INSONNIA


Nelle notti insonni la mente vaga indisturbata, produce pensieri perfetti e concepisce soluzioni brillanti, delle quali al mattino non vi è traccia.
Per quanti sforzi uno faccia, alla luce del giorno l’unica traccia certa è quell’avvilente ombra nera sotto gli occhi che spegne anche lo sguardo solitamente più vivace.
Capisco ad un tratto perché gli scrittori – quelli veri – si alzano dal letto spinti dall’urgenza di fissare l’intuizione del momento, ben conoscendone la natura effimera. Ma io non sono uno scrittore vero, e in questa notte autunnale immagino per un attimo di alzarmi, mettermi alla scrivania e scrivere subito, di getto, quelle elucubrazioni che mi paiono così limpide. Ma mi lascio vincere dalla pigrizia e mi rannicchio sotto la coperta, alla vana ricerca del sonno perduto.
La notte è colorata da suoni lievi che percepisco grazie all’insolita lucidità indotta dall’insonnia. Cerco di catalogarli: il canto monotono di una civetta, che dimora da qualche tempo sul grande ippocastano davanti a casa, passi leggeri sulla ghiaia, forse uno dei gatti in cerca di prede notturne, un improvviso stormire di fronde, qualche uccello si è alzato in volo dal ciliegio o dall’ippocastano, un insistente grattare sul vetro del lucernario, e questa è la solita gazza che da quest’estate cerca di entrare in casa, dopo esserci quasi riuscita una volta che lo ha trovato aperto.
Cerco di sottrarre la gamba destra ai 5 chili di peso della mia gatta, ma niente da fare: lei si adagia ancor più comodamente seguendo il mio spostamento. Ho ormai un principio di crampo, e all’improvviso sono inghiottita da un rewind che mi riporta nella stanza dove dormivo con i nonni in campagna, un bel pò di anni fa: la nonna Tina che senza alcun senso di colpa sveglia il nonno Berto “Bertu, gu i ranf in di gamb” e il nonno che farfuglia, in uno stato di sonno vigile “Tina, proeva à ciapà un ranfolitico”. Leggero odore di chiuso e di mele.
Di tanto in tanto, una vettura passa sulla strada provinciale dietro casa.
Le tre del mattino, ma è ancora notte, e mi rivedo alla stessa ora di una notte in una vita che ormai non mi appartiene più, vagare per le vie di Milano su una Panda rossa. Mi rivedo cercare inutilmente un parcheggio sotto casa, per rassegnarmi infine a lasciare l’auto a un isolato di distanza dall’appartamento in cui vivo sola a Milano. Periferia nord, case tutte uguali in piccoli cortili senza allegria. Il rumore dei miei tacchi risuona sull’asfalto del marciapiede, istintivamente cammino in punta di piedi. Avvicinandomi all’ingresso del cortile noto che c’è un furgone bianco parcheggiato proprio davanti; subito dopo – troppo tardi – vedo che un ragazzo se ne sta appoggiato al furgone, rivolto verso il portoncino di ingresso, e realizzo velocemente che per entrare sono costretta a passargli davanti. E’ un ragazzo giovane, lunghi capelli biondi, jeans e giubbotto nero, tiene un piede appoggiato al furgone e fuma, aria perbene. Ma non può essere. Non lì, a quell’ora. Un attimo di sospensione, di qualsiasi percezione o sensazione. Per raggiungere la scala E, chiusa a chiave, devo percorrere lo stretto cortile fino in fondo e girare l’angolo. Ho le chiavi in mano. Proseguo, in quel quartiere di periferia, a quell’ora, non potrei fare altro. Gli passo davanti sullo stretto marciapiede e quasi ci sfioriamo, oltrepasso il portoncino e scatto all’istante come un centrometrista, nonostante il tacco 12 e la gonna stretta. Lui mi segue. Scala A chiusa, scala B chiusa, scala C è aperta, mi fiondo sul pianerottolo e mi attacco al campanello della prima porta facendo un baccano infernale. Lui mi afferra per un braccio, non emette suono, mi fa male al braccio, percepisco il suo odore, fumo e sudore e qualcosa di metallico: ma io tiro calci a caso e grido sempre più forte. Una porta si apre al primo piano, qualcuno chiede “che cazzo succede?”, passi sulle scale. Il ragazzo molla la presa e scappa via. Portiera del furgone che sbatte, motore che si avvia, il furgone si allontana. “Tutto a posto, grazie, scusi tanto”. Raggiungo velocemente il mio appartamento e chiudo la porta blindata alle mie spalle, sono un po’ frastornata ma tutto sommato soddisfatta di aver gestito una situazione rischiosa. Era un’epoca in cui avevo grandi aspettative sorrette da un’autostima esagerata. Mentre mi lavo i denti, mi passano per la mente come un film una serie di cose che avrebbero potuto succedere se l’ingresso della scala C non fosse stato aperto (ho sempre avuto questa caratteristica di tradurre simultaneamente in immagini molti pensieri. Non è sempre un vantaggio), e all’improvviso la mia sicurezza svanisce per lasciare il posto al panico. Ricordo che aspettai la luce seduta su una sedia, in soggiorno: avevo paura degli incubi che sicuramente avrebbero popolato il mio sonno ed anche la mia più probabile insonnia.
Il ricordo è tanto nitido da mettermi ancora a disagio. Accendo la lampada sul comodino, la gatta emette un leggero sospiro, mio marito è una presenza rassicurante anche se dorme come un sasso.
Dovrei proprio decidermi a scrivere.