C’ERA UNA VOLTA


È la metà del mese di aprile del 1981.

In un certo senso, a Milano è sempre giorno o, per meglio dire, i due spazi temporali di veglia e riposo, di luce e buio si fondono senza interruzione. Non per tutti, naturalmente, ma per molti i ritmi circadiani sono saltati: c’è sempre luce, la gente continua a correre sebbene cambino le ragioni di tutto quel movimento. Si potrebbe dire che l’impulso è sempre generato dal desiderio, ciò che varia dal giorno alla notte è l’oggetto di quella brama.

Il piccolo locale affacciato su via Ludovico il Moro è affollato. È giovedì sera e questa è la serata di libera uscita degli ammogliati e dei fidanzati a tempo indeterminato. Da domani si scivola nel fine settimana e il guinzaglio si accorcia, si torna alle mogli, alle fidanzate e ai commenti sulla recente chiusura dell’inchiesta sul disastro aereo avvenuto il 27 giugno de 1980, quando un DC9 della compagnia Itavia era precipitato nel Mar Tirreno, tra Ponza e Ustica. Ottantuno morti, nessun sopravvissuto, una tragedia sulle cui cause si sollevarono subito molti interrogativi e altrettanti sospetti; ciononostante, alla fine di gennaio dell’81 le Procure di Palermo e di Roma, congiuntamente al Ministero dei Trasporti, hanno confermato la supposizione più tranquillizzante: un cedimento strutturale, magari imputabile alla carente manutenzione del velivolo. E poi ogni tanto gli aerei cadono, malauguratamente.

Tuttavia, probabilmente questo non rientra tra gli argomenti di conversazione di coloro che stanno trascorrendo la serata al piano bar.

Tavolini bassi, divanetti accoglienti, luci discrete: piccole isole ben distanziate per soddisfare il desiderio d’intimità dei provvisori occupanti.

C’è un pianista che suona in un angolo, accarezza la tastiera immerso in un cono di luce morbida e circoscritta. Sembra suonare per sé ed è così, perché nessuno viene qui per ascoltare davvero la musica: per quello a Milano si va al Capolinea o   al  Rolling Stones,di sicuro non in un piano bar.

Questo è piuttosto un luogo da conversazioni esplorative, da primo appuntamento che potrebbe avere un seguito o da incontri a scadenza programmata, destinati a esaurirsi nel giro di poche ore dentro una qualsiasi alcova.

Anche la donna che accompagna il pianista cantando non conta molto sull’attenzione del pubblico. Si tiene al di fuori del cono di luce e la sua figura esile, interamente vestita di nero, si confonde e si perde nella penombra calda e fumosa. Ha capelli scuri che ricadono lisci e simmetrici a sfiorare le mandibole, la frangia dritta arriva a filo delle sopracciglia arcuate, due spesse linee nere esaltano l’indefinibile colore chiaro degli occhi e la bocca scarlatta è una sottile linea ricurva. C’è qualcosa di drammatico nel suo volto pallido, che spicca fluttuando nell’ombra fitta, come disgiunto dal corpo.

Canta per sé e per il pianista, per la notte senza sonno e per il buio che nessuna alba potrà mai scacciare del tutto.

C’era una volta.

Sì, questa storia sarebbe dovuta incominciare proprio così. C’era una volta una famiglia apparentemente felice, ma prima ancora c’erano due famiglie di contadini che nel lodigiano possedevano terreni confinanti e bestie, tutt’e due le cose in quantità sufficiente per poterci campare e accumulare risparmi da aggiungere a quelli lasciati dagli avi. Stranamente, per quei tempi da prole numerosa (soprattutto nelle campagne, dove costituiva una preziosa risorsa per il lavoro), avevano appena un figlio a testa: gli uni un maschio, gli altri una femmina. Cresciuti assieme e tacitamente predestinati a unirsi in matrimonio per non disperdere i rispettivi possedimenti e, anzi, rafforzarne il valore è il rendimento confluendo in un’unica, grande azienda agricola. Lavoratori avvezzi alla fatica, con vedute e interessi che di rado oltrepassavano i confini dei poderi, come molti altri si adeguavano docilmente a un conformismo pavido. Erano anche affetti da una certa grettezza ottusa ma, fino a un dato momento, priva di ripercussioni gravi sul prossimo.

“Combattenti di terra, dell’aria, del mare…”

10 giugno 1940. Fortunatamente, il giovane Filippo aveva appena tredici anni e non fu costretto a combattere in terra, in cielo o in mare.

In cinque anni di guerra, grazie anche ai rapporti di ossequiosa deferenza con alcuni locali gerarchi fascisti e alla loro conseguente compiacenza, le due famiglie accrebbero la loro ricchezza vendendo a caro prezzo (a chi se lo poteva permettere) i generi alimentari razionati e distribuiti con il sistema delle tessere annonarie. Borsa nera, insomma.

Poi la guerra terminò, ma non fu subito pace. I compaesani non avevano dimenticato il loro comportamento negli anni precedenti e mostrarono una schietta ostilità. Nel ’50 le due famiglie vendettero tutto e abbandonarono il paese con destinazioni differenti, lasciando in dote ai due ragazzi, appena convolati a nozze con un figlio già in arrivo, un patrimonio ragguardevole.

I due giovani si trasferirono a Milano con un bel po’di soldi e altrettanta smania di godersi la vita cittadina; comprarono subito un appartamento dotato di tutte le comodità in Corso XXII Marzo, dove poco dopo nacque la loro figlia.

Ed ecco la famiglia apparentemente felice: due giovani singolarmente attraenti e benestanti con una bambina sana e decisamente tranquilla, del tutto incuranti delle origini di gran parte della ricchezza di cui disponevano e decisi ad affrancarsi in fretta dalle loro stesse origini. Del resto, avevano sempre pensato di essere nati in campagna per uno scherzo malevolo del destino.

Filippo e Alida erano belli, avidi e arroganti, senza talenti particolari e con un grado di istruzione limitato alla licenza elementare. Lei sognava di fare l’indossatrice; le riuscì appena di comparire in una sfilata privata di una nota sartoria milanese; lui diceva in giro di essere rappresentante per una grande società anglo-americana (nientemeno), ma nessuno capiva cosa diavolo vendesse

 All’inizio degli anni ’50  quasi tutto pareva possibile, perfino a portata di mano; era stato addirittura scoperto il petrolio in Valpadana e anche se si rivelò ben presto un’illusione, ebbe un enorme impatto mediatico supportato da slogan ottimistici, con cani drago a sei zampe che sputavano fuoco, la testa rivolta all’indietro. Il Paese, invece, era animato da uno slancio in avanti. C’era quel genio lungimirante e intraprendente che arrivava dalle Marche, uomo ambizioso e spregiudicato che sapeva fiutare il vento del cambiamento, aveva persino fondato una città alle porte di Milano per i dipendenti della neonata società statale per l’energia, attribuendole il nome allusivo e futuristico di Metanopoli. Pensava in grande, Enrico Mattei e fu tanto audace da sfidare le Sette Sorelle e molti altri poteri più o meno occulti. Chissà dove sarebbe arrivato, se non fosse morto nel ‘62 in un incidente aereo al quale nessuno credette neppure per un istante e a ragion veduta, ma fu un altro fatto destinato a rimanere irrisolto e impunito.

 Nel suo piccolo, anche Alida era dotata di un buon intuito e trasferì prontamente le sue aspirazioni e le sue determinate energie al mondo della pubblicità, Filippo seguitò a far finta di lavorare spendendo le giornate al tavolino di qualche bar o alle corse dei cavalli. A un certo punto prese anche a covare un invidioso rancore nei confronti della moglie, la cui immagine sorridente campeggiava su molti rotocalchi, raffigurazione perfetta della moglie e madre felice ed entusiasta consumatrice di questo o quel prodotto.

Nel frattempo, la figlia Miranda frequentava le scuole elementari e poi le medie ed era affidata alle cure svogliate della donna che si occupava della conduzione della casa. Sua madre, che quando non posava in qualche studio fotografico era in giro per negozi o al cinema con le amiche, la gratificava appena di un affetto distratto. Osservandola con aria scettica, sovente esprimeva ad alta voce una considerazione che la infastidiva parecchio:

Questa bambina ha proprio l’aria insipida”.

Miranda non capiva bene cosa intendesse dire, ma era certa che non fosse un complimento. Così, cercava il più possibile di tenersi in disparte. Avrebbe mantenuto un atteggiamento defilato anche in seguito, tanto da assimilarlo come un’attitudine naturale.

La bambina guardava con timidezza apprensiva l’esuberanza e la bellezza sfacciata e un poco grezza dei genitori, mentre conviveva quotidianamente con i silenzi e i modi bruschi dell’arcigna governante tuttofare, la quale nutriva un deciso disprezzo per i suoi datori di lavoro e non aveva alcuna voglia di prendersi cura anche della loro figlia, che pure avrebbe dovuto suscitare la sua compassione.

Miranda non assomigliava a nessuno dei genitori nemmeno nell’aspetto che, anche dopo la pubertà, mantenne qualcosa di indefinito, di tralasciato. Ben lontana dalla bellezza statuaria di Alida e di Filippo, il volto presentava tratti banalmente regolari, gli occhi un poco piccoli di un colore opaco e incerto tra il grigio e l’azzurro, bocca ben disegnata dalle labbra sottili, i capelli castani fini, dritti come spaghetti, la figura ostinatamente scarna, le caviglie grosse rispetto alla magrezza delle gambe.

Nel complesso, si poteva definire graziosa ma scialba e perciò era destinata a restare una figura indistinta sullo sfondo, a fatica percepita e subito dimenticata.

Nel ’65 la famiglia apparentemente felice, che in fondo non era mai stata davvero felice e nemmeno famiglia, non esisteva più: Alida e Filippo facevano vite separate e i rari incontri davano luogo a litigi e recriminazioni; nel frattempo, il dispendioso stile di vita di entrambi stava velocemente prosciugando le risorse finanziarie. Nel corso di uno dei frequenti diverbi, Miranda apprese che i nonni si erano arricchiti in tempo di guerra praticando la borsa nera, fatto che, paradossalmente, Alida e Filippo si rinfacciavano a vicenda.

Miranda aveva solo quindici anni ma sapeva bene di cosa si trattasse perché ne aveva parlato in classe la giovane professoressa di storia e ne provò vergogna e disagio, insieme all’assurdo convincimento di esserne complice, avendo goduto dei frutti di quel comportamento schifoso. Frequentava la seconda ginnasio al Parini, scuola alla quale era stata iscritta non perché ai genitori interessasse la sua istruzione, ma solo in quanto, insieme all’ampio appartamento e alla bella auto,  costituiva la dimostrazione tangibile del raggiungimento del successo sociale.

Ormai ognuno conduceva una vita propria disinteressandosi di quella degli altri componenti del nucleo familiare. Quando non era a scuola, Miranda si rinchiudeva nella sua camera dove studiava, fumava e ascoltava musica da un grosso giradischi. Le piaceva imparare a memoria i testi delle canzoni per accompagnare con la sua voce il canto dell’artista, cercando una perfetta sincronia.

Un giorno Alida udì quel canto e rimase sbalordita dalla voce di sua figlia: perfettamente intonata, immatura eppure intensa e carica di passione, ma cosa poteva saperne, di passione, una ragazzina di nemmeno sedici anni.

Non ne sapeva niente, in effetti; invece, sul sesso stava imparando alcune cose: per esempio che poteva essere un mezzo per compiacere e per ottenere, almeno per qualche istante, l’attenzione che le veniva puntualmente negata fin da quando era piccola.

Sua madre, che non poteva credere di avere messo al mondo una progenie priva di una qualsiasi dote eccezionale, prese a sognare una futura audizione per qualche concorso canoro per esordienti, magari il prestigioso Festival di Castrocaro. La iscrisse quindi a una scuola di canto, chissà mai che venisse fuori qualcosa di interessante, da quell’impiastro di figlia.

Era il 20 di luglio del ’69; Miranda si era appena diplomata ed era in casa da sola, come spesso accadeva. La casa non era più quella di Corso XXII Marzo, venduta alcuni mesi prima (malamente, data la fretta) per onorare i debiti di gioco accumulati da Filippo nel giro di alcuni anni. L’appartamento affittato in via Vitruvio, al terzo piano di un vecchio edificio senza ascensore, era composto di due sole stanze, oltre alla cucina e al bagno, ma Filippo e Alida vi trascorrevano poco tempo, ognuno dei due ormai impegnato in un’altra vita che non la includeva. A volte Alida faceva la spesa, più spesso le lasciava dei soldi e un biglietto frettoloso.

Alle sette e mezza della sera Miranda accese il televisore e lo tenne sintonizzato sul canale Rai che trasmetteva in diretta, dallo Studio 3 di via Teulada, la lunga telecronaca del primo sbarco dell’uomo sulla luna. Non la seguì proprio tutta ma tenne il televisore sempre acceso per restare agganciata a quel sentimento di commossa connessione con l’umanità intera.

Tante persone restarono incollate al televisore davanti allo stupefacente primo allunaggio degli americani.

La storica telecronaca sarebbe rimasta impressa nella memoria degli italiani anche per via del breve battibecco che ebbe luogo in diretta tra il biondo e occhialuto Tito Stagno e Ruggero Orlando, inviato speciale della Rai in America (qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando).

“Ha toccato!”

Scandì il giovane Stagno,

“No, non ha toccato”

ribattéseccamenteOrlando.

Dettagli che nulla tolsero all’entusiasmo del momento, e chi non era ancora troppo piccolo per avere coscienza della propria permanenza nel mondo e degli accadimenti che si succedevano, provò l’inebriante sensazione di essere spettatore e partecipe della Storia, ovvero di un evento che avrebbe cambiato le sorti dell’intera umanità e sicuramente in meglio. Un poco esagerato, ma si può considerare con indulgenza quell’eccesso di euforia.

Qualche giorno appresso, si presentarono alla porta di casa due agenti della Questura di via Arsia; Alida era appena rincasata dopo un’assenza di una settimana. Il più anziano dei due spiegò che era necessario recarsi all’obitorio per il riconoscimento dell’uomo rinvenuto cadavere nei pressi di Villa Scheibler, in via Orsini. La dimora signorile nel rione periferico di Vialba, proprietà comunale, era abbandonata da anni e frequentata da tossicodipendenti che da lì partivano per viaggi talvolta senza ritorno. L’uomo era stato trovato per caso durante una delle inutili retate periodiche, aveva in tasca i documenti di Filippo Malerba e si era suicidato convogliando i gas di scarico del tubo di scappamento nell’abitacolo della Giulietta Sprint a lui intestata. Sul sedile del passeggero, un biglietto scritto con la penna blu, una calligrafia dai caratteri grandi e tondi: Alida, Miranda, ho pagato tutti i miei debiti, nessuno vi darà fastidio, quindi adesso posso farla finita. Vi chiedo perdono per non aver saputo volervi bene, non abbastanza, ma sono fatto così. Filippo”.

Secondo il medico legale era morto da circa quarantotto ore; gli sciagurati che certamente stavano lì attorno erano troppo fatti per accorgersi della sua morte, oppure ben decisi a farsi gli affari propri.

Alida osservò il cadavere del marito sistemato nella cella frigorifera cercando invano una traccia dell’amore che forse non era mai davvero esistito, o perlomeno di compassione; firmò tutto quello che c’era da firmare, chiuse il conto bancario cointestato, dal quale da tempo aveva prelevato gran parte del poco denaro che suo marito non si era ancora giocato.

Subito dopo, portò con sé la figlia nella grande villa di Bordighera posseduta dall’uomo che era il suo amante da alcuni anni e che ora poteva definire ufficialmente  fidanzato. Di diversi anni più vecchio, costui era un uomo distinto e freddamente cortese.

Mentre la coppia si godeva lunghe gite in barca o in auto, Miranda se ne stava in casa ad ascoltare i suoi dischi, oppure scendeva fino alla piccola spiaggia privata,

Alla fine di agosto, mentre preparavano i bagagli per tornare a Milano, Alida spiegò alla figlia che i loro soldi erano quasi finiti, lei non era più molto richiesta per le foto pubblicitarie e aveva deciso di accettare la proposta di matrimonio del danaroso fidanzato. La informò dell’intenzione di trasferirsi a Zurigo perché il futuro sposo, neurochirurgo di discreta fama, aveva accettato un’offerta di lavoro presso una clinica privata in quella città.

Aggiunse di averle procurato un colloquio per un impiego presso un’agenzia di moda, recentemente fondata da un suo conoscente. Si proponeva di costruire e curare l’immagine di ragazze e ragazzi che aspiravano ad affermarsi nel mondo della moda e dello spettacolo, curandosi di trattare contratti d’ingaggio vantaggiosi e gestendo l’eventuale carriera.

“Ormai sei adulta, devi imparare ad arrangiarti”.

In realtà, per la legge italiana mancavano due anni alla maggiore età e sua madre stava abbandonando una minore, ma probabilmente Miranda era adulta per davvero: si arrangiava da quando avevano lasciato la casa in corso XXII Marzo insieme alla domestica che non si potevano più permettere e nemmeno serviva più. Intanto che la rappresentazione della famiglia felice si dissolveva, lei ogni giorno si alzava,  andava a scuola, si preparava da mangiare, studiava e accudiva se stessa e la casa, quest’ultima con la sbrigativa approssimazione assimilata dalla domestica.

Fu subito assunta dall’agenzia nonostante le sue scarse competenze perché avevano urgenza di integrare il personale.

  Gli eventi si svolsero in rapida successione, ma quando ebbe il tempo di fermarsi a riflettere Miranda si rese conto che qualunque vaga idea di futuro avesse avuto in mente ormai non era più realizzabile. La scuola di canto e l’eventuale iscrizione all’Università erano fuori dalla sua portata; a poco a poco avrebbe perso di vista il gruppetto di compagne di classe con le quali aveva più confidenza. In autunno le amiche sarebbero andate tutte alla Statale, le loro vite  si avviavano a dispiegarsi su percorsi troppo differenti, creando distanze inconciliabili che una frequentazione sempre più sporadica non avrebbe fatto che rimarcare. Cosi se ne distaccò in anticipo, in modo da avere l’impressione di soffrirne di meno

 Poco prima della partenza per Zurigo, il fidanzato della madre volle intestarle un conto corrente depositando una somma sufficiente a garantirle una certa tranquillità. Miranda intuì che era il prezzo che l’uomo riteneva di dover pagare per togliersela definitivamente di torno; ringraziò educatamente accettando il denaro e il patto sottinteso.

La fine degli anni ’60 coincise con l’avvio della conclusione del periodo di spinta propulsiva e di ottimismo iniziato nel dopoguerra. Per i milanesi lo spegnimento di quello slancio avvenne in un giorno preciso, a un’ora esatta e in un luogo determinato: 12 dicembre 1969, ore 16,30, sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana. La notizia dell’attentato piombò sulla città addobbata per le feste natalizie come un’energia oscura scaturita da uno spazio vuoto, capace di frenare la continua e salvifica espansione dell’universo con conseguenze non prevedibili. Nessuno era più al sicuro, ed era una guerra in cui era difficile individuare i contendenti e le forze in campo. Durò per tutto il decennio successivo e anche oltre.

Il lavoro in ufficio impegnava molto Miranda, per lei era tutto nuovo ma era diligente e caparbia, oltre che pienamente consapevole che lo stipendio le serviva per mantenersi e non poteva certo rischiare di perderlo. Il suo compito consisteva nel collaborare alla stesura e al controllo dei contratti d’ingaggio con il giovane laureato in giurisprudenza che divideva l’ufficio con lei. Tommaso aveva trent’anni e preferiva farsi chiamare Tommy; esibiva una faccia simpatica, accesa dai vivaci occhi scuri, piantata su di un corpo robusto con una pericolosa predisposizione alla pinguedine. Cercava di contrastarla nutrendosi poco e prevalentemente con verdure scondite e  mele, come tante delle meravigliose ed evanescenti creature che transitavano in quegli uffici.

Fu lui a suggerire subito a Miranda di perfezionare l’inglese imparato a scuola iscrivendosi a un corso serale, dato che buona parte dei ragazzi e delle ragazze che si rivolgevano all’agenzia proveniva dall’estero.

 Durante l’anno che seguì dedicò tutte le sue energie al consolidamento della posizione nella quale si era appena insediata. Aveva superato il periodo di prova, terminò il corso d’inglese e, finalmente, si rilassò. A poco a poco, l’ansia determinata dalla consapevolezza di non avere alcuna protezione o solidarietà su cui poter contare, in caso di difficoltà, divenne una preoccupazione con la quale convivere più o meno pacificamente. I rapporti con sua madre si limitavano a scambi periodici di informazioni, privi di partecipazione emotiva e, forse, persino di interesse. La prudenza con la quale aveva affrontato la vita dopo il trasferimento di Alida rasentava l’avarizia e si estendeva ai rapporti con gli altri. Viveva da sola, non doveva rendere conto a nessuno di dove andasse, di cosa facesse e con chi, non aveva orari da rispettare. Era così fin dagli anni del liceo, in realtà, ma a quei tempi la presenza dei genitori era comunque percepita e attesa, quando non c’erano. Ora non doveva aspettare più nessuno. Non doveva nemmeno aspettarsi niente da nessuno, questo lo aveva capito bene.

“Ma tu esci alla sera, qualche volta? Non so, hai un moroso o delle amiche con le quali giri per locali?” le aveva chiesto o un giorno Tommy, mentre mangiavano qualcosa durante la pausa pranzo. Non sapeva come rispondere, perché la verità era che da un anno non vedeva nessuno, non sapeva nemmeno quali fossero i locali in voga a Milano in quel momento. Si era chiusa in una bolla protettiva che le si stava stringendo addosso e, finalmente, sentì che le mancava l’aria e molto altro ancora.

Tommy aveva chiarito tempo addietro che amava le donne ma preferiva portarsi a letto gli uomini, così quando le propose di uscire il sabato sera Miranda accettò con gratitudine e con un principio di allegria: da qualche parte doveva pur cominciare e poi sarebbe stato come andare in giro con un’amica,  solo molto più sveglia di quelle che frequentava prima

“Però, Miranda, già hai un nome che sa di vecchio, facciamo che d’ora in avanti ti chiamerò Miri che è anche più corto, cerca di non vestirti più come una cinquamtenne. Anzi, alla tua immagine ci penso io, lascia fare”.

Lei lasciò fare, attratta dall’idea di cambiare pelle e di lasciarsi condurre attraverso questa mutazione da una persona di cui stava imparando a fidarsi, per la quale provava una forma di affetto che non era importante definire.

Il venerdì sera, dopo il lavoro, sedette docile su una sedia della cucina modernissima di Tommy, che abitava in un bell’appartamento in via Torino, mentre un suo amico, apprendista parrucchiere  dai Vergottini (un caro amico, come tenne a precisare il collega), lavorava di forbici sui lunghi capelli, modellando un caschetto con la frangia dritta a filo delle sopracciglia.

Il giorno dopo Tommy la trascinò in Galleria Passerella da Fiorucci, dove scelse jeans, minigonne e corti maglioncini dalle tinte vivaci che Miranda pagò con una leggerezza inedita. Osservandola uscire dal camerino di prova, l’amico commentò, con molta soddisfazione, che finalmente si era tolta di dosso le ragnatele ed era un buon inizio. Più tardi, davanti allo specchio a figura intera nel suo bagno, scrutò a lungo il volto di Miranda, poi prese una grossa matita grigio fumo con la quale delineò l’attaccatura delle ciglia superiori, sfumando con un pennellino; con un bastoncino di kajal nero passò sulla rima interna della palpebra inferiore, spazzolò le ciglia co una dose abbondante di rimmel nero e infine colorò le labbra con un rossetto lucido di un rosso vivace.

“Ed ecco la nuova Miri, pronta per abbandonare definitivamente la sua triste clausura”.

Miranda fronteggiò quella versione di sé nello specchio: la gonna aderente a metà coscia di un bel blu elettrico mostrava le gambe magre fasciate dal collant velato nero, gli stivaletti a metà polpaccio pure neri, dal tacco sottile, nascondevano le caviglie un poco grosse, il maglioncino nero con i bottoncini dorati e le spalle imbottite fasciava il busto minuto, ponendo in risalto i seni piccoli e tondi. Il kajal nero infondeva nello sguardo una lucentezza liquida e la bocca rossa esaltava l’incarnato chiaro dalla grana fine. Il connotato di sciatta incompiutezza che da sempre suggeriva la sua fisionomia aveva lasciato il posto a una traccia misteriosamente sfuggente, capace di destare curiosità.

Sorrise alla propria immagine scoprendo i denti regolari che con quel rossetto sembravano ancora più bianchi. Si piaceva e pensò che era pronta, benché non sapesse esattamente per cosa. Non era più invisibile, ma l’attrazione che ora poteva suscitare era destinata a rimanere effimera, perché Miranda elaborava pensieri angusti che galleggiavano sulla superficie delle cose e, come aggravante, non possedeva doti dialettiche, sebbene si sforzasse di imparare qualcosa dall’eclettico Tommy.

Questi frequentava una moltitudine di persone penetrando praticamente tutti gli strati sociali e muovendosi perfettamente a suo agio in ognuno di essi, Quella prima sera cenarono a casa di certi suoi amici che abitavano a Monza e le presentò Luciana e Arlene, due amiche vicine alla trentina che le sembrarono simpatiche e spigliate e che presto divennero compagne solidali di molte serate, di cui dava puntuale resoconto a Tommy che divenne il suo rifugio, l’appiglio, il confidente, colui con il quale poteva piangere o ridere senza ritegno.

Miranda dismise l’abituale abbigliamento un poco antiquato anche in ufficio, adottando uno stile più moderno. Mantenne tuttavia una sorta di sdoppiamento tra la versione diurna, più attuale ma pulita e spenta, e quella notturna, in cui si insinuò qualcosa di ingenuamente torbido.

Incominciò un lungo periodo superficialmente divertente. A partire dal giovedì sera fino alla domenica, insieme a Luciana e ad Arlene passava dall’Old Fashion al Trianon, al Blu Notte al Golden Black o al Parco delle Rose. Oppure, c’erano le feste e le cene con gli amici di Tommy, che usciva con molti uomini cercando ostinatamente l’amore ma quello, come ammetteva sovente, seguitava a sfuggirgli con eguale caparbietà, perciò gli  toccava accontentarsi del sesso.

Miranda, invece, cercava  incontri aprioristicamente senza futuro: era convinta che, tanto, presto o tardi se ne andavano tutti.

Talvolta le capitava di prestare attenzione alle ragazze che si affidavano all’agenzia, la maggior parte delle quali erano più giovani di lei. Grosso modo, si potevano dividere in due specie: quelle che, come sua madre, usavano la bellezza con cinismo pragmatico per conquistare il successo, una vita agiata e qualcuno che potesse garantire lo status raggiunto anche in un futuro più lontano. Per altre, al contrario, la straordinaria bellezza generava fragilità, si lasciavano attrarre dal sottobosco della borghesia milanese frequentato da rampolli gaudenti e nullafacenti, finendo per cacciarsi in qualche guaio. La vecchia storia delle cicale e delle formiche, in sostanza, solo che queste erano tutte molto belle. Le une, essendo consce della caducità del loro fortuito capitale lo impiegavano con rigorosa disciplina, mentre le altre, non sapendo gestire quella straordinarietà finivano per dissiparla anzitempo insieme ai benefici guadagnati in un periodo troppo breve.

Comunque, se per la prima specie Miranda nutriva una velata ammirazione, nei confronti della seconda provava un infastidito disprezzo.

Durante la bella stagione, quando usciva con certi amici molto alternativi di Tommy, si fermavano in qualche posto tranquillo lungo il Naviglio Grande e uno di questi, tra l’altro decisamente dotato, si metteva a suonare una magnifica dodici corde.

Saverio proveniva da Taranto e a Milano si era laureato in Scienze Politiche, poi era partito per l’India alla ricerca di un guru che lo introducesse alla meditazione, come era accaduto ai Beatles. Nessuno sapeva se lo avesse trovato né cosa avesse fatto in India per un anno, ma quando tornò a Milano impiegò i soldi ereditati dalla nonna materna per comprare una licenza da tassista. Lavorava per una cooperativa e diceva che quel mestiere gli permetteva di fare ogni giorno incontri che gli aprivano la mente e il cuore.

Molte volte Miranda conosceva il testo delle canzoni e allora si metteva a cantare; era nella sua versione notturna, sapeva farlo, poteva uscire allo scoperto. Da quella figura minuta e abbastanza insignificante, che nonostante il travestimento e la maschera del trucco faticava ad apparire davvero seducente, scaturiva una voce pastosa, capace di restare ferma sulle note più alte e poi di ammorbidirsi, sussurrando roca sulle note basse. C’era potenza e sentimento in quel canto e Miranda era come trasfigurata, e quasi bella. Qualche volta, alcuni passanti si fermavano ad ascoltare, oppure arrivava la polizia e li faceva sgomberare in malo modo (d’altronde, erano anni difficili) e quando Tommy sputò uno sprezzante “questurini di merda”, in questura ci finirono tutti. Ne uscirono all’alba di una luminosa domenica mattina e decisero di andare a fare colazione a Como.

Trascorse così un decennio ma nessuno, all’interno di quei gruppi eterogenei, aveva voglia di accorgersene. C’era stata qualche defezione fisiologica ma per lo più ognuno continuava a portare in scena il medesimo personaggio, con aggiustamenti minimi per adeguarsi a una scenografia in rapido mutamento.

Avevano smesso di suonare per strada come dei vagabondi: quando volevano tirar tardi in quel modo si rifugiavano nell’osteria di Tiziano, un locale situato in una corte malandata sull’Alzaia Naviglio Grande, vicino al Vicolo dei Lavandai. Vi si accedeva per una ripida scala di pietra consunta e l’ingresso affacciava sul ballatoio di una casa di ringhiera male in arnese. Il cesso non meritava altro nome, trattandosi di un loculo con la turca posto sul pianerottolo, ma l’interno era rustico e accogliente: una grande sala con tavoli di legno e seggiole impagliate, il bancone del bar occupava parte della parete di fondo. Vi si serviva solo vino in fiaschi e formaggio parmigiani, poi per certi clienti Tiziano, uno dei tanti amici di Tommy, teneva in serbo delle bottiglie di champagne ma le serviva malvolentieri, sostenendo che rovinassero il tono del locale.

Una piccola porta introduceva in un’altra stanza, detta confidenzialmente  la canonica, dove un pianoforte e una chitarra erano a disposizione degli avventori.  Era anche il luogo in cu si potevano rollare canne di tutti i tipi in santa pace, fatto che il gioviale proprietario tollerava raccomandando ogni volta che si chiudesse la porta, si aprisse la finestra che dava sulla corte e gli si lasciasse del fumo per dopo, quando finalmente sarete andati tutti fuori dalle balle”. Era un posto senza pretese eppure esclusivo, nel senso che era conosciuto e frequentato da una cerchia piuttosto ristretta di clienti abituali per effetto di un efficace passa parola; apriva solo dal giovedì al sabato sera ed era sempre pieno

Come quel venerdì, verso la fine di aprile dell’80.

“Ciao Tiz, possiamo piazzarci in canonica? Stasera veniamo in pace, solo Camel e Gauloises”, esordì Tommy salutando l’amico con le braccia alzate nel classico gesto di resa.

“Questa è una gran brutta notizia. Prego, accomodatevi pure e cercate almeno di suonare qualcosa di decente”, fece quello di rimando.

Arrivò il giovanotto perennemente trafelato che aiutava Tiziano, portò un paio di fiaschi di rosso robusto e un grosso spicchio di formaggio su un tagliere, con lo scagliatore conficcato nel mezzo. Dopo un poco Saverio imbracciò la dodici corde, liberò accordi a caso come inseguendo un pensiero o magai un ricordo, poi attaccò con qualche brano dei Beatles, di Simon and Garfunkel, dei Mamas and Papas. Era particolarmente ispirato, quella sera, e Miranda lo seguiva, attenta al ritmo della musica, concentrata. Qualcuno, dalla sala adiacente, di tanto in tanto si affacciava, attratto da quelle improvvisazioni, mentre il resto della compagnia parlottava a mezza voce perché c’era davvero un’atmosfera bella e strana. Non era sempre così, ma ogni tanto succedeva e allora bisognava lasciarle spazio. Erano tutti lì, ognuno un poco altrove.

Un uomo se ne stava da un po’ in un angolo vicino alla porta, fissando Miranda con insistenza e lei se ne era accorta. Aveva continuato a cantare convincendosi che quello sconosciuto rimanesse lì per lei, lo aveva subito accolto nei suoi pensieri senza nemmeno sapere perché, fino a dove o fino a quando.

Non molto alto, snello, aveva notato che si muoveva con la leggerezza fluida di un ballerino. I capelli castani e ondulati, con la scriminatura da un lato, coprivano le orecchie, il volto spigoloso aveva tratti decisi, il naso con una piccola gobba, occhi grandi e bui, la bocca dalle labbra piene piegata in una smorfia di amara disillusione.

L’uomo seguitava a osservare Miranda: era sconcertato dal fatto che da una donna dai contorni tanto imprecisi da doverli definire con un abbigliamento vistoso e un trucco pesante, potesse sprigionarsi una voce capace di elevarsi senza sforzo fino alle note più acute e poi scivolare giù, indugiando su quelle più basse in un bisbiglio soavemente sensuale.

Come d’abitudine, Saverio concluse l’esibizione con un brusco “adesso basta perché mi sono stufato”.

Lo sconosciuto si diresse con decisione verso Miranda.

“Scusi, mi chiamo Leonardo Mari, sono un musicista e ho appena firmato un contratto di un anno per suonare il piano in un locale qui vicino, La scrittura prevede anche l’accompagnamento di una cantante ma la mia mi ha appena mollato. Inizierò tra due settimane e devo trovarmi un rimpiazzo. Le andrebbe di venire a fare qualche prova con me?”

Confusa, delusa, con l’animo in subbuglio Miranda accettò.

“Ci andrai sul serio? Hai capito che la tipa che lo ha appena mollato non era solo la sua cantante? No, perché ho visto con che occhi lo guardavi”.

Naturalmente aveva capito, ma era la prima volta che provava un’attrazione tanto forte e complessa per una persona e cercò di spiegarlo a Tommy.

Figurati se non ti capisco. Fai come ti pare, passerò più tardi a raccogliere i cocci”.

A volte, Tommy era la madre e il padre che non aveva avuto, con il pregio di una mentalità molto aperta.

Nelle due settimane che seguirono, provarono quasi tutte le sere a casa di Leonardo, in un monolocale spartano alla Barona. Miranda non aveva mai accompagnato un pianoforte, il repertorio era diverso da quello di Saverio  e, benché talentuosa e un poco istruita dalle lezioni di canto della sua adolescenza, non era una professionista. Seguiva puntigliosamente le sue istruzioni e i suoi imperiosi consigli, voleva farsi materia duttile nelle sue mani, disposta a qualsiasi cosa pur di scorgere un barlume di interesse negli occhi seri di Leonardo, il quale poteva anche essere gentile, eppure trincerato dietro un invalicabile distacco. In realtà, non riusciva nemmeno a capire se lui fosse soddisfatto del suo evidente impegno, ma nemmeno sapeva se davvero volesse la dannazione di stargli accanto rimanendo invisibile, una sera dopo l’altra, contentandosi di unirsi solo alla sua musica.

Durante una prova, lui smise all’improvviso di suonare e le si rivolse con un tono iroso, pestando una manata a palmo aperto sul legno del pianoforte.

“E lasciala andare, sta voce, non tenere sempre il freno tirato! Sei brava a farla uscire da qualche profondità, e allora lasciala andare, cazzo, di che cosa hai paura?”

La voce di Miranda si era piantata su un acuto, nel ritornello di una canzone di Mina.

Già, di che cosa ho paura, pensò lei, ascoltando l’ondata rabbiosa che la stava raggiungendo da un luogo lontano. Tutto ciò che poteva spaventarmi è già successo in passato ma adesso ho paura di un sentimento, maledetto stupido, amore mio che neppure ti accorgi che esisto. Vuoi la voce? E allora, eccola.

Riprese la strofa senza aspettare il pianoforte e gli rovesciò addosso tutta la sua inutile passione, il dolore e il risentimento. Lui rimase per un attimo attonito, gli toccò rincorrerla con le note. Le dita sfioravano rapide i tasti ma Leonardo non badava alle sue mani, era rivolto verso il viso di Miranda, gli occhi buttati dentro i suoi, un sorriso quasi amorevole.

Dopo un poco smise di suonare; fuori pioveva forte sulla strada ormai deserta. Prese due bicchieri spaiati e aprì una bottiglia di bianco che andava giù troppo freddo e veloce. Stavano seduti sul pavimento, appoggiati a dei grossi cuscini perché in quell’ambiente non c’era spazio per un divano. Leonardo prese una seconda bottiglia e per la prima volta rivelò qualcosa di sé ma non si trattò di una confidenza: lo sguardo fermo e  assente, il tono sommesso e monocorde facevano pensare più che altro a un soliloquio.

 Dopo il Conservatorio si era dedicato a ciò che amava, ovvero la composizione di brani pensati per costituire una colonna sonora cinematografica. Aveva percorso molte strade e bussato a innumerevoli porte con risultati poco soddisfacenti; aveva dovuto ripiegare sugli ingaggi per le navi da crociera e per i locali che offrivano musica dal vivo. E un giorno, anzi una sera, aveva trovato la sua cantante, la sua compagna, il suo amore.

“E adesso eccomi qui: un musicista fallito e un miserabile che ha perduto la sola donna che abbia mai amato, l’unica che lo abbia amato davvero”.

Era l’ora più buia e più fredda della notte e quando lui l’abbracciò e si sdraiarono sul pavimento Miranda sapeva che era sbagliato, ma voleva ugualmente quel ricordo perché sapeva che da lui non avrebbe potuto avere altro.

Finì in fretta e senza dolcezza, ma la cosa peggiore fu il modo in cui Leonardo la guardò subito dopo, come se fosse meravigliato della sua presenza.

Perdonami, ti prego, io…. sono una bestia, non doveva succedere e non succederà mai più. Adesso è meglio se vai, ti chiamo un taxi. Se sei d’accordo, ci vediamo domani per le ultime prove”.

Naturalmente era d’accordo, contro ogni ragionevolezza.

Ai primi di maggio iniziarono le esibizioni al piano bar in via Ludovico il Moro. Dal mercoledì alla domenica era un grosso impegno e Miranda lavorava anche durante il giorno, ma c’era una scadenza certa e Leonardo aveva già preso altri impegni a Lugano.

Durante quell’anno Miranda ebbe poco tempo per i vecchi amici. Mentre lei si arrendeva alla sua deriva solitaria, nella cerchia multiforme delle amicizie di Tommy era in corso uno dei periodici movimenti tellurici destinati a cambiarne i connotati.

Saverio, stufo di scarrozzare per Milano tipi sempre meno disposti alla conversazione, aveva venduto la licenza di tassista per migrare in Costarica, dove aveva rilevato un chiosco sulla spiaggia; Tommy aveva finalmente scovato l’amore della sua vita, un coetaneo che faceva il fisioterapista al Gaetano Pini. Vivevano insieme nel suo appartamento in via Torino e alle serate da vagabondi preferivano ormai le cene con pochi amici.

Luciana e Arlene, il cui quarantesimo compleanno ricorreva nello stesso mese, avevano dato una grande festa nel corso della quale avevano annunciato solennemente la fine delle loro movimentate peregrinazioni notturne; si sarebbero dedicate al cinema, ai concerti e ai viaggi, e avrebbero continuato a farlo insieme perché era più divertente.

Tommy sosteneva che le due amiche si amavano da tempo ma non se ne erano mai accorte; Miranda non ci credeva, tuttavia si rese conto di avere sempre pensato a loro come a una coppia indissolubile nonostante le numerose interferenze, un bizzarro sodalizio tanto tenace da non avere bisogno di regole.

Nel frattempo, l’agenzia si era ingrandita e aveva acquisito una discreta notorietà. A Milano aveva da poco aperto un claustrofobico locale che stava diventando la meta serale preferita di modelle e modelli, facendo di quel buco sorto al posto di una vecchia balera un ritrovo ambito. All’Amnesie circolava tanta bellezza e anche molta roba per riuscire a fare il giro dell’orologio stando sempre in piedi. Era incominciato un altro decennio in cui molte cose sembravano a portata di mano, solo che si pensava più ad arraffare che a costruire, per restare nella metafora delle mani. C’era qualcosa di decadente nella celebrazione ossessiva dell’individuo, nell’inconsapevole e superficiale epicureismo che caratterizzava l’approccio e l’interazione con la collettività, il cui valore appariva sempre meno rilevante.

Miranda aveva l’impressione di ristagnare, intanto che attorno tutto si muoveva e mutava. Lei no, non cambiava, non si muoveva. Aspettava.

A mano a mano che passavano le settimane, avvicinandosi la scadenza del contratto di Leonardo, aveva incominciato a sottrarsi a quei brevi momenti di comunione in cui  lui le sorrideva cercando i suoi occhi. Accompagnava la musica tenendosi un poco in disparte, in un cono d’ombra alle spalle del pianista, in maniera che lui non potesse voltarsi a guardarla.

E dunque è giovedì sera, metà aprile del 1981. Ancora quattro serate e sarà tutto finito.

Miranda canta per il pianista che non le concede l’amore, celebra la notte troppo corta e troppo lunga. Le viene in mente che non si sono mai visti di giorno, condannati a una rappresentazione notturna che presto verrà cancellata, dopo un’ultima replica.

Do you know where you’re going to? Sai dove stai andando, intona Miranda chiedendolo a se stessa, al pianista e al mondo intero, senza illudersi di ricevere alcuna risposta.

  Non bada all’uomo che siede da solo a un tavolo molto vicino, neanche ha notato che occupa lo stesso posto da un paio di mesi, tutte le sere, con inspiegabile perseveranza.

Non lo vede nemmeno, quell’uomo né alto né basso, né brutto né bello, non grasso ma nemmeno magro, non più giovane e non ancora vecchio, così tragicamente nella media da passare inosservato, destinato a un’esistenza quasi clandestina.

È lì per lei, perdutamente innamorato di un volto pallido appeso nella penombra e inchiodato a una tristezza di cui egli non può conoscere l’inizio ma vorrebbe scriverne la fine. Quella voce racconta l’amore senza averlo e senza averlo mai conosciuto; lui, invece, lo ha incontrato e perduto tante volte, eppure è pronto a rischiare di nuovo tutto per lei.

Attenderà l’ultima sera per uscire dall’ombra, l’ha seguita sovente senza mai farsi scorgere e sa dove abita. Spera tanto che capisca e accolga il suo amore, che non lo respinga come tutte le altre. Nel caso, sa che potrà stare tranquillo: nessuno al locale si ricorderà di lui. Come se non fosse mai passato di lì, come se non esistesse. Succede sempre così.

Every single day, every word you say,

Every game you play I’ll be watching you

…oh, can’t you see +you belong to me?

(“Every breath you take”, The Police)

Ogni singolo giorno, ogni parola che dici,

Ogni partita che giochi io ti guarderò

…oh, non vedi che mi appartieni?