l’errore che faceva era sempre il medesimo: pensare che le persone fossero migliori di quel che in realtà erano. Da tale fondamentale errore di valutazione scaturivano situazioni che, invariabilmente, generavano accessi di collera e concomitanti attacchi di colite.
Detestava sprecare tempo ed energie per difendersi dall’altrui meschinità, ma qualche volta era indispensabile, per non soccombere. Il retrogusto di giornate simili era inevitabilmente amaro, e il sistema più efficace ed economico che conosceva per chiudere fuori dalla porta di casa l’elettricità accumulata nello sforzo di risolvere diplomaticamente situazioni che avrebbe istintivamente e volentieri risolto a testate, era andare a correre.
Correre tra vigneti e campi di erba medica la riconciliava con il mondo, e la induceva a ricordare che, in fondo, se il prezzo da pagare per tutto ciò che aveva era quello, conveniva accettarlo senza fare tante storie.
Faceva sempre lo stesso giro, praticamente un anello intorno alla cima della collina dove abitava: era un percorso tranquillo e poco trafficato, dove il pericolo maggiore era rappresentato dal fondo stradale piuttosto sconnesso. Non aveva grandi velleità atletiche, benché fosse una fanatica della forma fisica che accettava con molta fatica l’inevitabile declino tipico della maturità e che lottava per continuare a dimostrare 10 anni di meno di quelli che aveva.
Su quel percorso le capitava spesso di incontrare un ragazzo che, invece, di velleità atletiche doveva averne parecchie, perché la superava spedito e fiero, guardandola con la coda dell’occhio, mentre lei si sforzava di darsi un contegno e di imprimere più energia alla sua corsa.
Era di una bellezza seccante, piccolo di statura, snello e con una muscolatura ben definita, capelli lunghi color miele legati a coda di cavallo, abbronzato con quella sfumatura che assumono i biondi molto abbronzati, e la sua fugace apparizione le ricordava inevitabilmente che lei ormai era entrata in quell’età in cui si è solo ex, e l’unico vantaggio sta nell’inventarsi di essere ex anche di ciò che non si è mai stati.
Ormai ne riconosceva la cadenza del passo, e quando quella sera sentì alle spalle l’inconfondibile ritmo leggero e veloce, istintivamente raddrizzò la schiena, regolò la respirazione e si sforzò di staccare il più possibile i piedi da terra. Sorpassandola, lui si girò leggermente ed alzò una mano in segno di saluto. Guardandolo che si allontanava, lei pensò che era la metafora della vita: la gioventù che si allontana rapidamente, e tu che arranchi nell’inutile tentativo di riprenderla. Scacciò velocemente quel pensiero per non immalinconirsi. Il sole stava calando dietro le colline, tingendo il cielo con una sfumatura rosata, che poteva essere una fine ma anche un inizio, dopotutto.
Affrontò con decisione la curva prima della salita che portava verso casa, chiedendosi se ce l’avrebbe fatta a mantenere un leggero passo di corsa fino alla fine senza rischiare l’infarto, e fu allora che vide la metafora ferma a bordo strada, a metà salita, con la gamba destra tesa in un tentativo di stretching estremo. Si avvicinò con il suo passettino da ex tutto, si fermò, valutò la sua espressione sofferente e chiese, cercando di controllare un impercettibile affanno: “posso aiutarti?” Lui alzò la testa e rispose “ma no, è solo un crampo, ora passa” – “ok,allora ciao” “ciao, ci si vede. E grazie”. Lei riprese a correre, pensò che pochi metri la separavano dal cancello di casa, e ce l’avrebbe fatta. Ce l’avrebbe fatta.