LA NOTTE DELL’ADDIO


È stato bello, sempre e comunque, fintanto che era ma anche dopo, e persino concludendo che possa essere stato un lungo fraintendimento. Bello. Però è arrivato il momento di salutarci e non è un arrivederci.

Ho infilato il biglietto, accuratamente ripiegato, nella casella della posta che espone il suo nome in stampatello sullo sportellino con la serratura; lo troverà al ritorno dal suo  viaggio, Ho sorriso alla portinaia, che si è affacciata sull’androne scrutandomi sospettosa, ma si è subito rasserenata: deve avermi riconosciuta e ha assunto un’espressione interrogativa, come se si chiedesse cosa ci faccia qui, dopo tanto tempo. Potrei anche provare a spiegarglielo, ma è una storia lunga.

“Ciao, sono io. Posso venire da te? Se non ti disturbo, naturalmente”.

“Ma no che non disturbi. Stai bene?”

“No”.

Certo, altrimenti non avresti bisogno di me, avevo pensato. D’altronde, ero la sua migliore amica da tanto di quel tempo.

Dunque, un paio di settimane fa, nel pomeriggio di un sabato di dicembre tedioso, ingobbito da una pioggia tanto violenta da ammosciare gli addobbi natalizi sulla strada, l’inquietudine che mi aveva accompagnata sin dal risveglio si era disgregata, ricomponendosi in una sorta di attesa neutra, inopportunamente percorsa da un accenno di allegria. Perché c’era una specie di presentimento irrequieto, capace di disancorarmi dal presente bloccandomi in una zona grigia di sospensione temporale, che si presentava poco prima di una telefonata di Moreno. Succedeva ogni volta.

Era entrato scrollandosi di dosso l’umidità come farebbe un grosso cane e mi aveva abbracciata, avvolgendomi in un effluvio di fumo di sigaretta e di Eau Sauvage a cui si sovrapponeva il personale profilo olfattivo che avrei riconosciuto ovunque, associandolo alla fragranza del pane caldo con una nota più aspra di alghe essiccate al sole.

Seguendo un copione ormai consolidato, si lamentava del lavoro, di un mancato riconoscimento professionale che, dopo tanti anni in Rai e nonostante l’apprezzamento di molti registi (Moreno faceva l’operatore di ripresa), veniva sistematicamente promesso e posticipato. Eppure, quel giorno il suo scoramento suggeriva motivi più complessi.  Le belle mani dalle dita lunghe disegnavano linee e curve concitate nel breve spazio che ci divideva senza separarci; mi ero distratta rincorrendo l’illusione che forse sarebbe bastato poco, per trasformare le linee spezzate in un cerchio che potesse nuovamente racchiuderci. Fantasia peregrina da cui mi ero subito ritratta.

“…anche con Livia è finita. Se c’è stato un sentimento, per me era stato sopraffatto da tempo dalla noia e, da ultimo, dall’insofferenza. Tra poco avrò cinquantotto anni, sono stanco di storie raffazzonate e però  non sono più capace di stare bene da solo”.

Ero turbata dal suo abbattimento, normalmente riferiva i suoi momenti di crisi con più leggerezza, come se li avesse già risolti e indulgesse al piacere della narrazione dettagliata. La condizione di confidente privilegiata mi aveva rivelato un tratto caratteriale (o magari un abito mentale deliberato) che in principio avevo interpretato come flessibilità: invece, Moreno poteva assumere la forma dell’acqua e compiacere qualunque alveo accogliente, mantenendo intatto il suo carattere impetuoso e sfuggente per definizione, pronto a esondare travalicando l’argine, deviando ogni volta il suo corso. Conoscevo bene il suo ambito professionale e avevo concentrato le mie considerazioni su quell’argomento; in quanto alle storie lo avevo invitato a riflettere sulla necessità di diventare più selettivo nelle frequentazioni, smettendola di accontentarsi di una momentanea infatuazione, e ricordandogli che non avere una compagna non significava essere solo, dopotutto c’erano altri affetti compensativi e non meno importanti. Parole da sorella saggia, per le quali provavo fastidio ascoltando la mia voce pronunciarle con serena convinzione.

A differenza di lui, apprezzavo la libertà derivante dalla mancanza di un compagno fisso. Con il passare del tempo, le mie relazioni assomigliavano sempre di più a una prescrizione omeopatica con il principio attivo, ovvero il coinvolgimento dei sensi e dei sentimenti, sempre più diluito. La miscela era diventata più fluida, annacquata, poco più che un attaccamento passeggero che non preludeva a nessun affetto profondo e durevole. Infine, mi ero accorta che stavo bene – anzi, meglio – nei momenti di intervallo tra una storia e un’altra; sicché ne avevo semplicemente fatto a meno.

Moreno si era un poco rasserenato, la conversazione si era fatta più lieve, due amici di vecchia data che girano un poco attorno alle cose, paghi della reciproca compagnia. Nella penombra del tardo pomeriggio il suo volto era un’immagine leggermente fuori fuoco; infrangendo una regola ferrea tacitamente imposta ci avvicinammo troppo, fiato contro fiato, mani improvvisamente impazienti. Si era riaperto un varco ed ero entrata  in un territorio già esplorato di cui, nel tempo, ero riuscita a codificare con esattezza la morfologia, decidendo di osservarlo mantenendo una ragionevole distanza.

Aveva piovuto per tutta la notte, lo so per certo perché la trascorremmo vegliando, cercandoci e trovandoci dopo una lunga privazione imposta per vicendevole prudenza. Derogando a un’altra regola sottintesa, avevamo osato parlare di come eravamo (ti ricordi quella volta che…), sembrava di sfogliare un vecchio e caro album di fotografie, testimoni un poco sbiaditi di un tempo felice. Era stata senz’altro una di quelle storie che si conficcano per sempre nel percorso di una vita, c’era un prima e poi un dopo.

L’alba ci aveva trovati rannicchiati in un abbraccio; ciascuno si era specchiato nella faccia incerta dell’altro, imbarazzato per le proprie evidenti sgualciture. Eppure, ci conoscevamo da venticinque anni, da quel fatale agosto del 1978 in cui tutto ebbe inizio.

Poco prima di ferragosto ero partita insieme a due amiche per quindici giorni di vacanza a Lido di Camaiore. Avevo appena congedato una specie di fidanzato con il quale le cose non funzionavano proprio, lavoravo nella redazione di un quotidiano milanese a diffusione nazionale, dove ero entrata per via di alcune conoscenze di mio padre ma ero rimasta per meriti personali. A trentadue anni e dopo quasi un lustro trascorso a correggere bozze di articoli altrui, collaboravo alla stesura delle pagine dedicate alla cultura e agli spettacoli ed ero molto soddisfatta.

Un collega mi aveva procurato i biglietti per assistere all’esibizione di Mina del 23 agosto alla Bussoladomani. L’estate si sarebbe presto stemperata nella dolcezza settembrina di un presagio d’autunno ma faceva ancora caldo, il clima umido e appiccicoso che grava sulla Versilia, appena diradato dal respiro notturno odoroso di salmastro. Non avevo mai assistito a un’esibizione di Mina dal vivo ed ero stregata dalla melodia potente della sua voce e dall’ammaliante presenza scenica. C’era qualcosa di drammaticamente ieratico nella sua figura, che pure esprimeva una gestualità aggraziata, le mani come farfalle attorno al volto bello e grave.

“…scusa, davvero, ma ho i crampi”, aveva bisbigliato l’uomo seduto accanto a me, dopo l’ennesima ginocchiata. Era troppo alto per lo spazio angusto tra le file e continuava, invano, a cercare una sistemazione meno scomoda per le gambe lunghe. Notai che aveva una faccia simpatica e bella, capelli castani abbastanza lunghi e un sorriso un poco storto che prima di piegare la bocca era già nelle iridi marrone chiaro.

Percepivo il calore del suo corpo, sentivo il suo odore, la musica era una colonna sonora perfetta, emozioni che si accavallavano in un groviglio indistinguibile. Ci avvicinammo senza parere, rimanemmo spalla contro spalla, seguivo le parole delle canzoni scivolando dentro l’attesa di un momento e di un gesto.

Di tanto in tanto sbirciavo il vicino di poltrona generosamente affibbiatomi dal caso: vedevo i capelli castani ricadenti sul collo in onde disordinate; sembravano puliti e morbidi, avrei voluto sentirne la consistenza sotto le dita e percorrere con un tocco lieve i contorni del viso, estraneo eppure singolarmente familiare. Il desiderio si annida in un dettaglio, se ne nutre e da pulsione improvvisa si trasforma in necessità non derogabile.

Dopo l’ultimo brano, Mina ristette per qualche istante ad accogliere gli applausi entusiasti del pubblico, poi volse le spalle e lasciò il palcoscenico. I battimani si spensero, gli spettatori e l’orchestra attesero il rientro dell’artista per il consueto bis. Ma non ci fu nessuna apparizione, perché quella era stata la notte dell’addio. Sono i più dolorosi, gli abbandoni senza un commiato né una spiegazione. Magari l’errore risiede nel pretendere una ragione che possiamo accettare.

Le vacanze stavano per finire, Mina se ne era andata senza un saluto; noi due ci trovammo nella notte tiepida e costellata di interrogativi che richiedevano immediata soddisfazione: c’erano cose che volevamo sapere e parole che dovevamo dire, subito.

Fu la prima alba che guardammo insieme, fu un inizio romanticamente eversivo: un paio di mesi dopo, lasciai il monolocale che avevo affittato in viale Monteceneri per trasferirmi da Moreno, il quale occupava un alloggio più spazioso in viale Abruzzi.

Si trattò davvero di una storia densa, proprio una di quelle che dividono l’andamento della vita tra prima e dopo, rappresentando una  separazione riferita non tanto agli accadimenti, quanto a una mutazione intima, sostanziale e non reversibile. Nel mezzo, tra quel prima e quel dopo, ci fu un lasso di tempo in cui ci muovemmo con la leggerezza audace di due trapezisti perfettamente affiatati, sicuri che sarebbero riusciti sempre ad afferrarsi saldamente l’uno all’altra. Privi di pensieri e di paura, divinità antropomorfe indissolubilmente appaiate

Tre anni dopo la notte dell’addio di Mina e il nostro preludio fragoroso, ci trovavamo dalle parti di San Cristoforo, in uno di quei locali rustici dove si mangiava poco, si beveva e si fumava molto, si improvvisavano esibizioni canore accompagnandosi con una chitarra, mentre si intrecciavano frasi che smuovevano l’aria senza alcuna pretesa di mostrare un senso compiuto. C’era il gruppo numeroso che eravamo soliti frequentare, per lo più coppie e un paio di randagi che si aggregavano di tanto in tanto.

Fu per puro caso che colsi il fuggevole fotogramma di Moreno e Ida, la moglie di un mio collega. Se ne stavano appoggiati al muro in un angolo della stanza, le teste chine l’una verso l’altra e troppo vicine. Erano impegnati in un parlottare confidenziale e sorridente, la mano di lui le sfiorò una spalla in una carezza lieve. Moreno si accorse d’improvviso di essere osservato e mi rivolse uno sguardo che era un’implicita ammissione di colpa, accompagnato da un sorriso che non intendeva scusarsi né cercare il perdono, chiedeva comprensione. Di colpo, un mosaico si dispiegò nella mia memoria, composto da tessere raffiguranti immagini del tutto analoghe.

Il giorno successivo chiesi ospitalità a un’amica e una settimana dopo mi trasferii in una specie di soffitta in Corso Genova. Dopo innumerevoli ti amo e per sempre vicendevolmente elargiti con spensierata generosità, ci lasciammo senza troppi discorsi; non sembravano necessari.  Fu la mancanza di parole conclusive a produrre in seguito il convincimento di avere messo in atto una sospensione, con la facoltà implicita di tradurre i sentimenti in un linguaggio nuovo e in un contesto differente.

“Mi dispiace così tanto”.

Moreno non aveva detto nient’altro e io non avevo replicato.

Non provò neanche a convincermi che una lacerazione tanto ampia e profonda si potesse rabberciare, con il tempo e la pazienza. Del resto, la pazienza non era mai entrata nella nostra relazione, e io non avrei potuto accontentarmi di nulla di meno della compiutezza a cui mi ero abituata.

Interruppi ogni rapporto con gli amici comuni, lasciai il giornale ed entrai nella redazione di un altro quotidiano di recente fondazione, meno accreditato ma assai promettente, disertai i locali dove avevamo trascorso molte serate e riuscii a evitare di incontrarlo per oltre un anno, fino all’inverno dell’83. D’altronde, a meno di non vivere rintanati tra casa e ufficio, a Milano può succedere che di notte le strade si incrocino.

Era un sabato sera talmente inoltrato da essere già domenica mattina, precisazione sulla misura del tempo che non interessava a nessuno. In Brera girava gente come se fosse mezzogiorno, entrai al Bar Jamaica insieme a un biondo decisamente vistoso. Lo avevo incontrato poco prima al Plastic, esuberante porto di mare in viale Umbria, decidendo abbastanza in fretta di concedergli appena quell’avanzo di notte, senza alcun beneficio del dubbio.

Moreno arrivò un poco più tardi ed era solo; ci ritrovammo uno di fronte all’altra e ci mancò il tempo di scegliere una linea strategica, dopo avere certamente immaginato quella scena, declinandola in versioni differenti. Ci risolvemmo a un reciproco “ciao! artificialmente disinvolto; mi ritrovai a esibire scioccamente il mio provvisorio compagno come se fosse un trofeo, mentre un lampo divertito attraversava lo sguardo attento di Moreno, levandomi il gusto meschino di una piccola vendetta.

Il biondo (ammesso che ne abbia conosciuto il nome, non me lo ricordo affatto) si era allontanato per andare in bagno e Moreno ne aveva approfittato per avvicinarsi.

“È il tuo nuovo fidanzato?”

“No, non ancora. Magari da domani mattina, chi lo sa”

“Ci vuole così poco?”

“Non sarebbe neanche la prima volta”.

Me ne ero andata allacciata al mio compagno improvvisato, fiera dei tacchi alti e della giacchetta in nappa color granato, con la fastidiosa sensazione di camminare a piedi nudi in mezzo a dei cocci taglienti, sbadatamente lasciati in giro.

All the young Dudes carry the news, boogaloo dudes carry the news, cantava il biondo nella notte fuori dal finestrino aperto dell’auto, intanto che piantava una formidabile grattata dimenticando di premere il pedale della frizione per cambiare marcia.  Non aveva la voce né lo stile di Ian Hunter ma era decisamente intonato, e andava bene così.

Alcune sere dopo, mentre seguivo distrattamente sullo schermo del televisore lo svolgersi di un vecchio film di cui sapevo a memoria molte battute, squillò il telefono.

“Dai, sei troppo intelligente per farti vedere in giro con uno così”

“E tu che ne sai, di com’è uno così? Non sono affari tuoi, in ogni caso”

“No, ma ti voglio bene. Te ne vorrò sempre, e non so cosa farci. Ci vediamo, una di queste sere?”

“No”

”Allora dimmi come stai”

“Benone”.

Ecco fatto, più di un anno di lavoro di incollatura meticolosa dei miei cocci più intimi raccattati da terra rischiava di essere compromesso.

Mantenni una posizione difensiva, trincerandomi dietro una serie di risposte a ridottto impiego di vocaboli e di inflessioni emotive. Moreno non si scoraggiò, seguitò a chiamare con regolarità e finii per affezionarmi a quelle conversazioni serali e a una confidenza nuova, fondata su una conoscenza pregressa eppure diversa da allora, sgravata dal peso delle aspettative.

La prima volta in cui accettai di vederlo aveva i biglietti per la prima visione del film Bianca di Nanni Morettie mi parve una ragione sufficiente per accettare.

 Dopo quell’incontro casuale al Jamaica, Moreno mi aveva rintracciata rivolgendosi a mia madre, la quale gli aveva riferito il mio indirizzo e il numero di telefono senza esitazioni. Lo aveva adorato immediatamente e per sempre, sospendendo ogni senso critico. Naturalmente, mi aveva attribuito la responsabilità della nostra separazione, senza tuttavia ritenerla definitiva. In effetti, non parlai mai dei motivi della rottura: per qualche ragione, mi rincresceva incrinare la considerazione che mia madre aveva di Moreno.

Superata una prima fase di dolorosa diffidenza, provai a collocare l’inedita versione di un legame che avevo considerato dissolto in una sorta di dimensione parallela, assegnandole la funzione di riparo e di zona di conforto. Funzionava abbastanza bene, non interferiva con le nostre rispettive scelte e assicurava un sostegno incondizionato, la bonaccia dopo (e anche durante) qualunque burrasca. In un passato recente, la cui commemorazione non doveva nemmeno sfiorare i nostri discorsi, ci eravamo dati l’uno all’altra senza riserve; questa consapevolezza produsse la sospensione di ogni accenno di pudore, sicché prendemmo a rivelarci senza reticenze e, in un certo senso, senza riguardi. Tuttavia, eravamo entrambi esageratamente critici, ogni volta che ci raccontavamo una relazione. L’assunto fondamentale, sebbene non espresso, sembrava essere che dopo la nostra storia tutto il resto fosse soltanto il goffo tentativo di replicare qualcosa che non era ripetibile.

La mattina dopo non pioveva più ma il cielo si manteneva grigio e opaco, i lampioni sulla via tardavano a spegnersi, ingannati da quella luce fiacca. Mi sembrava così strano, la colazione insieme dopo avere diviso il letto; c’era una domanda che non avevo il coraggio di fare: “E adesso?”

Moreno appariva tranquillo e a suo agio, doveva correre a casa perché nel pomeriggio aveva un volo per New York. La settimana seguente, da lì si sarebbe mosso in autobus verso Boston e poi fino a Toronto, per trattenersi con la famiglia di sua sorella fino a dopo Capodanno.

“Vedi, Ginevra, tu sei sempre capace di mettere ordine nei miei pensieri quando mi succede di sentirmi confuso”.

Si era taciuto, lo sguardo perso in un luogo e in un tempo lontani da questa giornata che pare la raffigurazione meteorologica di ogni mia incertezza.

“Ecco, io ero innamorato della tua abilità nel rendere affrontabile qualunque situazione; ma più ancora della dimensione dell’amore che provavi per me: misura talmente ampia da non poter essere definita. Nessun’altra mi ha mai amato in questo modo, nessuna mi ha fatto sentire così bene. Se solo potessi tornare indietro…”.

In fondo, lo avevo sempre saputo, anche se non avrei mai voluto sentirglielo dire con tanto crudele candore. Il rimpianto per un’azione impossibile da realizzare, come viaggiare a ritroso nel tempo, esclude conseguentemente l’eventualità di un nuovo inizio. Ci era stata assegnata  un’unica possibilità e l’avevamo sprecata; nessun effetto delle leggi di Keplero avrebbe mai potuto allinearci, ponendoci nella medesima configurazione prospettica. Che, per inciso, è sempre una condizione stupefacente ma transitoria.

Quella notte, dopo le parole e i gesti che avevano riempito la stanza di ombre destinate a impigliarsi, tenaci come ragnatele, il portentoso bilanciamento del nostro sodalizio si era frantumato, era un accomodamento perfetto ma abbiamo di nuovo rovinato tutto. Era ora di andarsene, un’altra volta.

Sono un’esperta di traslochi: ho cambiato casa ogni volta che è finita una storia durata tanto a lungo da lasciare impronte di sé in mezzo alle mie cose. Si possono far scomparire oggetti e abiti, buttare spazzolini da denti e fotografie, ma le case tengono tutto. Ogni ricordo sedimenta, occupa spazio e interferisce con la percezione del tempo, distorcendola. Non c’entra nulla l’intensità dei sentimenti, sono le abitudini a posizionare le trappole più insidiose. Allora, non resta che andarsene.

Sono stata nomade senza mai sconfinare, spostandomi da un rione all’altro della mia città e intessendo con questa un rapporto complesso, ogni zona corrispondente a una fase della mia esistenza. Così, c’è stato un periodo Sempione seguito da Porta Genova, poi San Siro e Isola, Bovisa, e infine Niguarda, via Ornato. Moreno si era sempre prestato a trasportare bracciate di abiti da un appartamento all’altro, meravigliandosi ogni volta della facilità con cui, per citare l’allegoria a cui si era affezionato, chiudevo e aprivo le porte, e brontolando per il fatto che gli toccasse imparare un itinerario nuovo, spesso neanche tanto comodo. Stavolta, però, è diverso; oltretutto, a Milano gli affitti diventano sempre più cari.

La domenica in cui ogni clausola di salvaguardia era stata trasgredita, dopo che Moreno se ne era andato (“ci vediamo presto”) mi era tornato in mente il concerto di un’estate troppo lontana, un epilogo e un prologo che si erano incrociati e sfiorati in una notte straordinaria. Avevo pensato a quel congedo muto che introduceva un’assenza irrevocabile, decidendo di andarmene con la medesima spietata teatralità. Oppure, se risulta più convincente, avevo assecondato la vigliaccheria per puro istinto di autoconservazione; io preferisco la prima interpretazione.

In meno di quindici giorni mi sono trasformata in fuggiasca, recidendo relazioni, utenze e contratti con identica efficienza. Ho preso accordi con le due riviste letterarie con le quali collaboro e grazie all’aiuto di alcune amiche fidate, che non rivelerebbero la mia nuova residenza a Moreno nemmeno sotto tortura, ho traslocato in un posto dove ero passata per caso (ma forse no, dopotutto) in estate. Mi aveva sconcertata per il caparbio isolamento e  e per l’atmosfera benevolmente sinistra, antitesi solo apparente poiché, in questo microcosmo incuneato tra mare e collina, i due caratteri conflittuali convivono perfettamente. Sembra un luogo nato per custodire segreti.

Forse sono anche stufa di una città che a tutto si adegua e non sempre con stile, dei riti che mutano riproponendo lo stesso schema, cicli alternati di corsi e ricorsi che si avvicendano, in una rappresentazione puntuale della teoria di Giambattista Vico e questa non mi pare una fase ascendente.

Addio, Milano, è stato bello, sempre e comunque:  le luci e le tenebre, i profumi e i fetori, i fracassi e i silenzi, le smargiassate e le ritrosie. Me ne vado, ma non smetterò mai di essere milanese, sai cosa voglio dire.

Rivoli d’acqua corrono veloci sui vetri, il vento sibila dagli infissi e sembra scuotere la vecchia casa dalle fondamenta, tanto che ho la sensazione di beccheggiare, neanche mi trovassi a bordo di un fragile vascello in mezzo al mare burrascoso, ma sono solo stremata. Il mare c’è, lo vedo dall’altra parte della strada; rumoreggia senza sosta e ha il suono scuro dell’oboe baritono con una misteriosa dolcezza.

È il giorno di Natale e dopo avere passato la vigilia aprendo scatoloni e sistemando cose negli armadi, in cucina e sugli scaffali della libreria, oggi ho cambiato la loro disposizione alla ricerca di un ordine che probabilmente è interiore. Se è così, ci vorrà del tempo prima che gli oggetti trovino una collocazione provvisoriamente stabile. Tenere impegnate le mani, fiaccare le membra mantenendo l’attenzione sui gesti, spostare gli oggetti da qui a là. È uno stratagemma rudimentale, eppure efficace per distogliere la mente da certi rovelli insidiosi. Intanto, dalla radio  Little Eva (che fine avrà fatto?) canta Everybody’s doing a brand new dance now, come on baby, do the Loco-motion; per pochi attimi ritorno gioiosamente a un’estate della mia adolescenza. Milano Marittima, 1962: sulla spiaggia guardavo le ragazze più grandi di me ed ero smaniosa di crescere per fare non so bene cosa. Quell’anno mi piaceva un ragazzino magro e arguto di Fornovo sul Taro, ci tenevamo per mano di nascosto e andammo avanti fino alla fine dell’inverno a scambiarci lettere sdolcinate e allegre, poi ci scordammo l’uno dell’altra senza dispiacere.

Non so se anni addietro avrei potuto apprezzare questo borgo corto e stretto, poco incline alla confidenza come i suoi scarsi abitanti, i quali per scoraggiare i turisti dal trattenersi più di qualche ora fanno a meno degli alberghi, c’è solo una pensione dall’aspetto sobriamente triste, con due stelle appese accanto all’insegna per compassione.

Il litorale è appena al di sotto del nucleo abitato, fatto di case addossate l’una all’altra per non perdersi di vista; il paese è troppo piccolo per avere una periferia che dovrebbe arrampicarsi su una parete collinare scoscesa. La distesa d’acqua schiude a un orizzonte ampio e vago, difende la sua riservatezza con una striscia ghiaiosa fatta apposta per scoraggiare i bagnanti, mentre il muretto che separa la riva dalla strada appare inadeguato a contenere le mareggiate. Forse tra questo luogo schivo e il mare esiste un antico patto di non belligeranza che, a quanto pare, continua a essere rispettato.

Sono milanese, un tempo l’indole evidentemente scontrosa di questo posto mi avrebbe dato fastidio.

Ma, come dicevo, adesso è diverso.

L’appartamento si trova al secondo e ultimo piano di una palazzina inserita in una sequenza di strette costruzioni antecedenti agli anni ’60, separate da angusti passaggi che si collegano alle vie interne.  Ha infissi e serramenti nuovi e belle porte laccate in color mandarino, anche i sanitari sono stati sostituiti; i pavimenti sono in cotto bicolore, con mattonelle più scure che formano disegni geometrici in mezzo alle stanze.

Due grandi porte finestre si aprono sulla terrazza, una nel tinello e l’altra nella cucina adiacente; camera da letto, bagno e ripostiglio sono sul lato opposto e guardano sulla via retrostante. Il proprietario mi ha spiegato di avere ristrutturato l’alloggio l’anno scorso per il figlio che si sposava, ma “alla signora non piaceva”. Così, per recuperare l’inutile esborso ha deciso di metterlo in vendita e di affittarlo nel frattempo, per non lasciarlo vuoto. Ho firmato un contratto per un anno; tuttavia, credo che non mi sposterò più da qui e mi deciderò a comprare casa. Non ho mai pensato di farlo prima, sono abituata fin dall’infanzia ad abitare in affitto, e potrebbero esserci ragioni più complicate per questa mia noncuranza. Per esempio, che nella mia storia si debba individuare un dopo dal quale il mio equilibrio si è fondato sulla transitorietà, sulla certezza che nessuna situazione si mantenga stabile a lungo. Eppure, a un certo punto maturano condizioni non più modificabili: me ne sono resa conto quando, dopo la scomparsa di mio padre, la mamma non è stata capace di essere nient’altro che un grumo di dispiacere e di rimpianto, un povero astronauta smarrito per l’eternità in uno spazio ignoto.

A un tratto, ho bisogno di un riferimento scollegato dai sentimenti, poco influenzabile dalle vicissitudini future, inalienabile. Una vecchia casa che guarda il mare potrebbe soddisfare questa esigenza.

La sera di Santo Stefano ho contemplato il risultato della mia fatica traendone una pacifica soddisfazione. Il tempo si è rabbonito, fuori dalla porta finestra del soggiorno c’è un’oscurità liquida, il chiarore soffuso della luna traspare dalle nuvole sottili, pronte ad arrendersi.

Infatti, oggi un sole sfacciato che se ne infischia dell’inverno risplende, illumina e riscalda senza riuscire a bucare la membrana invisibile che racchiude e isola (o magari protegge) questo luogo. Mi addentro a piedi per le vie interne. C’è poco da scoprire: la farmacia, un improbabile antiquario, la pensione Miramare (che guarda il muro della casa dirimpetto) e un emporio dove si vende un po’ di tutto. Entrando dalla piccola porta, accolta dal tintinnio di una garrula campanella, scopro che il locale è ampio e una parte è adibita a bar. È proprio il bancone con l’ingombrante Faema che emette sbuffi di vapore a catturare la mia attenzione, perché dietro di esso, affaccendate attorno alla macchina del caffè, scorgo due donne assolutamente identiche: alte e bionde, capelli a caschetto, piacenti senza essere propriamente belle, sulla sessantina. Sono indistinguibili e di certo avvezze alla faccia disorientata di chi le incontra, quindi fanno finta di niente e mi salutano sorridendo. Faccio colazione, compro cibo e detersivi, prendo anche un quotidiano e un paio di riviste.

Dopo qualche scambio di e belle aperte ci riconosciamo come milanesi ed è quasi una rimpatriata.

“Noi manchiamo da Milano dal ’94. Com’è, adesso?”

“Diversa, ma bella. Trovo che non abbia senso parlare di meglio o peggio, la città è il palcoscenico che ci costruiamo attorno. Per me è bella, sempre”.

Ho preso l’abitudine di bere il secondo caffè del mattino da Elda e Frida – così si chiamano le due gemelle – ed è la scusa per scambiare qualche parola. Sono conversatrici gradevoli e circospette, si tengono alla larga dalle confidenze (per esempio, non hanno chiesto cosa mi abbia portata qui, né hanno accennato alle loro ragioni) e mi piacciono anche per questo, a parte una simpatia istintiva.

“Se stasera non hai di meglio da fare, ci troviamo qui con alcuni amici per un ultimo dell’anno non convenzionale. Focaccia, salame e formaggio, vino rigorosamente rosso e niente abito elegante. Cominciamo verso le nove”.

Sono stata incerta fino all’ultimo, poi mi è venuto in mente che fra un paio di giorni Moreno rientrerà a Milano, magari ha provato a telefonarmi a un numero che ormai risulterà inattivo, o qualcosa del genere, e il pensiero di trascorrere la serata in compagnia del vento che percuote le persiane e sibila negli angoli, oscuro messaggero di chissà quale catastrofe, come in un bel racconto di Stephen King, mi è parso insopportabile.

Il mare è impegnato in un sabba infernale con il vento, c’è qualcosa di gioiosamente feroce nel suo agitarsi, è una manifestazione di potenza, un’azione dimostrativa; eviterà di spingersi alle conseguenze più estreme solo per non far cessare il divertimento. Giro l’angolo inseguita da un mulinello turbinante di foglie secche e pezzettini di carta, confidando che tutta quella furia non mi riguardi, che non stia cercando di dirmi qualcosa. Andiamo, non sono al centro dell’universo.

 La via interna che conduce all’emporio delle gemelle è più riparata, molte finestre  sono illuminate, si percepiscono profumi di cucina e brevi rumori attutiti. Davanti alla porta del negozio mi libero dell’ultima titubanza ed entro.

L’ambiente è affollato da una ventina di persone; le gemelle mi accolgono con cordialità spiccia e mi presentano agli altri ospiti. Apparentemente spaiati, con una leggera prevalenza di donne, dimostrano un’età variabile dai quaranta ai sessant’anni e sembrano affiatati o, quantomeno, avvezzi a trascorrere del tempo insieme.

“Tira vento di libeccio, pioverà ancora”, afferma allegro un signore robusto dai capelli lunghi e brizzolati, probabilmente uscito da un documentario sugli anni ’70; mi coglie il terrore che qualcuno possa tirar fuori le cartelle della tombola, nel qual caso me la darò a gambe.

Invece no, ci si rimpinza di focaccia unta e sottile, di salame e formaggio accompagnati da rossi robusti e densi alternati a vinelli più eterei, planando ad ali spiegate sui discorsi più vari ed eventuali, sospinti dalle correnti sonore della musica emessa da un anacronistico juke box AMI8, discretamente infilato  tra il banco del bar e quello del negozio, sentinella di un’immaginaria linea di confine. Che strano, nei giorni scorsi non lo avevo notato: il repertorio è decisamente eterogeneo e va dai Talking Heads alla London Philarmonic Orchestra, con in mezzo i Pooh, Mina, gli Stones e una commovente raccolta di idoli della mia giovinezza.

Mi guardo in giro cercando di leggere tra le righe di quella che mi appare sempre di più come una compagine coordinata: percepisco, carezzevole come un velo di cipria, un sentimento comune che non riesco ad afferrare. C’è un’atmosfera piacevolmente stramba, pervasa tanto dell’innocente effervescenza di una festa tra adolescenti prima del ’68, quanto della rilassata rinuncia a qualsiasi fiduciosa attesa di un cocktail party a Manhattan negli anni ’80. Comunque fuori tempo, insomma; non in ritardo ma piuttosto fuori dal tempo, nella dimensione atemporale e dunque perenne del paradigma. Siamo intrappolati all’interno della sua definizione,  o forse ne siamo protetti o, ancora, siamo noi stessi l’archetipo.

È quasi mezzanotte, siamo pronti per il brindisi profano con i calici di vino rosso. Il tipo con i capelli lunghi, un toscano che si chiama Pietro, è il  manovratore ufficiale del vecchio e glorioso AMI8; deve avere fatto molta pratica in una gioventù di cui ha conservato una certa goffaggine, perché gli viene bene. Ha buon gusto e per il passaggio all’anno nuovo ha scelto Dmitrij Sostacovic, Jazz Suite n. 2, Waltz II.

È un valzer pieno di una nostalgia pacificata e priva di rimpianto, quella che arriva dopo, dopo la passione e il dolore, quella che conforta e tiene compagnia.

Ed ecco che riesco a decifrare il sentimento che ci accomuna tutti, in questa notte di vento, di parole posate con delicatezza e di vino rosso usato come aggregante: è il sollievo di essersi sottratti a qualche circostanza avversa, la consolazione di essersela cavata, almeno per questa volta. Siamo spiriti rattoppati, ammaccati, se non proprio rotti, ciascuno si porta dietro la questione irrisolta di un fallimento e di una perdita, aleggia attorno come un’aura greve. Tutti avremmo un prima e un dopo da spiegare, e ciò che stava nel mezzo da affrontare. Basta questa consapevolezza per stabilire un patto di solidarietà. Forse un giorno ci scambieremo delle confidenze ma sarà solo un modo per tirare sera, oppure mattina. La memoria è spesso caritatevole, rimodella i ricordi aggiustandoli un poco per ammansirli, e finiamo per convincerci che in quel tempo lontano le cose siano andate proprio così: ne esce la versione rimasterizzata della nostra intera vicenda, quella che ci accompagnerà fino all’ultimo giorno.

Diverse ore più tardi, chiudiamo la nottata che ci ha appena traghettati, sani e salvi, in un altro anno, con un abbraccio collettivo e serenamente ebbro, i titoli di coda scorrono sulle note di una malinconia disposta a cedere alla speranza, c’è ancora tempo.

Usciamo sulla via silenziosa, sussurrandu per non disturbare il riposo di chi dorme riparatp dalle finestre scure. Dividiamo un tratto di cammino perdendo pessi a mano a mano che procediamo: in un borgo dall’abitato tanto ristretto siamo tutti vicini di casa, più o meno, con eguale diritto di affermare, con dissimulato sussiego, che abitiamo in centro.

La cadenza della notte è un battito lungo e lento, ora che il vento si è acquietato. Manca davvero poco all’alba, anche se fa freddo cammino avvicinandomi all’acqua che ondeggia calma, inspiro l’odore lievemente putrescente e salmastro, ascolto lo sciacquio ritmico delle piccole onde che lambiscono l’arenile. Voglio cogliere la prima luce senza la distrazione di un corpo accanto al mio, senza nessun altro significato diverso da quello semplice e ancestrale dello scorrere del tempo tra notte e giorno, all’infinito. La luce arriva quasi all’improvviso, dopo una rapida scoloritura del buio ed è morbida, rosa e poi dorata; il vento di libeccio stavolta non ha portato pioggia, mi sembra un buon auspicio.

Rimango seduta sul muretto che delimita la spiaggia, pazienza se fa freddo quasi come a Milano, alla faccia del clima rivierasco. Scorgo un cagnone nero sbucato direttamente dalla notte, sgambetta gioioso sulla ghiaia ed è rincorso da una donna vestita come uno sciatore di fondo nella quale riconosco una delle due gemelle, chissà se Elda o Frida. Mi passa davanti agitando una mano, “Buon anno”, come se non ce ne fossimo scambiati abbastanza sino a poco fa. Tira dritto senza rallentare e ne sono lieta: evidentemente, ognuna ha vuole tenere per sé questo momento, dandogli il senso che preferisce.

Entro nella quieta  bellezza di un’alba invernale carica di promesse che non so se voglio conoscere; la mia mente è una stanza meravigliosamente vuota, solo la luce pallida e il respiro del mare, in sincrono esatto con il mio. Mi allontano a malincuore da ciò che assomiglia sempre di più a un’esperienza extracorporea dal singolare effetto balsamico, ma leggermente  allarmante. Tra l’altro, ora sono davvero intirizzita; attraverso la strada e guardo la facciata di quella che dovrò abituarmi a identificare come casa mia.

Tra poco tornerai a Milano e io non ci sarò, troverai solo il mio biglietto. Potresti anche rintracciarmi, in qualche modo, eppure sono convinta che non lo farai, sai riconoscere un addio.

Bene, qui non c’è niente che possa parlarmi di te.

(Ti voglio bene. Te ne vorrò sempre, e non so cosa farci).

…Respirando più forte ti avvicini al mare

Stai piangendo

Ti entro nel cervello e ti raggiungo il cuore

Proprio in fondo al cuore, senza pudore

Per cancellare anche il più nuovo amore…

(“Respirando”, Lucio Battisti)

(

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.