DI TANTO AMORE

Il mare d’inverno è una grigia distesa appiattita contro il cielo di un grigio più pallido, quasi bianco, come se la massa compatta di nuvole si adagiasse sull’acqua, mantenendola ferma.

Mi trovo nel luogo da cui ero partito molti anni orsono; non esattamente lo stesso, abitavo in un paese distante una trentina di chilometri, però sulla spiaggia di Torre Mileto ho trascorso tutte le estati della mia giovinezza e alcuni momenti che non ho dimenticato. Credevo di essermi avviato lungo una traiettoria non proprio lineare ma tendente ad allontanarsi dal punto di origine; invece, ho solo camminato in tondo e, alla fine, mi ritrovo nel posto da cui ero partito.

Ho abbandonato Milano perché non c’è più nessuno per cui valga la pena di rimanere, tornando al mio paese nativo quando ormai non c’è più alcuno a cui poter fare ritorno. Era uno dei tanti paesi del Sud, arretrato e prevalentemente agricolo, vicino al mare ma non abbastanza da attirare i turisti. Smaniavamo tutti per lasciarlo, poi non vedevamo l’ora di scendere per le vacanze estive, e dopo pochi giorni desideravamo già tornarcene a Milano dove si ricominciava daccapo, in un eterno scontento. Sempre fuori luogo, sempre fuori tempo.

Oggi questo posto non ha più un’anima, si è guastato nel profondo, vige un’anarchia arrogante alla quale le brave persone non sanno opporsi, non ne hanno gli strumenti. Venire qui è stato l’ennesimo sbaglio, a meno che non si tratti di una sorta di pena autoinflitta che risponde a un bisogno di espiazione dal quale non intendo più rifuggire.

Forse una volta avevo dei sogni; ora non ho più nemmeno la speranza, solo troppi ricordi e un irrisolvibile rammarico.

La scorsa settimana mi sono dedicato a una specie di pellegrinaggio nelle località che in un’estate lontana mi videro pienamente felice, testimoni casuali e  indifferenti di una perfezione precaria. Idea per molti versi discutibile che, tuttavia, dava soddisfazione a un’esigenza non più procrastinabile. Torre Mileto, Baia delle Zagare, Vieste, Peschici, Mattinata, Manfredonia.

L’altro giorno camminavo lungo il bordo di una strada quando ho sentito un lungo grido stridulo sopra la mia testa, un suono che si propagava tutto attorno in onde sonore concentriche. Ho levato lo sguardo e ho visto la sagoma nera di un rapace (forse un falco pescatore) stagliarsi nel cielo chiaro. Volava ad ali spiegate descrivendo lenti cerchi ampi; mi sono incantato ad ammirare la libertà di quel volo e la feroce, innocente disconoscenza del futuro. Solo il magnifico presente di quel momento finito e perfetto come una monade. Per un breve attimo ho sentito riaffiorare la stupefacente sensazione di compiutezza che ho conosciuto e perduto tanto tempo fa, incerto tra la gratitudine per averne memoria e la disperazione per dovermi accontentare di quella.

“Ma tu, pensi mai a quando saremo vecchi?”

“No. Perché, tu ci pensi? A ventiquattro anni?”

“Io sì, e non riesco proprio a immaginarci. E comunque, tu di anni ne hai trentatré, potresti incominciare a pensarci”.

Stavamo abbracciati davanti a un altro mare, io l’avevo già tradita e lei aveva capito che non eravamo fatti per invecchiare insieme.

Era la fine di gennaio del ’78 e mi trovavo a Milano dal ’70. Con un diploma di perito industriale, nel foggiano ero passato da un impiego malpagato a un altro, fino a quando uno zio paterno emigrato a Milano nel dopoguerra non mi aveva procurato un posto nell’azienda telefonica SIP. Incominciai come addetto alle riparazioni e manutenzioni su strada, poi mi fu offerta la possibilità di partecipare a un corso di formazione interno per accedere alla mansione di tecnico di centrale. Ho sempre avuto una grande predisposizione per l’elettrotecnica e superai l’esame finale senza difficoltà. Smisi di girare in tuta per le vie di Milano; l’aumento di retribuzione mi consentì di ringraziare lo zio per l’ospitalità, durata diversi mesi, per trasferirmi in un ammobiliato in affitto vicino alla stazione metropolitana di Turro. Era un bilocale situato in un vecchio palazzo e derivava dalla divisione in due di un alloggio più ampio. Per effetto di una scissione sommaria, il bagno di cui era dotato si trovava sul corridoio dove affacciava l’uscio dei dirimpettai, ma almeno ero indipendente e, in ogni caso, non potevo permettermi di meglio.

Conobbi Alice un sabato sera all’Old Fashion, sala da ballo in viale Alemagna, proprio di fianco alla Triennale. Occupava un tavolo insieme a due amiche che in quel momento si erano alzate per andare a ballare. Aveva lisci capelli castani  pettinati con la riga da un lato e una figura minuta, le gambe accavallate, mostrate dalla gonna corta, rivelavano caviglie sottili. Mi sembrò che si guardasse attorno con la fredda curiosità con la quale uno scienziato osserva un fenomeno che potrebbe rivelarsi di qualche interesse.

Pensai che era bella in un modo non convenzionale; l’avvicinai cercando il suo sguardo e lei si alzò, venendomi incontro prima che io avessi tempo di dire una parola. Ci ritrovammo abbracciati sulla pista, ci presentammo ma i nostri corpi sembravano conoscersi da un tempo immemorabile.

Accettò subito il mio invito a uscire dal locale per andare a bere qualcosa altrove e finimmo in un bar elegante  in Largo Cairoli. Le raccontai della mia fuga dal Sud, mi disse che aveva appena compiuto ventitré anni, studiava Lettere alla Statale ed era molto indietro con gli esami perché di quella laurea non le importava nulla, era stata una forzatura della sua famiglia alla quale non aveva saputo opporsi con sufficiente ostinazione.  Per non dipendere del tutto dai suoi, nel pomeriggio faceva la commessa in una profumeria a Niguarda.

Parlava in fretta, spinta dall’urgenza di pensieri e ragionamenti che dovevano scorrere rapidi nella sua mente e si esprimeva in maniera chiara e diretta, con rare esitazioni quando cercava le parole più efficaci per esprimere un concetto. C’era in lei qualcosa di disarmante, aveva grandi occhi verdi e allegri e un modo sfacciato di guardare dritto in faccia, come se non temesse nulla di ciò che avrebbe potuto scorgere. Usciti dal bar andammo a casa mia, eppure non pensai neanche per un attimo che fosse una facile conquista; credo anzi che me ne innamorai quella sera stessa: Alice si portava appresso una musica dal ritmo incalzante che poteva scardinare l’ordine noto delle cose, ovunque andasse.

Ci eravamo scambiati i numeri di telefono e, benché fossi certo che l’avrei cercata, mi ripromisi di non farlo troppo presto: volevo prima sbrogliare il groviglio confuso di emozioni che mi erano piombate addosso standole accanto per poche ore e che attribuivano un connotato di fatalità al nostro incontro.

Da quando vivevo a Milano avevo avuto più avventure che storie e sempre con donne più mature di lei; non mi era ancora capitato di allacciare relazioni che durassero più di un paio di mesi. Comunque, sciolsi le mie riserve dopo appena due giorni, rinunciando a decifrare l’eccitazione gioiosa che animava i miei pensieri ogni volta che l’immagine di lei si affacciava alla mente.

Prendemmo a vederci regolarmente più volte alla settimana, ma presto divenne evidente che non ci bastava: volevamo tutto, lo volevamo subito. Era l’inizio di aprile e una sera, riaccompagnandola a casa a malincuore, le chiesi di venire a vivere con me. Lei rimase in silenzio per qualche istante.

“Facciamo così: dico ai miei che vado in vacanza con un’amica per una settimana, mi trasferisco da te e vediamo com’è cenare insieme tutte le sere e risvegliarci ogni mattina nello stesso letto”

“…non sei sicura di quello che vuoi?”

“Sono sicurissima. Voglio essere certa che lo sia anche tu”.

Mi sembrò ragionevole, e un paio di giorni dopo incominciò la nostra settimana di prova.

Alice decise di riprendere seriamente il corso di laurea perché studiare le era sempre piaciuto e non le costava una grande fatica.

Così, tornando a casa la trovavo che leggeva ad alta voce, sottolineando pagine intere con la penna blu . Si diede anche da fare per togliere mesi di polvere e sporcizia dal triste bilocale, arredato con pochi mobili di recupero, che io chiamavo casa mia.

Al termine di quella settimana, non avevo dubbi sul fatto che non avrei sopportato di non trovarla al mio rientro dal lavoro, così come lei era certa che la sua vita di prima, semplicemente, non esisteva più.

La sera in cui comunicò ai suoi l’intenzione di andare a vivere con il suo ragazzo (che loro non avevano mai visto), ribatterono con fermezza  che ne avrebbero riparlato dopo la laurea, se la storia fosse durata fino ad allora.

“Forse non mi sono spiegata: non vi sto chiedendo il permesso, vi sto informando che lo farò”.

Fu l’uso del tempo futuro del verbo fare a trarli in inganno. Pensarono di avere più tempo per dissuaderla, non considerando che il futuro potesse essere già l’indomani.

La sera successiva, guardando l’armadio vuoto nella sua camera, capirono di avere sottovalutato ciò che definirono la sua irremovibile avventatezza.

Alice non aveva voluto che affrontassi con lei i suoi genitori, sostenendo che fosse una questione che doveva affrontare da sola e che, quando avessero infine accettato la sua decisione, allora sarebbero stati pronti ad accogliere la mia presenza.

Nei giorni seguenti, telefonò a sua madre, con la quale si incontrò per consegnarle le chiavi di casa che suo padre pretese in restituzione, chiudendo  a doppia mandata una porta fisica e una metaforica e assai più importante.

La osservai attraversare la bufera schivando con leggerezza gli effetti più dolorosi di una ferita che non si sarebbe mai sanata del tutto, indipendentemente dall’andamento degli accadimenti futuri. Ne sembrava pienamente consapevole e, ciononostante, risoluta a proseguire il cammino intrapreso. In alcuni momenti, mostrava addirittura un trasparente sollievo per l’affrancamento da un ruolo che non le si confaceva e da una situazione foriera di insofferente disagio.

Mantenne i rapporti con sua madre; una sera la invitò a casa nostra e lei, osservando con evidente sconcerto il posto disadorno e raffazzonato nel quale vivevamo scoppiò a piangere. Guardandola e ascoltando la sua voce incredibilmente giovane da bambina diffidente, pensai che Alice e sua madre erano due donne destinate ad amarsi per una mera questione di consanguineità, ma non avrebbero mai trovato il modo di dialogare e comprendere le rispettive differenze, generando lontananze siderali.

Di quel periodo, rammento la nostra comune propensione a vivere costantemente aggrappati al presente, facendo di ogni giorno una sequenza di momenti straordinari. Pareva tutto così facile, così lieve; eravamo affamati di sensazioni e sazi di una passione totalizzante, una forza centripeta che ci manteneva all’interno di un nucleo esclusivo. Uscivamo quasi tutte le sere con i ragazzi con i quali giocavo alle carte al bar in via Jean Jaurès e le loro fidanzate: andavamo al cinema, a scommettere sulle partite di pelota basca allo sferisterio di via Palermo, al Derby a vedere Abatantuono, Paolo Rossi e I Gatti di Vicolo Miracoli, incontrando tiratardi professionisti di qualche notorietà.

 Per un certo periodo andammo alle riunioni di un gruppo di ufologi che riferivano di fenomeni inspiegabili e di avvistamenti incredibili, supportati da prove fotografiche piuttosto oppugnabili. Di solito non credevamo a una sola parola delle loro entusiastiche narrazioni, ma ci attirava l’esplorazione di un tentativo di rifuggire dalla banalità del quotidiano attraverso la cocciuta ricerca dell’eccezionale.

Ecco, ripensando a quel tempo oggi non saprei dire se fossimo troppo dentro o troppo fuori dalla realtà quotidiana, ma direi che ci muovevamo in assenza di peso all’interno di una dimensione rarefatta, impermeabile a qualsiasi pressione esterna.

Alice non era un’amante particolarmente esperta ma era disinibita e giocosa, e assecondò con naturalezza tutte le mie fantasie. Appariva spinta da una curiosità che poteva renderla temeraria; mi raccontò che quando era piccola rompeva tutti i giocattoli, dalla trottola al bambolotto che sbatteva le palpebre, perché voleva scoprire cosa c’era dentro. Era un’esigenza imprescindibile, guardare cosa stava dentro e dietro. Questa peculiarità mi affascinava, ne percepivo il valore e l’audacia ma anche la pericolosità latente.

Fin dai primi tempi, prese l’abitudine di dormire appiccicata alla mia schiena, le gambe intrecciate alle mie. Alice si addormentava all’improvviso, come se si spegnesse, cadendo in uno stato di sospensione agitato dall’irrequietezza, che durante la veglia padroneggiava abbastanza bene.

Cercavo di sottrarmi con delicatezza per non svegliarla, ma dopo un poco me la ritrovavo di nuovo addosso. Non avevo mai permesso a nessun’altra di avvicinarsi alla resa vulnerabile del mio sonno in quel modo e non l’ho più consentito a nessun’altra. Mi abituai in fretta a dormire condividendo anche quello spazio così privato e mi succede ancora di svegliarmi d’improvviso per la mancanza di quel contatto tanto intimo.

In conseguenza delle nostre abitudini spensierate e delle  entrate modeste, verso la fine del mese ci ritrovavamo senza soldi. Allora facevamo il giro dei miei parenti che ci accoglievano festosi, allestendo cene e pranzi domenicali affettuosamente chiassosi. I miei cugini sogguardavano Alice con un’aperta ammirazione frenata dalla soggezione, le mogli l’affrontavano con una simpatia prudente. Invece, era curioso il fatto che attirasse come una calamita i cani e i gatti ma anche i bambini. Se con gli animali aveva un’istintiva dimestichezza, subiva la curiosità invadente dei bimbi con una impacciata rigidità. Le si piazzavano in braccio toccandole il volto e i capelli, avevano quattro o cinque anni e facevano domande alle quali lei rispondeva come se stesse parlando con degli adulti, sebbene si sforzasse di usare un linguaggio semplice. Il fatto che non adottasse il registro vocale e lessicale normalmente riservato ai più piccoli accresceva la loro curiosità nei suoi confronti.  Assistevo divertito al suo imbarazzo e mi chiedevo come sarebbe stata con i nostri figli, perché non dubitavo che, prima o poi, ce ne sarebbero stati.

Quell’anno, poco prima di ferragosto, partimmo per le ferie diretti al mio paese, dove l’avrei presentata a mia madre, a mia sorella e agli amici rimasti laggiù o che, come me, tornavano per le vacanze estive. Con questi avremmo trascorso qualche giorno nelle località più note del Gargano, girando per campeggi.

Mia madre e mia sorella l’amarono fin dal primo momento, i miei amici l’accolsero dapprima con curiosità, poi con aperta benevolenza. Alice aveva il dono di saper parlare con chiunque: benché mantenesse una proprietà di linguaggio che talvolta sconfinava nella ricercatezza, riusciva ad adeguare sempre il tono e il contenuto della conversazione all’interlocutore, stabilendo una sintonia. Era anche spiritosa, a volte un poco sbruffona in una maniera molto milanese, però sempre stemperata in una sincera autoironia.

Spiegammo alla mia famiglia che non intendevamo sposarci, poiché non serviva un pezzo di carta per assumerci un impegno.

“E se è solo un pezzo di carta, che vi costa?” obiettò mia madre la quale, nella settimana in cui ci ospitò, cedette senza esitazioni la camera matrimoniale dormendo sullo scomodo divano letto del soggiorno. Avevamo sorriso, senza trovare una risposta soddisfacente.

Comunque, comprammo due fedi sulle quali facemmo incidere i nostri nomi e la data del primo incontro, 28/1/1978. Ci scambiammo una promessa davanti al mare, dentro un’alba tinta di giallo e di azzurro.

Di quella vacanza indimenticabile ho conservato una foto che le scattai sulla spiaggia di Torre Mileto. L’ho riposta dentro un suo libro dimenticato e l’ho guardata talmente tante volte da saperla a memoria, posso anche figurarmi i dettagli invisibili, sentire gli odori e i rumori. La ritrae mentre esce dal mare ed è quasi a riva, la gamba destra avanzando solleva una piccola cresta spumosa. Si sta ravviando i capelli fradici usando entrambe le mani, il corpo sottile, colorato dalla tenue abbronzatura delle carnagioni chiare, rilucente di olio solare e di goccioline d’acqua che scorrono via rapide, è a malapena coperto da un minuscolo bikini di tela bianca e blu che le si è incollato addosso. Guarda dritto verso l’obiettivo e sorride, fiduciosa e sfrontata. Era così bella, e l’ho amata così tanto da avere paura di un bisogno talmente profondo di lei. Eppure, covavo contemporaneamente il dubbio che, col tempo, quella spietata intensità si sarebbe consumata, e non avrei saputo accettare niente di meno.

Alla fine della prima settimana, partimmo con gli amici e ci dirigemmo verso il Gargano, piantando le tende nei posti più belli. Furono giornate di sole e di vento, di risate e di lunghi discorsi all’ombra di qualche pino marittimo, e nottate di fuochi sulla spiaggia, di canti, di vino e di abbracci con la pelle scottata che rabbrividiva.

Quando tornammo a Milano, ogni volta che le telefonavo  mia madre, prima ancora di informarsi sulla mia salute mi domandava “…e Alice?”.

Nel frattempo, sua madre aveva convinto il marito a smetterla di perseverare in una chiusura che lo faceva soffrire al punto da essere divenuta insostenibile; così, una sera ci invitarono a cena. Abitavano in un grande condominio in via Dolci, in zona San Siro, in un appartamento spazioso, arredato con buon gusto, l’ambiente denotava un tenore di vita sobrio ma abbastanza agiato: sapevo che il padre di Alice era direttore in una tipografia e la madre era impiegata in una grande azienda. Rammento la sua camera da ragazzina, che non aveva mai voluto cambiare per affezione: nella libreria, tra testi di letteratura, filosofia e storia dell’arte occhieggiavano diversi animali di peluche un poco spelacchiati; in un angolo, appesa al soffitto, c’era una poltrona di vimini a forma di guscio che da bambina aveva voluto a tutti i costi, poi non riusciva a starci perché le oscillazioni le facevano venire subito il vomito.

Suo padre era un uomo che ci teneva ad apparire autoritario, ma era intelligente e aperto, privo di pregiudizi e animato dalla medesima curiosità della figlia, mediata da un carattere molto più prudente e riflessivo. Mi accorsi dell’espressione con la quale i due si osservavano quando erano certi che l’altro non se ne accorgesse: erano sguardi dai quali traspariva un amore ammaccato che avrebbe cercato di resistere sempre, a dispetto di ogni sgarbo, offesa, lacerazione.

Mentre tornavamo a casa, pensavo a tutto ciò a cui Alice aveva rinunciato per stare con me, rifiutando qualsiasi compromesso che potesse differire la sua decisione, e mi resi conto di quanto dovesse amarmi. Ne fui lusingato e commosso, fui anche consapevole della responsabilità che mi ero assunto accettandolo.

Poco dopo, la profumeria dove Alice lavorava al pomeriggio chiuse; intervenne suo padre e le procurò un impiego presso un cliente della tipografia che dirigeva, una casa d’aste in via Pontaccio. Alice dovette impegnarsi per imparare in fretta molte cose che non conosceva affatto; era contenta ma spesso stanca, a volte lavorava anche di sabato o di domenica, oppure nelle ore serali. Smise di studiare, non ne aveva il tempo né l’energia e in autunno non rinnovò l’iscrizione alla Statale. Divenne anche meno disponibile a passare molte serate fuori di casa; ripresi ad andare al bar di via Jean Jaurès a giocare alle carte e quando rientravo lei dormiva profondamente.

Qualcosa incominciò a cambiare; il vento allegramente furioso che fino a quel momento ci aveva sospinti nella medesima direzione si era placato all’improvviso, incagliandoci in una bonaccia dove ognuno andava alla deriva in una direzione diversa.

Frequentavamo regolarmente la sua famiglia ed ebbi l’impressione che la sua vitale irrequietezza stesse mutando in sotterranea insoddisfazione. Benché la nostra situazione economica fosse migliorata, non eravamo in grado di pagare l’affitto di un alloggio più decoroso, né tanto meno di arredarlo ed ebbi l’impressione che per lei questo fatto avesse assunto rilevanza.

Ripresi a a vagare per i soliti locali per conto mio ma sentivo presto l’urgenza di tornare a casa da lei, la desideravo e mi mancava il coraggio di cercarla interrompendo il suo sonno, nel quale si rannicchiava a un’estremità del letto. Incominciai a dubitare che non fosse più convinta della direzione che aveva impresso alla sua vita, ed era una domanda che non sapevo porle. 

Fu di nuovo estate e partimmo per la Sardegna con una coppia male assortita di amici, una pessima compagnia che ebbe l’effetto transitorio di ristabilire la perduta complicità. Cercammo di ritrovarci, ma nei nostri gesti c’era una rabbia triste e persino la bellezza selvaggia di quei luoghi sembrava presagire la tempesta perfetta nella quale ci infilammo non appena tornammo a Milano.

(…Un anno e più non è uno scherzo

Può renderti diverso

Un anno è la fotografia di te stesso che vai via

E lei, e lei non può cambiare, dolcissima e immortale…)

Fu lei ad affrontare un discorso che avremmo dovuto fare da tempo ed esordì assumendosi delle responsabilità che non aveva affatto. Questo atteggiamento mi irritò, tanto che la interruppi bruscamente.

”…mi sto vedendo con un’altra”, e non era nemmeno vero, avevo ceduto alla corte imbarazzante di una quarantenne conosciuta per caso al bar dove facevo colazione, ma si era trattato di un’avventura alla quale non attribuivo alcun valore; mi stavo solo difendendo dal senso di colpa come il più stupido dei maschi.

Alice tacque all’improvviso, osservandomi a lungo nel suo modo dritto e fermo.

Non fece domande, non pretese spiegazioni, non recriminò né pianse.

Eravamo seduti al tavolo della cucina, lei si alzò con uno dei suoi consueti movimenti bruschi, prese la borsa e uscì senza voltarsi indietro. Alice era piuttosto impulsiva, non era una che abbozzava, non sapevo come interpretare il suo silenzio. Attesi invano che rientrasse per tutta la notte, elaborando mille discorsi che avrei potuto farle, quando fosse tornata. Non osai chiamarla in ufficio, trascorsi l’intera giornata rallentato da uno sbigottimento ansioso. Quando rincasai, mi accorsi che Alice aveva portato via tutte le sue cose; sul tavolo della cucina un biglietto con un messaggio breve e asciutto, le chiavi sono sotto lo zerbino. Nemmeno la firma, pensai subito, scioccamente.

Aveva dimenticato sul comodino il libro che stava leggendo, Un amore di Dino Buzzati. Mi chiesi dove avesse trascorso la notte e immaginai che potesse essere andata da Mara, una mia vecchia amica che le presentai all’inizio della nostra relazione. Mara era mia coetanea e originaria di un paese vicino al mio; avevamo sovente fatto sesso con allegria e disimpegno, diventando buoni amici. Tra lei e Alice si stabilì fin da subito una sintonia istintiva che in un primo momento m’intrigò. Ciò che non avevo previsto era il sentimento che nacque tra loro e che negli ultimi tempi si era tradotto in una complicità solidale dalla quale ero totalmente escluso, e avevo incominciato a esserne infastidito, persino assurdamente geloso.

La sera seguente andai ad aspettarla in via Pontaccio, la pregai di lasciarmi spiegare e lei salì docilmente in auto. Mi ascoltò senza interrompermi (neanche ricordo di preciso quali argomenti accampai), poi disse, con una risolutezza che avevo imparato a conoscere bene:

“Sì, ho capito. Ma vedi, io non potrei più fidarmi di te. E non ti perdonerò mai. Mi dispiace tanto”.

Mi allungò una carezza gentile e se ne andò, di nuovo senza voltarsi indietro.

Rividi la quarantenne che mi aveva abbordato al bar in Piazza della Repubblica; mi rifugiai da lei perché non riuscivo più a stare a casa mia, dopo avervi vissuto con Alice. Claudia era arrogante e dispotica e me ne andai poche settimane dopo, inseguito dalla lampada da tavolo che mi tirò dietro e che si schiantò con un fracasso di vetri infranti contro la pesante porta laccata di bianco, che mi ero appena richiuso alle spalle. Traslocai in un altro ammobiliato in via Tofane. Era più o meno brutto quanto l’altro, dal quale non era nemmeno tanto distante, ma almeno non conservava tracce invisibili della presenza di Alice.

Mi capitò di incontrarla una sera, qualche mese più tardi, in una sala da ballo che si trovava nei pressi della Piazza del Liberty. La scorsi non appena entrai, era seduta a un tavolino, impegnata in un fitto dialogo con un ragazzo dai lunghi capelli lisci e scuri che a un certo punto le aveva circondato le spalle con un braccio, posandole un bacio su una guancia. C’era anche Mara, che si era accorta della mia presenza e, a giudicare dall’espressione con la quale seguiva i miei movimenti, sembrava pronta a spararmi addosso se avessi osato avvicinarmi.

Cercai di non pensarci più,  provai a non confrontare alla sua immagine ogni donna che incontravo e che ne usciva regolarmente perdente.  Ci riuscii dopo qualche anno, anche se continuavo a preferire le storie brevi alle relazioni impegnative.

Poi, una sera d’estate dell’87, ebbi l’idea di andare al Rolling Stones, il locale in corso  XXII Marzo dove si poteva ascoltare della buona musica. Avevo parcheggiato l’auto in una via laterale e mi incamminai verso l’ingresso. Mi trovavo ormai a pochi metri, era quasi mezzanotte e vidi Alice, una specie di apparizione onirica nettamente disegnata nella luce giallognola di un lampione. Indossava un corto abito scuro e senza maniche, di una stoffa leggera che si appoggiava morbidamente al corpo magro. I capelli erano molto più lunghi di un tempo e mossi; rammentai che quando stavamo insieme quei capelli tutt’altro che lisci erano il suo cruccio. Si pose di fronte all’uomo alto e biondo che le stava accanto, rimasi a osservarla sollevarsi sulla punta dei piedi e posare le labbra sulle sue. L’uomo mi sembrò sorpreso, ma le afferrò con delicatezza la nuca, baciandola a lungo.

Mi ritirai nell’ombra e rinunciai alla buona musica del Rollig Stones, girando a lungo in auto senza una meta, solo per tentare di sfuggire alla nostalgia cattiva che aveva cancellato in pochi istanti l’illusione di essermi liberato, dopo nove anni, di quell’amore ingombrante. Si ripropose, di nuovo, il bisogno di sentire la sua voce, di vederla, di rientrare nei suoi pensieri, sapere di tutto quel tempo trascorso.

L’indomani telefonai a casa sua, deciso a chiederle di incontrarci. Mi rispose la madre; la solita voce irragionevolmente infantile suonò ostile, quando riferì seccamente che Alice non abitava più lì. Chiuse la comunicazione prima che potessi domandare altro. Allora chiamai Mara, dalla quale appresi che Alice aveva lasciato la casa d’aste e lavorava in una grossa azienda a Baranzate, dove si era trasferita. Non volle darmi il suo numero di telefono, semmai avrebbe riferito all’amica della mia chiamata e, se avesse voluto, si sarebbe fatta viva lei. Mara era incapace di mentire e mi convinsi che non le avrebbe detto proprio niente. Prima di congedarmi, aggiunse una considerazione:

“Devi sapere che Alice non è più la persona che ti ricordi, e nemmeno so se questa ti piacerebbe. Però così sta bene; o, almeno, credo. Quindi, lasciala perdere”.

Lavorando per la compagnia telefonica, non ci misi molto a rintracciare utenza e indirizzo; tuttavia, mi rigiravo nella mente l’osservazione di Mara e, qualunque cosa comportasse il cambiamento a cui aveva alluso, non sapevo se ero pronto ad accettarlo.

Così non ne feci nulla. Tuttavia da quella sera in poi, come per una sorta di beffardo maleficio, mi accadde di incontrarla ancora, sempre di notte, sempre in qualche locale. Se Mara era una presenza piuttosto costante in quelle circostanze, notai che i suoi compagni tendevano a scomparire e a essere rimpiazzati in tempi brevi.

Immaginai una vita sentimentale randagia molto simile alla mia, un’attitudine che, con lo scorrere degli anni, smarrisce allegria e leggerezza mentre sedimenta un fondo acido di disillusa solitudine.

Seguitai a guardare la foto scattata a Torre Mileto, perché era quella la raffigurazione di lei che volevo conservare.

Un anno più tardi mi sposai con una donna alla quale volevo bene senza avere voglia di amarla né di mutare più di tanto le mie abitudini. Non eravamo più  giovani, lei con diversi anni più di me e avevamo ormai rinunciato a un certo tipo di amore, accontentandoci di un mutuo sostegno senza troppe pretese.

Continuai a imbattermi in Alice durante le mie serate solitarie, inconsapevolmente guidato da una scia impercettibile eppure infallibile, un presentimento esatto.

La notte appariva come una dimensione astratta e ipotetica dove tutto avrebbe ancora potuto essere sovvertito e rimescolato, almeno fino al mattino.  Poteva essere lo spazio limitato delle probabilità più improbabili, dei sogni in cui i protagonisti si osservavano muoversi da una prospettiva esterna, tutto vero, tutto finto.

 Qualche volta ebbi persino l’impressione che si fosse accorta di me, decidendo di ignorarmi.

Andò avanti così fino alla fine del ’93. Nella primavera del ’94 Berlusconi era sceso in campo e salito al potere, Craxi era già salito su un aereo e ne era sceso ad Hammamet, fine ingloriosa di un politico per molti versi brillante.

Da qualche tempo non vedevo Alice in nessuno dei luoghi che era solita frequentare; mi spinsi a cercarla nella casa dove abitava a Baranzate: trovai tutto chiuso, la targhetta con il suo nome sul citofono era scomparsa. Scoprii che anche Mara se ne era andata chissà dove dopo la morte dei genitori, della quale avevo avuto notizia l’anno precedente. Compresi in quel momento che era finita davvero; mi arresi con il sollievo amaro di chi sa di avere perso da tanto tempo.

Ricordando la nostra storia, ancora oggi non riesco a pensare a un inizio e a una fine ma solo a un magnifico durante, un lungo momento presente sospeso tra passato e futuro, disancorato dall’uno e senza nessuna possibilità di collocarsi nell’altro. Forse è stato proprio questo il motivo per cui ci siamo perduti, era un genere di amore troppo esigente e infatuato di se stesso per poter sopravvivere allo scorrere del tempo e al ferreo pragmatismo del vivere quotidiano.

Lasciai mia moglie qualche mese più tardi, non sopportando più quell’affetto di ripiego che neppure in un decennio si era trasformato in qualcosa di più saldo. Ci lasciammo senza nessun desiderio di rimanere amici ma, del resto, non lo eravamo stati neanche prima. Lei si era illusa che potesse durare, io le avevo permesso di farlo senza nemmeno provare a essere onesto.

Non ho mai mantenuto una promessa, in tutta la vita.

Finirò i miei giorni da solo, come è giusto che sia ed è per questo che mi è sembrato inevitabile tornare nel punto dal quale ero partito. Non per ricominciare, piuttosto per terminare.

Mi auguro che la storia di Alice, invece, possa avere un finale differente, scritto meglio di quello della mia.

 Quel vecchio romanzo, Un amore, ha sempre custodito la foto di lei sulla spiaggia di Torre Mileto, l’unica che ho voluto tenere, testimone di un giorno felice e  di un sentimento che per me non si è mai spento del tutto, tormento e consolazione della mia vita intera. Ascolto qualche vecchia canzone, guardo il mare, la vedo uscire dall’acqua e avanzare sorridendo verso di me. Continuerò a vederla così, come in quel giorno lontano, e di tanto amore è tutto quello che mi resta.

…Ehi, come stai, sapore amaro

Di una fine sicura

Perché so, perché lo so

Di tanto amore, morirò

Di questo amore, morirò…

(“Di tanto amore”, Ivano Fossati)