LA  BARISTA

(Sonia Fantozzi)

Chissà quale fantasticheria condusse il musicologo Giulio Confalonieri a pensare alla Taverna del Jamaica dell’omonimo film di Hitchcock, suggerendo così il nome da attribuire al nuovo locale meneghino in via Brera. Era il 1911. Dal Bar Jamaica  è transitata la storia del Novecento: politici, artisti, intellettuali. Elio Mainini, proprietario del locale, fu un potente catalizzatore: organizzava mostre, radunava gli esponenti delle avanguardie artistiche e letterarie. Il Jamaica divenne il salotto prediletto da ogni intellettuale, scrittore, pittore che si trovasse a passare da Milano. Qui non si chiudeva mai, e si faceva credito a tempo indeterminato a giovani pensatori squattrinati e a pittori che non vendevano quadri. Poi arrivarono giornalisti e gente di spettacolo, qualcuno già famoso, altri di belle speranze destinate a rimanere tali. In seguito fu la volta della Beat Generation e del grido poetico di Allen Ginsberg, il quale ai tavolini del Jamaica trascorreva interi pomeriggi.

Il Novecento si è concluso da qualche mese, è il secolo scorso. Stando dietro al banco osservo l’umanità che popola il locale: turisti, curiosi attirati dalla sua fama, gente che se la tira. Le idee, i fermenti, gli azzardi fantasiosi, non ci sono più. I muri non parlano, eppure qui dentro si percepisce qualcosa che altrove non c’è: un sogno, un’ambizione, un rammarico. La nostalgia per dei ricordi inafferrabili, che questi muri serbano per sé.

Sono stata diverse altre cose, prima di divenire barista.

Questa storia non inizia dalla mia nascita e nemmeno dalle prime esperienze di cui abbia memoria, non è questa la storia che intendo raccontare, bensì quella che parte dal momento in cui si è alzato il primo colpo di vento.

Faceva senz’altro un caldo soffocante nell’angusto bilocale in cui vivevamo, ma non me ne ricordo affatto. Milano, breve traversa di viale Monza, una vecchia casa dentro uno stretto cortile; l’appartamento aveva  due sole finestre, poste sulla stessa facciata: doveva fare davvero caldo, sia nell’estate del ’78 che in quella del ’79.

“Sei il mio amore, la mia migliore amica, la mia compagna, la mia amante, la madre dei figli che vorrò, e sei la mia puttana”.

Ecco da dove incomincia la mia storia: dall’incontro che mi aveva condotta a quell’istante sublime e alienante. L’Università, la famiglia, gli amici di prima: tutto accantonato, nulla più contava, nulla che esulasse da quell’abbraccio vorace. A poco più di vent’anni si fanno, queste sciocchezze. Si cade in un doppio inganno: quello di credere nella longevità di una passione furibonda e quello di ritenere di cavarsela sempre, senza grossi danni. Invece, la passione si allenta e si esaurisce senza sfociare in un sentimento pacificato, mentre dentro qualcosa si rompe e resterà rotto per sempre.

Malgrado fossi lusingata dall’attribuzione di quei ruoli e affascinata dal loro essere complementari, mi allarmava sempre un poco l’accenno ai figli che lui avrebbe voluto: m’inquietava persino in quei momenti in cui il raziocinio si dileguava allegramente per lasciare che i sensi governassero insieme alle emozioni. Non mi turbava affatto l’accostamento madre-puttana: però, se per la seconda condizione sentivo di possedere una certa attitudine, nei confronti della prima nutrivo molte riserve.

Molte donne della mia generazione avevano rivendicato  la legittima facoltà di soddisfare il proprio desiderio  in assenza del viatico dell’innamoramento, con il solo fine di ricercare il piacere. Soprattutto, senza che ciò fosse considerato riprovevole. Ecco allora che il termine  puttana perdeva il valore di insulto e la pretesa di giudizio morale,  indicando l’applicazione del libero arbitrio a una sfera assolutamente privata e personale, perciò insindacabile.

Secondo la mia esperienza,  non erano e non sono molti i maschi pronti a comprendere e accettare davvero un simile cambio di paradigma,  indipendentemente dalla loro età.

In quanto a mettere al mondo dei figli, ciò non rientrava nelle mie aspirazioni: la deformazione del corpo durante la gravidanza mi suscitava un apprensivo disgusto; soprattutto, non potevo accettare il legame indissolubile che un figlio rappresenta, né ero disposta a prendermi cura di un individuo il quale, per molti anni, sarebbe dipeso totalmente da me, dalla mia presenza, dalla mia sollecitudine. Allora tendevo a non considerare definitiva la mia posizione, ma anche in seguito non avvertii l’istinto nobilmente animale di procreare al fine di preservare la specie, e nemmeno l’esigenza del tutto umana di lasciare una traccia futura, mettendo al mondo un individuo che avrebbe seguitato ad appartenermi.

Comunque, come è mia abitudine, pensavo che mi sarei preoccupata se e quando la faccenda, da aspirazione vagamente programmatica, si fosse tramutata in progetto concreto. Non feci in tempo, in ogni caso.

In gioventù, quando un amore finisce (male, è implicito nella fine di tutti gli amori giovanili troppo esigenti), ci si aggrappa alla giusta presunzione di avere  molto tempo da vivere e che tante cose possano ancora accadere.  Ci si sente a pezzi, feriti, arrabbiati; si aspetta il mattino in cui, alzandosi dal letto, ci si reggerà meglio sulle gambe. Quando quel mattino arrivò, ritrovai il gusto di certe notti passate a rincorrere un attimo fuggente, ma ripresi anche gli studi interrotti buttandomi sui libri con determinazione e finii per laurearmi in filosofia.

Scoprii dopo qualche tempo una cosa banale, descritta meravigliosamente da Cesare Pavese molti anni addietro, ovvero che “nulla è più inabitabile di un luogo dove si è stati felici”. Strade, cinema, ristoranti e altri locali milanesi, dapprima innocentemente anonimi, erano stati il palcoscenico inconsapevole di una storia vorticosa durata appena due anni. Ormai mi facevano soffrire e struggere per ciò che avevo perduto ma, peggio ancora, per tutto ciò che non era stato; così, compresi che dovevo andarmene. Ebbi un inatteso colpo di fortuna trovando lavoro nella redazione di una rivista di viaggi e turismo. Avrei fatto parte di un piccolo gruppo di aspiranti giornalisti impegnati come “galoppini”, che venivano spediti in giro per il mondo insieme a un fotografo, con il compito di recensire alberghi e villaggi vacanza ma anche di raccogliere informazioni utili a suggerire ai lettori itinerari interessanti e alternativi a quelli più noti. Non ebbi alcuna esitazione a lasciare un impiego noioso e meglio retribuito, l’idea di un perenne e concitato movimento era troppo allettante. Gli articoli da pubblicare li scrivevano i giornalisti veri sulla base dei nostri appunti, ma era divertente e quella forma di nomadismo sovvenzionato si adattava perfettamente alla mia irrequietezza.

Mi chiese di vederci all’improvviso, pochi anni dopo il nostro addio; accettai senza valutare le conseguenze, di nuovo, e pensando di avere ormai reciso ogni legame, tanto da poter sopportare quell’incontro.

“…sei ancora la mia puttana”

“…sono la puttana di chiunque vuole che lo sia”,

avevo replicato con brutale sincerità e con compiaciuta cattiveria. Allora lui mi aveva rivolto uno sguardo addolorato e per questo lo avevo odiato, comprendendo che non avrei saputo perdonare il suo tradimento, ma nemmeno sarei riuscita a distaccarmi del tutto da quell’amore che non sentiva ragioni. A meno di ucciderlo per cancellarlo, e lo avrei fatto, in quel momento: però, avevo solo il rimpianto e l’astio con i quali trafiggerlo, e nient’altro.

“Non più amica, tanto meno compagna, né madre dei figli di nessuno, occasionalmente e per brevi periodi amante, spesso semplicemente puttana. Questo è ciò che sono adesso, amore mio”.

Con tale affermazione avevo scientemente escluso qualsiasi possibilità di riconciliazione.

Fortunatamente, il giorno appresso sarei partita per un lungo viaggio        nell’Australia Meridionale.

Prima di imbattermi in quella forma di amore sapevo così poco di me: fino ad allora avevo visto solo la superficie appena increspata dell’acqua, senza scorgerne la tumultuosa profondità.

Dopo, mi resi conto che se potevo rinunciare ai sentimenti per cautela o per supposto disinteresse, non avevo nessuna intenzione di fare a meno del sesso, che presi a praticare con tenace disinvoltura.

Mi è capitato di domandarmi se la propensione per il sesso sia un connotato fisiologico o piuttosto un atteggiamento deliberatamente  acquisito: insomma, dipende da una chimica del corpo o della mente?

Senza avere trovato una risposta univoca ma avendone semmai ipotizzate diverse, tra loro concomitanti e interagenti, l’ho più spesso considerata una risorsa, anziché un problema, un modo per procurarsi momenti di fugace gratificazione, mantenendosi al riparo dalle complicazioni dei sentimenti.

Mi fermavo a Milano per brevi periodi tra un incarico e l’altro; ciò stabilì distanze sempre meno conciliabili con la mia famiglia, evitando tuttavia una frattura netta, tanto dolorosa quanto irrimediabile.

Il mese di dicembre dell’89 la rivista di viaggi pubblicò l’ultimò numero: non vendeva abbastanza copie per sostenere i costi necessari a mantenere la linea editoriale che i fondatori avevano scelto, e cambiare taglio non avrebbe reso il periodico competitivo. I galoppini e i fotografi, con i quali per otto anni avevo intrattenuto rapporti superficialmente affettuosi, si dispersero e, come era logico aspettarsi, si dileguarono velocemente.

A Milano mi sentivo in trappola, mi mancavano gli aerei e i luoghi remoti, gli imprevisti e la stanchezza del corpo, le stamberghe e gli alberghi con la Jacuzzi in camera, i paesaggi ignoti e gli incontri di una notte, effimeri e meravigliosi, perfettamente incastonati nel ricordo di un posto lontano.

Dovetti arrendermi alla sedentarietà di un impiego in una piccola casa editrice  che dedicava molta attenzione alla ricerca di autori esordienti di talento. Fui assunta come selezionatrice: dovevo leggere una parte delle numerose opere proposte da aspiranti scrittori e individuare quelle eventualmente interessanti, che sarebbero state esaminate da una commissione editoriale, cestinando le altre.

La sera cercavo di scrollarmi di dosso le insignificanti narrazioni alla cui lettura dovevo dedicarmi durante il giorno, infilandomi talvolta in altre, reali ma altrettanto immeritevoli di considerazione. Trascorse così poco più di un anno, durante il quale m’impegnai affinché i contatti con la mia famiglia mantenessero il carattere e il ritmo di un rapporto cordialmente distaccato, ed era un accomodamento che sembrava accontentare tutti.

I miei genitori scomparvero nel corso dei tre anni successivi e, sebbene non potessi affermare di patire la mancanza di una relazione tanto problematica, ebbi comunque  coscienza della perdita di un punto di riferimento inalienabile e di una conseguente sensazione di doloroso sradicamento.

Penso che questa consapevolezza sia stata la ragione per cui accettai di andare a vivere con una specie di fidanzato che negli ultimi mesi era divenuto una presenza più costante. Di diversi anni più vecchio di me, con una situazione economica decisamente solida e molto innamorato: in quel momento fui senz’altro attratta dalla stabilità che mi offriva. Era un uomo affidabile e piacevole al quale ho voluto bene senza riuscire ad amarlo, pur apprezzandone le numerose qualità. Appena un anno più tardi, un giorno mi ritrovai a osservare un breve gesto compulsivo che di tanto in tanto compiva: pensai che per quell”atto innocente e innocuo un giorno avrei persino potuto ucciderlo. Di colpo realizzai quanto mi irritasse la sua irremovibile rettitudine, così come la sua immobilizzante cautela, e trovai opprimenti le sue amorevoli attenzioni. La stabilità aveva prodotto un tedio insopportabile; ne dedussi che, probabilmente, era stata solamente un’aspirazione momentanea e contingente.

Me ne andai durante una sua assenza di qualche giorno a causa di un viaggio di lavoro. Mentre radunavo le mie cose, mi accorsi di quanto mi fossi sempre considerata di passaggio, sia nella sua casa che nella sua vita. Mi congedai con uno scritto laconico e inoppugnabile, lasciandolo a porsi domande le cui risposte non avrebbe potuto comprendere, né reggere.

Non avevo voluto disfarmi del mio appartamento, nel quale era andata a vivere l’amica che non mi aveva mai lasciata e che non avevo mai lasciato. Rimase anche dopo il mio ritorno cedendo alle mie insistenze, e ricominciammo ad almanaccare sulla prospettiva consolante di invecchiare insieme.

A parte l’inedita e felice coabitazione con la mia amica, ripresi la mia vita dal punto esatto in cui avevo cambiato direzione, ritrovando intatte abitudini e pulsioni, tutto esattamente come prima.

E questo chi sarebbe?

Fu il mio primo pensiero allorché mi svegliai una notte in un letto sconosciuto, in una casa sconosciuta, da qualche parte a Milano, osservando il tizio che dormiva beatamente accanto a me. Poi ricordai: Maurizio, spocchioso giornalista che scriveva sulla Gazzetta dello Sport. Lo avevo incontrato al Rose’s, discoteca in piazza San Babila: attraente, antipatico, lo avevo rimorchiato per il gusto della sfida, perché era uno che amava corteggiare ma poi si sottraeva, e perché ne avevo voglia.

Si era rivelato un amante poco fantasioso che pareva essere sempre in posa per una foto, attento a non spettinarsi e persino schizzinoso, certo da non tenere in considerazione per un secondo giro. Abitava in un bell’appartamento, arredato con professionale buon gusto e privo di personalità.

Scivolai fuori dal letto, raccolsi le mie cose, mi rivestii velocemente e uscii, tirandomi silenziosamente l’uscio dietro le spalle.

Era novembre, le quattro di una domenica che si preannunciava grigia, un mattino che era ancora notte. Strade deserte e bagnate di umidità; da via Corridoni  (era lì  che ero capitata) a viale Espinasse, dove abitavo, non ci avrei messo molto.

Era quasi bello, guidare piano su quelle strade vuote e buie.

Era strano, non sentire niente. Né caldo o freddo, nessun dolore, nessun desiderio, nessun pensiero di senso compiuto. Senza peso, addirittura, entità galleggiante in una stratosfera luminosa, al di sopra di un impercettibile brusio. Un frammento di memoria, sospeso come pulviscolo dentro il riflesso di un raggio di luce. Menelik e Mustafà, i due gattacci della madre (con posizioni evidentemente nostalgiche) del sindaco comunista che amministrava il borgo della campagna piemontese dove trascorrevo le lunghe vacanze estive della mia infanzia, dai nonni materni. Dinamiche familiari complicate, presumibilmente. Alla morte della donna, vicina di casa dei nonni,  ereditai le due bestiacce. Me ne presi cura e le amai molto, a dispetto dell’irriducibile selvatichezza: ma mi abbandonarono prima che ricominciasse la scuola, e ci rimasi davvero male, interrogandomi a lungo sulle ragioni del loro ostinato rifuggire dal mio affetto. In fondo, me ne ero andata allo stesso modo da chi mi voleva bene, semplicemente sfuggendo all’amore.

Era stato così dolce, quel breve momento di astrazione: d’improvviso, ebbi voglia di arrendermi, di lasciar andare via tutto. Mi riscosse il grido stizzito del clacson di un’auto che procedeva sul lato opposto della carreggiata, e rimisi le mani sul volante. Provai vergogna e paura per quel fulmineo cedimento e mi convinsi che dovevo allontanarmi da tutto ciò che lo aveva prodotto,

Qualche settimana dopo, mentre la luce opaca di un mattino invernale adagiava una patina sporca sul paesaggio cittadino, la mia amica mi osservava preparare le valigie con serena rassegnazione. Aspettando il taxi con il quale avrei raggiunto l’aeroporto, l’abbracciai a lungo, respirando il profumo fresco dei suoi capelli.

“Vieni con me”,

le dissi senza nessuna speranza, solo perché sapesse che lo avrei voluto.

“No. Devi andartene da tutto, quindi anche da me. Io sarò qui ad aspettarti. Però, fammi sempre sapere come stai”.

Mi posò un bacio leggero sulla bocca e uscì senza voltarsi. Allora piansi: per un amore perduto  e perché non sapevo lasciarlo andare, per un’amica che dovevo lasciare e che temevo di perdere, e infine per mia madre e mio padre, dai quali mi ero allontanata affinché il conflitto non diventasse scontro, senza sforzarmi davvero di mutarlo in confronto. Ma ero pronta a fuggire, ancora una volta.

Prevedendo un netto diniego, avevo chiesto comunque alla casa editrice presso la quale lavoravo un anno di aspettativa: con mia grande sorpresa, me lo avevano accordato senza difficoltà. Si erano convinti che avessi una particolare abilità nello scovare storie e autori degni di nota; pertanto, ritenevano di poter accettare quella lunga pausa.

In verità, non sapevo se mi stessi prendendo un anno sabbatico o se me ne stessi semplicemente andando via, senza nessuna intenzione di tornare, ma preferii comunque lasciare le cose in sospeso. Del resto, non è facile sfuggire alla propria ombra e si potrebbe semplicemente concludere che non è possibile, per cui un posto vale l’altro.

Però, quando arrivai a New Orleans e raggiunsi il Quartiere Francese, per un attimo mi sembrò di essere riuscita a far perdere le  mie tracce.

L’inverno a New Orleans è piuttosto mite e presenta colori gentili. Per le strade del Vieux Carré si respirava profumo di cibo speziato e mi muovevo tra una folla multicolore e multietnica, distratta dalle note musicali che irrompevano dai numerosi locali, amalgamandosi nell’etere in una misteriosa e seducente armonia. I maestosi retaggi architettonici del periodo coloniale francese risentivano delle influenze caraibiche e la commistione aveva prodotto uno scenario magnificamente stravagante.

Avevo qualche risparmio, ma dovevo cercare un lavoro qualsiasi e una stanza a buon mercato da qualche parte.

Uscendo dallo scassato alberghetto nel quale ero scesa, qualche sera dopo il mio arrivo capitai in una zona un poco fuori mano: Camminando a caso avevo lasciato le vie più affollate dirigendomi verso il bayou, la vasta area paludosa nel delta del Mississippi: itinerario che la gioviale proprietaria del mio squinternato albergo mi aveva sconsigliato di intraprendere da sola, dettaglio del quale mi sovvenni accorgendomi dei rari passanti, della scarsa illuminazione stradale e del sentore di umidità marcescente che aleggiava nell’ambiente, palpabile miasma viscido capace di appiccicarsi alla pelle e ai capelli.

 Seguendo il suono di una malinconica melodia languidamente modulata da una tromba, infilai un vicolo illuminato dal chiarore azzurro di un’insegna: Dead End Street, e il nome poteva alludere alla conformazione del corto budello ma anche (e più probabilmente) a una tenebrosa metafora. Appena sopra di essa, un balconcino con la ringhiera in ferro battuto di forma tondeggiante, decorata con motivi floreali: con la sua grazia un poco leziosa appariva del tutto fuori luogo e, paradossalmente, accentuava l’atmosfera straniante del vicolo.

Dall’interno di quello che sembrava un bar si riversava una calda luce soffusa, e la musica intrisa di inguaribile nostalgia era un richiamo potente, sebbene ne intuissi un risvolto oscuro. Potevo figurarmi l’effetto del canto insidioso delle sirene sul povero Ulisse: io, al contrario dell’eroe omerico, non intendevo opporre alcuna resistenza.

Spinsi il battente della porta a vetri e mi ritrovai dentro una stanza assai più ampia di quanto non apparisse dall’esterno: a un’estremità si trovava un palco con un piano e altri strumenti; il lato più lungo era occupato da un imponente banco in legno intarsiato davanti a una parete a specchio, attrezzata con scaffali pieni di bottiglie; nello spazio di mezzo diversi tavolini con bellissime lampade in stile liberty. Tutti gli arrredi avevano il fascino delle cose vecchie, oggetti che avevano assistito allo scorrere del tempo e osservato innumerevoli frammenti di vita.

A prescindere dalla posizione decisamente appartata, era presto per un posto di quel genere: difatti, i pochi avventori solitari stavano appollaiati sugli sgabelli davanti al bancone, ognuno intento a cercare qualcosa nel fondo del proprio bicchiere. Il trombettista smise di suonare e si avvicinò, salutandomi con un sorriso che gli raggrinzì ulteriormente il volto scavato. Doveva essere il proprietario: alto e magro, folti capelli brizzolati pettinati all’indietro, approssimativamente sulla cinquantina. La sua persona ispirava un’indiscutibile autorevolezza; nel volto spigoloso spiccavano gli occhi scuri dall’espressione attenta, quasi indagatrice, eppure amichevole. Chiesi di bere una cosa a caso, subito distratta da un cartello affisso dietro la cassa, sul quale era scritto che cercavano un barista. Seguitai a fissare l’avviso per diversi minuti e l’uomo si accorse del mio interesse.

“Devi sapere che questo è un rifugio per anime desolate. Te  la senti di affrontarle?”

Poco dopo, mi ritrovai a raccontargli gli accadimenti della mia vita negli ultimi vent’anni, seguendo un impulso sorprendente: più che un impulso, un bisogno profondo e improcrastinabile.  L’uomo mi prestava un’attenzione cortesemente distaccata, annuendo di tanto in tanto; io scorgevo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le sue spalle ed era a quella che mi rivolgevo, spiegando per bene i fatti e le mie ragioni.

Il locale si stava animando e io tacqui, ma comunque non avevo altro da aggiungere. L’uomo mi osservò, pensieroso.

“Dunque, tu sai scovare le storie rovistando dentro la spazzatura. Vedi, nessuno finisce qui dentro per caso, né tantomeno per sbaglio”.

Fu l’unico commento ma compresi appieno il senso delle sue parole qualche tempo dopo; mi apparve invece chiaro fin da quel momento che ruolo dovesse svolgere un barista in quel posto strambo, oltre a servire da bere.

La paga che poteva offrirmi Dwayne, così si chiamava il mio nuovo datore di lavoro, era modesta ma includeva l’utilizzo del piccolo alloggio situato al piano di sopra (quello con il balconcino), così accettai subito.

Presi servizio l’indomani e col passare dei giorni notai che i frequentatori del Dead End Street si suddividevano nettamente in due tipologie. C’erano quelli che venivano per la musica ed erano i più numerosi, per effetto di un efficace passa parola: Dwayne amava il blues ma lì si esibiva chiunque gli piacesse per qualche insindacabile ragione, così si potevano ascoltare i generi musicali più disparati e le esecuzioni erano sempre di buon livello. Poi c’erano quelle che Dwayne aveva definito le anime desolate, gente che si portava appresso un fardello di disperazione o di rabbia, di rassegnazione o di odio, come un’aura negativa e percepibile emanata dal corpo e dall’animo.

Rimarcai anche un’altra stranezza: non entravano mai coppie né gruppi, esclusivamente persone sole, talvolta disposte a sfiorare la solitudine di qualcun altro, almeno per una notte.

Scoprii pure che, se l’orario di apertura nel tardo pomeriggio era certo, non lo era altrettanto quello di chiusura: si chiudeva quando i musicisti non avevano più voglia di suonare e l’ultimo disperato aveva esaurito le parole da scagliare contro lo specchio.

La notte non era fuori bensì dentro, tra quelle mura, impigliata nelle note musicali e nel fumo sospeso a mezz’aria, in uno spazio eccentrico temporaneamente separato dalla realtà, eppure indubitabilmente vero.

Mi piaceva, fare la barista.

È un mestiere che ti colloca nella posizione ideale per divenire raccoglitrice di storie, depositaria di inimmaginabili confidenze. Occorre imparare a proporsi (senza parere) come presenza assente, in un certo senso: farsi specchio ove l’altro possa vedere solo la propria immagine riflessa, accogliere qualsiasi rivelazione senza commenti che si discostino dal discreto incoraggiamento a proseguire un discorso accantonando ogni reticenza, riserbo, pudore. Non è un dialogo, non è uno scambio: il ricevitore è un campo neutro, una carta assorbente su cui si riversano parole scritte con l’inchiostro simpatico, destinate a scomparire (chissà perché definire “simpatico” un inchiostro inventato per celare  ciò che si imprime sulla carta con una pretesa implicita di continua visibilità). Si possono scoprire anime disperate e bellissime, meschine, orribili.

Uno dei primi flussi di coscienza ai quali ebbi modo di assistere scaturì da un tipo macilento dallo sguardo stralunato con una cicatrice su un avambraccio, uno squarcio che andava dal polso al gomito. Si guadagnava da vivere cacciando alligatori nel vicino bayou e parlava di questi imperscrutabili animali con rancoroso rispetto: poteva riuscire a catturarli, ma seguitava a sfuggirgli il loro modo di ragionare, e quando credeva di averlo afferrato ecco che quelli lo sorprendevano con un gesto inaspettato. Dal mondo di quell’individuo l’intera umanità era scomparsa, c’era solo spazio per la sfida tra la sua mente e quella degli alligatori.

Mi capitò di ascoltare storie di tradimenti, di amori finiti, di sciocche rivalità, di rabbiose rivendicazioni, di solitudini senza rimedio e di inadeguatezza.

Poi, una notte in cui avevamo tirato più tardi del solito e mancava davvero poco all’alba, fu Dwayne a sedersi dall’altra parte del banco.

In una vita precedente era stato un fotografo: lavorava come libero professionista recandosi nelle zone di guerra e proponendo i suoi lavori alle testate giornalistiche. Allora era giovane ed era spinto dalla necessità di documentare gli orrori di molti sanguinosi conflitti affinché questi non fossero dimenticati, per mantenere viva l’attenzione e l’indignazione. Dapprima aveva provato sconcerto e dolore, poi aveva capito che se intendeva mantenere il ruolo di testimone avrebbe dovuto spegnere le emozioni, porsi al di fuori di ciò che vedeva e smettere di cercare le storie delle persone che incontrava.

A un certo punto, si era accorto di non averne più alcuna curiosità, così si era fermato. Aveva casa a New York e nessuna voglia di farvi ritorno, dopo quasi vent’anni di vita solitaria nei posti più pericolosi del mondo non aveva nessun legame. Alla fine dell’89 era arrivato a New Orleans con l’intenzione di trattenersi appena qualche giorno ma era capitato in quel vicolo, dove aveva notato l’insegna del Dead End Street e il cartello che ne annunciava la vendita. In quel momento aveva capito cosa voleva fare.

Aveva comprato il locale per pochi soldi: era in vendita da molti anni, dopo che il proprietario era stato trovato cadavere al suo interno, sbranato da un alligatore. Poiché era piuttosto improbabile che un simile animale fosse entrato nel locale, la gente incominciò a mormorare che quel posto era infestato (come tanti altri a New Orleans). Rimase quindi chiuso per molti anni, mentre il suo valore diminuiva.

Dwayne lo rimise a posto, lo riaprì e si ripromise di ascoltare le storie di chiunque avesse voglia di raccontarle.

Quella sera si fermò da me. Successe diverse altre volte, senza che ciò mutasse la natura del nostro rapporto di rispettosa e prudente amicizia. Facevamo sesso perché  avevamo voglia di farlo senza perdere tempo con dei perfetti sconosciuti, ma non eravamo interessati alla ricerca di una relazione stabile. Ci davamo reciprocamente conforto e piacere senza nessuna aspettativa, e questo rendeva tutto più facile e più leggero.

Notte dopo notte, accogliendo le rivelazioni e i pensieri altrui, mi mantenevo in una posizione di estraneità, facendomi contenitore inanimato: nessuna partecipazione o commozione, appena la blanda curiosità di scoprire fino a quali bassezze o vette possa spingersi l’animo umano. Eppure, a poco a poco mi ritrovai a replicare l’esperienza del fotografo Dwayne in senso inverso: volevo sapere di più di certe desolazioni, volevo comprenderne le ragioni, cogliere il senso di disillusioni, di struggimenti e rancori. Soprattutto, desideravo gettare un ponte, ancorché fragile e provvisorio, tra quelle anime e la mia. Incominciai a prestare un’attenzione empatica, a porre accenni discreti di domande, distogliendo i miei occasionali interlocutori dalla loro immagine riflessa nello specchio.

E presi a scrivere quelle narrazioni tentando di riordinare il caos di certe confessioni: Storia di Henry, Storia di Annettte, Storia di Jack, Storia di Frieda…Scrivevo con furia e con passione; in pochi mesi organizzai una raccolta che mi pareva piuttosto ben riuscita.

In quel periodo, la mia amica mi riferì che si sarebbe sposata: dopo molte relazioni all’insegna del disimpegno, aveva trovato rifugio nell’affetto di un vecchio amico al quale non aveva bisogno di nascondere nulla. Aggiunse che avrebbe continuato a prendersi cura del mio appartamento, e che avrebbe seguitato ad aspettarmi.

Alla fine dell’anno sabbatico, comunicai alla casa editrice le mie dimissioni, ma proposi il mio scritto, chiedendo il loro parere. Il libro fu pubblicato con uno pseudonimo e con l’intesa che mi sarei sottratta a qualsiasi forma di promozione che mi coinvolgesse direttamente. Ebbe successo, tanto da richiedere diverse ristampe.

Rimasi al Dead End Street fino alla fine del ’99, continuando a raccogliere storie. Mi accorsi che sapevo anche inventarne ed era persino più coinvolgente. Avevo scovato una nuova via di fuga: potevo padroneggiarla, non comportava rischi, era persino produttiva.

Ero pronta per tornare a Milano. Salutai Dwayne con la certezza che non avrei più rivisto né lui né quel locale bizzarro, ma non me ne sarei mai dimenticata.

Sebbene la maggior parte dei racconti che scrivevo fossero frutto della mia immaginazione, mi ero convinta che il mestiere di barista mi aiutasse a stimolare la fantasia, a trovare spunti, inventare agganci. Tuttavia, occorreva trovare il posto adeguato, anche se l’atmosfera del Dead End Street non era replicabile, certamente non a Milano.

Mi trovavo insieme alla mia amica la sera in cui capitai in Brera per caso (o forse no, dopotutto); mi avvicinai al Jamaica con qualche riluttanza perché era uno dei luoghi che aveva assistito al mio felice stordimento e alla mia ottundente disperazione. Sulla porta campeggiava un cartello: CERCASI BARISTA.

La padronanza dell’inglese e l’esperienza maturata a New Orleans fecero una buona impressione e ottenni il posto.

Brera mantiene un indubbio fascino, soprattutto la notte, e anche se il Jamaica è un luogo che vive di ricordi non condivisibili con la maggior parte degli attuali frequentatori,  conserva una certa originalità. I turisti vi transitano prevalentemente di giorno ma quando prendo servizio io, all’ora dell’aperitivo, la fauna a poco a poco muta.  Verso mezzanotte qui ci si incontra,  ci si annusa,  ci si sfiora.

Questo non è un posto da confidenze: troppa gente, troppe chiacchiere chiassose, manca la musica. Nelle serate più tranquille alcune figure solitarie, tra gli avventori abituali, conversano volentieri ma nessuno è disposto a rivelarsi. Continuo a osservare la fretta degli altri, le loro rappresentazioni ingenue, e mi figuro scenari ipotetici e vicende a cui dare la forma di un racconto.

Ho trovato una sorta di pace, o di momentanea quiescenza. La presenza complice di Dwayne mi manca più di quanto mi aspettassi: gli invio lunghe missive per mail raccontandogli di una città che riconosco ma è cambiata, e anche del mio persistente fluttuare quieto. Lui ride di quello che definisce il mio “periodo ascetico” e mi augura che non duri a lungo.

Qualche giorno fa, mi ha scritto che da quando me ne sono andata al Dead End Street è come se si fosse fulminata una lampadina che non si riesce a sostituire: un’affermazione bislacca e tenera che mi ha fatto venire vogli di saltare sul primo aereo per New Orleans. Se con Dwayne non è stato amore, di certo era qualcosa che gli somigliava molto. Eppure, il mio posto è qui, lo intuisco senza spiegarmene la ragione, dato che quasi niente mi lega più a questi luoghi.

La mia amica mi ha aspettata, come aveva promesso, e l’ho ritrovata; però, questo suo marito simpatico e affettuoso è per lei un continuo elemento di distrazione. Non sono più al centro delle sue attenzioni e, malgrado sia felice per lei, devo ammettere che ne sono egoisticamente gelosa e sovente rimpiango il nostro prima, l’intimità profonda dalla quale nessun compagno temporaneo ci aveva mai distolte.

È un giovedì sera piovigginoso ma cade una pioggia gentile, quasi profumata: è la fine di aprile, la cattiva stagione ha fatto il suo tempo. Sono più o meno le undici, al Jamaica il giovedì è la serata dei clienti più affezionati, quelli che non amano la ressa del fine settimana. Il mio giovane collega mi sta dicendo qualcosa ma io sono distolta dall’uomo che sta entrando proprio ora, portandosi dietro una breve folata di aria umida.  C’è qualcosa di noto, addirittura di familiare, nella sua figura prestante e nell’incedere elegantemente disinvolto. Penso a un cliente fedele con il quale magari ho scambiato qualche parola; poi lo osservo ravviare i capelli mossi e un po’ lunghi con un gesto aggraziato della mano, e lo riconosco.

Sono trascorsi quasi vent’anni dal nostro ultimo incontro , eppure il suo aspetto non è così differente da allora,  come se fosse riuscito ad attraversare tutto questo tempo senza consumarsi. Sono letteralmente con le spalle al muro, posizione fisica e metaforica che rifuggo da sempre ma mi domando se, decidendo di lavorare al Jamaica, davvero non avessi immaginato (o sperato) di avere occasione di rivederlo.

E io, quanto sono mutata nell’aspetto, da allora? Sono sempre magra, portavo i capelli lisci e adesso li lascio liberi di arricciarsi come è nella loro natura, certo la mia pelle non ha più il turgore della giovinezza. Tuttavia, per quanto due decenni possano modificare l’aspetto delle persone, la voce, la gestualità e altri dettagli rimangono pressoché invariati. Eppure, quando lo avvicino per prendere l’ordinazione, mi lancia una veloce occhiata di apprezzamento e niente di più.

“Mi porteresti un cognac, per favore? Quello che vuoi tu andrà bene”.

Il timbro vocale un poco nasale, il tono educato malgrado la scelta immutata del vocativo confidenziale “tu”, il sorriso spontaneamente affabile.

Riprendo fiato e lucidità: non mi ha riconosciuta davvero, non era bravo a simulare o dissimulare. Sento riemergere una rabbia dolorosa che avevo scordato, un sentimento furioso capace di sconquassare lo stato di quiete sul quale ho fondato un equilibrio fittizio, narrando gli affetti e i tormenti degli estranei per mantenermi lontana dai miei.

Come può non riconoscere  l’amore che ci ha sedotti e sbranati, come può avere dimenticato tutto e vedere in me una sconosciuta? Ecco un altro torto che non saprò perdonargli, forse il più grave di tutti, perché è delle cose senza importanza che ci si scorda con facilità. È la terza volta, da quando lo conosco, che provo l’impulso feroce di ucciderlo, e forse stavolta lo farò sul serio.

Prima di andarsene, mi rivolge un saluto, un sorriso lieve senza parole, abbandonandomi al mio sconcertato subbuglio.

È trascorso un mese; ha continuato a comparire al Jamaica quasi ogni sera verso le undici, ombra riemersa dal passato per riacquisire sostanza, odore, suono. Si pone a un’estremità del banco, beve qualcosa, si guarda attorno ma non parla con nessuno. Di tanto in tanto cerca di agganciare il mio sguardo, nei momenti di calma lo avvicino (perché non so farne a meno) e scambiamo qualche parola, accenni di discorsi che rimangono sospesi nel ronzio di molte altre conversazioni.  Ha quasi cinquantaquattro anni, ha divorziato da tempo da una moglie più vecchia di lui ponendo fine a un matrimonio che non ha mai funzionato, lavora per Telecom da quando è arrivato a Milano dalla provincia di Foggia molti anni orsono. Se fossero coincidenze sarebbero davvero troppe, nel caso remoto in cui dubitassi di avere preso un abbaglio. Non ha figli ed è un rammarico, ma dice che forse le cose dovevano andare così.

Di tanto in tanto, mentre parla sono incantata dai movimenti fluidi e precisi delle belle mani eleganti: sembrano spostare l’aria per fare spazio alle parole ed è una mimica ammaliante che rammento con esattezza.

Ormai sono brava a inventare storie, così gli fornisco dettagli inventati di tutto ciò che è stato prima di New Orleans, perché ho deciso di recitare il ruolo di estranea al quale mi ha destinata.

Ha continuato a presentarsi con regolarità, apparentemente senza pretesa alcuna, fascinoso aracnide impegnato a tessere la sua tela lieve e robusta; presto mi toccherà decidere se si tratti di una trappola o piuttosto di un rifugio, e se sarò determinata a scoprirlo dovrò correre il rischio.

La primavera sta scivolando dentro un’estate riottosa, piove da diversi giorni alternando bufere temporalesche a tediose pioggerelle accompagnate da temperature più consone a ottobre che a giugno.

Ieri era venerdì e verso mezzanotte il locale era affollato; lui occupava il solito angolo, seguendo i miei movimenti con discrezione e con la pazienza di chi è disposto ad aspettare.

Mi sono accorta che non ha smesso di indossare jeans Wangler, gli stessi che anch’io prediligo da diversi anni: a un certo punto e senza una ragione precisa, ho abbandonato i Levi’s, che preferivo sin dagli anni ’70. Molti anni fa, su questa differenza di gusti imbastivamo finte discussioni.

A un certo punto si è spostato per fare spazio a una ragazza piccolina e impacciata che tentava di raggiungere il banco, invitandola con un cenno gentile. È stato lui a rivolgere un gesto al mio collega per richiamarne l’attenzione e la ragazza lo ha ringraziato con un sorriso timido.

Nemmeno in questo è cambiato; ha sempre manifestato un istinto di protezione solidale verso gli individui variamente deboli. Mi torna alla mente la nostra estate in Puglia, a casa di sua madre: nella compagnia degli amici compaesani c’era una sua coetanea che a più di trent’anni si comportava come una ragazzina di dodici, palesando qualche problema ignoto ma evidente. Lui, che insisteva per includerla nelle giornate al mare, era il solo disposto a spendersi per placare i suoi frequenti capricci infantili. Andava a scovarla nell’angolo in cui si era rintanata, seduta a braccia strettamente conserte, lo sguardo accigliato e ostinatamente fisso su un punto indefinito dell’orizzonte. Le parlava con affettuosa comprensione tenendo le mani fra le sue, finché quella poverina non sorrideva, convincendosi a ricongiungersi al gruppo. Anche le premurose attenzioni dedicate alla piccola figlia della sorella, affetta da un ritardo cognitivo abbastanza grave,   erano emblematiche della sua istintiva e partecipe compassione.

Tra le sue molteplici sfaccettature, questa insopprimibile gentilezza d’animo è forse quella che ho amato di più.

Credo che stia ponendo in atto una tattica di avvicinamento prudente e garbata che una sera dopo l’altra diventa più esplicita, un gioco al quale mi presto senza sapere fino a dove sono disposta ad arrivare. Intuisco che mi sto addentrando in un territorio ignoto e già noto e che potrebbero esserci conseguenze imprevedibili; cionondimeno, non intendo fermarmi. Non ne farò parola con la mia amica, né con Dwayne: è una faccenda che devo risolvere da sola  e non voglio conoscere la loro opinione.

Stasera abbiamo chiuso assai più tardi del solito, pareva che la gente non avesse proprio voglia di tornarsene a casa. L’ho perso di vista ed ero troppo indaffarata per preoccuparmene, ma alle tre passate, quando gli ultimi tiratardi si sono infine rassegnati a portare le loro anime insonni altrove e sono uscita nella notte umida, lui fumava con la schiena appoggiata al muro. Ha smesso di piovere ma il cielo è ancora pesante e buio.

“Posso accompagnarti da qualche parte?”

“Ho bisogno di aria fresca e di silenzio, dopo tutta quella confusione. Hai voglia di camminare?”

Lasciamo Brera posando passi prudenti sull’asfalto ancora lucido di pioggia, andiamo a cercare strade più quiete dove il silenzio possa accogliere qualche cauta confidenza che l’ora così tarda ci fa sembrare naturale e necessaria. I frammenti di memoria che ci stiamo scambiando sono collocati in un tempo il più delle volte imprecisato, ma certamente successivo al 1980, come se la parte precedente fosse un documento secretato. È un camminare lento e impreciso, interrotto da molte pause e anche i nostri discorsi, spezzati da frasi tronche, seguono un andamento piuttosto incoerente. Nell’aria fresca dell’alba precoce di metà giugno ho un brivido di freddo: lui se ne accorge, la mia mano stretta nella sua è nella tasca del leggero giubbotto che indossa; questo gesto antico che avevo voluto scordare mi toglie il fiato e mi fa bruciare gli occhi assai più della stanchezza che incomincia a farsi sentire.

Ci troviamo in via San Cristoforo, davanti a una vecchia casa riaggiustata alla bell’e meglio. In questa stessa via, in fondo a un cortile malandato, si trovava il locale nel quale capitavamo di tanto in tanto e dove ci divertivamo a esibirci cantando e accompagnandoci con la chitarra, che lui suonava piuttosto bene; chissà se esiste ancora.

“Io abito qui”,

dice piano. Era partito dal basso ed è tornato in basso, dunque; non posso fare a meno di fare questa considerazione ma non vi è alcuna cattiveria, semmai una riflessione sulla beffarda coerenza delle conseguenze  delle nostre scelte.

La donna per la quale a suo tempo mi aveva lasciata era molto ricca; si sono sposati ma la vita agiata alla quale aspirava non è durata a lungo e, a giudicare dai recenti resoconti sommari, non deve essere stata nemmeno gradevole. Lo osservo con attenzione nella luce timida di un primo mattino di tempo indeciso: la figura mantiene una solidità giovanile, i movimenti elegantemente fluidi; il volto, invece, appare segnato da un’afflizione che affiora da qualche angolo remoto dell’animo, la traccia di una sconfitta non rimediabile.

Senza dire una parola, abbiamo attraversato un androne disadorno e imboccato una scala dagli stretti scalini di pietra, fino al terzo piano. Si richiude la porta alle spalle e mi avvolge nell’abbraccio atteso e desiderato: affettuoso, quasi casto. Il desiderio arriva dopo, cresce sospinto dall’emozione di un sentimento ancora confuso, ma autentico e determinato a imporre il proprio valore imprescindibile.

Respiro il suo odore e penso che mi sto innamorando per la seconda volta dello stesso uomo, che non ho mai smesso di amare e, tuttavia, non è la stessa persona di allora, come non lo sono io.

Siamo stati un’equazione ignara della propria costante, un teorema imperfetto capace di confutare il suo stesso assioma: forse la nostra sorte è di essere portatori di caos, nient’altro che questo. Eppure, il destino ha incrociato di nuovo i nostri cammini, e allora mi convinco che la ragione del suo ostinato non riconoscermi risieda nella possibilità di incominciare, non di ricominciare: un altro tempo, un’altra storia.

Però, non esiste gioco della mente che sappia trarre in inganno la memoria del corpo.

Sei sempre stata il mio amore, sei ancora la mia puttana”.

Lo scosto con delicatezza e gli poso il palmo della mano sulla bocca, che capisca di non dire altro: siamo solo presente, forse futuro.

Tutto il resto, tutto ciò che era racchiuso tra i due estremi  rappresentati da amore e puttana implicava un impegno di cui non siamo stati capaci, e per ora dovremo farci bastare quello che ci è rimasto. Solo due parole, e uno spazio vuoto da occupare con altre, nuove e innocenti.

Hold me in your hands like a bunch of flowers

Set me moving’ to your sweetest song

And I know what I think I’ve known all along

Lovin’ you’s the right thing to do

(The right thing to do, Carly Simon

Tienimi tra le mani come un mazzo di fiori

Fammi muovere nella tua canzone più dolce

E so quello che penso di aver saputo per tutto il tempo

Amarti è la cosa giusta da fare.

UNA BREVE VACANZA

Il giovanotto sorridente in calzoncini corti, maglietta stropicciata e sandali di gomma – c’era qualcosa di irrimediabilmente fanciullesco nel suo aspetto da giovane maschio a elevata concentrazione di testosterone – porse il braccio ma poi le afferrò la mano, per aiutarla a sbarcare dal piccolo aliscafo. Scaricò premuroso la valigia e la congedò con un accenno di inchino intrinsecamente irriverente.

“Le auguro una bellissima vacanza, signora”.

L’uomo trafelato che la raggiunse poco dopo sul minuscolo molo non valeva il cambio, pur essendo egualmente gentile; nel frattempo, Florinda aveva avuto modo di abbracciare l’isola con lo sguardo. Letteralmente, perché stava tutta in un’occhiata, se ne scorgevano i contorni. Un grumo di casette tinteggiate in colori vivaci,  in posizione centrale e lievemente dominante,   una costa bruna, qualche faraglione emergeva imperioso dal mare azzurro cupo. Poteva immaginare un identico panorama dietro le case separate da strade strette e acciottolate.

E adesso, che ci faccio qui per una settimana intera?, si era chiesta  osservando il pennacchio di fumo emesso dal vulcano di un’isola poco distante, mentre in mezzo a tutto quel mare e sotto un cielo blu porcellana provava una curiosa e spaventevole sensazione di claustrofobia. Fu presto distolta dalla fatica di arrancare su una mulattiera che attraversava l’abitato, miracolosamente dotato di un emporio e una farmacia che, come le spiegò l’amabile accompagnatore e proprietario della casa affittata per la vacanza, all’occorrenza faceva anche da pronto soccorso. Superate le case, percorsero un breve sentiero delimitato da bassi muretti a secco che s’inoltrava in una macchia mediterranea di arbusti di cisto, erica e lentisco punteggiata da rare piante di fichi e di agrumi. Sbucarono sul lato opposto dell’isola dove, a ridosso di una larga spiaggia di grossi ciottoli levigati e scuri, sorgevano poche costruzioni dai muri imbiancati a calce, parallelepipedi di dimensioni ridotte con le persiane dipinte in colori differenti, ma similmente sgargianti. Situate a una certa distanza l’una dall’altra e non sulla stessa linea, ciascuna era dotata di un largo portico affacciato sul mare e protetto ai lati da stuoie di paglia intrecciata. Florinda considerò che se quel luogo era il risultato di una speculazione immobiliare, perlomeno era stata fatta con il buon gusto di non alterare la bellezza ruvida del paesaggio rendendolo più curato e accessibile.

Il simpatico padrone di casa le spiegò quel che c’era da spiegare, la informò che, a parte altri due villini all’estremità opposta di quella sorta di complesso residenziale, gli altri erano sfitti  e, con la raccomandazione di telefonargli per qualsiasi necessità, la lasciò alla contemplazione di quel metaforico principio del mondo. Era la metà di settembre, ormai bassa stagione per un posto frequentato comunque da pochi strenui amanti della natura incontaminata e della solitudine, per lo più coppie desiderose di isolarsi o bisognose di ritrovarsi. La casa era piccola e confortevole, l’arredamento minimalista e funzionale, c’era ciò che occorreva e niente di superfluo, in perfetta sintonia con l’ambiente circostante dove tutto appariva essenziale, pericolosamente vicino alla verità nuda, irrefutabile e non manipolabile. Avvicinandosi all’acqua, Florinda si accorse che era trasparente e il colore blu cupo dipendeva dal fondale, costituito dallo stesso pietrisco lavico delle spiagge, poiché tutte le isole dell’arcipelago avevano origine vulcanica. Rimaneva la domanda che, sospesa tra acqua e cielo, s’impigliava in un alto faraglione frastagliato e rimbalzava contro le stuoie leggere, ondeggianti nel vento: ma io che ci faccio qui? Tuttavia, l’interrogativo fondamentale non riguardava tanto il futuro prossimo, ovvero l’impiego dei successivi sette giorni, quanto il passato e il susseguirsi delle vicende che l’avevano condotta fino a quel luogo.

“Bisognerà rassegnarsi, amore mio: non siamo più quelli di una volta”, aveva mormorato suo marito in una notte dello scorso inverno, dopo un amplesso frettoloso e senza trasporto.

E no, caro mio, questa pretesa simmetria è frutto di un ragionamento capzioso. Ovvio che non siamo più quelli di una volta,  la questione è quanto e come ci siamo discostati da ciò che eravamo. Vedi, io non so amare l’uomo che sei diventato abbandonando qualsiasi scrupolo e camuffamento. La mia approvazione ha smesso di interessarti, c’era il successo a darti ragione. D’altro canto, tu non sopporti di non essere amato. È la consapevolezza reciproca a fregarci, amore mio. Te lo dovrò spiegare, un giorno o l’altro. Florinda aveva dissimulato la crudezza definitiva di quella considerazione con un comprensivo e sbrigativo “ma no, è solo che hai troppi pensieri”, e non ne avevano parlato più. Certo che pensieri ne aveva, povero Emilio: i suoi turbamenti erano iniziati tre anni prima con la grande crisi finanziaria del 2008, perché di mestiere faceva l’intermediatore finanziario e si era abituato a muovere i soldi altrui con una certa spregiudicatezza. Soprattutto da quando si era avvicinato attivamente al partito politico fondato da colui che sua moglie definiva, con disprezzo palese,  “il balabiotto”, declinando in italiano il termine mutuato dal dialetto milanese “balabiott”, cioè superficiale, perdigiorno, inaffidabile. Più che un aggettivo, un giudizio morale inappellabile.

Comunque, da quella notte avevano preso a trattarsi con una nuova cortesia un poco formale, posizionandosi su traiettorie sempre più distanti e allontanandosi con discrezione dal luogo del disastro, ultima scossa di un dissesto incominciato anni addietro. Dapprima aveva scavato un solco, poi eretto una solida parete di vetro attraverso la quale ciascuno osservava distrattamente la vita dell’altro. In fondo, la loro storia era incominciata più o meno così, osservandosi attraverso una lastra di vetro.

La famiglia di Emilio occupava uno spazioso appartamento al primo piano di un edificio in piazza Piola, pesante esempio dell’eclettismo razionalista milanese del 1940, di cui genitori di Florinda furono i custodi per trent’anni. Emilio si accorse che la figlia piccola dei custodi era cresciuta nell’estate dell’80. All’epoca aveva trentaquattro anni, si occupava già di investimenti nella banca d’affari di cui il padre era socio e piroettava da una ragazza all’altra senza nessuna intenzione di accasarsi. C’era tempo; per il momento preferiva dedicarsi alla carriera e al divertimento senza impegno. Rientrava per l’appunto da una nottata piuttosto divertente, di prima mattina, giusto in tempo per farsi barba e doccia, cambiarsi d’abito e filare in banca, inseguito dagli affettuosi rimproveri degli orgogliosi genitori, fieri di quell’unico figlio brillante e di successo. Scorse Florinda sbucare su piazza Piola in calzoncini corti, canottiera e scarpette da corsa (sapeva che gareggiava in ambito dilettantistico fin da bambina), il corpo lungo e snello scintillava di sudore nel primo sole della mattinata estiva, la camminata era elastica e leggera, elegantemente energica. Restò a fissarla come un babbeo, immobile davanti al portone. A mano a mano che si avvicinava notò la bellezza singolare del suo volto, un perfetto triangolo rovesciato con il naso corto e lievemente camuso, la bocca piccole e carnosa e gli occhi del colore dell’ambra scura posti in risalto dalle sopracciglia  marcatamente arcuate. Le cedette il passo senza dire una parola; lei gli rivolse un’occhiata blandamente irridente e un “salve” che non intendeva concedere nessuna confidenza. Respirò il suo odore, aspro e dolcemente legnoso, e rimase a guardarla allontanarsi, la lunga coda di cavallo castana e ondulata oscillante come un pendolo sulla schiena dritta.

Nei giorni seguenti, gli capitò di vederla dietro la vetrata della guardiola, intenta a smistare la corrispondenza prima di collocarla nelle apposite cassette, mentre insieme alla madre, la signora Iole, distribuiva saluti agli inquilini del palazzo che andavano e venivano; tuttavia, non trovò modo di incontrarla da sola per tentare un approccio qualsiasi, eventualità a cui quella non pareva minimamente interessata. Emilio era biondo, raffinato e fascinoso, abile conversatore e misurato affabulatore; soprattutto, non era avvezzo a essere ignorato. L’indifferenza di Florinda lo mortificava, lo indispettiva e lo intrigava terribilmente.

In effetti, la ventiduenne Florinda aveva altro per la testa. Momentaneamente disoccupata e perciò di supporto in portineria, era:  però in possesso di lettera di assunzione per un impiego (il terzo, dopo il diploma in ragioneria)  nella contabilità di un’importante azienda chimica. Avrebbe iniziato il 15 novembre perché sostituiva un pensionamento; dunque, poteva volare a New York per l’undicesima edizione della New York City Marathon.  “Dai, che siamo pronti per la maratona di New York!” La deliberata esagerazione, una citazione ispirazionale adottata dai compagni del gruppetto di atletica di cui faceva parte Florinda, alla vigilia di una competizione regionale, nelle mani di un preparatore audace ed entusiasta come e quanto i ragazzi che allenava era diventato un progetto. L’uomo aveva parenti emigrati a New York nel secondo dopoguerra e contatti con alcune associazioni sportive locali; nel giro di poche settimane aveva illustrato ai suoi increduli atleti un programma:

“I cinque maratoneti partiranno con me il 15 ottobre, così avremo tempo per allenarci in città. La maratona si svolgerà il 26 e per la prima volta il percorso non si limiterà ad attraversare cinque distretti, come nelle edizioni precedenti, sempre su 42 chilometri e rotti. A New York in ottobre potrebbe fare più freddo che a Milano, dieci giorni ci servono per acclimatarci”.

I cinque maratoneti lo fissavano stupefatti e anche scettici, poiché nessuno di loro poteva permettersi una lunga vacanza a New York, ma Giacinto Fornara, che lo sapeva benissimo, aveva una soluzione. Ex atleta abbastanza dotato da partecipare a vari campionati nazionali, era passato dalla duecento metri piani ai trecento metri siepi per allungarsi fino alla maratona, sempre rincorrendo una medaglia che non era mai riuscito ad acchiappare. A cinquantacinque anni non sognava più la gloria ma non riusciva a smettere di correre, e allenava ragazzi appassionati ma con pochi soldi, pagando a volte di tasca propria le iscrizioni alle gare.

“Dell’alloggio non dovrete preoccuparvi; i miei parenti hanno amici disposti ad accogliere ognuno un ospite: sono brave persone, famiglie numerose ma credo che vi saprete adattare. Il costo dell’iscrizione è di pochi dollari; per i voli, Don Erminio si è offerto di organizzare una colletta nelle prossime domeniche e di trovarvi qualche lavoretto retribuito, visto che siete tutti e cinque a casa a fare un cazzo. Nel frattempo, una mia cara amica che lavora in un’agenzia di viaggi si darà da fare per i visti e per trovare i voli più economici”.

Sulle facce dei  ragazzi si era stampato il sorriso un poco ebete di chi sta sognando a occhi aperti, e il Fornara ritenne di poter chiudere il discorso: “…siamo ai primi di giugno, pensateci pure con calma durante l’allenamento e al termine mi dite se ci state”.

La maratona di New York. New York, l’America nel 1980 per la figlia dei portinai di Piazza Piola, la figlia dei fruttivendoli del mercato rionale di Lambrate e i figli di tre operai di viale Argonne, Piazzale Susa e via San Faustino. Non avevano bisogno di sudare due ore, sotto il sole di una domenica pomeriggio di giugno che sembrava già estate per decidere che almeno un sogno doveva diventare una storia da ricordare, quell’anno che andai a New York per correre la maratona.

Florinda e i compagni, con l’inflessibile regia del Fornara, consumarono l’estate correndo dentro il caldo afoso che arroventa e rammollisce l’asfalto delle vie milanesi. Consegnarono spesa e pasti a domicilio, distribuirono volantini pubblicitari e portarono a spasso cani; soprattutto, si allenarono  spinti dalla determinazione e dalla fede. Non nel senso che sperava Don Erminio, ma tramutare una fantasticheria in un’aspirazione e impegnarsi per realizzarla concretamente è un’esperienza che attraversa delle fasi mistiche: specialmente se implica passare di corsa da Città Studi, Lambrate e l’Ortica nella canicola meneghina, ogni santo giorno.

“Ma il figlio dei Villa, l’Emilio: ti sei accorta che ti guarda con l’occhio languido ogni volta che passa di qua?”, disse un giorno la signora Iole rivolta alla figlia. “Emilio chi?”, replicò distrattamente Florinda, seguitando a sfogliare un opuscolo dedicato alla Maratona di New York.

E alla fine partirono imbarcandosi su un volo che avrebbe fatto un paio di scali, era quello che costava meno. Don Erminio era riuscito a finanziare l’intero costo dei biglietti grazie alla forza persuasiva con cui aveva convinto i generosi parrocchiani che aiutare i ragazzi in quell’impresa era un preciso dovere morale. In cambio, i ragazzi si erano impegnati a gareggiare indossando le magliette con la scritta in caratteri cubitali e purpurei Parrocchia di San Giovanni in Laterano – Via Pinturicchio – Milano, ma avevano promesso incrociando le dita dietro la schiena perché non ne avevano nessuna intenzione.  

Giunsero a New York in un  pomeriggio grigio e freddo, frastornati da un viaggio interminabile e furono accolti da un cugino del Fornara, il quale li caricò su uno scalcagnato pulmino e li subissò di chiacchiere. Fecero un giro per la città, intimiditi dall’ampiezza delle strade e delle piazze, dalle dimensioni delle auto, dall’altezza dei grattacieli ma, più in generale, da un paesaggio ignoto e mirabolante. Eppure, venivano da Milano, mica da un paesetto di provincia: però, era appunto così che sembrava la loro città, rispetto al luogo in cui erano stati catapultati per effetto di un miracolo (visto che c’era di mezzo un prete). La mattina dopo avrebbero incominciato a correre in mezzo a quelle strade e alla gente che andava di corsa – come a Milano – individuando dei punti di riferimento e prendendo un poco di confidenza con la toponomastica si sarebbero sentiti meno estranei. Verso sera, ognuno fu accompagnato presso la famiglia ospitante; il Fornara li congedò con il discorso motivazionale che sarebbe divenuto il mantra di quelle giornate straordinarie: “Tenete sempre a mente che qui non correte per vincere, ma per tagliare il traguardo con un tempo dignitoso. Però, correte come se poteste vincere”.

A Florinda toccò la famiglia Lauriola, gente originaria di Manfredonia che risiedeva in Eldridge Street, in uno dei tanti complessi di edilizia popolare risalenti all’inizio del XIX secolo nel Lower East Side, vicino all’East River. Il signor Michele gestiva un negozietto di barbiere a Brooklin e la signora Lena faceva la sarta in casa; entrambi potevano contare su di un afflusso costante e sufficiente di clienti, per lo più gli stessi da molto tempo. Si rivelarono subito cordiali ed espansivi; benché si trovassero negli Stato Uniti dal ’55, in casa parlavano italiano: sia i genitori che i figli, nonostante tre di loro fossero nati a New York. Solo il maggiore era nato nel ’50 a Manfredonia ed era anche l’unico che non vivesse in famiglia. Arrivò per cena e il padre lo presentò come il figlio randagio, quello che ogni tanto si ricorda di avere una casa e una famiglia a New York, e  allora torna. La definizione non conteneva alcuna polemica recriminatoria, rappresentava la sintesi onesta di una relazione famigliare che si reggeva su un proprio equilibrio. Alto e longilineo, il fisico irrobustito da uno stile di vita che non si poteve immaginare sedentario, il figlio randagio esibiva una lunga chioma castana, crini dritti e grossi pettinati all’indietro, a scoprire la fronte alta. Il volto presentava i medesimi tratti spigolosi della signora Lena ma definiti in maniera più armoniosa, gli identici occhi distanziati di un verde talmente trasparente da conferire un’espressione lievemente stralunata. Dalla madre aveva anche ereditato i modi affabili e il sorriso gentile, appena accennato.   

Nel corso della cena, lunga e festosa, Florinda scoprì che Filippo era stato agricoltore in Ohio e nel Montana, stalliere in allevamenti di cavalli e mandriano tra i bovini in Oklahoma e in Texas, cameriere e musicista in alcune road house lungo la Route 66, tra Arizona e New Mexico, buttafuori in un casinò a Las Vegas, venditore di auto usate a San Diego e bagnino a Santa Monica.

A un certo punto della serata, la signora Lena aveva rivolto al figlio uno sguardo traboccante indulgente sconforto; poi, chinandosi verso Florinda che le sedeva accanto aveva bisbigliato, in tono confidenziale: “Di tutti i miei figli, Filippo sembra quello riuscito meglio. Invece, mi è venuto un po’ storto”. Di fronte all’espressione perplessa della ragazza aveva ribattuto: “È storto. Te ne accorgerai…”. Perché sapeva già cosa sarebbe accaduto: era così evidente, fin da quella prima sera. Nella piccola stanza che le avevano riservato, mentre Filippo si era sistemato sul divano nel soggiorno, Florinda cercò inutilmente di concentrarsi sulla maratona e di prendere sonno, non riuscendo a fare né l’una né l’altra cosa. Diede la colpa al fuso orario. La mattina dopo corse con foga rabbiosa: fece un ottimo tempo ma il Fornara non era soddisfatto. “Stai correndo solo con le gambe, devi metterci anche la testa. Altrimenti, finirai per scoppiare anzitempo e all’improvviso”. Cercò di dargli ascolto e il pomeriggio andò meglio; eppure, Florinda aveva la bizzarra impressione di correre molto veloce, ma nella direzione sbagliata.

La sera successiva, Filippo la portò nei locali più underground del Lower East Side, compreso il celeberrimo CBGB in Bowery Street “…anche se”, commentò Filippo, “negli anni ‘70 qui suonavano, ultimamente fanno troppo fracasso”.

Più tardi, tenendola per mano mentre passeggiavano lungo l’East River, spiegò di avere lasciato New York a 18 anni perché voleva vedere un’altra America: in dodici anni, seguendo un istintivo itinerario interiore sempre modificabile, aveva percorso miglia su miglia spostandosi in treno, in bus e in autostop, confrontando paesaggi e persone profondamente differenti, imbattendosi più spesso in gente interessante che in gente noiosa e correndo talvolta qualche rischio. Viaggiando aveva scoperto di non volere stare fermo a lungo in nessun posto; non perché non gliene piacesse neanche uno; al contrario, perché ne poteva amare tanti. Nei suoi racconti Florinda intuì la stessa irrequietezza che la spingeva a precipitarsi verso una meta non sempre così netta; capì anche che si muoveva dentro orizzonti più ampi e indefiniti di quanto lei avrebbe mai potuto sopportare. Si persuase anche che Filippo potesse condividere i momenti di stasi, le sue migrazioni, invece, dovevano necessariamente rimanere solitarie. Cionondimeno, se ne innamorò subito, lo amò con la bramosia gioiosa delle provvisorietà non differibile, buona per costruire un ricordo indelebile, l’anno in cui corsi la maratona di New York e amai per tutto il tempo, solo per quel tempo, uno un po’ storto.

E furono giorni frenetici, su e giù dal Manhattan Bridge incrociando individui di ogni età e di molteplici etnie impegnati nella mdesima preparazione   (i partecipanti alla competizione furono più di 12.000), ognuno pronto a reclamare il suo ritaglio di gloria. La sera, invece, Florinda usciva con Filippo e il più delle volte dormivano nella mansarda gentilmente messa a disposizione da un suo amico, fuori città fino alla fine del mese. I Lauriola, con quattro figli maschi ormai fuori dall’adolescenza, non erano abituati a preoccuparsi di chi rientrava a dormire e chi no, e nell’80 da quelle parti la rivoluzione sessuale si era compiuta da un pezzo. In una di quelle notti, il lucernario sopra le loro teste incorniciava una luna sfacciata, contro la quale a un certo punto si stagliò l’ombra lunga di un grosso gatto che passeggiava sul tetto, presenza invisibile e quasi magica.

“E tu perché corri, Florinda?”

La domanda era precipitata con un tonfo molle dentro il silenzio confortevole e avvolgente, aprendo un varco. Era una questione che Florinda evitava da tempo di approfondire, ma provò a organizzare in una riflessione ponderata frammenti di pensieri e sensazioni. La sintesi più semplice era “perché mia sorella si è sposata incinta a 17 anni con un bravo ragazzo che sposta cassette di verdura ai Mercati Generali, e difficilmente potrà aspirare ad altro” ma, naturalmente, era un po’ più complicato di così. Tentò di descrivere la pressione dei suoi, impegnati a fornirle gli strumenti per sfuggire a un destino simile a quello della sorella, nata dieci anni prima di lei, sicché la incitavano a primeggiare in qualsiasi cosa facesse. Fu la prima della classe dall’inizio delle elementari all’ultimo anno di ragioneria, il che le guadagnò l’apprezzamento dei docenti ma non la rese tanto popolare tra i compagni di classe. Allora incominciò a correre: una sorta di fuga simbolica che finì presto per riprodurre lo schema in cui si sentiva intrappolata, ovvero la necessità inderogabile di essere la più brava.

“E così corri senza arrivare mai da nessuna parte”, commentò Filippo il quale, al contrario, era un esperto scardinatore di schemi.

Prima o poi ciascuno si imbatte nella propria epifania; a molti accade anzi più di una volta nella vita. Per Florinda quel momento si manifestò il 26 di ottobre del 1980, nel bel mezzo di una maratona complicata da temperature insolitamente rigide e da violente raffiche di vento. Lo statunitense Alberto Salazar aveva già tagliato il traguardo con un tempo di 2h 09’41’’, mancavano pochi chilometri all’arrivo; Florinda si voltò per controllare se ci fosse qualcuno della sua squadra. Tra di loro era la prima, come sempre. Stava arrivando Lele, l’eterno secondo, uno che aveva incominciato a correre sin da piccolo per sfuggire alle botte di un padre violento. Magro e nervoso, dotato di lunghe leve potenti, non aveva ancora imparato a coordinare gambe, braccia e respirazione per imprimere al corpo la velocità massima senza stancarsi troppo presto, così il più delle volte crollava verso la fine della gara. Florinda riconobbe la sofferenza sul suo volto contratto e decise di cambiare il finale della sua rappresentazione: via, fuori da quel recinto, e finalmente tutto quel correre controvento avrebbe avuto un significato. Simulò una storta, si accasciò a terra massaggiandosi una caviglia sanissima. Lele la raggiunse in pochi minuti, le si fermò accanto e, correndo sul posto per non perdere fiato e ritmo  le chiese se avesse bisogno di aiuto. Lo rassicurò e gli intimò di proseguire la corsa; si rialzò poco dopo e mantenne una certa distanza dal compagno per non essere tentata di sorpassarlo. Arrivò pochi minuti dopo di lui, si abbracciarono e improvvisarono un goffo ballo avvinghiati come due innamorati, che suscitò l’ilarità e gli applausi degli astanti, Avevano realizzato un tempo che li poneva tra i primi cento, risultato più che onorevole.

“Ma si può sapere cos’è successo oggi?”, le chiese più tardi il Fornara. “Niente: si vede che è arrivato il momento di Lele”, rispose; quello capì al volo e non fece commenti.

Ancora una notte e un giorno e la breve, magnifica vacanza sarebbe terminata; il momento dei saluti con i suoi generosi ospiti fu malinconicamente festoso, come quando si guardano scorrere i titoli di coda di un film, finisce una bella storia che non si ha facoltà di prolungare ma solo di ricordare. Filippo e Florinda si scambiarono la sola promessa che sapevano di poter mantenere, chiusi nell’ultimo abbraccio, poche parole bisbigliate simultaneamente: “Non ti dimenticherò mai”.

Ripensando a Filippo, anche molti anni dopo, Florinda si rigirava nella mente la strofa di una vecchia e cara canzone dell’Equipe 84, chissà dove sei, cosa fai, con chi sei. Non frequentava nessun Ristorante di Alice, dove una seggiola vuota avrebbe raccontato la fine di un amore ma, in un certo senso, quel posto vuoto se lo portava dietro, ovunque andasse. Eppure, paradossalmente, il ricordo di Filippo (sono stata capace di essere anche quella persona là), mai virato nel rimpianto,  l’avrebbe aiutata ad adattarsi a una realtà non del tutto soddisfacente, e anche a covare la facoltà di una ribellione che un giorno o l’altro avrebbe cambiato ogni cosa.

Quando tornò a Milano, sua madre le riferì che un giorno Emilio si era azzardato a bussare al vetro della portineria per chiedere sue notizie, dato che non la vedeva da diversi giorni. La sua espressione era così afflitta e l’intera persona appariva talmente affranta, raccontò la madre, che quel ragazzo antipatico e spocchioso come il resto della famiglia, compresa la domestica, le aveva fatto un po’ compassione. Dunque, gli aveva risposto con gentilezza “è a New York per una breve vacanza. Sa, partecipa ala Maratona con il suo gruppo del Centro di Atletica”. Fu la prima volta in cui Filippo temette di avere perduto  Florinda, e non fu certo l’unica.

Sul finire del primo giorno sull’isola, Florinda alzò il tozzo bicchiere quadrato ricolmo di un bianco insidioso, omaggio del cordiale padrone di casa. “Alla mia salute”, dichiarò al sole ammiccante dietro una nuvolaglia rosata, davanti a un tramonto che grondava rosso e arancio, pennellate pesanti che parevano gocciolare nell’acqua scura e sfavillante di bagliori incendiari. La nota del mare si faceva lenta e greve assestandosi in un ritmo ancestrale, preludio di una notte di solitudine assoluta e benevola, persino necessaria. Cullata da una magnifica sensazione di sospensione, adatta alle retrospezioni più schiette e alle meditazioni più coraggiose, provò a rammentare cosa l’avesse persuasa a cedere alla garbata insistenza di Emilio nell’inverno dell’80. Dapprima fu il tentativo di superare un fastidioso senso di vuoto, quasi di smarrimento. Emilio era divertente e premuroso; di sicuro, si lasciò attrarre dalla sua determinazione, così lontana dall’affascinante inafferrabilità di Filippo. Le piaceva, apprezzava la sua compagnia e ammirava la tranquilla risolutezza, derivante in proporzioni non calcolabili dalla maturità, dal successo personale e dalla posizione sociale attribuita dalla sorte. Se ne innamorò con una certa avarizia di emozioni e considerò che ciò avrebbe favorito un sentimento più profondo e durevole. Si sposarono un anno dopo facendo a meno dell’entusiasmo delle rispettive famiglie, egualmente diffidenti nei confronti di quell’unione anche se per ragioni opposte. Florinda non lasciò il suo impiego nemmeno quando nacque l’unico figlio, così come non rinunciò a correre, benché non gareggiasse più. All’inizio dell’82, il Fornara aveva avuto un infarto mentre si allenava di primo mattino al Parco Lambro. Si era rimesso bene e in tempi piuttosto rapidi ma gli rimase appiccicata addosso la paura strisciante  che scaturisce dalla consapevolezza della fragilità del corpo e della caducità dell’esistenza, e non fu più lo stesso. In breve, anche il gruppo dei maratoneti si era dissolto, ognuno impegnato a rincorrere la propria vita adulta.

Florinda si era convinta che la stabilità affettiva derivante dal matrimonio con Emilio avrebbe risolto l’irrequietezza e lo scontento sottile che la inducevano a correre ponendosi dei traguardi fittizi; fu così fintanto che il figlio assorbì gran parte dell sue attenzioni. L’infanzia di Gabriele coincise con il periodo dell’ascesa professionale di Emilio. Apprezzato per le sue competenze, per l’inttuito e per l’audacia di alcune operazioni proficue, si dedicò alla paziente tessitura di una rete di conoscenze che dopo la metà degli anni ’90 lo avvicinò alla politica,  senza che ciò lo distogliesse dalla sua attività, anzi, incrementando le opportunità proprio grazie alle relazioni utili e a certe informazioni talmente tempestive da apparire talvolta predittive. Superata la fase affannosa dell’impegno materno sommato a quello lavorativo e domestico, Florinda si ritrovò a osservare con maggiore attenzione l’uomo che aveva sposato.  Si erano frequentati poco, negli ultimi anni, lui sovente a Roma o altrove e lei nel bell’appartamento in piazza Piemonte con il figlio Gabriele e l’invisibile signora Delia, che due volte alla settimana passava a pulire casa e a stirare. Accompagnando Emilio  in certe occasioni opportunisticamente mondane, Florinda ebbe modo di scoprire una sfaccettatura fino a quel momento sospettata trasversalmente, tralasciandone la definizione esatta: un tratto da manipolatore, guidato da una spregiudicatezza freddamente scaltra e anche coscientemente disposto a essere usato, se ciò poteva avere un ritorno economico o di prestigio. Non le piacque, così come disprezzò subito l’ambiente in cui suo marito si muoveva e l’uso disinvolto delle decisioni politiche per perseguire i propri interessi e quelli di pochi altri omologhi.

Così, ricominciò a correre: non la corsetta occasionale ma un impeto che la spingeva a un’andatura sempre più veloce, una fuga e una tensione verso una meta, le due cose si confondevano e sovrapponevano. Fammi capire bene, stai pensando di chiedere il divorzio per divergenze politiche?, si chiese polverizzando chilometri dentro un’alba fredda, Milano ancora mezza addormentata, in un soliloquio che generò sbuffi di fiato biancastro nell’aria pungente. Nottambuli in cerca della strada di casa, battone, netturbini, giornalai e poveri cristi a vario titolo, pochi viandanti frettolosi e indifferenti tra i quali – attraverso i quali – passava senza rallentare; poteva esternare il malessere che dissimulava ogni sera dietro un sorriso e un’apparente distrazione. Comunque, no, o forse sì; di nuovo, era un po’ più complicato di così. Lo scollamento iniziato anni addietro era stato graduale e degenerativo, a mano a mano che Florinda acquisiva coscienza della difformità dei valori etici che regolavano i reciproci comportamenti, e tali discordanze affioravano anche durante i confronti con Emilio sugli argomenti più banali. Persino verso il suo mestiere nutriva una  diffidenza di carattere morale, ritenendo che implicasse il ricorso a raffinati magheggi volti a turlupinare il prossimo e aggirare la legge. Era consapevole che la valutazione non potesse estendersi all’intera categoria degli intermediatori finanziari, ma certo valeva per suo marito.

Rimaneva l’amore per il figlio a mantenere in vita un sentimento logorato eppure resistente, le consuetudini e l’inspiegabile caparbietà dei loro corpi, capaci di riconoscersi in qualunque buio e di continuare ad amarsi, a dispetto di ogni disincanto. Fino a quella notte d’inverno del 2010 quando anche l’alchimia provvisoria dei sensi aveva smesso di funzionare.

Nei mesi che seguirono, mentre molti tra i suoi sodali politici seguitavano a ballare reggendo l’ultima coppa di champagne sul ponte metaforico di una nave che affondava sul serio, Emilio si affannava a sistemare situazioni, interrompere contatti e ridimensionare relazioni consolidandone altre. Florinda osservava la sua insolita frenesia, di cui intuiva le ragioni, con una commistione di distacco e di compassione, benché gli attribuisse la responsabilità della sua condizione attuale.

Quell’estate le vacanze non erano nemmeno state oggetto di conversazione; Florinda dapprima programmò di fare visita a Gabriele, il quale si era trasferito a Tokio nella primavera appena trascorsa, ma l’idea di passare del tempo con la sua glaciale compagna giapponese la scoraggiò. Un’amica le aveva parlato con entusiasmo di un’isola appartata,  mostrandole molte foto che ne illustravano le singolari caratteristiche e aveva prenotato per settembre, nel periodo in cui ricorreva il trentesimo anniversario di matrimonio. C’era stato di certo un momento in cui aveva preso in considerazione la possibilità che il disastro che stava rischiando di travolgere suo marito, costringendolo a cambiare i piani per il futuro che ancora gli rimaneva, avrebbe potuto disintossicarlo da anni di spregiudicatezza, di cinismo e di azioni ai limiti della legalità. Come se tutto ciò si fosse depositato in superfice, senza corrompere la sua essenza più intima,  e potesse quindi essere lavato via.

“Parti con me, sarà una breve vacanza che ti servirà per tirare il fiato”, gli aveva proposto annunciandogli quel viaggio e pentendosi già prima di finire la frase. Lui l’aveva guardata a lungo senza rispondere; lei aveva fatto un gesto con la mano, come per scacciare un insetto molesto. “Ma no, lascia stare, hai altro di cui preoccuparti”, ed Emilio era rimasto a guardarla mentre usciva dalla stanza, turbato dal dubbio che avrebbe potuto perdere anche lei, insieme ad altre cose che reputava più rilevanti. Florinda aveva lasciato Milano proprio mentre la percezione del dissesto imminente del Paese era più che mai tangibile e si accompagnava alla certezza di una catastrofe personale non più negabile.

La prima notte sull’isolaFlorinda scivolò dentro un sonno imperturbabile sulle due note reiterate delle onde che si infrangevano sulla spiaggia e subito rifluivano nel mare con un risucchio lieve. Si svegliò quando una lama di luce tiepida le sfiorò il viso, mentre le pale del grande ventilatore posto sopra il letto smuovevano particelle rilucenti di pulviscolo. Non percepì alcun rumore riconducibile alla presenza umana, solo lo sciacquio di onde basse e brevi sui ciottoli della riva e il garrito dei gabbiani in lontananza, o di qualche altra specie ornitologica. Dopo colazione fece una lunga corsa spinta da uno slancio che non sperimentava da tempo; scoprì che poteva quasi circumnavigare l’isola e riaffiorò l’antica convinzione di muoversi senza mai arrivare da nessuna parte o, meglio, ritrovandosi sempre al punto di partenza. Più tardi, seduta all’ombra del portico, si appassionava alle vicende di Ida Ramundo e delle altre figure che popolano La Storia di Elsa Morante, rifuggendo a una riflessione che avrebbe potuto rappresentare il senso vero dell’approdo in quel luogo estraneo, disposto a tollerare la sua presenza senza avere nessuna intenzione di accoglierla. Più avanti, magari, pensò cedendo a una pigrizia piacevolmente soverchiante. Si riscosse allorché scorse una figura umana che stava emergendo dall’acqua, proprio davanti a lei. Ne prese atto senza allarme, incuriosita dalla presenza di un esemplare appartenente alla sua stessa specie. In un primo momento lo scambiò per il giovanotto dell’aliscafo, stessa corporatura atletica, identica postura gioiosamente spavalda, poi considerò che si stava infilando nell’età in cui i giovani maschi finiscono per essere catalogati grossolanamente in non più di tre o quattro tipi morfologici: costui era del tipo mediterraneo longilineo, nel complesso piuttosto piacevole. Camminava verso la riva scrollandosi di dosso l’acqua con una serie di energici scuotimenti perfettamente controllati, una sequenza di gesti vigorosamente fluidi: sembrava la rappresentazione di una danza tribale. La carnagione era scura come  capelli, una matassa voluminosa di ricci talmente fitti che le goccioline d’acqua brillavano scivolando sulla superficie, apparentemente senza bagnare la capigliatura.  Florinda valutò che dovesse essere più giovane di suo figlio, che pure seguitava a considerare un ragazzo mentre questo le sembrava senz’altro un uomo adulto ma, d’altronde, non lo stava guardando da una prospettiva materna. Lo sconosciuto l’aveva raggiunta, sorriso sfrontato, sguardo curioso e il corpo grande che imponeva la sua presenza occupando tutta la visuale: “La sorte ha avuto pietà di me. Finalmente un altro essere umano in questa magnifica desolazione, oltre ai due vicini di casa che se ne stanno tutto il tempo appallottolati sotto il portico, assorti in pratiche che richiederebbero un po’ più di riservatezza. Raoul, piacere”, disse posando l’accento sull’ultima sillaba  con una cantilena melodiosa nella voce dal timbro fondo e un po’ sporco da cantante di blues. Parlava un buon italiano, l’inflessione e i tratti somatici ne denotavano l’origine ispanica. In effetti veniva dalla provincia di Cienfuegos, nel sud di Cuba, viveva vicino a Bologna, dove la sua famiglia si era trasferita nel 2005 e frequentava il quarto anno di Medicina all’Alma Mater.  Florinda lo soppesò attentamente: lui lasciò fare, come se vi fosse abituato. “Ho ventidue anni, però sembro un po’ più grande, è sempre stato così. Invecchierò prima”, concluse senza mostrare di crucciarsene.

Il pomeriggio era ancora lungo, uno spazio vuoto che era meglio riempire di parole lievi, anziché di pensieri vecchi e avvitati tenacemente,  refrattari a un’interpretazione puntuale e inutili ai fini di una qualsiasi risoluzione. Malgrado la giovane età, Raoul aveva molte storie da raccontare, quasi tutte ambientate sulla sua isola, e l’abilità di un narratore esperto. Cercava i termini più adatti, modulava la voce mettendoci enfasi, nostalgia, amarezza o comicità, la cadenza dolce che si stava già impastando con il ritmo musicale, aperto e allungato della parlata bolognese con un risultato bizzarramente armonioso. Si salutarono verso sera con una stretta di mano esitante, ciascuno fingendo di avere altri impegni, “ci vediamo in giro”: inevitabile, in quel posto.

E in effetti si incontrarono la mattina dopo mentre correvano in direzioni opposte sulla spiaggia. Lui invertì il senso di marcia, scambiarono qualche parola sincronizzando senza sforzo l’andatura. Più tardi, si buttarono nell’acqua mossa da piccole onde spumose nuotando appaiati e riposarono galleggiando senza peso, i corpi che di tanto in tanto si sfioravano, avvicinamenti casuali e innocenti.

“Ti vedi con qualcuno, stasera?”, chiese Raoul serissimo, dopo avere passato gran parte del pomeriggio a raccontarle del suo nonno paterno, poeta disoccupato che viveva alterne fortune come autore di canzoni, un simpatico fanfarone che sapeva inventare storie avventurose dalla trama intricata che finivano quasi sempre bene. Nel’99, quando aveva dieci anni, lo trascinò a L’Avana per vedere al cinema il documentario di Wim Wenders dedicato ai  Buena Vista Social Club, gruppo leggendario che il nonno adorava. Dato che era una co-produzione cubana di cui le autorità andavano molto fere, lo avrebbero trasmesso anche sulla televisione di Stato, ma il nonno pretese la prima cinematografica alla quale si commosse e applaudì come tanti altri e fu un pomeriggio memorabile.

Florinda aveva il dubbio che non tutte le situazioni straordinarie  descritte da Raoul fossero completamente veritiere ma certo erano ben costruite, la narrazione era avvincente e, probabilmente, Raoul assomigliava un poco al nonno paterno. 

Le giornate sull’isola si avvicendarono con un singolare andamento dilatato eppure fulmineo, saldamente piazzato in una zona franca dove era libera di interpretare il ruolo che più le piaceva, per un tempo predefinito.

“Cosa ci fai da solo in un posto come questo, alla tua età? Vacanza premio vinta con le patatine o scelta incauta?”

Raoul rise, prese tempo cincischiando una manciara di ciottli neri e lisci.

“Scelta consapevole. Una storia finita male, il bisogno di raccogliere i cocci in un posto lontano, senza distrazioni. Piuttosto banale, no?”

Non fu il preludio di altre confidenze, non  erano interessati a quel tipo di conoscenza. Attraversarono il resto del tempo riempiendo quello spazio vuoto e pulito con i gesti di una seduzione riluttante a raggiungere un congiungimento: non avrebbe rappresentato un inizio ma solo la fine di un’affascinante schermaglia. Era un gioco ingenuo e sapiente che improvvisava regole per infrangerle, in equilibrio sul filo di parole per raccontare senza rivelare le persone che erano realmente, ma da un’altra parte. Allora, Florinda riuscì a osservare la sua intera esistenza da un punto di vista talmente distante da poterla guardare con occhi estranei, evitando tranelli emotivi e distorsioni della realtà per effetto del ricordo o del residuo di un sentimento. Era tutto così chiaro, infine. A un certo punto – mancava poco alla conclusione di quella breve vacanza – si domandò se non avesse bisogno dell’emozione di un altro corpo, sconosciuto e irrilevante, e del peso di un deliberato tradimento per recidere un legame che ormai si aggrappava alla gabbia rassicurante delle consuetudini. La sera prima della partenza, seduta sulla spiaggia respirava la vicinanza di quel ragazzo che poteva essere suo figlio, ma non lo era, mentre dicevano sciocchezze sulla luna tonda e piena appesa sopra il mare quieto. Si addormentarono molto più tardi, adagiati sulle amache affiancate sotto al portico della casa di Florinda. Un bacio affettuosamente casto, parole sempre più rallentate dondolavano in sincrono con i comodi giacigli sospesi dentro la notte luminosa  (libero com’ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori, come faceva quella canzone di Samuele Bersani?), finché le mani allacciate non furono disunite con delicatezza dal sopraggiungere del sonno.

Dopo la metà di settembre a Milano l’estate  se n’era andata con la medesima fretta delle rondini a fine stagione. Il cielo, tinto in vari toni di grigio, era una metafora perfetta della tempesta innescata dall’inarrestabile innalzamento dello spread, argomento che ormai occupava molto spazio non solo sulla stampa e nei notiziari televisivi ma anche nelle conversazioni quotidiane tra i cittadini i quali, finalmente, capivano quanto ciò li riguardasse.

Florinda trovò Emilio in un insolito stato di agitazione febbrile. Le spiegò che qualche giorno prima la Guardia di Finanza aveva fatto irruzione negli uffici della banca d’affari, per effetto di ripetute segnalazioni della Consob in merito a diverse operazioni che aveva definito “opache”, con un evidente eufemismo. Avevano perquisito anche la casa e messo i sigilli alla stanza che Emilio usava come ufficio, sebbene per il momento non ci fossero notizie di reato.

“Io ho preso da tempo le mie precauzioni e me la caverò con qualche seccatura, tu sei sempre stata estranea ai miei affari e puoi stare Tranquilla. Ho fatto bene a dimettermi da sottosegretario l’anno scorso; questo governo sarà mandato a casa presto e a calci nel sedere. Sai, mi sei mancata, anche se è stata solo una breve vacanza. Quando questo casino si placherà, lasceremo la città e ce ne andremo…da qualsiasi altra parte, che ne dici?”, concluse Emilio troppo in fretta, pressato da un’urgenza drammaticamente  tardiva. Intanto che parlava con crescente affanno stringendo in un goffo abbraccio il corpo indifferente di sua moglie, cercava di non ascoltare il rumore che gli ronzava in testa, sempre più fragoroso. Assomigliava al suono oscuro che deve produrre una valanga mentre precipita a valle, diventando via via più grossa e distruttiva. Guardò il viso bello e sereno di Florinda, il perfetto triangolo rovesciato di cui si era subito infatuato un mattino di un’estate lontana. L’aveva persa, stavolta per davvero, non era stata solo una breve vacanza. Mentre formulava tale deduzione dolorosa si rese conto che non era nemmeno così: in realtà,  non l’aveva mai avuta. Era stato tutto un equivoco, un terribile e magnifico fraintendimento.

Florinda si scostò con garbo imbarazzato, pensò al figlio ormai adulto e lontano e alla casa in cui viveva da tanti anni, che le era sempre sembrata inutilmente grande e pretenziosa. Considerò che non c’era nulla che desiderasse portare con sé, a parte i suoi abiti e nemmeno tutti.  Presente e futuro stavano dentro un paio di bauli, il passato giaceva nella memoria.

Emilio stava dicendo ancora qualcosa  – …momenti complicati…restare uniti…il futuro di nostro fIglio… – ma Florinda aveva smesso di ascoltarlo. Un paio di bauli, una casa nuova, l’avvocato,  questo aspetto sarebbe stato fastidioso,  poteva semplificarlo rinunciando a qualsiasi pretesa. Tornare a uno stile di vita modesto non le dispiaceva, anzi, lo trovava più congeniale. Finalmente, l’impulso a correre verso un altrove indefinito avrebbe trovato uno scopo e una meta, e un orizzonte più vasto.

“…Potrei ma non voglio, fidarmi di te

Io non ti conosco e in fondo non c’è

In quello che dici qualcosa che pensi

Sei solo la copia di mille riassunti

Leggera, leggera, si bagna la fiamma

Rimane la cera e non ci sei più…”

(“Giudizi universali”, Samuele Bersani)