Adesso non è più tutto vestito di bianco, è interamente vestito di nero.
Deve di certo rappresentare un buio, come il nero simbolico di Johnny Cash.
Infatti, sugli schermi giganteschi montati ai lati del palco all’Arena Civica di Milano, gremita da più di 12.000 persone in una sera di aprile che chi se ne frega se potrebbe piovere, compaiono le immagini delle mogli, madri, sorelle e fidanzate dei desaparecidos cileni e argentini. Ballano da sole, le foto dei loro uomini appuntate sul petto.
They’re dancing with the missing
They’re dancing with the dead
They dance with the invisible ones
(Stanno ballando con i dispersi
Stanno ballando con i morti
Ballano con gli invisibili),
canta Sting nel suo abito nero, danzando a turno con tutte le ragazze della band e infine con sua moglie. Perché nessuna donna dovrebbe ballare da sola, infilzandosi nel petto il ricordo di un amore brutalmente sottratto.
Il concerto di Sting del 21 aprile del 1988 fu uno spettacolo eccezionalmente lungo e perfettamente organizzato, con il carismatico cantante che introduceva ogni brano dialogando con il pubblico in un italiano impeccabile, le raffigurazioni sugli schermi ad accompagnare i testi delle canzoni. Un’esibizione di livello elevato e molto coinvolgente, capace di creare un transitorio senso di fratellanza laica tra tutti i presenti, di solidale partecipazione a un sentimento collettivo.
Anche Duilio Restelli si sarebbe ricordato a lungo di quel concerto, Prima di tutto, gli era piaciuto moltissimo, dall’inizio alla fine; poi, dalla posizione piuttosto vicina al palco nella quale si trovava, aveva avuto modo di osservare i frequenti interventi dei tecnici che si muovevano agili e furtivi come folletti; maneggiando svelti fili, microfoni e spinotti, spostavano, aggiustavano, regolavano. Quella vista gli aveva fatto rimpiangere di non avere perseverato nel percorso vagheggiato subito dopo il diploma all’Istituto Tecnico Feltrinelli: durante l’estate aveva lavorato con un elettricista di Baggio, un simpatico sciroccato appassionato di musica rock che dopo il lavoro si divertiva ad allestire impianti elettrici per concerti di paese, nelle fiere e nelle feste patronali. Duilio aveva pensato di farne un mestiere serio sognando i grandi eventi, i concerti al Meazza o al Palatrussardi, ma in pochi anni si era persuaso che fosse un ambiente abbastanza chiuso e, comunque, al di fuori della sua portata. Dopo qualche esperienza al seguito di gruppi musicali irrilevanti, gli era anche parso un modo di campare incerto e faticoso, così quando lo zio materno, ormai anziano, gli aveva offerto di comprare la sua licenza di tassista per una cifra simbolica (peraltro neppure corrisposta per intero) aveva subito accettato. Però, il rimpianto per una vita allegramente vagabonda proiettata nel cono d’ombra dello stesso palco delle rockstar gli era rimasto, assopito da qualche parte e ogni tanto si risvegliava.
Esisteva poi un’altra ragione per ricordare quella serata ed era un elemento che lo aveva disturbato e turbato, distogliendo a tratti la sua attenzione dall’esibizione di Sting e del suo gruppo: le tette della ragazza seduta accanto a lui.
Era graziosa come tante, bassina e di corporatura normale, il viso piacevole nascosto da una gran massa di capelli biondi e ricci e un seno che, a occhio (e il suo era piuttosto esperto), doveva corrispondere a una sesta misura ma forse anche a una settima, inopportunamente cacciato dentro un maglioncino di lana sottile che pareva proprio non farcela a contenere tutta quella pesante esuberanza. Mentre Sting ribadiva con poetico garbo la sua condizione di forestiero, Englishman in New York (oh, I’m an alien, I’m a legal alien, sono uno ‘straniero, sono un perfetto straniero), sostenuto dal ritmico scandire del pubblico che batteva le mani a tempo, Duilio era tormentato dalla curiosità sulla consistenza di quella roba: era cedevole, morbidamente burrosa, oppure elasticamente soda?
Sarebbe morto senza saperlo perché dall’altra parte sedeva Mariella, la paziente fidanzata che non aveva potuto lasciare a casa, dato che i biglietti li aveva pagati lei per festeggiare il loro sesto anniversario; quindi, nessun approccio era lontanamente ipotizzabile. Già gliene faceva abbastanza, di sgarbi (così preferiva considerare le sue ripetute infedeltà), ma proprio sotto il naso, non stava bene. Però, chissà com’erano quelle sfere formidabili, porca miseria.
Ogni volta che la sconosciuta alla sua sinistra agitava la chioma con uno scuotimento energico della testa (e lo faceva di frequente, quasi fosse un tic nervoso), Duilio poteva percepire un aroma morbido e polveroso di fieno maggengo essiccato al sole primaverile, fiori di trifoglio, malva e borragine, mescolato alle note falsamente fiorite che aleggiavano attorno alla sua persona naufragando in un fondo inutilmente speziato.
Mariella, invece, sapeva di bucato asciugato al vento, ma in certi momenti profumava di latte bollente, il sentore acidulo della pellicina rappresa in superficie addolcito da una punta di miele.
Comunque, fu sul serio un concerto memorabile.
Nei giorni che seguirono, Clara Sacchi lesse con attenzione molti resoconti della serata del 21 aprile, sforzandosi di visualizzare ciò che veniva descritto, l’atmosfera, il calore e l’entusiasmo del pubblico. Voleva essere credibile, quando sabato sera avrebbe riferito alle amiche dello spettacolo al quale aveva assistito insieme al suo fidanzato, il quale collaborava all’organizzazione di eventi di quel tipo.
Solo che Clara al concerto non c’era andata e non perché Sting non le interessasse, ma perché non avrebbe saputo con chi andarci, da sola non se la sentiva né le pareva bello, poi quel moroso esisteva solo nella sua fervida immaginazione.
Del resto, ognuno si crea le proprie vie di fuga per sottrarsi a una rappresentazione di sé incompleta di una parte preponderante, al punto da oscurare qualsiasi altro successo ottenuto. Sempre meglio che dar di matto e trasformarsi in assassini seriali.
Non poteva nemmeno definirle amiche, le tre ragazze con le quali si trovava il venerdì e il sabato sera per infilarsi in una discoteca dove, beata ingenuità, a trentacinque anni suonati da un pezzo speravano di incontrare l’anima gemella o, almeno, qualcuno che le somigliasse. Clara e Annalisa erano colleghe, lavoravano in uffici diversi della medesima importante agenzia pubblicitaria in via Pantano; Renata, impiegata presso uno studio notarile in via Cellini e Katia, bidella al liceo classico Parini, erano amiche di Annalisa. Clara si era aggregata al gruppo da poco più di un anno perché erano le sole coetanee non accasate tra le sue conoscenze; da allora le due serate al Rose’s erano diventate una consuetudine interrotta solo da impedimenti gravi e dalle vacanze estive.
Meno cafone dell’Hollywood o del Plastic, meno pretenzioso del Primadonna o del Vogue, il Rose’s era il locale preferito dai giovani professionisti milanesi e, naturalmente, da coloro che amavano calarsi in quella parte. Locale piccolo, situato nella galleria dietro al GinRosa, in piazza San Babila, in quelle due serate era sempre affollato, tanto che il buttaffuori all’ingresso praticava una grossolana selezione in base all’apparenza, privilegiando un certo decoro, poi alla conoscenza diretta sicché, alla fine, dal giovedì alla domenica gli avventori tendevano a succedersi più o meno uguali ma differenti per ogni serata. Questa aggregazione conferiva al club una parvenza di esclusività, anche se nessuno consegnava una chiave dorata come al Vogue.
Adeguate nell’aspetto e nell’abbigliamento alle regole non scritte vigenti in quell’ambiente, le quattro mature ragazze, dopo essere transitate da altri locali milanesi, erano approdate al Rose’s da poco più di un anno. Ognuna si era già infilata in un paio di storie corte e strette come vicoli e altrettanto prive di sbocchi; recitavano una parte senza avere compreso il senso della commedia, senza neanche rendersi conto di farne parte. Non avevano ancora riconosciuto il malinteso su cui si reggevano le loro illusioni: cercavano docili animali da compagnia in uno specchio d’acqua popolato da barracuda e questi fiutavano il pericolo di una pretesa sentimentale da notevole distanza. Poiché metà di loro ne sopportava già una più o meno formale, che non intendeva mettere in discussione, mentre l’altra metà non ne voleva sapere, giravano quindi al largo, per quanto l’esca potesse apparire invitante.
Clara aveva sentito scricchiolare sinistramente le fondamenta delle sue già contenute speranze un sabato sera, quando al Rose’s aveva rivisto il tipo aitante e così gentile conosciuto la sera prima, uscito dal suo appartamento all’alba scordandosi di chiederle il numero di telefono e di lasciarle il suo, il quale le aveva rivolto un saluto distratto ed era passato oltre. Annalisa, Renata e Katia avevano mostrato solidarietà ma in fondo un po’ erano contente. Brutta cosa l’invidia, sempre, anche se avevano qualche motivo per cui provarne: tra di loro, Clara era la più carina e aveva classe, una qualità indefinibile a cui non potevano aspirare, possedeva un grado di istruzione più alto e aveva la posizione professionale più prestigiosa e meglio retribuita, aveva vissuto in diversi Paesi stranieri e, a differenza di loro, ora abitava in un appartamento tutto suo.
D’altronde, come già detto, non erano neppure amiche, semmai semplici conoscenti che portavano la loro solitudine scontenta nello stesso posto, due volte alla settimana.
Clara era consapevole dei privilegi che la vita le aveva elargito, come pure del fatto che proprio da alcuni di questi derivasse, almeno in parte, l’ansioso bisogno di stabilità generatore di una postura di richiesta inconsapevole, eppure capace di renderla respingente per la maggior parte degli uomini che poteva avvicinare al Rose’s. Infine,ci si metteva anche una sorte avara, che non le faceva incontrare l’uomo giusto dal panettiere vicino a casa o ai Giardini Pubblici di via Palestro. L’uomo giusto, già: non sapeva nemmeno se lo avrebbe riconosciuto.
Il padre di Clara era un diplomatico di medio livello con l’animo profondamente nomade e aveva sposato una donna che, come lui, non era interessata a mettere radici da nessuna parte. L’arrivo di una figlia, un imprevisto del quale avevano avuto contezza quando era un po’ tardi per porvi rimedio, non aveva minimamente alterato i loro piani e avevano deciso di farne un esperimento sociale, ovvero “portiamola in giro per il mondo, lasciamo che si arrangi e vediamo come se la cava”.
Vienna, Londra, Madrid, Washington, Ottawa e in seguito New Delhi e Città del Capo, mentre suo padre faceva carriera anche grazie alla disponibilità a trasferimenti più o meno triennali: Clara frequentò scuole internazionali e imparò a non allacciare relazioni troppo strette con nessuna delle persone che incontrava, sapendo che tanto le avrebbe perdute. Non aveva il medesimo spirito libero e intraprendente dei genitori, i quali comunque potevano contare l’uno sull’altra, muovendosi nel cosmo come una nebulosa rotante capace di adattarsi e inserirsi in qualunque sistema solare assorbendone influenze e cogliendo opportunità. Per lei, al contrario, riassestarsi altrove comportava sempre una fatica che non era compensata dall’interesse per il nuovo e per l’ignoto.
Si era appena laureata alla sorbona (in lingue, naturalmente, dato che ne parlava correntemente quattro o cinque) quando sua madre le chiese di accompagnarla a Milano per svuotare l’appartamento in via Ascanio Sforza ereditato dai genitori, defunti da alcuni anni, decidendo se affittarlo o venderlo.
Alla fine del breve soggiorno, Clara manifestò l’intenzione di cercare un impiego a Milano e stabilirsi in quella casa. I suoi ritennero che, alla fine, il loro esperimento sociale non avesse sortito gli effetti auspicati, ma se ciò che la loro figlia desiderava era fermarsi a Milano avrebbero rispettato la sua volontà e non tentarono di dissuaderla.
Per Clara si trattò di ricominciare daccapo, di nuovo, in una città dove non conosceva nessuno, neppure tra i pochi parenti che ancora vi abitavano ma alla quale, in qualche maniera, sentiva di appartenere.
Uno dei soci di una rinomata agenzia di pubblicità era un tedesco, amico di vecchia data della sua famiglia; la convocò per un colloquio e non solo Clara ebbe un lavoro, partì subito con un inquadramento discreto. L’uomo le fece da mentore entusiasta, avendo intuito doti di immaginazione e un singolare talento nell’uso del linguaggio che sarebbero state assai utili nella composizione dei testi per le varie campagne pubblicitarie. Purtroppo, per primeggiare le mancavano l’audacia e un poco di presunzione, tuttavia si rivelò un ottimo gregario e la sua prudenza innata bilanciava gli slanci eccessivamente controcorrente di altri elementi più visionari.
Si chiuse un decennio difficile e movimentato e Milano cercò di nascondere la polvere (anche da sparo) accumulata in un decennio travagliato, che durò in realtà assai più di centoventi mesi, cacciandola sotto un tappeto dai colori sgargianti. Era la Milano da bere molto oltre l’amaro, era il tempo dei prodi veterinari che salvavano il cavallo caduto nel burrone mentre adorabili cuccioli color champagne inseguivano rotoli di carta igienica, dove bimbe con la cerata gialla salvavano gattini da morte certa in una giornata di pioggia, tanto bastava un piatto di pasta (preparato da madre sorridente e incosciente) per fare subito casa e pazienza se al povero gringo esplodeva la maquina, vavavouma! perché, dopo tanti amari e grappe, a Natale sotto l’albero si intonavano canti salvifici bevendo Coca Cola.
Clara aveva attraversato quegli anni in punta di piedi e con la lievità ignara di un fiocco di neve. Scorgeva la pirotecnica mutazione della città e di molti suoi abitanti da una personale prospettiva Nevski sfrondata da ogni tormento esistenziale, senza preoccuparsi di imparare quanto fosse difficile trovare l’alba dentro un imbrunire che nemmeno si avvistava sull’orizzonte.
Dopo un paio di storie terminate con un poco di rammarico e senza troppo dispiacere fu la volta di una relazione che aveva tutti i connotati di quel per sempre a cui non si dovrebbe ragionevolmente credere, in nessun caso.
Si frequentavano ormai da otto anni, lui non aveva voluto lasciare il suo appartamento ma in pratica viveva da lei, c’era una familiarità collaudata, priva di attriti. Era una mattina d’estate e dalle finestre spalancate entrava l’odore oleoso e vagamente rancido del Naviglio in pieno luglio, insieme all’olezzo acre dei gas di scarico dei veicoli che transitavano sulla via. Davanti a una tazza di Nescafé, sbocconcellando un dolcetto del cui noto slogan Clara era complice senziente, lui a un tratto le disse “mi spiace davvero, non sono più innamorato di te. È da un po’ che ci penso. Clara, è finita”.
Non era preparata e la sua mente s’inceppò, attorcigliandosi sul pensiero dello slogan della merendina che era piuttosto stupido e, nonostante l’innegabile successo, non ne andava particolarmente fiera, mentre il suo affettuoso fidanzato sganciava in mezzo al tavolo un addio senza paracadute. Subito dopo, si chiese da quanto tempo lui meditasse la sua fuga e come avesse potuto non intuirla, ma erano interrogativi inutili e destinati a rimanere senza risposta certa.
Fortunatamente, in agenzia era un periodo di cambiamenti, di nuovi approcci alle strategie di comunicazione, c’era gente nuova e molto lavoro da fare. Si muoveva in un ambiente che conosceva e apprezzava, quel luogo e Milano erano casa sua. Eppure, sottotraccia rimaneva l’ansia per un’assenza, una mancanza fondamentale, era una paura triste che riaffiorava alla fine di ogni giornata.
A volte usciva a pranzo con Annalisa, assunta da poco in contabilità. Aveva la sua età, viveva ancora con i genitori e conosceva molti locali milanesi dove trascorrere la serata, e si convinse che l’isolamento nel quale si era rintanata dopo l’abbandono del fidanzato era durato abbastanza.
Dunque, quel sabato sera il giovane prestante e gentile non le aveva nemmeno rivolto una parola. Non era la delusione per un altro incontro disinteressato a diventare storia, bensì la mortificazione di un saluto distante, quasi infastidito, che sanciva l’inappellabile irrilevanza di un fugace contatto.
Allora decise di sfilarsi da un gioco di ruolo tedioso, sempre convergente verso la medesima conclusione, diventandone solo spettatrice: lo avrebbe fatto con un innocente colpo di scena a beneficio delle tre stronzette, delle quali percepiva la gretta malevolenza. Avrebbe scrutato l’orizzonte della noia assistendo con superiore indulgenza al loro goffo agitarsi, intanto che lei recitava in un’altra commedia di cui era protagonista, sceneggiatrice e regista.
A differenza di Annalisa, la più meschina delle tre, capace solo di mettere in fila numeri ai quali qualcun altro conferiva un senso, Clara lavorava ogni giorno al fianco di creativi piuttosto bravi e sapeva smantellare la realtà, ridisegnandola per blandire il pubblico.
La buttò lì un venerdì sera che era ormai sabato mattina.
“No, domani sera non vengo al Rose’s, mi vedo con uno che ho conosciuto la settimana scorsa alle Scimmie”.
Le Scimmie, locale noto per le serate di musica dal vivo, con musicisti esordienti alternati ad artisti affermati, e per i vinili autografati appesi alle pareti, si trovava sulla stessa via dove abitava ma vi aveva messo piede raramente. Il sabato precedente si era inventata un impegno per il compleanno di un inesistente cugino e se ne era rimasta a casa a vedere un brutto film, meditando sul suo piano. Successivamente, aveva fornito poche informazioni sottraendosi con gentile fermezza alle sollecitazioni di confidenze: raccontò che l’uomo era suo coetaneo e lavorava per un’agenzia di comunicazione specializzata nell’allestimento di eventi musicali. Era anche un appassionato di musica che amava i concerti dal vivo. Come quello di Sting all’Arena, al quale l’aveva portata quando la loro frequentazione era divenuta abbastanza assidua da poterla definire storia e aveva brillantemente superato l’iniziale fase platonica.
Nelle sue narrazioni, scarne come certi resoconti ufficiali di faccende che è bene tenere sotto riserbo, riusciva a essere convincente; d’altronde, a quelle tre (come a chiunque altro), Clara non aveva mai rivelato molto di sé. Comunque, mantenne l’abitudine di trascorrere la sola serata del venerdì al Rose’s, ostentando un atteggiamento rilassato e distante.
Quando la centrale operativa di Radiotaxi Milano 8585, la cooperativa di auto pubbliche a cui aveva aderito, richiese un taxi per via Ascanio Sforza, Duilio si trovava in via Savona e rispose subito alla chiamata
“…Genova 357, in otto minuti”.
Erano appena le dieci di una bella mattinata di metà giugno abbastanza calda e Duilio era già stufo di lavorare. Del resto, aveva optato per quella professione proprio perché faticare gli piaceva poco, purtroppo aveva scoperto che se voleva guadagnare doveva correre (in macchina, d’accordo) dal mattino alla sera, oppure dalla sera alla mattina. Aveva trentaquattro anni, una morosa storica che aspettava fiduciosa di convolare a nozze e non era del tutto sicuro di avere fatto le scelte giuste. Tuttavia, qualsiasi cambiamento presupponeva un’aspirazione, una strategia e la voglia di darsi da fare: se la prima era confusa, le altre due latitavanoo, semmai si limitava a occasionali velleità prive di risolutezza.
Il cliente ancora non si vedeva; parcheggiò sul lato opposto del civico indicato e scese per sgranchirsi un po’ le gambe.
Uscendo dal portone, Clara individuò la vettura gialla dall’altra parte della via, il tassista aspettava in piedi, accanto al posto di guida. Istintivamente rallentò, indugiando per poterlo osservare: brevilineo e muscoloso, polo bianca e jeans attillati che fasciavano le cosce robuste, aveva tratti singolarmente simili a quelli di un fiero nativo dell’Arizona, lunghi capelli scuri e lisci, trattenuti in una coda. Clara si figurò un paio di penne d’aquila infilate sulla sommità della capigliatura; subito dopo le balenò un pensiero sorprendente e non riferibile che la fece avvampare, allora si riscosse e si diresse decisa verso il taxi.
Duilio aveva guardato con interesse la donna che stava attraversando la strada: un semplice tubino chiaro si appoggiava alla figura sottile e ben proporzionata, le gambe snelle per nulla mortificate dalle ballerine scure. Il volto affilato era racchiuso tra le bande simmetriche dei capelli castani, ricadenti in morbide onde sulle spalle un poco spioventi, gli occhi grigi e seri, la bocca dalle labbra sottili, poco incline al sorriso. Non l’avrebbe definita bella, ma certo esprimeva un’innegabile eleganza.
Notando che reggeva a fatica una valigia, le andò incontro salutandola con un breve sorriso.
“Dia a me, la sistemo nel bagagliaio”.
Clara ringraziò ricambiando il saluto e si accomodò sul sedile posteriore.
“Aeroporto di Linate, per favore”, partenze internazionali”.
Il tassametro prese a ticchettare e Duilio fu colpito da un effluvio gentile di aldeidi, gardenia e un soffio di gelsomino su una base cipriata, ma in quella piramide raffinata e un poco fredda da prima alla Scala si insinuava una fragranza carnale e buia di rose appassite e di terra dopo la pioggia.
La passeggera non era interessata alla conversazione, così Duilio si limitò a guidare fluido e attento nel traffico milanese di un lunedì mattina. Sbirciandola di tanto in tanto dallo specchietto retrovisore colse nello sguardo assorto un’impronta malinconica malamente dissimulata. Non era il tipo di donna che poteva incontrare nei posti che era solito frequentare e sospettava di non possedere neppure gli argomenti idonei a un approccio. Probabilmente era proprio per questo che lo intrigava tanto. Comunque addio, mia fascinosa sconosciuta. Magari in un altro luogo o in un’altra vita, chissà…”, pensò Duilio davanti al Forlanini, partenze internazionali, arrestando il tassametro.
Clara posò un ultimo sguardo sulle spalle larghe e sulla coda di capelli neri e lucenti del tassista, nuovamente tentata da un pensiero imbarazzante. Pagò la corsa e nel passaggio di denaro le loro dita si sfiorarono appena, l’addio educato degli incontri casuali dentro le porte girevoli del destino.
Clara non avrebbe saputo spiegare la ragione per la quale, durante le due settimane di vacanza a Barcellona, dove si era insediata da poco la sua famiglia, propinò la menzogna di quel fidanzato frutto della sua immaginazione, tanto più che né suo padre né sua madre mostravano particolare interesse per le vicende sentimentali di quella figlia ormai ampiamente adulta e tanto lontana da loro, in tutti i sensi. Non se la chiese neanche, cedendo all’impulso irragionevole di indulgere in una fantasticheria che assomigliava sempre di più a una dimensione parallela dalla quale entrava e usciva, incurante del rischio di rimanervi intrappolata.
Come ogni anno, nei mesi di luglio e agosto l’effervescenza di Milano si scioglieva nel catino d’afa in cui giaceva la città, disgregandosi. Era il periodo degli abbandoni temporanei e di quelli più perfidamente definitivi, messi in atto in un periodo in cui voltare le spalle pareva più facile o, comunque, il gran caldo diventava la spiegazione per le decisioni più avventate.
Duilio, per esempio, nelle due settimane a cavallo di ferragosto trascorse con Mariella a Milano Marittima, pensione Miramare (dove il mare non si rimirava manco col cannocchiale, dato che la struttura si trovava su una traversa interna), avrebbe volentieri affogato la fidanzata, esasperato da quel carnaio vociante su una spiaggia piatta come un tavolo da biliardo che lei trovava tanto divertente. Poté resistere alla tentazione pensando alla settimana che avrebbe passato a Cala di Volpe all’inizio di settembre, in un bell’albergo dove aveva vinto il premio di sette giorni in pensione completa partecipando svogliatamente a un concorso radiofonico. Si era trattato di identificare dieci brani di musica rock in pochi secondi di ascolto di tracce casuali, e per lui era stato davvero facile. Il premio era solo per il vincitore e poi Mariella non avrebbe potuto prendere altre ferie fino a Natale.
Alla fine di agosto, Clara rivide Annalisa, Renata e Katia al Rose’s. Erano appena tornate da Tenerife, dove avevano trascorso insieme dieci giorni di ferie girando per locali di notte e dormendo di giorno; infatti esibivano un aspetto tutt’altro che riposato.
Dopo la vacanza di giugno a Barcellona, Clara era invece in procinto di partire per la Sardegna, fermandosi una settimana in Costa Smeralda in un posto che costava un occhio della testa, ma aveva deciso di farsi un regalo. Naturalmente, riferì alle tre che sarebbe partita con il fidanzato; meditava di smettere di frequentare le ragazze e anche quel locale. Sarebbe uscita di scena, che era anche ora.
Parcheggiando la Panda nello spiazzo riservato agli ospiti dell’albergo, Duilio considerò i bermuda che indossava insieme alla maglietta con la faccia di John Lennon stampata davanti e dietro e ai sandali. Si sentì un poco fuori posto, non si aspettava un ambiente tanto lussuoso.
La struttura, interamente tinteggiata in color ocra pallido si inseriva perfettamente nel paesaggio superbo della baia di Cala di Volpe. Era bassa e si sviluppava in senso orizzontale; ogni camera affacciava direttamente sull’arenile con una piccola veranda. La stanza nella quale lo accompagnarono si trovava a una delle estremità della costruzione ed era angusta, ma la vista sull’insenatura era spettacolare. Sulla spiaggia non c’erano arredi di sorta per non interromperne la bellezza ruvida, solo un piccolo bar, un bungalow tondo attorniato da alti sgabelli.
Duilio si sistemò e si guardò attorno, fece una nuotata salutare e all’ora di cena notò che i tavoli erano tutti occupati da coppie.
“Bel colpo, qui non rimorchio nemmeno una cameriera, anche quelle mi guardano dall’alto in basso. Perlomeno è tutto gratis, mi godrò il mare e il riposo, mettiamola così”.
Poi, la mattina dopo, lasciando la sala ristorante dopo la colazione incrociò un profumo che chissà come gli era rimasto impresso nei sensi, più che nella memoria: aldeidi, gardenia e gelsomino con una scia elegantemente cipriata su una suggestione oscuramente terrosa, e immediatamente lo associò alla donna incontrata sul taxi qualche mese avanti.
Si volse di scatto ed era proprio lei, che lo fissò per un breve istante senza mostrare di riconoscerlo, un cenno educato di saluto tra ospiti dello stesso albergo, nulla di più.
Si erano nuovamente infilati nel medesimo istante dentro la porta girevole del caso, ma se un evento randomico si riproduce per due volte in un arco temporale breve, forse è il caso di tirare in ballo il destino, con tutte le considerazioni conseguenti.
L’evidente ricercatezza di quel posto non meravigliò affatto Clara perché così le era stato descritto dal collega che gliene aveva parlato e proprio per ciò l’aveva attratta. Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza i suoi, avvezzi a frequentare ricevimenti eleganti e noiosi, per i viaggi di piacere preferivano sistemazioni senza troppe pretese che spesso si erano rivelate autentici tuguri, così aveva voluto togliersi lo sfizio di una settimana di piacere estetico elitario, il tipo di vacanza che avrebbe potuto prediligere il suo fidanzato immaginario, per come lo aveva pensato e descritto. Quel luogo era lo scenario perfetto per la fantasia nella quale si muoveva da protagonista, peccato mancasse l’altro personaggio principale. Intanto, cercava invano di rammentare dove avesse già potuto imbattersi nel ragazzo incrociato quella mattina a colazione, a quanto pareva l’unico tra gli ospiti (nemmeno numerosi) a non essere accoppiato. Bel tipo, un poco tarchiato, aspetto da nativo americano con un’espressione allegra, vagamente fanciullesca.
Assolutamente fuori contesto, chissà come era capitato lì, eppure aaveva l’aria di non crucciarsene affatto. Notò che alloggiava in una camera poco distante dalla sua, si ritrovarono seduti vicini al bar sulla spiaggia per lo spuntino di mezzogiorno e, naturalmente, fu lui ad avvicinarla, dapprima con un certo impaccio, poi con crescente spigliatezza.
Giurerei di averlo già visto ma chissà dove. Non mi sembra il tipo da Rose’s, in ogni caso, pensava Clara ascoltandolo senza dargli retta, distolta dall’aperta sfrontatezza dello sguardo scuro e dalle minuscole goccioline di sudore luccicanti sul labbro superiore e all’attaccatura dei capelli neri e lucenti, di cui provò a figurarsi la sericità sotto le dita.
“…sono elettricista, di un tipo un po’ particolare: assisto gli artisti sul palco nei concerti dal vivo per la parte elettrica, cioè luci, strumenti, microfoni e amplificatori. Ero al Meazza nel giugno dell’84 quando suonò Carlos Santana e nell’87 per il tour Glass Spider di Bowie, hai presente? E sempre nell’87 al Palatrussardi con i Depeche Mode, nella tappa milanese del tour Music for the masses. Cose così, insomma”.
Duilio tacque: la ragazza, che continuava a mostrare di non averlo riconosciuto, lo sogguardava con un’espressione che avrebbe definito di piacevole sconcerto, o forse stavolta l’aveva davvero sparata un po’ grossa.
“Ma tu guarda”, si disse Clara, “questo bel tipo dice di fare un mestiere molto simile a quello del mio fidanzato” e si rese conto che elaborando l’idea di quest’ultimo, che aveva chiamato Alex, ne aveva appena abbozzato le sembianze, e l’uomo che le stava davanti e ora la scrutava dubbioso si poteva adattare alla sua fantasia.
Clara era una brava pubblicitaria e sapeva riconoscere l’inganno di un prodotto ben confezionato ma non perse troppo tempo domandandosi che facesse in realtà Duilio per vivere, né come fosse capitato in un ambiente dove appariva incongruo come un cane in chiesa. Sarebbe stato un attore perfetto, per una rappresentazione di una settimana appena.
Così accondiscese alle sue chiacchiere un poco fatue, lo lasciò fare quando nel pomeriggio si sdraiò accanto a lei sulla sabbia sfiorandole con delicatezza una mano e trovò facile e gradevole aderire al suo corpo nell’acqua, le mani scivolavano sulla pelle senza incontrare resistenze, impudiche con dolcezza.
Quando Duilio spiegò che per un guasto improvviso gli era toccato lasciare a casa l’Alfa 33 e partire con la Panda 30 della sorella Clara annuì, comprensiva, e propose di perlustrare i dintorni con il suo Maggiolino Volkswagen cabrio, carrozzeria nera e sedili in pelle color panna.
Gli consegnò le chiavi e sedette fiduciosa al suo fianco mentre lui portava la vettura con la medesima gentilezza esperta, priva di brusche accelerazioni, con cui si dedicava all’esplorazione del suo corpo. Inseguiva un ricordo che continuava a sfuggirle, c’era qualcosa di familiare in quell’uomo le cui fattezze si sovrapponevano alla raffigurazione di Alex conferendole fisicità; forse per quello le sembrava quasi di riconoscerlo.
Duilio, invece, era sconcertato dall’arrendevolezza di una donna elegante e un poco distaccata, all’apparenza sempre distratta da pensieri non condivisibili e di cui era curioso. La conosceva da pochi giorni, eppure ne era ammaliato, quando le stava accanto respirava la fragranza sottile di aldeidi, gardenia, gelsomino e rosa appassita, in una suggestione terrosa che a volte era sopraffatta dal sentore di pane ancora caldo di forno. L’odore ingenuamente privo di complessità di Mariella e la sua figura serenamente scialba si erano trasferiti nella sfera dei ricordi remoti; ora c’era Clara, voleva molto di più del piacere che si scambiavano ogni notte e non sopportava il pensiero che si trattasse di un’avventura destinata a concludersi con la breve vacanza. Lei era la sua grande occasione di riscatto dalla mediocrità, l’unica e certamente l’ultima.
Doveva essere onesto, svelare l’innocente inganno; chissà, magari non era troppo tardi per tentare la strada di quella professione che aveva a lungo sognato, magari con l’aiuto delle conoscenze di Clara nei mondo sottilmente pervasivo della pubblicità.
Dal canto suo, Clara approdò all’ultimo giorno di vacanza a Cala di Volpe con la leggerezza consapevole di avere trascorso un tempo gradevole, a scadenza inderogabilmente definita, con uno sconosciuto che si era prestato a un ruolo temporaneo in una commedia di cui non aveva letto tutto il copione, e andava bene così.
La mattina dell’ultimo giorno lasciarono di buon’ora l’albergo per raggiungere una piccola cala non lontana, protetta e separata dalla strada da una fitta macchia mediterranea bassa. L’aroma pungente e caldo di resina, ginepro e rosmarino si incontrava con l’odore pulito di salmastro, scomponendosi e rimescolandosi per effetto del vento. Era un momento di limpida, irreale perfezione e quando Duilio, sdraiato sulla sabbia bianca e sottile accanto a Clara sciorinò la sua semplice e misera confessione lei fu dapprima stupita (non per la bugia ma per i suo inopportuno disvelamento), poi disturbata, infine furibonda.
Si alzò di scatto senza dire una parola, raggiunse la battigia ed entrò in acqua, puntando verso lo scoglio piatto che emergeva proprio di fronte, a qualche centinaio di metri. Clara era una buona nuotatrice che a Milano si allenava in piscina ogni settimana, a differenza di Duilio che nell’acqua si muoveva con timorosa goffaggine. Ciononostante, cercò faticosamente di inseguirla, preoccupato per la sua reazione evidentemente rabbiosa. Il crampo al polpaccio lo colse a metà strada, mentre lei si stava già issando agilmente sullo scoglio. Fu un dolore bruciante che gli paralizzò la gamba destra, si spaventò e prese a dibattersi, respirò e bevve acqua salata, annaspò cercando di rimanere a galla. La paura divenne panico, le membra bloccate, inerti e rigide come pezzi di legno, l’acqua salata pungeva negli occhi, nel naso e nei polmoni, il petto oppresso da un peso insopportabile.
A un tratto vide – si rammentò e s’immaginò – la sabbia bianca e il mare color smeraldo, il cielo di un cupo blu irridente e sentì il profumo di latte caldo, con la nota acidula della pellicina rappresa dalla bollitura e quell’ineffabile punta di dolce, e l’odore del pane ancora morbido e caldo insieme all’effluvio di una rosa appassita sulla terra umida.
Era già tutto scritto nel capolavoro di David Bowie “The rise and fall of Ziggy Stardust”, l’ascesa e la caduta: l’ascesa me la sono inventata, la caduta invece eccola qui, smonterò prematuramente dal palco della mia finzione. Che peccato, considerò Duilio un attimo prima di essere risucchiato dalla sua stessa mente, abbandonandosi a un oscuro languore.
Appollaiata sulla sommità piatta della roccia, nella quiete appena smossa dalla brezza mattutina del mare tinto di varie tonalità di verde, contro l’azzurro spietato del cielo vuoto, Clara aveva osservato le fasi dello scomposto agitarsi di Duilio con il freddo interesse con cui avrebbe seguito un documentario. Attese almeno un quarto d’ora, dopo che erano scemati gli ultimi cerchi nell’acqua e l’affiorare di bolle sempre più piccole; si tuffò con un gesto composto e preciso e riguadagnò la riva facendo un giro largo. Raccattò dalla sabbia le sue cose e quelle di Duilio, corse verso il Maggiolino posteggiato appena oltre la barriera della macchia di vegetazione, rientrò in albergo e diede l’allarme.
Il pomeriggio fu lungo e noioso; dovette spiegare che si era addormentata al sole ed era stata risvegliata dalle grida di Duilio che nuotava al largo ed era evidentemente in difficoltà, forse per dei crampi o un malore. Aveva tentato di soccorrerlo ma lo aveva visto scomparire sott’acqua prima di poterlo raggiungere; sì, erano andati insieme alla spiaggia ed erano soli; no, non era il suo fidanzato, si erano conosciuti in albergo durante la vacanza e dunque no, non sapeva nulla della sua famiglia, neppure aveva il suo numero di telefono.
Il cadavere fu ripescato nel tardo pomeriggio, qualche corrente sotterranea lo aveva spinto un poco più in là. Duilio Restelli, di anni trentaquattro, celibe e di professione tassista, residente a Milano al civico 3 di via Filippo Abbiati, zona San Siro, con la sua tragica scomparsa si guadagnò appena un trafiletto scarno su un quotidiano locale.
Dal ponte del traghetto Clara contemplò l’isola, che appariva sempre più distante, scorreva sulla linea dell’orizzonte come l’ultima scena di un film, fermo immagine, dissolvenza di note musicali.
Radio Taxi Milano 8585, la mattina in cui era partita per Barcellona dove aveva raggiunto la sua famiglia. Ecco dove lo aveva già visto, sul suo taxi.
L’estate stava terminando, Milano l’avrebbe accolta nel consueto abbraccio distratto, nascondendola tra le sue innumerevoli pieghe.
Com’è strana la vita, alle volte, rimuginò Clara lasciando che pensieri e ricordi dell’ultima settimana si mescolassero e confondessero, pezzi di un mosaico infranto.
Povero Duilio, in fondo sarebbe bastato che seguisse fedelmente il copione, invece di rigettare il ruolo assegnato e pretenderne uno differente. Così ha finito per rovinare l’intera commedia infilandosi dentro un finale inatteso. Ma forse no, era già tutto previsto, in un modo o nell’altro.
“…E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica
che non sbagli se pensi
che furono un sogno i miei giorni…
…Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo
Non è altro che un sogno dentro un sogno”.
(“Un sogno dentro un sogno”, Edgar Allan Poe, 1949)