Odore di foglie secche. Un aroma polveroso ammorbidito dal sentore dolcemente rancido dei fiori quasi appassiti, immersi nell’acqua ferma dei vasi e quello più rotondo della terra umida.
Di tanto in tanto, le note aspre dei gas di scarico delle auto e dei bus mescolato al gusto di ferraglia e allo stridore dei tram che scorrono sulle rotaie, sembrano voler rammentare che, appena al di fuori delle mura del Cimitero Monumentale, c’è la Milano dei vivi.
In maniera abbastanza incongrua, uscendo da quel luogo popolato da assenze, Emma rivolge un pensiero a due donne famose scomparse durante l’anno che di lì a poco si concluderà, nella consueta e trita baraonda di festeggiamenti e commemorazioni.
Nel corso del 2011 sono morte Liz Taylor, donna bellissima che ha avuto una vita accettabilmente lunga e piuttosto felice ed Amy Winehouse, ragazza non bella dalla voce straordinaria la quale, invece, se ne è andata malamente, dopo un’esistenza breve e travagliata. Una aveva avuto tutto, l’altra avrebbe potuto avere tutto.
Cosa abbia prodotto queste considerazioni durante la visita alla tomba di famiglia, dove giacciono i resti dei suoi genitori insieme a quelli dei nonni e dei bisnonni paterni, proprio non lo sa.
Si è recata in quel luogo in cerca di risposte e anche questo è decisamente irragionevole, ne esce con altre domande. Le rimane ancora tutta la notte prima di partire per un viaggio che non la condurrà semplicemente a una destinazione abituale, bensì a una decisione foriera di cambiamenti nello svolgersi dei giorni futuri. Tutta la notte, soltanto quella notte, e poco più di quattro ore di un tragitto che, in un modo o nell’altro, sarà definitivo. Qualunque determinazione adotterà, si tratterà di intraprendere un cammino nuovo e non privo di incognite.
Mancano quattro giorni al 25 dicembre e sarà un Natale strano: il primo in cui non ci riuniremo tutti da qualche parte, il primo senza papà. Mio fratello Giorgio rimarrà a Dublino, dove risiede con la sua compagna (secondo lui è quella che durerà per sempre, quella nella quale, a più di cinquant’anni, non sperava più); mio figlio Marco, che sta svolgendo il suo dottorato di ricerca dopo la laurea in biologia a Dublino resterà con loro, io raggiungerò mio marito Davide a Roma.
Oggi avevo in mente di fare una passeggiata in centro ma fa freddo e sono troppo triste, così passerò dallo studio di architettura che fino a poco tempo fa gestivo con mio padre, in viale Elvezia, per salutare i miei due giovani collaboratori e poi tirerò dritto verso casa. Abito in un palazzo risalente agli anni ’40 affacciato su Piazzale Baiamonti da quando sono nata, ogni primavera ho osservato con la stessa meraviglia la rigogliosa fioritura del vecchio glicine che sta in un giardino proprio di fronte. Mio padre acquistò l’appartamento dove vivo tuttora poco prima che mi sposassi e fu il suo dono di nozze. Per compensazione, intestò l’alloggio al piano sottostante, dove ero cresciuta con mio fratello, a quest’ultimo
Ora è vuoto, forse sarà messo in vendita.
Giro per le stanze silenziose toccando oggetti a caso, giusto per sentirli sotto le dita. Provo il bisogno di una sensazione tattile senza una ragione precisa. Osservando la foto di mia madre sul comodino mi rendo conto che di lei ho solamente una memoria stratta, per lo più supportata da vecchie immagini, ma non trovo alcun ricordo sensoriale: non so se la sua pelle fosse morbida, né quale fosse il suo odore o la consistenza dei capelli. D’altronde, è morta di leucemia a trent’anni quando io non ne avevo ancora due. Mio fratello ne aveva già compiuti cinque; magari lui ha fatto in tempo a formare la memoria dei sensi che a me manca.
Tutti sostengono che le somigli molto, ma non ne sono mai stata convinta. Durante l’adolescenza, trascorrevo lunghi momenti davanti allo specchio alla ricerca di quella rassomiglianza: vedevo la stessa figura armoniosamente piena, identici capelli biondi e lisci e gli occhi azzurri, i tratti del volto delicati, con qualcosa di immaturo destinato a durare nel tempo. Però, persino da un’istantanea, negli occhi di mia madre brilla una luce che non trovo nei miei, traspare una curiosità attenta che me la fa immaginare sempre consapevolmente presente, posso intuire la sua convinzione di trovarsi esattamente dove voleva essere.
Invece, il mio sguardo vagamente distratto mi fa apparire sempre un poco altrove, come se in qualunque posto, forse anche in ogni momento, fossi capitata per caso o, peggio, per sbaglio. Della mamma mi hanno raccontato il carattere socievole e intraprendente; dopo il liceo artistico aveva lasciato Padova e la famiglia per venire a Milano e iscriversi all’Accademia di Brera, poi incontrò papà e abbandonò quel progetto ambizioso.
Non vi è dubbio che i miei genitori vissero una grande storia d’amore, nonostante le loro evidenti difformità e magari proprio per queste; per come sono andate le cose nessuno può dire quanto a lungo sarebbe durata. A ogni modo, papà trascorse il tempo successivo alla sua scomparsa coltivando la memoria di quell’amore senza nessuna voglia di sostituirlo con qualcos’altro.
Fu la zia Clara, sorella nubile e più giovane di papà, a prendersi cura di me e di Giorgio. Lo fece con affettuosa dedizione, rifuggendo dalla pretesa di interpretare un ruolo materno, ponendosi piuttosto come figura alternativa e, in un certo senso, meno conflittuale, soprattutto negli anni dell’adolescenza e della giovinezza.
Da mia madre ho ereditato l’involucro ma ho lo stesso carattere riservato di mio padre. Il mio approccio con gli altri è caratterizzato da una cortesia che mira a porre una distanza corta ma certa; non voglio conoscere o rivelarmi più di tanto. Non è diffidenza, è piuttosto timidezza e coscienza di una costante inadeguatezza.
Invece Giorgio, alto e magro come il papà, il medesimo volto affilato dai tratti aristocratici, nei rapporti con gli altri è generoso e avido come doveva essere la mamma. È sempre stato animato da vaghe fantasie che non sapeva trasformare in progetti concreti perché gli manca la perseveranza, ha uno sguardo acuto ma breve e gli interessano sempre troppe cose tutte assieme. Non aveva voglia di studiare e non era affatto interessato all’attività paterna così si iscrisse al Molinari, Tecnologia Superiore con indirizzo di Fisica Industriale. Scoprì che era più impegnativo di quanto pensasse ma gli piaceva; tuttavia, dopo il diploma si prese un anno sabbatico che si allungò fino a durare un quinquennio, girando per il mondo e facendo i lavori più disparati. Ricordo lo sconcerto del papà, il quale era anche persuaso che, come sua madre, sarebbe stato in grado di cavarsela in qualsiasi circostanza.
A me, al contrario, piaceva l’idea di studiare architettura e lavorare al riparo della presenza di mio padre: una strada già spianata e il mio impegno per mantenere e migliorare i risultati acquisiti.
Devo preparare una valigia e non so con cosa riempirla, con quali abiti e quali aspettative.
Quante cose possono cambiare in poco più di dodici mesi. Mio fratello, innamorato ancora una volta che giura sarà l’ultima, dopo mille mestieri ha gettato ancora per aria le carte che aveva in mano. A Dublino, insieme alla sua deliziosa compagna, gestisce un negozio assurdo che vende strumenti musicali, vinili nuovi ma soprattutto usati con prime edizioni da collezionisti, biografie e autobiografie di musicisti, cantanti e gruppi del periodo compreso tra il ’60 e il ‘90 e relativi cimeli rigorosamente autentici.
Ha conosciuto Lynette un paio d’anni orsono, quando si iscrisse a un corso di scrittura perché aveva in mente un romanzo (che non ha ancora scritto) e voleva respirare la stessa aria che aveva annusato James Joyce, cosa che avrebbe potuto fare anche a Trieste ma, evidentemente, la sorte doveva scaraventarlo in qualche modo a Dublino da Lynette.
Sembra felice. Giorgio è una creatura destrutturata, la sua innata inconcludenza lo rende estremamente duttile e capace di reinventarsi in continuazione, mentre io ho una struttura pesante, solidamente poggiata in un luogo, in un sentimento, in una situazione. Cambiare non è impossibile ma è un processo lento e faticoso.
Qualche mese fa sono stata alcuni giorni con Giorgio e Lynette e ho notato che negli ambienti in cui vivono regna un gioioso disordine nel quale riescono, miracolosamente, a trovare subito ogni cosa. Sono entrambi portatori di movimento; invece, l’ordine meticoloso in cui giace casa mia fa pensare a un’esistenza immobile.
Mio figlio vive da loro, ci resterà almeno fino a quando non avrà terminato il dottorato.
Tuttavia, se queste sono situazioni fluttuanti e tutt’atro che definitive, alla scomparsa di papà non vi sarà rimedio, naturalmente. Se ne è andato all’improvviso e senza disturbare nessuno, il ritratto della moglie stretto tra le mani, per essere sicuro di portarla con sé per sempre.
Comunque, è curioso questo fatto che si ripete nella nostra famiglia: uno zio che occupa il ruolo vacante di un genitore: lo fece zia Clara perché la mamma era morta, lo ha fatto Giorgio con Marco, sostituendo un padre che è sempre stato assente sia fisicamente che affettivamente.
Io e Davide siamo sposati dall’87 ma non abbiamo mai vissuto insieme, se non per periodi limitati. Per molti anni sono stata convinta che questa situazione, determinata in buona parte (ma non solo) dalle nostre rispettive scelte professionali, ci avrebbe risparmiato l’inevitabile noia della consuetudine, del ritenere scontata la presenza fisica dell’altro. Credo che dopo tutto questo tempo ci siamo invece assuefatti alla lontananza.
Il dubbio che devo sciogliere, la domanda alla quale sto cercando una risposta inequivocabile in fondo è semplice. Non me la pongo solo da ora, ma se prima l’ho pigramente cacciata in un limbo di pensieri irrisolti, adesso è necessario affrontarla e darle soddisfazione.
All’inizio dell’86 ero già laureata in architettura e a ventisei anni gestivo lo studio in società con papà; Giorgio, dopo avere abbandonato l’intenzione di diventare criminologo perché era un percorso troppo lungo, lavorava nel reparto progettazione dell’Alfa Romeo. Temporaneamente, come teneva a precisare.
Un sabato sera mi lasciai convincere, senza averne nessuna voglia, ad andare a mangiare il risotto con l’ossobuco insieme a Giorgio e a certi suoi amici spendaccioni che avevano prenotato al Boeucc, lo storico ristorante milanese situato in un bel palazzo antico in Piazza Belgioioso.
Al lungo tavolo sedeva un gruppo fluido di ragazzi e ragazze in numero pari; non c’erano coppie ma alla fine dell’antipasto, a dispetto della disposizione casuale dei commensali, dall’incrociarsi di sguardi e abboccamenti si poteva intuire che qualcuno non sarebbe tornato a casa da solo. Per esempio, era abbastanza chiaro che la bionda vaporosa sul lato dirimpetto del tavolo mirava al tizio che le stava di fianco, il quale accettava le sue moine con la condiscendenza di uno che era magnanimamente disposto ad approfittare della sfacciata offerta. Ce l’avevo proprio di fronte e notai che doveva essere molto più grande degli altri, coetanei di Giorgio. Ero mio malgrado affascinata dalla sua abilità nell’intrattenere contemporaneamente tre conversazioni su argomenti differenti, intervenendo sempre con argomentazioni non banali e difficilmente eccepibili.
Di corporatura massiccia, capelli ricci e scuri, tratti decisi di una bellezza grossolana, parlava con compiaciuta proprietà, un sorriso sghembo che non contagiava gli occhi, grigi e freddi. Uno stronzo, insomma. Uno stronzo che riusciva a mettermi a disagio perché a volte discorreva puntandomi addosso lo sguardo improvvisamente addolcito, come se intendesse rivolgersi solo a me, mentre accarezzava una spalla nuda della bionda.
Alla fine della serata, mentre tutti recuperavamo giacche e cappotti, mi si avvicinò e, infilandomi un biglietto nella tasca, mi sfiorò la guancia con un bacio e disse, del tutto incurante della bionda aggrappata al suo braccio:
“Chiamami, una di queste sere, così facciamo qualcosa insieme”.
Facciamo qualcosa insieme, come no. Intanto, quella sera avrebbe fatto qualcosa con la bionda. Uno stronzo.
A casa guardai il foglietto spiegazzato: c’era un numero di telefono e il nome, Davide Sangalli. Stavo per stracciarlo, poi decisi che lo avrei fatto l’indomani.
Invece, il giorno dopo girai un poco attorno alla cosa e infine rivolsi a mio fratello qualche cauta domanda. Lui mi osservò con un accenno di sorriso canzonatorio, poi mi spiegò che Davide aveva quarant’anni, non aveva moglie ma un numero imprecisato di fidanzate ed era un geologo che collaborava con spedizioni archeologiche in giro per il mondo ma anche con compagnie petrolifere.
”Il Sangalli è un tipo simpatico e interessante ma è un gatto di strada, sorellina, non adatto a metter su famiglia”, concluse ridendo. Ribattei seccamente che non era mia intenzione mettere su famiglia, almeno per il momento e certamente non con uno così, per il quale mi ero appena blandamente incuriosita.
Non lo cercai, ma nemmeno stracciai quel pezzetto di carta. Si fece vivo lui alcuni giorni dopo, conosceva mio fratello e aveva il nostro numero di casa.
“Non mi hai chiamato. La settimana prossima partirò per lo Yemen, direi che potremmo trovarci sabato sera. Mangiamo una pizza e poi andiamo a vedere il film appena uscito con Micky Rourke e Kim Basinger, “9 settimane e ½”.
Risposi subito di sì, seguendo un impulso inedito al quale preferii attribuire la responsabilità della mia decisione.
Fino a pochi istanti prima, avrei affermato con certezza che se mi avesse chiesto di uscire avrei detto di no; questo implicava che ci avessi pensato. Avevo da poco chiuso una lunga e quieta relazione con un ragazzo conosciuto nel primo anno di università, una fine senza drammi che aveva sollevato tutti e due dall’inespresso fastidio di una storia che non era mai sbocciata davvero, mantenendosi piuttosto sul registro di un’affettuosa amicizia.
Il turbamento suscitato da un uomo che avevo incontrato una volta appena e del quale avrei fatto bene a diffidare era sorprendente, imbarazzante, irresistibilmente seducente.
Quel sabato Giorgio era a sciare a Madesimo con alcuni amici, mio padre era partito per Sanremo, dove zia Clara passava l’inverno insieme all’uomo che, prima che rimanesse vedovo, aveva frequentato clandestinamente per vent’anni, dettaglio per il quale non riuscimmo mai ad accordargli la nostra stima e neanche la nostra simpatia.
Dopo il cinema, Davide salì a casa mia; parlammo a lungo seduti sul divano bevendo bicchierini di uno scialbo rosato portoghese che allora andava di moda, in sottofondo la musica trasmessa dal canale televisivo Video Music. Fino a quel momento, avevo fatto sesso solo con il mio ragazzo e avevamo smesso di farlo da molto tempo, quando ci lasciammo. Eppure, mi sembrò così naturale ricambiare i baci di Davide e rispondere alle sue carezze. Facemmo l’amore con brutale dolcezza e ci addormentammo abbracciati nello spazio ristretto del mio letto singolo.
Nei mesi successivi, Davide mi telefonò da tutti i luoghi remoti nei quali il suo lavoro lo trascinava, raccontandomi la fatica, l’entusiasmo, le delusioni, gli incontri. Ci vedevamo ogni volta che tornava a Milano, sempre per brevi periodi. Imparai ad aspettarlo, a organizzare il mio tempo assecondando la sua disponibilità.
Davide elaborava processi mentali pirotecnici che trasmettevano alla gestualità e all’eloquio una sorta di frenesia, di impazienza trattenuta a stento.
Sebbene nella sua naturale esuberanza percepissi un genuino egoismo e persino il segnale di un’incolpevole amoralità, la sua presenza aveva un effetto adrenalinico che perdurava anche quando non c’era. Mi parve un antidoto perfetto al tedio rassicurante nel quale stavano scivolando le mie giornate, fatto di cui ero consapevole, ma da sola non avrei saputo sfuggire all’inevitabile e impotente insoddisfazione che, prima o poi, avrebbe finito per produrre.
Ci sposammo alla fine dell’anno e Davide accettò un incarico che lo avrebbe trattenuto a Milano per un po’, con la possibilità di accedere a una posizione stabilmente stanziale. Alla fine della primavera seguente rimasi incinta, mentre Davide ricevette una proposta allettante dal gruppo ENI che implicava trasferte regolari e prolungate e, nei periodi intermedi, la presenza nella sede romana. Dopo quindici anni vissuti in maniera singolarmente avventurosa, attraversando luoghi ed eventi che la maggior parte delle persone vede nei documentari o legge nei libri, aveva ammesso che se scorgeva lo stesso paesaggio per più di due mesi smaniava per un altrove qualsiasi.
Quindi, accettò senza esitazioni.
“Mi assegneranno un appartamento a Roma e il compenso è davvero molto alto, ma tu potrai svolgere la tua professione anche in quella città, se avrai ancora voglia di farlo. Se non ci fosse stato l’impiccio del bambino, avresti potuto seguirmi nelle trasferte più interessanti. Comunque, potrai sempre farlo quando crescerà”.
Non consideravo l’arrivo di un figlio un impiccio e non avevo intenzione di lasciare lo studio di mio padre, del quale ero socia. Presi tempo adducendo impegni pregressi, progetti da consegnare e la necessità dell’aiuto di zia Clara dopo il parto.
A partire da quel periodo, la nostra relazione si è accomodata in un equilibrio basato sulla distanza.
Mi sono spesso interrogata sulla natura del mio sentimento per mi marito e non ho ancora trovato una definizione che mi convinca. L’ho amato, certamente ne sono stata molto infatuata. Ho coltivato una passione solitaria ponendo in primo piano l’idea che avevo di lui e che non mi curavo troppo di confrontare con la realtà. Benché non i sia mai soffermata a lungo su questo pensiero, intuivo che una convivenza continuativa, oltre a risultare logorante per le nostre evidenti dissonanze, avrebbe incrinato l’immagine di Davide che avevo deciso di amare.
Le difficoltà di crescere Marco da sola furono in gran parte assorbite da zia Clara, da mio padre e da mio fratello e certo chi ha patito maggiormente l’assenza del padre, finendo per escluderlo, è stato mio figlio. Il padre di Davide era deceduto alcuni mesi prima che ci incontrassimo, era divorziato da vent’anni e la moglie, finlandese di Tampere di diversi anni più giovane, era rimpatriata portando con sé il figlio più piccolo, all’epoca dodicenne. Mi ha sempre stupita il disinteresse di mio marito per la madre e il fratello, con i quali intratteneva rapporti telefonici incostanti e frettolosi, ma le dinamiche famigliari sono sovente più complicate di quanto appaia. In ogni caso, è un argomento che non ha mai ritenuto di affrontare con me. Però, non era interessato a imbastire una relazione neppure con suo figlio, perlomeno negli anni della sua infanzia e dell’adolescenza. Ora si è accorto che Marco è un giovane uomo indipendente e piuttosto sveglio, quindi vorrebbe interpretare un ruolo paritario ma sta cercando di tenere in piedi un tetto senza avere edificato alcun muro maestro.
Capitava raramente che Davide venisse a Milano, ero quasi sempre io a raggiungerlo a Roma quando non era in giro per il mondo; l’appartamento all’EUR era confortevole e spazioso, ed estraneo. Ogni volta era necessario ricominciare, conciliare gesti e ingombri, riabituarsi alla reciproca presenza; un tempo mi piaceva questo sforzo di riconoscersi, ogni volta daccapo.
Il giorno in cui Marco ricevette l’offerta di dottorato da Dublino (e suo padre si trovava in Libia, ma gli telefonò per dirgli quanto fosse orgoglioso), mi resi conto all’improvviso che ero soddisfatta di tutto ciò che avevo realizzato da sola fino a quel momento e che le mie giornate erano dense di impegni, di interessi e di affetti. Forse non avevo più bisogno dell’idea che avevo custodito per anni, e che ora mi appariva come una reminiscenza sbiadita.
Eppure, anche senza quella magnifica distorsione ottica, resisteva un sentimento ostinato, incurante della disillusione e di qualsiasi lontananza. Seguitavo a considerare irrinunciabile il legame intessuto con il filo trasparente e robusto dei nostri incontri, brevi periodi di sospensione del quotidiano durante i quali potevamo dedicarci reciprocamente un’attenzione completa ed esclusiva.
Ad accrescere il cruccio del mio dubbio, si è delineata una prospettiva inattesa, fino a oggi proiettata in un futuro ancora abbastanza lontano.
Un paio di settimane fa, nel corso di una telefonata, Davide mi ha comunicato l’intenzione di accettare l’incarico di dirigente che gli è stato offerto. Decisione autonoma nella quale non sono stata coinvolta, come è sempre stato.
“Mi mancano pochi anni alla pensione, sono stanco e anche stufo di fare il vagabondo. Avrò un ufficio nella sede di Roma e impegni meno gravosi. A Milano non hai quasi più nessuno, vendi lo studio e vieni a Roma; finalmente avremo più tempo per noi”.
Non so nemmeno se avrei desiderato questa soluzione anni fa; probabilmente no.
Ma adesso?
Anche se a Milano sono più sola di un tempo, è una città che mi è familiare e dove mi piace vivere. Il lavoro mi impegna ancora molto, quando ne ho voglia posso frequentare persone che sento affini, con le quali sto bene. Roma non mi piace, non ho mai amato la sua sfacciata decadenza da meravigliosa femmina invecchiata male che rivendica un passato grandioso; detesto la giovialità chiassosa dei romani e mi infastidisce il loro implacabile dileggio sarcastico privo di pietà.
Davide è persuaso che durante le feste di Natale, che trascorreremo insieme, definiremo i dettagli del mio inevitabile trasferimento. Io, invece, sto aspettando un segno, uno qualunque, purché confermi che il chiarore baluginante nella foschia della mia incertezza non sia un abbaglio.
Questa notte ho dormito profondamente, la mia mente non ha concesso alcuno spazio alle elucubrazioni. Sono anche leggermente in ritardo, così quando scendo dal taxi mi affretto verso la pensilina dalla quale partirà il Pendolino per Roma. È già sui binari, l’ETR450, con il muso affusolato che lo fa assomigliare a un aeroplano (come la disposizione dei posti a sedere nelle carrozze) e l’elegante livrea bianca e rossa. È bello, questo treno veloce che in curva accelera e s’inclina per non deragliare e per non sballottare i passeggeri. Stupefacente effetto dell’assetto variabile attivo di cui mio marito, benché geologo, una volta mi illustrò la rivoluzionaria genialità.
Recentemente ho letto da qualche parte che i primi ETR450 erano dotati di poltrone rotanti che a ogni corsa venivano girate dal personale di bordo, in maniera che i passeggeri fossero sempre rivolti nello stesso senso di marcia del convoglio.. Mi chiedo perché non sia stata mantenuta questa caratteristica tecnica notevole ,che mi pare anche una metafora affascinante.
Comunque vadano le cose, di sicuro mi mancherà questo viaggio: un tempo comportava molta emozione e una gioiosa aspettativa. Tuttavia, ho sempre ravvisato un valore intrinseco nell’andare da qui a là riparandosi in una provvisoria inerzia operosa, il corpo cullato dal ritmo dell’oscillazione regolare del treno che sfreccia rapido e senza attrito in un paesaggio sfilacciato. Pensieri disarticolati volano troppo in alto per poter dare loro una forma riconoscibile; mi lascio trasportare senza fare nulla, fiduciosa che questo splendido mostro meccanico si prenderà cura di me, finché sarò all’interno del suo corpo accogliente.
Dunque, salgo sul treno sperando, come ogni volta, che nessuno abbia prenotato il sedile accanto al mio per potermi godere queste poche ore di assenza giustificata senza interferenze né testimoni, ancorché silenziosi. Per quanto la disposizione dei sedili sia comoda, sarebbe una promiscuità coatta che preferirei evitare. Purtroppo non è così: sulla poltrona accanto a quella che il caso mi ha destinato siede, leggermente di sbieco, uno spilungone ossuto. Scelgo sempre il lato finestrino, quindi l’uomo è costretto a srotolare il lungo corpo per lasciarmi passare, rivolgendomi un sorriso gentile e un accenno di scuse, neanche fosse sua la colpa di un indesiderato abbinamento. Sono investita da un effluvio lieve che mi provoca uno stordito struggimento, perché riconosco la nota amarognola di Eau Sauvage, il profumo che mio padre ha usato per tanti anni
Intanto ho avuto modo di farmi un’idea dell’aspetto del mio sconosciuto compagno di viaggio: ha capelli castani leggermente ingrigiti e un po’ lunghi pettinati all’indietro, in un’acconciatura abbastanza antiquata che però si addice ai lineamenti fini, quasi adolescenziali. Indossa jeans neri e una giacca di fustagno troppo larga, ma immagino che l’altezza inusuale, accompagnata alla magrezza, lo condanni a portare abiti oltremodo ampi. È difficile dargli un’età, il viso pare quello di un ragazzo precocemente stropicciato e gli occhi di un marrone molto chiaro mostrano un’espressione innocente, ma credo che potrebbe essere sulla cinquantina.
Quando mi accomodo, si rintana nell’angolo opposto e lo sforzo evidente di non disturbare invadendo lo spazio altrui mi suscita un principio di tenerezza.
La curiosità per una persona irrompe sempre d’improvviso: per un dettaglio, il più delle volte, o per una combinazione fortuita di elementi circostanziali.
Il treno è uscito dalla stazione, tra poco acquisterà velocità e il paesaggio, fuori dal finestrino, apparirà fluido e indistinguibile. Osserverò la mescolanza confusa di linee, di curve e di colori farsi immobilità che scorre, e aspetterò un segno.
Tuttavia, la presenza silenziosa al mio fianco mi distrae: il respiro, il tepore, la lieve fragranza, i movimenti appena percettibili. Ha mani lunghe e belle ma rovinate da piccole escoriazioni e screpolature. Chissà che mestiere fa.
Si alza, si schiarisce la voce.
“Vado al bar, le spiace tenermi d’occhio la cartella che lascio sul sedile? Posso portarle qualcosa da bere o da mangiare?”
Gli rispondo di andare tranquillo e accetto un caffèsicché, quando torna poco dopo, le presentazioni sono inevitabili.
“…Emma, Emma Raimondi”.
Mi rendo conto di non avere forse mai usato il cognome di mio marito.
“Maurizio. Maurizio Gigante. Rida subito, così ci togliamo il pensiero”.
Lo dice sorridendo anche con gli occhi, ha una voce limpida dal tono garbato, quasi carezzevole. Aggiunge che da bambino quel cognome che oggi suona scherzosamente adeguato fu una maledizione, perché fino a sedici anni era molto più piccolo dei suoi coetanei.
Il panorama fuori dal finestrino non mi interessa più, il mio corpo si abbandona alle lievi oscillazioni del treno, quasi un beccheggio languido.
Allora compio un gesto istintivo è subito consapevole: con la mano sinistra nella tasca del blazer, che porto sopra il dolcevita, mi sfilo la fede dall’anulare. Eccolo, il segno. Perché certi segnali non arrivano mai da fuori.
Maurizio racconta di essere un artigiano, possiede un laboratorio che sta proprio sotto casa, in un cortile affacciato su via Ludovico il Moro e restaura mobili antichi ma anche quadri e oggetti; gli capita di collaborare con varie Soprintendenze alle Belle Arti. Con il mestiere che faccio, abbiamo interessi e argomenti che ci accomunano; parliamo rivolti l’uno verso l’altra urtandoci in continuazione le ginocchia.
Scopriamo di condividere alcune conoscenze, abbiamo persino da anni l’abbonamento allo stesso cinema d’essai ed è strano che ci siamo incontrati solo ora per effetto di un appaiamento tanto casuale, quanto improbabile. Oppure, dovremmo credere che nulla succeda per caso, ma sarebbe una riflessione troppo impervia.
Maurizio a Roma incontrerà il proprietario di una dimora seicentesca: insieme all’immobile ha comprato anche gli arredi e intende affidargli i necessari restauri di alcuni pezzi di valore.
“E tu a Roma hai qualcuno che ti aspetta?”
“Un lontano parente al quale in passato ero molto affezionata”, ed è una risposta sincera e perfetta.
“Ora non più?”
“Non abbastanza. Questa sarà l’ultima visita che gli farò”.
Maurizio mi scruta, pensieroso, cerca di decifrare il codice dietro le mie parole.
Non ci siamo neppure accorti di avere abbandonato in fretta il vocativo riservato agli adulti estranei, passando a un confidenziale tu.
In questo momento vorrei essere come mio fratello Giorgio che è privo di pelle, attinge e assorbe dall’animo delle persone che incontra senza paura e senza riguardi, elabora e scarta ciò che ferisce e non serve, uscendo arricchito da ogni incontro. Ho voglia di scalfire la mia buccia, di spalancare le finestre del mio animo per cambiare aria lasciando entrare suoni, voci e odori e tutto ciò che questa liberazione recherà con sé. Posso imparare a fare come questo treno, accelerare in curva inclinandomi, scollandomi dal mio asse per adottare un assetto variabile attivo, che concetto meraviglioso. Posso farlo, non è troppo tardi, sono ancora viva.
“Ti tratterrai per molto a Roma?”
“No. Domani prenderò il primo volo per Dublino, dove raggiungerò mio figlio e mio fratello per Natale, ma prima della fine di dicembre rientrerò a Milano”.
“Così hai un figlio”.
C’è un’ombreggiatura ansiosa, nel tono della voce, il suo corpo si sta preparando a una delusione.
“Sì, ho un figlio di ventiquattro anni, sta svolgendo un dottorato in Irlanda. Ma non ho più suo padre”, preciso raccontando una verità imminente. Lo sguardo ambrato di Maurizio torna sereno, le membra rilassate. Replica di avere vissuto a lungo con una compagna molto amata, ma è una storia finita da alcuni anni e nemmeno tanto bene.
“Fortunatamente, non ci sono eredi che avrebbero potuto costringerci a mantenere dei contatti”.
Poi aggiunge:
Io passerò il Natale con mia madre. È vedova, sono l’unico figlio e vive a Pallanza, nella casa dove lei e mio padre si trasferivano in estate; tornerò anch’io a Milano prima del 30”.
Il treno rallenta, tra poco entrerà nella grande stazione di Roma Termini. Il viaggio sta per terminare, come il nostro incontro; Maurizio tace, si è appiccicato sulla faccia un mezzo sorriso storto e dubbioso.
Allora affronto la curva accelerando, mi allontano dal mio asse inclinandomi per non deragliare, ed è bellissimo.
“Devo sperare di incrociarti per caso a Milano, o pensi che potremmo decidere di rivederci?”
Il sorriso di Maurizio si raddrizza e si apre, giurerei che adesso si stia dando mentalmente del cretino.
“…penso che potremmo, anzi, dovremmo”.
Ci scambiamo i numeri di cellulare con l’intesa di sentirci presto; scendiamo dal treno e usciamo insieme dalla stazione. Ci salutiamo con un’educata stretta di mano che indugia a lungo, negli occhi e nei sorrisi una promessa che assomiglia a un impegno.
Roma è addobbata per le festività natalizie con la consueta esagerazione che oggi, stranamente, mi mette allegria. Prima di raggiungere l’appartamento di Davide, che sarà ancora in ufficio, passeggio per le vie del centro, qui il clima è decisamente più mite che a Milano, grosse nuvole cremose rotolano nel cielo azzurro pallido, sospinte da qualche vento in quota. Arrivo davanti alla fontana di Trevi, osservo le monetine che giacciono sul fondo della vasca. Butta una moneta ed esprimi un desiderio, e la mia mano cerca la fede nella tasca della giacca. Plop. Contemplo l’anello che ammicca contento in mezzo ad altri metalli meno nobili, colpito da un raggio di sole.Non ho espresso alcun desiderio, ne ho alcuni ma la loro realizzazione è nelle mie mani.
Sento un tocco lieve sul braccio: accanto a me c’è una signora che potrebbe avere cent’anni ed è bellissima. Sorride e fa un cenno di approvazione con il capo. Chissà cosa ha capito e immaginato, chissà qual è la sua storia.
Quando arrivo all’EUR Davide è già rincasato, mi accoglie con un abbraccio distratto e dopo un poco, mentre mi versa del vino bianco, mi confida che ultimamente non è stato bene, niente di serio ma insomma il vigore e la salute non sono più quelli di una volta, ha capito che è arrivato il momento di risparmiarsi.
La sua riflessione, ingenuamente rivelatrice, mi fa infuriare perché definisce il mio ruolo nella sua vita. Quello che è sempre stato, probabilmente.
L’ho lasciato dire, ho ascoltato il suo progetto di vita da vecchi coniugi benestanti, come lo ha definito. Poi gli ho detto che non mi interessa e che intendo chiedere il divorzio.
Non credo che abbia compreso appieno il senso di ciò che ho brevemente esposto con brutale onestà; mi è sembrato più che altro seccato per la perdita di una condizione che riteneva inalienabile.
Del resto, Davide d’abitudine procede per affermazioni, raramente pone domande delle quali non intercetterebbe le risposte. Fino a oggi, o perlomeno da quando io lo conosco, tutta la sua vita si è svolta in un unico piano sequenza, la cinepresa sempre puntata sulla sua persona in movimento.
Chiamo un taxi e me ne vado, chiudendomi alle spalle l’uscio di quella casa per l’ultima volta.
Chiedo al tassista di portarmi in un albergo nelle vicinanze dell’aeroporto; mentre lasciamo la città, nella mia mente l’immagine di Davide si delinea appena in un campo lunghissimo, abbozzo di figura lontana e immobile.
Si fa strada un pensiero stretto: l’ho amato portando da sola il fardello di quel sentimento, che un giorno dopo l’altro si è inaridito riducendosi a tronco cavo, dove non scorre più alcuna linfa vitale.
Se non altro, non sarò afflitta dalla nostalgia di un noi che non c’è mai stato.
Stamattina pioviggina, mancano appena due giorni a Natale e il cielo sembra scocciato. Mi trovo a Fiumicino dalle otto dopo aver dormito male in una camera di motel orribile, con la moquette color amaranto e i piani del bagno in formica azzurra, il termostato bloccato su una temperatura troppo alta e una doppia finestra dalla quale non entrava l’aria, ma tra poco mi imbarcherò. Ho parlato con mio figlio e anche con mio fratello e la loro reazione, pressoché identica, si può sintetizzare in “hai fatto bene, è sempre stato soltanto uno stronzo”.
A Dublino fa freddo ma splende un sole sfacciato, fatto piuttosto insolito in assoluto e in particolare in questa stagione. C’è mio figlio ad aspettarmi; mi viene incontro rallentato da una trasparente preoccupazione. Mi abbraccia con trasporto, penso che dovrebbe tagliarsi un po’ i capelli e buttare via il vecchio Barbour puzzolente che indossa.
“Stai bene, Emma? Vuoi che torni con te a Milano?”
Mi ha sempre chiamata per nome: quando era piccolo faceva confusione tra due parole effettivamente assonanti e ugualmente riferite alla mia persona, Emma e mamma, sovrapponendone il significato. Ha continuato a farlo anche in seguito, non so se per abitudine o per scelta senziente. Mi sfilo da quella stretta amorevolmente soffocante e scoppio a ridere per la prematura inversione di ruoli.
“…ma scherzi? Sto benissimo, non ti devi preoccupare. Però ti prometto che verrò a trovarti più spesso, perché di sicuro ne avrò voglia”.
Avviandoci verso l’auto osservo mio figlio. Ormai è un uomo, non ha più bisogno di essere protetto e accudito né io sento la necessità di farlo. Siamo anime incollate l’una all’altra da un sentimento imprescindibile, ma siamo anche due adulti che stanno imparando ad apprezzarsi e amarsi al di fuori di qualsiasi legame arcaico. Per il momento, Marco rappresenta il compendio equilibrato di diverse peculiarità proprie dei membri della nostra famiglia. Ha i miei colori, tratti del viso analoghi e la stessa gentilezza accomodante, dal padre ha ereditato il fisico imponente, la mente brillante e la chiarezza di intenti. Tuttavia, la sua concretezza si mescola alla curiosità sfaccettata, tendente ad accorciare le distanze con il prossimo, tipica di suo zio con il quale condivide un animo leggero, pronto ad allontanarsi dai dispiaceri e a scansare le situazioni ad alto rischio di fallimento. Infine, dal nonno e da zia Clara ha assimilato l’amore per l’arte e un profondo riguardo per gli affetti famigliari.
Dublino mi accoglie con i suoi colori vivaci; per strada c’è una moltitudine di gente che si muove senza fretta apparente. Giorgio e Lynette abitano in una stretta via a pochi passi da Grafton Street, strada centrale dove si trova il loro negozio di musica vintage con la porta dipinta di un bel rosso carminio. Anche l’uscio di casa affacciato sulla via ha una tinta vivace, come la maggior parte degli altri ingressi. È un’usanza sulle cui origini si raccontano versioni differenti, ma in ogni caso esiste e resiste da tempo.
Come al solito, dentro casa regna la medesima stupefacente confusione che c’è fuori; questo determina una sorta di continuità spazio-temporale che attribuisce un senso di appartenenza alla collettività ai locali che normalmente ne rappresentano, al contrario, la momentanea esclusione.
Abbiamo passato giornate serene e allegre, ho spiegato loro come sono arrivata alla mia decisione, grata per la loro evidente preoccupazione e per l’affetto che hanno avvolto attorno alla mia persona.
Il giorno di Natale alle otto del mattino un trillo discreto ha annunciato un messaggio sul cellulare: Buon Natale, Emma. Ci rivediamo presto a Milano.
Non so se me lo aspettassi, forse sì, ne sono stata così contenta, Ho subito risposto: Ci vediamo presto a Milano, sì. Buon Natale anche a te, Maurizio.
Marco ha ricevuto l’abituale telefonata natalizia di suo padre il quale, con la solita mancanza di fantasia, gli ha inviato un bonifico sul conto corrente. Si è informato sull’andamento del dottorato, ha buttato sul tavolo la carta consunta del maschio complice, domandandogli come stesse a fidanzate, lo ha invitato a raggiungerlo a Roma per trascorrere qualche giorno insieme. Infine, ha alluso a uno screzio che avrebbe modificato i miei programmi per Natale concludendo che non c’era nulla per cui impensierirsi, ci saremmo chiariti con calma nei prossimi giorni.
“Il solito stronzo presuntuoso, ha concluso Marco con espressione infastidita., riferendo la breve conversazione.
Ho commentato che ci saremmo senz’altro chiariti presto per il tramite di un avvocato, perché non c’era altro che avessi voglia di discutere con lui.
Lynette ci ha servito un pranzo a base di manzo speziato e cocannon, uno sformato di patate profumato e buonissimo, mentre il juke-box cacciato in un angolo del soggiorno, un superbo Wurlitzer Peacock del ’41, con passo variato a 45 giri (operazione delittuosa ma necessaria, ha detto mio fratello suscitando una feroce discussione con la sua compagna) gracchiava vecchi brani dei Beach Boys, dei T. Rex, di The Who e degli Stones scelti da Marco e Giorgio, che ogni tanto ci sorprendeva con un Sinatra e persino un Bing Crosby. Ci siamo scambiati i regali ma quelli che avevo acquistato per loro sono rimasti a Milano, così la Vigilia di Natale ho dovuto rimediare con dei banali e costosi maglioni, mentre ho ricevuto una preziosa prima edizione del ’91 di Nevermind dei Nirvana, con copertina autografata da Cobain che si firmava ancora Kurdt. È una firma grande e decisa, attraversa in diagonale il corpo nudo del neonato che nuota nella piscina, guardando il dollaro appeso a una lenza.
Il grunge è un genere musicale che piace più a Giorgio che a me, ma cercare un oggetto raro e amato da donarmi è un gesto di profondo affetto e un richiamo alla nostalgia per i nostri ricordi di vita in comune. Anche Marco mi ha sorpresa con una vecchia edizione in lingua originale di Dubliners, libro che ho cercato invano di fargli leggere negli anni dell’adolescenza.
ho dormito nella stessa camera con Marco, è uno studio molto ampio che ha anche un divano letto. Prima di addormentarci, abbiamo parlottato nel buio tiepido odoroso di libri e di cuoio, gli ho detto che ho intenzione di delegare più impegni ai miei giovani e bravi collaboratori per viaggiare, ho voglia di vedere posti dove non sono mai stata, di incontrare persone nuove. Mi ha confidato che frequenta una ragazza conosciuta all’università: è di Barcellona e quando fanno l’amore bisbiglia cose nella sua lingua dolce e concitata. Potrebbe diventare una cosa seria ma certo “è già bella densa”, ha affermato con tono grave abbassando ulteriormente la voce scura. Gli sarebbe piaciuto presentarmela; sarà per la prossima volta, poiché per Natale è tornata a casa dai suoi. Mi racconta che è soddisfatto degli studi e dell’ambiente universitario e che vivere con Giorgio e Lynette è facile e divertente: sono indipendenti e discreti e spesso invitano amici adeguati ai dischi che vendono, cioè un poco anacronistici e molto interessanti.
Mi sono chiesta se Davide abbia passato il Natale da solo o con la proprietaria del secondo spazzolino da denti che ho adocchiato nel bagno del suo appartamento. Non era la prima volta che notavo le tracce di altre presenze; in principio ne ho sofferto, gli ho rivolto domande prudenti ottenendo in risposta bugie abbastanza credibili. Poi mi sono persuasa che quelle storie (o qualsiasi cosa fossero) avevano la stessa rilevanza della bionda della prima sera in cui lo conobbi al Boeucc, ovvero nessuna. Tuttavia, mi feriva la mancanza di riguardo nei miei confronti rivelata da tali trascuratezze.
Comunque, gli auguro che quest’ultima abbia anche voglia di prendersi cura della sua incipiente vecchiaia.
Oggi è il 27 di dicembre, Lynette ha riaperto il negozio mentre Giorgio è Marco mi accompagnano in aeroporto.
Li ho abbracciati a lungo, tornerò molto presto a trovarli.
“Ma non potevi fermarti fino a Capodanno, Emma? O a Milano c’è qualcuno che ti aspetta?” indaga mio fratello, fingendo di scherzare. Esito, osservando un aereo che si sta alzando nel cielo grigio.
“Non so ancora, forse sì. Semmai, ve lo dico la prossima volta”.
L’aeromobile accelera sulla pista, sono schiacciata contro lo schienale della poltrona, un frastuono sibilante nelle orecchie, poi si stacca da terra e si alza con un impulso determinato eppure morbido. All’improvviso mi sento stanca, nel giro di pochi giorni ho preso un treno, due voli e tra un viaggio e l’altro mi sono separata da una parte di me stessa, sono uscita da una casa e da un capitolo importante della mia esistenza.
Dublino si è allontanata velocemente dal campo visivo, ora c’è solo cielo: sopra, sotto e tutto attorno. Mi sento scomposta ma sto rimettendo assieme i pezzi per modellare un disegno nuovo in continuo divenire, con linee da tracciare pazientemente,. un giorno dopo l’altro.
…Living tomorrow
Where in the world will I be, tomorrow?
How far am I able to see?
Or am I needed here?
(“World”, The Beee Gees)
…Vivere il domani
Dove sarò nel mondo, domani?
Quanto sono capace di guardare lontano? O c’è bisogno di me qui?