegantemente disinvolto. Penso a un cliente fedele con il quale magari ho scambiato qualche parola; poi lo osservo ravviare i capelli mossi e un po’ lunghi con un gesto aggraziato della mano, e lo riconosco.

Sono trascorsi quasi vent’anni dal nostro ultimo incontro , eppure il suo aspetto non è così differente da allora,  come se fosse riuscito ad attraversare tutto questo tempo senza consumarsi. Sono letteralmente con le spalle al muro, posizione fisica e metaforica che rifuggo da sempre ma mi domando se, decidendo di lavorare al Jamaica, davvero non avessi immaginato (o sperato) di avere occasione di rivederlo.

E io, quanto sono mutata nell’aspetto, da allora? Sono sempre magra, portavo i capelli lisci e adesso li lascio liberi di arricciarsi come è nella loro natura, certo la mia pelle non ha più il turgore della giovinezza. Tuttavia, per quanto due decenni possano modificare l’aspetto delle persone, la voce, la gestualità e altri dettagli rimangono pressoché invariati. Eppure, quando lo avvicino per prendere l’ordinazione, mi lancia una veloce occhiata di apprezzamento e niente di più.

“Mi porteresti un cognac, per favore? Quello che vuoi tu andrà bene”.

Il timbro vocale un poco nasale, il tono educato malgrado la scelta immutata del vocativo confidenziale “tu”, il sorriso spontaneamente affabile.

Riprendo fiato e lucidità: non mi ha riconosciuta davvero, non era bravo a simulare o dissimulare. Sento riemergere una rabbia dolorosa che avevo scordato, un sentimento furioso capace di sconquassare lo stato di quiete sul quale ho fondato un equilibrio fittizio, narrando gli affetti e i tormenti degli estranei per mantenermi lontana dai miei.

Come può non riconoscere  l’amore che ci ha sedotti e sbranati, come può avere dimenticato tutto e vedere in me una sconosciuta? Ecco un altro torto che non saprò perdonargli, forse il più grave di tutti, perché è delle cose senza importanza che ci si scorda con facilità. È la terza volta, da quando lo conosco, che provo l’impulso feroce di ucciderlo, e forse stavolta lo farò sul serio.

Prima di andarsene, mi rivolge un saluto, un sorriso lieve senza parole, abbandonandomi al mio sconcertato subbuglio.

È trascorso un mese; ha continuato a comparire al Jamaica quasi ogni sera verso le undici, ombra riemersa dal passato per riacquisire sostanza, odore, suono. Si pone a un’estremità del banco, beve qualcosa, si guarda attorno ma non parla con nessuno. Di tanto in tanto cerca di agganciare il mio sguardo, nei momenti di calma lo avvicino (perché non so farne a meno) e scambiamo qualche parola, accenni di discorsi che rimangono sospesi nel ronzio di molte altre conversazioni.  Ha quasi cinquantaquattro anni, ha divorziato da tempo da una moglie più vecchia di lui ponendo fine a un matrimonio che non ha mai funzionato, lavora per Telecom da quando è arrivato a Milano dalla provincia di Foggia molti anni orsono. Se fossero coincidenze sarebbero davvero troppe, nel caso remoto in cui dubitassi di avere preso un abbaglio. Non ha figli ed è un rammarico, ma dice che forse le cose dovevano andare così.

Di tanto in tanto, mentre parla sono incantata dai movimenti fluidi e precisi delle belle mani eleganti: sembrano spostare l’aria per fare spazio alle parole ed è una mimica ammaliante che rammento con esattezza.

Ormai sono brava a inventare storie, così gli fornisco dettagli inventati di tutto ciò che è stato prima di New Orleans, perché ho deciso di recitare il ruolo di estranea al quale mi ha destinata.

Ha continuato a presentarsi con regolarità, apparentemente senza pretesa alcuna, fascinoso aracnide impegnato a tessere la sua tela lieve e robusta; presto mi toccherà decidere se si tratti di una trappola o piuttosto di un rifugio, e se sarò determinata a scoprirlo dovrò correre il rischio.

La primavera sta scivolando dentro un’estate riottosa, piove da diversi giorni alternando bufere temporalesche a tediose pioggerelle accompagnate da temperature più consone a ottobre che a giugno.

Ieri era venerdì e verso mezzanotte il locale era affollato; lui occupava il solito angolo, seguendo i miei movimenti con discrezione e con la pazienza di chi è disposto ad aspettare.

Mi sono accorta che non ha smesso di indossare jeans Wangler, gli stessi che anch’io prediligo da diversi anni: a un certo punto e senza una ragione precisa, ho abbandonato i Levi’s, che preferivo sin dagli anni ’70. Molti anni fa, su questa differenza di gusti imbastivamo finte discussioni.

A un certo punto si è spostato per fare spazio a una ragazza piccolina e impacciata che tentava di raggiungere il banco, invitandola con un cenno gentile. È stato lui a rivolgere un gesto al mio collega per richiamarne l’attenzione e la ragazza lo ha ringraziato con un sorriso timido.

Nemmeno in questo è cambiato; ha sempre manifestato un istinto di protezione solidale verso gli individui variamente deboli. Mi torna alla mente la nostra estate in Puglia, a casa di sua madre: nella compagnia degli amici compaesani c’era una sua coetanea che a più di trent’anni si comportava come una ragazzina di dodici, palesando qualche problema ignoto ma evidente. Lui, che insisteva per includerla nelle giornate al mare, era il solo disposto a spendersi per placare i suoi frequenti capricci infantili. Andava a scovarla nell’angolo in cui si era rintanata, seduta a braccia strettamente conserte, lo sguardo accigliato e ostinatamente fisso su un punto indefinito dell’orizzonte. Le parlava con affettuosa comprensione tenendo le mani fra le sue, finché quella poverina non sorrideva, convincendosi a ricongiungersi al gruppo. Anche le premurose attenzioni dedicate alla piccola figlia della sorella, affetta da un ritardo cognitivo abbastanza grave,   erano emblematiche della sua istintiva e partecipe compassione.

Tra le sue molteplici sfaccettature, questa insopprimibile gentilezza d’animo è forse quella che ho amato di più.

Credo che stia ponendo in atto una tattica di avvicinamento prudente e garbata che una sera dopo l’altra diventa più esplicita, un gioco al quale mi presto senza sapere fino a dove sono disposta ad arrivare. Intuisco che mi sto addentrando in un territorio ignoto e già noto e che potrebbero esserci conseguenze imprevedibili; cionondimeno, non intendo fermarmi. Non ne farò parola con la mia amica, né con Dwayne: è una faccenda che devo risolvere da sola  e non voglio conoscere la loro opinione.

Stasera abbiamo chiuso assai più tardi del solito, pareva che la gente non avesse proprio voglia di tornarsene a casa. L’ho perso di vista ed ero troppo indaffarata per preoccuparmene, ma alle tre passate, quando gli ultimi tiratardi si sono infine rassegnati a portare le loro anime insonni altrove e sono uscita nella notte umida, lui fumava con la schiena appoggiata al muro. Ha smesso di piovere ma il cielo è ancora pesante e buio.

“Posso accompagnarti da qualche parte?”

“Ho bisogno di aria fresca e di silenzio, dopo tutta quella confusione. Hai voglia di camminare?”

Lasciamo Brera posando passi prudenti sull’asfalto ancora lucido di pioggia, andiamo a cercare strade più quiete dove il silenzio possa accogliere qualche cauta confidenza che l’ora così tarda ci fa sembrare naturale e necessaria. I frammenti di memoria che ci stiamo scambiando sono collocati in un tempo il più delle volte imprecisato, ma certamente successivo al 1980, come se la parte precedente fosse un documento secretato. È un camminare lento e impreciso, interrotto da molte pause e anche i nostri discorsi, spezzati da frasi tronche, seguono un andamento piuttosto incoerente. Nell’aria fresca dell’alba precoce di metà giugno ho un brivido di freddo: lui se ne accorge, la mia mano stretta nella sua è nella tasca del leggero giubbotto che indossa; questo gesto antico che avevo voluto scordare mi toglie il fiato e mi fa bruciare gli occhi assai più della stanchezza che incomincia a farsi sentire.

Ci troviamo in via San Cristoforo, davanti a una vecchia casa riaggiustata alla bell’e meglio. In questa stessa via, in fondo a un cortile malandato, si trovava il locale nel quale capitavamo di tanto in tanto e dove ci divertivamo a esibirci cantando e accompagnandoci con la chitarra, che lui suonava piuttosto bene; chissà se esiste ancora.

“Io abito qui”,

dice piano. Era partito dal basso ed è tornato in basso, dunque; non posso fare a meno di fare questa considerazione ma non vi è alcuna cattiveria, semmai una riflessione sulla beffarda coerenza delle conseguenze  delle nostre scelte.

La donna per la quale a suo tempo mi aveva lasciata era molto ricca; si sono sposati ma la vita agiata alla quale aspirava non è durata a lungo e, a giudicare dai recenti resoconti sommari, non deve essere stata nemmeno gradevole. Lo osservo con attenzione nella luce timida di un primo mattino di tempo indeciso: la figura mantiene una solidità giovanile, i movimenti elegantemente fluidi; il volto, invece, appare segnato da un’afflizione che affiora da qualche angolo remoto dell’animo, la traccia di una sconfitta non rimediabile.

Senza dire una parola, abbiamo attraversato un androne disadorno e imboccato una scala dagli stretti scalini di pietra, fino al terzo piano. Si richiude la porta alle spalle e mi avvolge nell’abbraccio atteso e desiderato: affettuoso, quasi casto. Il desiderio arriva dopo, cresce sospinto dall’emozione di un sentimento ancora confuso, ma autentico e determinato a imporre il proprio valore imprescindibile.

Respiro il suo odore e penso che mi sto innamorando per la seconda volta dello stesso uomo, che non ho mai smesso di amare e, tuttavia, non è la stessa persona di allora, come non lo sono io.

Siamo stati un’equazione ignara della propria costante, un teorema imperfetto capace di confutare il suo stesso assioma: forse la nostra sorte è di essere portatori di caos, nient’altro che questo. Eppure, il destino ha incrociato di nuovo i nostri cammini, e allora mi convinco che la ragione del suo ostinato non riconoscermi risieda nella possibilità di incominciare, non di ricominciare: un altro tempo, un’altra storia.

Però, non esiste gioco della mente che sappia trarre in inganno la memoria del corpo.

Sei sempre stata il mio amore, sei ancora la mia puttana”.

Lo scosto con delicatezza e gli poso il palmo della mano sulla bocca, che capisca di non dire altro: siamo solo presente, forse futuro.

Tutto il resto, tutto ciò che era racchiuso tra i due estremi  rappresentati da amore e puttana implicava un impegno di cui non siamo stati capaci, e per ora dovremo farci bastare quello che ci è rimasto. Solo due parole, e uno spazio vuoto da occupare con altre, nuove e innocenti.

Hold me in your hands like a bunch of flowers

Set me moving’ to your sweetest song

And I know what I think I’ve known all along

Lovin’ you’s the right thing to do

(The right thing to do, Carly Simon

Tienimi tra le mani come un mazzo di fiori

Fammi muovere nella tua canzone più dolce

E so quello che penso di aver saputo per tutto il tempo

Amarti è la cosa giusta da fare.

FOTOGRAFIE (conversazione con un fiume)

Questo fiume in alcuni tratti può apparire amichevolmente placido, invece è prepotente e selvatico.  È animato da uno spirito irrequieto, devia, si allarga e si stringe, sembra adeguarsi alla morfologia del territorio. Al contrario,  finisce sempre per ribellarsi, ridisegnando il suo percorso e alterando il paesaggio circostante senza riguardo alcuno. Diceva Eraclito che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume: panta rei, tutto scorre. Dunque, non so davvero cosa io sia venuta a cercare in questo luogo, in una bella mattina di un’estate tanto prolungata da risultare fastidiosa. La boscaglia risparmiata dagli incendi è  precocemente ingiallita e accartocciata da un caldo ottusamente feroce. Ho fatto un sogno strano in cui niente e nessuno si trovava dove avrebbe dovuto essere e poi credo di avere obbedito a un richiamo occulto. Ho pensato che il fiume mi chiamasse e mi volesse in un punto esatto: su questa riva ho trascorso le mie ferie d’agosto, molti anni orsono. Ci scrutiamo, io e il fiume, siamo così diversi da allora. Per me è di nuovo un’estate di mezzo, un tempo solingo appeso tra un prima che non è ancora passato e un dopo che non è ancora futuro; solo che adesso non ho più alcun approdo che mi accolga in una fascia di bonaccia dove riposare, ritrovarsi e poi dispiegare di nuovo le vele.

All’inizio degli anni ’80 nella Milano delle giornate che non finivano mai, tanto che per digerirle si ricorreva a un celebre amaro, si lavorava, si studiava, si abitava, mica ci si veniva per turismo, se si escludeva qualche comitiva di giapponesi.

La settimana prima di ferragosto Milano era una città in fuga, agitata da una frenesia stanca. Rimanevano quelli che non potevano farne a meno e quelli che se lo potevano permettere, perché le vacanze le facevano quando gli pareva. Erano egualmente convinti di prendere possesso della città per qualche settimana, invece quella aveva abbassato le saracinesche e se n’era andata.

 I miei si erano da poco ritirati nel novarese, in una vecchia casa ristrutturata nella valle del Ticino. In quel paese, una volta borgo agricolo, era nata la mia nonna materna e vi era tornata dopo una lunga parentesi milanese insieme al nonno, perciò è lì che ho trascorso tutte le mie vacanze scolastiche  prima di essere abbastanza adulta da voler andare altrove. Nei lunghi mesi estivi bighellonavo tra la piazza e il campo sportivo insieme a un’amica milanese, anche lei in vacanza dai nonni, e ai compagni locali di quei giorni, un po’ più grandi di noi, che ci caricavano sul sellino posteriore della Vespa per raggiungere le spiagge sassose del fiume. In seguito, ci andai solo per fare visita ai nonni; dopo la loro scomparsa, i miei mantennero la casa in affitto per trascorrervi il fine settimana e parte delle ferie estive. Era difficile che io li accompagnassi, il sabato preferivo avventurarmi nella notte milanese, così persi di vista gli amici dell’adolescenza. Presi l’abitudine di andare a pranzo dai miei il sabato o la domenica, quando rimasi sola a Milano; durante le vacanze di agosto migravo in qualche località costiera, più spesso con delle amiche che con un compagno. In quegli anni le mie storie avevano il fragore e la durata di un petardo o, per dirla in maniera più garbata, di un fuoco d’artificio: partivano col botto, si libravano verso il cielo e subito precipitavano con una pioggia di minuscole scintille che si dissolvevano prima di toccare terra.  Non si concludevano nemmeno con un addio drammatico: smettevano di essere, semplicemente. Tuttavia quella volta, nell’estate dell’85, fui presa alla sprovvista. Oltretutto, mancava poco alla pausa agostana; mi ritrovavo sola, con un magone incombente e l’unica amica con la quale sarei andata in un luogo qualunque era felicemente fidanzata con un bellone che era anche intelligente e simpatico. Mi aveva invitata nella casa in Sardegna affittata per le ferie, però  l’idea di disturbare la loro intimità mi atterriva al pari di quella di assistere alla loro ubriacatura amorosa,  sicché ringraziai e mi defilai con fermezza. Mio padre ci rimase male quanto me per quella rottura: poco tempo prima ero andata a trovare i miei con questo tizio (fatto decisamente anomalo) e gli era piaciuto moltissimo. Sono certa che la sua mortificazione andasse oltre la solidarietà; non si trattava neanche di una forma di imbarazzo vicario, bensì della corresponsabilità nell’evidente errore di valutazione.

”Vieni qui, cosa fai a Milano da sola per tre settimane”, disse allora, perentorio. L’ultima sera in cui andai al Rose’s, la discoteca in piazza San Babila che in quel periodo prediligevo, salutando gli amici feci un po’ la misteriosa, non mi andava di ammettere che a trent’anni avrei trascorso le ferie a casa di mamma e papà.

Così, durante tre settimane di agosto di un’estate lontana, mentre mia madre si illudeva che io fossi la figlia che desiderava, senza che io facessi niente per smentirla, mio padre incontrava la persona che ero diventata. Riconosceva le somiglianze che ci rendevano complici e le differenze che negli anni ci avrebbero impegnati in dibattiti accesi, tuttavia disposti a una mediazione lontana dalla condiscendenza, e rafforzava la sua posizione di punto di riferimento non prescindibile. Rendendosi anche conto di quanto fossi rotta in quel momento, si propose di aggiustarmi. A modo suo.

“Che ci vengo a fare al Ticino, papà, con te e gli altri pescatori?”

“Ti godi la bellezza dei posti che conosciamo solo noi, mica andiamo dalla Giuse dove sembra di essere a Rimini, solo con i sassi al posto della sabbia. Ti fai gli affari tuoi, prendi il sole, leggi, dormi, pensi”.

Fu esattamente quello che feci aggregandomi alla compagnia dei pescatori, che conoscevo tutti fin dall’infanzia, quando al paese abitavano ancora i miei nonni. Era un gruppetto decisamente eterogeneo:  un dirigente della Pavesi, un cardiologo, un armaiolo, un saldatore, un capo reparto della Agusta e un impiegato delle Poste. Costui soffriva di una forma di narcolessia e occorreva tenerlo d’occhio perché si addormentava senza preavviso, in qualunque posizione e interrompendo qualsiasi azione, il che poteva essere rischioso.  Gli unici “forestieri”, benché trasferiti stabilmente, erano mio padre e l‘armaiolo, provenienti da Milano; gli altri erano indigeni. Oltre che dalla passione per la pesca e per il fiume, erano accomunati da un senso dell’umorismo spiccato che tendeva facilmente all’ironia, perciò la loro compagnia era piacevolmente rilassante.

Dopo una ricerca durata qualche giorno, individuarono il tratto d fiume meno frequentato e più pescoso. Al tumbon, nome affibbiato dai nativi a quella località,  non ci andava nessuno semplicemente perché arrivarci era scomodo e faticoso. Dal vecchio  lavatoio del paese (superbo manufatto in pietra dei primi del ‘900, in cui da bambina feci in tempo a vedere le donne che vi  lavavano il bucato) si scendeva nella valle del Ticino su una strada non più polverosa, come ai tempi della mia adolescenza, bensì interamente asfaltata. a un certo punto, si deviava per uno sterrato attraverso i boschi fino allo sbarramento di una roggia che serviva i canali irrigui dei campi di granoturco, situati dall’altra parte. Lì lasciavamo le auto e ci incamminavamo lungo uno stretto e ripido sentiero racchiuso tra la roggia e la boscaglia. Oltrepassato un guado, una bassa pozza di acqua sorgiva e freschissima, dopo un ultimo tratto tra robinie, felci e castagni sbucavamo su di un’ampia spiaggia di pietre chiare. Sulla sponda di fronte, quella lombarda, dove l’erosione delle piene era più marcata, la costa era scoscesa e gli alberi si ergevano a strapiombo sull’acqua. Il fiume si srotolava lungo un percorso sinuoso che rallentava appena il fluire dell’acqua nelle curve e in quel punto appariva maestoso. La compagnia dei pescatori si piazzava a valle di un’ansa, dove la corrente modesta consentiva la pesca a passata e a fondo. Preparavano le lenze calibrando spessore del filo e peso dei piombini e intanto commentavano le peculiarità dell’ultimo modello Mitchell di mulinello e delle nuove canne da pesca in carbonio. Prima del lancio della lenza, gesto di complicata eleganza che ho sempre ammirato, infilzavano l’esca viva all’amo e, per attirare i pesci,  pasturavano il tratto di fiume prescelto con piccole palle di mollica di pane bagnata e impastata con i poveri cagnotti, operazioni che trovavo disgustosamente affascinanti.

A poche decine di metri dall’appostamento dei pescatori, nei mesi estivi affiorava una secca che divideva il fiume in due bracci, destinati a ricongiungersi poco dopo. Quell’isolotto temporaneo divenne la mia spiaggia privata, anche se per raggiungerla dovevo guadare un tratto con mezzo metro d’acqua e una corrente turbolenta, in equilibrio precario a causa dello strato di melma viscida che ricopriva l’alveo più prossimo al greto. In maniera davvero sorprendente il mio corpo, poco dotato di morbidezze, si adattava agli avvallamenti e alle rotondità rigide delle grosse pietre, isolato solo da una stuoia sottile e credo di non avere mai dormito tanto profondamente su alcun giaciglio. Prima di piombare nell’assenza provvisoria del sonno, blandita dal gorgoglio sommesso dello scorrere dell’acqua bassa sul letto sassoso, scandagliavo i fondali della memoria alla ricerca delle mie ragioni. Scomponevo situazioni, riflettevo, a volte immaginavo soluzioni irrealistiche.

Per esempio, ripensai al primo compagno di giochi del quale io mi ricordi. Si chiamava Danilo, avevamo cinque anni ed era il bambino della porta accanto quando abitavamo a San Siro. C’è una foto sbiadita che ci ritrae insieme, lui pettinato come un ometto con la riga da una parte, camicia bianca,  gilet blu e calzoncini corti blu,   io con un vestito bianco e blu con la cintura in vita e la gonna a palloncino, le scarpe correttive Kicker’s con la punta quadrata rivolta all’insù, perché tendevo a camminare rivolgendo i piedi un poco verso l’interno e inciampavo spesso. Danilo mostra un’espressione dubbiosa, io decisamente accigliata, mentre teniamo per mano un bambolotto alto quasi quanto noi. Me lo ricordo, quel bambolotto: me lo aveva regalato qualcuno ed era di celluloide, lo avevo chiamato Giacomino. Sbatteva gli occhi dalle lunghe ciglia di setole  e glieli avevo cacciati nelle orbite per vedere cosa li facesse muovere; ero rimasta molto  delusa quando avevo trovato solamente due banali molle. Il povero Giacomino finì all’ospedale delle bambole, un bugigattolo in Corso di Porta Vigentina in cui mi portò il nonno. Dietro il banco, un alto scaffale ospitava bambole di tutti i tipi variamente rotte o mutilate ed era una visione piuttosto inquietante. Comunque, Danilo voleva spesso giocare al papà e alla mamma, solo che io non volevo recitare il ruolo materno: avevo deciso che potevo essere la maestra ma non riuscivamo a definire la mia relazione con Danilo papà, perciò il gioco non funzionava. Per molto tempo ho ritenuto che, fin da allora, dovesse esserci qualcosa di sbagliato in me; poi mi sono resa conto che non era sbagliato ma semmai eccentrico, cioè al di fuori delle convenzioni e dei modelli prevalenti. È un atteggiamento che non ho mai considerato inalterabile ma che neppure ho cercato di correggere, anche se non mi ha reso la vita più comoda. Ogni tanto il vento portava il riverbero di qualche risata dei compagni di pesca, qualcuno doveva avere espresso una gustosa sciocchezza, io invece avrei voluto sapere se Danilo si pettinasse ancora con la riga da parte e dove fosse mai finito. Cercavo poi di mettere in fila le persone alle quali in passato ero stata anche profondamente legata. La verità è che  mi stufo delle persone e delle situazioni e prima o poi me ne allontano, relazioni ed esperienze si sviluppano all’interno di cicli che si chiudono più o meno rapidamente. Sono stata più brava a stabilire distanze che a mantenere vicinanze, non ho saputo accudire gli affetti, ho mantenuto solo il loro ricordo. Probabilmente era questa l’incostanza che talvolta mio padre mi rimproverava; mi difendevo attribuendola all’irrequietezza di una curiosità multiforme e rivendicavo il diritto di abbandonare una strada quando l’interesse si esaurisce, senza rendermi conto che a volte vivevo rasentando solo la superficie, trascurando di spingermi in profondità.

Un giorno partimmo da casa subito dopo pranzo, come di consueto; giungemmo presto al tumbon, ovviamente deserto, con la solita compagnia che lasciai subito, appartandomi sul mio isolotto. Rammento che era una giornata perfetta, soleggiata e rinfrancata da una brezza tesa piacevolmente fresca, proveniente da chissà quale quadrante. Credo di essermi addormentata saltando senza indugi la fase meditativa; mi destò la percezione istintiva e inconsapevole del cambiamento di luce. Grosse nuvole si spostavano veloci nel cielo rabbuiato e il vento si era fatto più freddo e sostenuto, dal bosco proveniva qualche schiocco di rrami spezzati. Mi guardai attorno: ero sola, mio padre e gli amici pescatori erano spariti.

“Cazzo, ma mi hanno piantata qui?”, dissi al fiume e al vento, più offesa per l’evidente insignificanza della mia persona, che preoccupata. Intanto, mi affrettai a raccogliere le mie cose; oltrepassai, badando a non cadere, il tratto di fiume che mi separava dal greto e pensai che fosse  meglio attraversare il bosco lungo la roggia prima dell’arrivo del temporale che rumoreggiava in lontananza. Vidi allora mio padre sbucare dal bosco e fermarsi ad aspettarmi. “Muoviti!” gridò, per sovrastare la cacofonia di ululati, scricchiolii e fruscii attorno a noi, e risalimmo il sentiero di corsa, inseguiti da nugoli di zanzare inferocite fino all’auto.

“Cribbio, papà, mi hai dimenticata lì, in un punto dove una piena improvvisa poteva portarmi via, e ciao!”

Lui mi guardò con il ghigno sghembo che preludeva auna risata: “Macché dimenticata, pensavo ti fossi accorta che ce ne stavamo andando, poi ho visto che non eri dietro di noi. A parte il fatto che c’era solo un po’ di vento; sono tornato indietro subito”.

“E ci mancherebbe altro. Ma mi hai dimenticata lì, non conta per quanto”, insistetti, caparbia nel mio risentimento. L’episodio divenne una celia ricorrente tra di noi e un efficace strumento di disarmo, perché ogni volta che in una discussione io, al contrario di mio padre, avevo esaurito le argomentazioni plausibili, assumevo un’espressione spazientita ed esclamavo, deviando con un’azzardata giravolta: “ma cosa dici, che una volta mi hai persino dimenticata sul fiume!” La citazione, benché non pertinente, risolveva all’istante qualsiasi diatriba. Va detto che a volte ci impelagavamo in discussioni dove ognuno cercava di primeggiare sull’altro per un mero esercizio di dialettica e analisi, piuttosto che per contrasti importanti. È così che ho imparato a sezionare ogni capello in più parti delle canoniche quattro, concludendo che anche se molti perché e  percome non troveranno risposte esaustive,  ciò che conta è la ricerca.  Quel giorno il vento trascinò altrove il temporale; verso Milano l’orizzonte si presentava compatto e violaceo, squarciato di tanto in tanto da bagliori bianchi.  Arrivando a casa, mi accorsi di avere perso il braccialetto che portavo sempre al polso destro: mi stava un po’ largo, doveva essersi sfilato attraversando di corsa il bosco. Era una sottile catena in oro bianco con delle piccole pietre colorate, un monile di scarso valore a cui ero molto affezionata. Qualche anno addietro, durante una vacanza in Sicilia, io e la mia amica con il moroso bello e simpatico, allora ben lontano dal manifestarsi al suo orizzonte, ci scambiammo in dono due modesti gioielli quasi identici (differivano solo per la scala di colore delle pietre, rosse le sue e blu le mie). Ho ancora alcune istantanee di quei giorni che ci ritraggono sorridenti e spavalde in riva al mare, i capelli similmente lunghi e un poco selvaggi schiariti dal sole e dalla salsedine. Ce n’è una particolarmente bella che ci mostra sedute al tavolo di un bar, i gomiti appoggiati e le teste chine l’una verso l’altra mentre siamo assorte in chissà quale confidenza. Mi sono spesso domandata quale dei compagni provvisori della vacanza fosse stato l’autore attento di quello scatto, ma proprio non me lo ricordo.

Da quando la sua storia si era consolidata in una relazione impegnativa, la mia amica stava cercando un impiego nel veronese, dove l’amore della sua vita possedeva un ristorante di una certa fama, per iniziare una convivenza. Temevo che dopo averla perduta come compagna di nottate vagabonde, il suo allontanamento fisico avrebbe marcato una distanza più profonda, e per molti versi  definitiva.  Lo smarrimento del braccialetto mi ricordava che un altro ciclo si stava per chiudere, che mi piacesse o meno, e stavolta nulla dipendeva da me. In effetti, in seguito al suo trasferimento mantenemmo i contatti per un paio d’anni, sentendoci al telefono e incontrandoci di tanto in tanto. Ormai le nostre vite si svolgevano su piani talmente difformi che facevamo sempre più fatica a raccontarci e a riannodare l’antico legame: credo che, a un certo momento, nessuna di noi riuscì ad accettare la persona che l’altra stava diventando. Ci ho pensato molto, ultimamente, ed è questa la ragione vera del nostro distacco. L’ultimo silenzio si protrasse tanto a lungo da diventare irrevocabile, e fu un altro ciclo che si chiuse senza un addio.

Eppure, c’erano i tuoi abbracci a confortarmi nel primo enorme dolore della mia vita, c’era il tuo coraggio di guardare fino in fondo al mio animo quando non permettevo ad altri di farlo. In quel periodo eri tu l’ago della bussola cieca, quella che sta sottocoperta e sa sempre indicare il nord, persino in un cielo capovolto come il mio. Mi domando dove sei, amica amata della mia giovinezza, come hai speso il tuo tempo negli ultimi quarant’anni. Potrei comporre un numero telefonico che so ancora a memoria. “ciao bella, sono io”, così iniziavano immancabilmente le nostre conversazioni. Mi trattiene il timore di incappare in una voce estranea o di scoprire che sei gravemente malata oppure, peggio, scomparsa. Participio passato del verbo scomparire, non c’è modo più esatto per definire un defunto: è scomparso, non c’è più, né qui né in alcun altro illusorio altrove. Sei più grande di me di qualche anno, è un’eventualità che devo considerare. E poi forse sono passati troppi anni, così preferisco immaginarti serena e appagata in qualche posto che non so.

Tornai a Milano molto abbronzata e generalmente ben disposta nei confronti dell’intero universo, che avevo preso a considerare benevolmente stando a mollo nell’acqua fresca e borbottante del fiume, mentre nel cielo azzurro si spostavano pigre nuvolette candide in continuo mutamento morfologico. Mi convinsi che sarebbe stato saggio scorrere senza esitazioni come l’acqua del Ticino e all’occorrenza cambiare forma, come le nubi. Ero partita da Milano prevedendo una sequenza di giornate noiose che avrei avuto fretta di oltrepassare, invece rientravo sentendomi addosso la medesima nostalgia di un tempo concluso  che accompagnava la fine delle vacanze della mia adolescenza. Esattamente come allora, mi passò in fretta. La prima sera in cui tornai al Rose’s, come prevedibile, inciampai nel talentuoso cazzaro che mi aveva lasciata in bilico  sul bordo di un temibile agosto,  senza neanche un vero commiato.

“Ti trovo molto bene. Sei poi andata via con qualcuno?”

“Ero in buona compagnia”, risposi in tono studiatamente fatuo.

“Senti, volevo dire…”

“Lascia stare. Non sono una porta girevole”. Non so come mi venne in mente quell’ultima affermazione; comunque, rappresentava la sintesi abbastanza efficace di una considerazione più articolata che non m’interessava più esprimere. Non era una questione di orgoglio, sentimento che tuttora considero un inutile dispendio di energia, quanto di difficoltà a perdonare a causa dell’insofferenza – del disamore – verso le cose aggiustate, che avrei comunque percepito come rotte. O, più probabilmente, non ho mai amato abbastanza. Col tempo, tanta intransigenza è venuta a patti co la constatazione che tutte le relazioni durevoli si ammaccano, strada facendo, e il più delle volte i rammendi accurati sono preferibili alle cesure. A ogni modo quella volta, stando seduta sulla riva del fiume alla fine avevo visto passare il cadavere del mio nemico. Non era proprio un nemico e non era neppure defunto; tuttavia, avevo avuto la mia bella uscita di scena di discreta teatralità. Inoltre, ero stata davvero a guardare un fiume che scorreva e questo stabilì un legame simbolico tra me e quell’incolpevole corso d’acqua.

Della vecchia casa famigliare – che ora è casa di qualcun altro, ci penso spesso con invariato sconcerto – ho tenuto alcuni mobili di buona fattura, molti libri,  le tele dipinte da mio padre (compresa l’ultima, incompleta perché é interrotta dalla sua scomparsa), pochi oggetti e due voluminosi scatoloni zeppi di istantanee, tutte scattate dal mio eclettico genitore. . Molte sono in bianco e nero, alcune presentano i colori troppo vividi che virano su un tono arancio ambrato delle pellicole Agfa degli anni ’50 e ‘60. Questa ricca galleria di momenti raffigura la storia della nostra famiglia, ne custodisce la memoria affinché io non dimentichi.  Ogni tanto pesco una foto a caso e cerco di agganciarla a un ricordo; non sempre mi riesce. Non rammento la circostanza dello scatto che mi ritrae in un giorno assolato in Piazza del Duomo, insieme alla mamma. Lei è bellissima, la figura slanciata e la massa di ricci biondo rame che risplende sotto un ridicolo cappellino posato sulla sommità del capo, una calottina a tesa stretta color panna. Indossa un elegante abito a chemisier color nocciola stampato a disegni cachemire, la gonna morbida stretta  in vita da una cintura e le scarpe dal tacco alto e il cinturino alla caviglia. Io porto un analogo cappellino da cui sfuggono riccioli più scuri, una corta gonna azzurra a pieghe e un golfino bianco, e le  immancabili Kicker’s. Era l’inizio della primavera e avevo quattro anni; è un’informazione certa perché mio padre annotava meticolosamente luogo e data dietro ogni fotografia. La mamma sorride timidamente verso l’obiettivo, anch’io sto sorridendo ma guardo verso di lei che stringe saldamente la mia mano, come avrebbe cercato di fare per tutta la vita. Tra quelle in bianco e nero, le più numerose perché era questa la tecnica di stampa preferita, ce n’è una che mi piace al punto che ne ho fatto fare un ingrandimento (ovviamente, conservava tutte le pellicole). L’ho poi affidato a un bravo corniciaio e ora mi guarda ogni giorno dal muro della cucina. Questo ritratto ha una storia e mio padre me la raccontò all’epoca dello scatto. Era l’inizio degli anni ’70, quando sostituì la vecchia e gloriosa reflex con una Zeiss Icarex accessoriata di grandangolo, altri obiettivi e filtri, sul cui costo con la mamma fu sempre piuttosto vago. L’arrivo di quel marchingegno segnò un’epoca di sperimentazioni tecniche  di cui mi ritrovai a essere più volte soggetto riluttante e generò una serie di belle immagini che oggi mi rigiro tra le mani, incredula e grata nello scoprire i connotati di una me stessa che stento a riconoscere, e che pure sono stata. Erano gli anni dei fine settimana dai nonni mentre io mi godevo assaggi di libertà a Milano; era anche il tempo in cui mio padre, con mia enorme contrarietà espressa ripetutamente in termini molto duri, andava a caccia. Un sabato mattina d’autunno, portando il cane a fare un giro in vista della battuta dell’indomani, sulla strada della valle del Ticino vide che nei pioppeti attorno a una cascina abbandonata si muoveva un grosso gregge di pecore con degli asinelli. In quelle occasioni portava sempre con sé la vecchia reflex, più piccola e maneggevole della Zeiss, così si fermò, avvicinò il pastore, un personaggio che sembrava uscito direttamente da un quadro di Pelizza da Volpedo o di Morbelli e gli chiese se potesse rimanere a osservare lui e le sue bestie scattando delle foto. Mi raccontò che l’uomo lo guardò sorpreso, non disse una parola ma si strinse nelle spalle e mio padre interpretò quel breve gesto come un assenso. Si mise in disparte cambiando più volte posizione, silenzioso come un’ombra. La grande stampa appesa al muro della mia cucina ritrae il pastore, uomo robusto di età indefinibile perché la folta barba scura dissimula i tratti del volto, insieme al cappello floscio calato fino agli occhi. Si rivolge al fotografo con uno sguardo un poco di traverso, l’espressione severa e perplessa.  Indossa ampi pantaloni di fustagno e scarponi da montagna in cuoio provati dall’usura, camicia a scacchi in flanella, panciotto e una frusta giacca di lana. Sulle spalle ha adagiato, come se fosse uno scialle, un agnello che regge delicatamente per le zampe e il muso dell’animale poggia sulla sua spalla sinistra. Accanto a lui,  un piccolo asino porta sulla groppa una bisaccia e da ognuna delle due tasche sporge la testolina lanosa di un agnello. Tutto attorno, dal terreno umido si sta alzando la nebbia, un vapore biancastro e cremoso. Mio padre disse che gli toccò sottrarsi a malincuore dalla fascinazione della scena perché il suo cane da caccia, chiuso in auto, incominciava a spazientirsi. Salutò il pastore e per ringraziarlo gli venne in mente di regalargli il pacchetto di barrette di cioccolato  Mars  che teneva in tasca per sé e per il cane, e quello le intascò sfiorandosi il cappello in un muto segno di saluto.

Riesco a immaginare l’odore di foglie fradice e di terra smossa, il silenzio ovattato attraversato dai belati delle pecore e dal loro tramestio, dal fruscio delle corse dei due grossi cani bruni impegnati a tenere riunito il gregge, e mio padre che scatta, scatta e scatta ancora, rapito dalla potenza arcana di quel momento. Da quella rappresentazione emerge qualcosa di onirico e di poetico, e poi ci sono i dettagli e la prospettiva perfetta.  Dentro quella foto c’è lo spirito di mio padre tutto intero: lui era un poeta pervaso di razionalità, attentissimo ai dettagli e alla prospettiva. Da disegnatore e pittore di naturale abilità, coltivata in gioventù prendendo lezioni da un pittore professionista in cambio di commissioni e lavoretti vari, e successivamente appassionato di fotografia, era ossessionato da due elementi fra loro indissolubili: per l’appunto, i dettagli e la prospettiva. Sono convinta che ciò che sembrerebbe una mera fissazione estetica sia piuttosto una visione del mondo , un principio applicabile alla maniera di affrontare l’esistenza intera, eventi, scelte, relazioni, ma me ne sono persuasa piuttosto tardi.

Oggi sono qui perché ho risposto al tuo richiamo, anche se ormai in questo paese che ho molto amato non c’è più nulla e nessuno a cui fare ritorno. Anche tu sei cambiato, quest’anno sei talmente stretto e basso che in alcuni punti ti si può attraversare a piedi senza difficolta. Il mio isolotto (lo chiamavo l’isola che non c’è)  è scomparso, come la pozza d’acqua sorgiva nel bosco; la melma essiccata dal sole sui sassi emersi puzza di marcio. Sei solo un vecchio fiume marcio e rinsecchito dal tempo e dagli eventi, direi che non siamo poi così dissimili.  Tranquillo, non è la fine, tu non morirai, non ancora. Tornerai a gonfiarti di pioggia quanto basta per ruggire e sfogare il tuo giusto disappunto contro questa umanità dissennata e autolesionista. Quindi, se volevi dirmi addio, gentile da parte tua ma possiamo rimandare.

Per raggiungere il tumbon sono passata proprio davanti al rustico dove mio padre incontrò il pastore con il suo gregge. In disuso già allora per via di una triste contesa tra eredi, oggi è un rudere sgretolato con dei monconi di muro ad abbozzare l’antico perimetro. Nessuno si preoccupa di abbatterli e i cartelli che vietano l’accesso per “edificio pericolante”, laddove l’edificio è crollato da un pezzo, appaiono come una beffa crudele.

Fino alla metà degli anni ’70 il paese era un borgo rurale, con qualche fabbrichetta attorno e lo Zoo Safari sullo “stradone”, ovvero la strada statale del Lago Maggiore.  Da l’ in poi mi sono un poco distratta, e un decennio più tardi  la mutazione in anonima periferia residenziale si era compiuta. Piccoli agglomerati di villette tutte uguali circondano il  centro del paese, dove le vecchie case dentro le corti sono state lottizzate e ristrutturate; mentre le cascine nella frazione che si trova sulla strada che attraversa la valle e conduce al fiume si sono sgretolate a partire dai tetti; da ciò che resta dei muri perimetrali spuntano robinie e alti cespugli spinosi. Niente più campi di cereali  e foraggio inframmezzati da qualche filare di vite e dai gelsi, anche le fabbrichette sono quasi tutte chiuse come gli esercizi commerciali, un tempo numerosi. Non c’è  più il Vignone, in passato vasto vigneto e frutteto: nella parte più alta del paese, dove l’antica chiesa di San Vincenzo con il suo sagrato costituisce un confine naturale e non valicabile (lì il paese finisce all’improvviso con una magnifica vista sulla valle sottostante), iniziava dopo il vecchio cimitero e si estendeva fino alle sponde scoscese della via per il fiume. Da quelle parti c’erano anche i resti di un gineceo di epoca romanica; mio padre andava lì a cercare certi grossi vermi pelosi, amanti dell’umidità, che usava come es che per i pesci, e sarà forse uno dei motivi per cui non ho mai voluto mangiare ciò che pescava. Comunque, mi pare che  la gente venga qui a dormire ma viva altrove, esattamente come nelle periferie milanesi. Panta rei, tutto scorre e cambia: il fatto è che tornando a un luogo dopo tanto tempo, la sensazione è quella di essere scesi alla fermata sbagliata dell’autobus.

Qualche anno fa portai mio padre a fare un giro lungo il fiume nei punti accessibili in auto, perché era già anziano e malandato, ma aveva nostalgia del suo fiume, così lo caricai sul mio piccolo fuoristrada e partimmo. Rammento che a un certo punto mi fece imboccare una strada a malapena segnata nel bosco, “hai ben un fuoristrada, no?”. Secondo lui, era una scorciatoia che conduceva a una riva del fiume; invece, dopo avere superato avvallamenti e dossi piuttosto rilevanti, la strada terminava davanti a un groviglio impenetrabile di vegetazione e ci ritrovammo quasi incastrati tra due alberi. Dovetti uscire in retromarcia, lui che elargiva inutili indicazioni, palesemente eccitato per l’avventura imprevista, io preoccupata più per la mia bella vetturetta nera che per la nostra incolumità. Fu quella l’ultima volta in cui vide il suo Ticino e sono felice di avercelo portato, io e lui, un’ultima volta, con i nostri ti ricordi?  e tante istantanee ben impresse nella memoria. Di lì a poco sarebbe scomparso.

Forse era stato quello, il tuo ultimo saluto: non lo avevo capito, e non ero pronta.

Di sicuro, mio padre amerebbe questa luce morbida e leggermente obliqua anche nell’ora del mezzogiorno, c’è un sole un poco opaco da fine stagione che scivola pigro sui sassi sbiancati dal calore estivo. So che mi scatterebbe di nascosto una foto, mentre me ne sto appollaiata su una scomoda pietra a conversare con un rivolo d’acqua, ricordando i bei tempi andati. Avrei voluto liberare le sue ceneri con un lancio elegante proprio in questo punto del fiume che gli piaceva tanto e dove ci siamo riconosciuti, in un’estate lontana. Purtroppo, mi consegnarono un’urna sigillata e qualcuno a me molto caro mi dissuase dal dischiuderla a martellate, ma mi sono portata addosso il turbamento di una promessa tradita.

Mi alzo a fatica, gambe e schiena indolenzite per la lunga permanenza in un’incomoda posizione. Muovo qualche passo cauto sulla riva e mi dirigo verso la boscaglia per imboccare di nuovo il sentiero che costeggia la roggia e mi riporterà alla radura dove ho lasciato l’auto. Ora però sono attratta da uno strano baluginio tra i rami di un arbusto. Potrebbe essere una ragnatela colpita da un raggio di sole ma, di nuovo, c’è una ragione misteriosa e categorica che mi spinge ad avvicinarmi al luccichio ammiccante. Non si tratta di una ragnatela, bensì di una sottile catena con tante piccole pietre colorate: sto tenendo tra le mani il braccialetto ricevuto in dono da quella mia cara amica, smarrito qui il giorno in cui mio padre mi dimenticò sulla riva del Ticino (perché è proprio così che andò, papà, puoi dire quello che vuoi). Ecco perché il fiume mi ha chiamata qui: oggi sono tornata in un punto preciso e significativo del suo percorso per affidargli le parole d’amore che non ho detto, insieme a un duplice addio diventato non più eludibile: perché  ci sono storie che si chiudono senza essere finite, e allora richiedono un congedo intimamente simbolico. Addio anche a te, fiume: in fondo, avevi ragione.

“…How I wish, how  I wish you were here

We’re just two lost souls swimming in the fishbowl

Year after year

Running over the same old ground, what have we found?

The same old fears, wish you were here…”

(“Wish you were here”, Pink Floyd)

…Come vorrei, come vorrei che tu fossi qui

Siamo solo due anime smarrite che nuotano nella boccia dei pesci

Un anno dopo l’altro

Correndo sullo stesso vecchio suolo, cosa abbiamo trovato?

Le stesse vecchie paure, vorrei che tu fossi qui…