PIAZZA FONTANA


Coltivo il ricordo di diversi eventi nella mia vita dopo i quali e per effetto dei quali niente fu mai più come prima. Quasi tutti personali, ma qualcuno anche pubblico.
Milano, 12 dicembre 1969. Periodo economicamente non facile per la mia famiglia, ci eravamo trasferiti dalla zona di San Siro in un brutto quartiere della periferia nord, dove l’Istituto Autonomo Case Popolari ci aveva assegnato un appartamento.

Frequentavo la prima media in un istituto di suore, l’anno in cui gli americani sbarcarono sulla luna.
Nel pomeriggio avevamo doposcuola e le lezioni di applicazioni tecniche, ore noiosissime nelle quali le suore tentavano (invano, per quel che mi riguarda) di insegnarci a cucire, a ricamare, a lavorare all’uncinetto e a maglia. A me venivano male anche le sciarpe.
Alle cinque del pomeriggio suonava la campanella ed ero finalmente libera di tornare a casa a fare i cruciverba insieme al nonno Berto.

Quel giorno il nonno mi aspettava fuori da scuola, come sempre; tornammo a casa con l’autobus e ci fermammo dal salumiere sotto casa. A quel tempo non c’era internet, ma in qualche modo sotterraneo e misterioso le notizie importanti si diffondevano, anche se più lentamente.

Erano ormai le 17,30, buio come è buio a dicembre, quasi Natale.
In negozio due persone dicevano al salumiere che era successo qualcosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, pareva che fosse scoppiata una caldaia, era saltato in aria tutto e la Banca era piena di gente, come tutti i venerdì pomeriggio, perché gli agricoltori aspettavano la chiusura della loro Borsa-mercato per recarsi in Banca, e la Banca prolungava perciò l’orario di apertura.
Ero stata spesso in quella filiale con papà, ex impiegato della Banca Commerciale, che lì aveva un paio di amici che talvolta andava a salutare. Ricordavo bene il cerchio perfetto della sala principale, con il bancone semicircolare sovrastato dalla cupola a vetri, e in quel momento non pensai alle persone, ma a quella bella sala devastata dall’esplosione.
Mamma lavorava in via Giulini, e quando arrivò (in ritardo) ci spiegò che alle 7 di sera, usciti dall’ufficio, lei e alcuni colleghi erano confluiti in piazza Fontana per capire cos’era successo, con quello scoppio che aveva fatto tremare i vetri fino in via Dante.

E raccontò, mentre lacrime silenziose le scendevano lungo le guance e finivano sulla borsetta che continuava a stringere a sé, che la polizia diceva che era stata una bomba, e che non avevano ancora transennato la piazza e c’erano sangue e pezzetti di gente sui muri. Disse proprio “pezzetti di gente”. Ovunque. E brandelli di abiti e di scarpe e di borse. Erano agricoltori, era brava gente che lavorava, perché?, diceva la mamma.
Dopo quel giorno, Milano non fu mai più come prima, e nemmeno noi milanesi. Non ci sentimmo più al sicuro, capimmo che non bastava essere onesti e rigare dritto per non essere presi di mira. In qualche modo, la vita divenne più complicata.
Fu uno strano Natale, quello del 1969.

Le suore ci fecero pregare molto: ma io, che già allora dubitavo molto, non ho mai pregato.

Ho continuato a vedere quella bella sala devastata e i muri imbrattati del sangue di gente che non c’entrava niente.

Di qualunque cosa si trattasse.

2 comments

  1. Avatar di Girolamo
    Girolamo · aprile 14, 2015

    Una bella cronaca raccontata molto bene Sonia. Io che sono un pò più grande, e allora militavo già…, ricordo benissimo lo stupore e l’incredulità, e per noi era chiaro fin dall’inizio da dove arrivava la mano stragista. 🙂

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    • Avatar di Sonia Fantozzi
      tacchidadiedatteri · aprile 14, 2015

      Per noi milanesi fu davvero la fine di un’epoca di pace e di operosità, e fu l’inizio di quel periodo tristemente noto degli “anni di piombo”. Ognuno continuò a fare la propria vita, ma niente fu mai più come prima: capimmo che eravamo tutti esposti, ci balzò agli occhi l’evidenza dell’assoluta casualità che un certo giorno ad una certa ora ti pone nel posto sbagliato. O in quello giusto, indipendentemente dalle tue scelte.

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