DA QUALCHE PARTE, NEL TEMPO

(Sonia Fantozzi)

Da molti decenni diversi studiosi di meccanica quantistica elaborano teorie tendenti a dimostrare l’esistenza ineccepibile di universi paralleli o, per meglio dire, di un multiverso che li conterrebbe tutti.
Sebbene nessuna di queste sia mai stata considerata pienamente convincente, alcuni fenomeni troverebbero una spiegazione proprio in uno di tali teoremi. Rimane comunque un tema affascinante e certamente ben lungi dall’essere risolto, sia in un senso che nel suo esatto opposto.

“Nutrire il pianeta, energia per la vita”.
Programma vasto e ambizioso, probabilmente fin troppo, tanto da rischiare di rimanere intrappolato nei limiti di un efficace messaggio promozionale.
Comunque, l’edizione milanese dell’Expo sta attirando molti visitatori e per presentare la città nella sua forma migliore sono stati spesi molti soldi.
Sono andata a vedere la Darsena, l’antico porto dove si incrociano Il Naviglio Grande e il Naviglio Pavese, dopo la riqualificazione da poco inaugurata: mi pare bella, così come trovo apprezzabili le ristrutturazioni approntate su via Ludovico il Moro e lungo l’Alzaia.
Certo, il rione ha perso il fascino selvatico e un poco appassito che esibiva negli anni ’70, ma allora le case di ringhiera avevano l’intonaco che cadeva a pezzi e il cesso sul ballatoio, e girare per quelle vie nelle ore notturne non era del tutto sicuro.
Tanti sessantenni miei coetanei, per non dire di quelli più anziani, sovente affermano che “Milano “ai miei tempi” era molto meglio di quanto non sia oggi”. L’inganno si cela proprio in quella frase innocente, “ai miei tempi”: l’ambiente rappresenta solo uno scenario casuale, proviamo nostalgia per l’età in cui sentivamo di possedere il tempo, mentre ora ci sfugge e, peggio, non sempre ne comprendiamo il senso. Ci manca la giovinezza e l’illusione di infinite possibilità, manca l’impaziente attesa del futuro, non la Milano di allora.
In realtà, io non posso nemmeno ammettere di patire la perdita di una sorta di orgogliosa baldanza, o di qualche luminosa aspettativa. Rammento che, quando i miei compagni del corso di ragioneria al Carlo Cattaneo manifestavano in piazza insieme ai metalmeccanici e andavano alle assemblee organizzate dai movimenti politici giovanili, io me ne stavo a casa a studiare, Non che certi temi non mi interessassero, ma ho sempre preferito non prendere posizione. Per timidezza, per l’incapacità di esporre argomentazioni solide o, più sbrigativamente, per mancanza di coraggio.
Del resto, mio padre era uno di quegli operai ma aveva troppa paura di perdere il posto di lavoro per scendere in piazza a protestare. A quell’epoca abitavamo in un modesto appartamento delle case popolari al Giambellino e vivevamo con il suo solo stipendio.
Subito dopo il diploma entrai alla Banca Commerciale Italiana come cassiera, un vero colpo di fortuna. Mi ero fidanzata a sedici anni con un bravo ragazzo, mio compagno di scuola che poi si iscrisse alla Bocconi. Ci sposammo dopo la sua laurea, non appena incominciò a lavorare nello studio di commercialista di cui oggi è socio; un anno dopo nacque il nostro unico figlio. Non ci ha mai dato preoccupazioni e ora è biologo, fa il ricercatore a Ginevra. Non posso dire di avere mai provato né ricevuto slanci di passione nella lunga relazione con mio marito, ma ancora oggi ci unisce un affetto indiscutibilmente solido.
In quanto ai miei genitori, si godono la vecchiaia in una piccola casa a Moneglia, proprietà ereditata dai nonni materni. Abitano nella parte alta del borgo, lontano dal rumore e dal traffico; dal terrazzino possono vedere il mare che riluce un poco più in basso.
Sono andata in pensione in anticipo per effetto delle varie fusioni e incorporazioni dell’istituto bancario presso il quale ero impiegata e mi sono ritrovata con molto tempo libero.
Mi è capitato quindi di pensare alla mia vita tranquilla, prevedibile, banale. Anche serena, certo, al riparo da turbolenze e dispiaceri. Mi sono chiesta se non rimpiangessi le emozioni che non ho avuto, ma so bene che avrei dovuto andarmele a cercare, eventualmente.
Ho incominciato a fantasticare su questa riflessione e a scrivere quasi per gioco, raccontando le vicissitudini di una donna della mia stessa età, la quale in parte aveva avuto in sorte e in parte aveva tenacemente perseguito un’esistenza tumultuosa, talvolta persino spericolata: molte relazioni, diversi impieghi in settori differenti, una costante irrequietezza dell’animo.
L’ho immaginata correre nelle vie attorno a piazza del Duomo insieme ad altri adolescenti per sfuggire ai celerini durante i cortei, ho descritto le sue ribellioni, narrato un amore, sempre lo stesso, che periodicamente incrociava il suo cammino senza essere mai capace di trattenersi a lungo. Gliel’ho appiccicato addosso come una seconda pelle impedendole di distaccarsene, poi ho raccontato le fughe, gli addii, le cadute e le rinascite.
Mi sono appassionata alle vicende di questa donna, non certo immedesimata: la sua raffigurazione è troppo lontana da me, dal mio temperamento e dalle mie aspirazioni. Eppure, le ho dato il mio nome. L’ho fatto dopo qualche esitazione, con un sentimento oscillante tra l’apprensione e un inedito desiderio di sfida.

È successo all’inizio di maggio lungo l’Alzaia Naviglio Grande, in uno dei tanti piccoli locali che si ispirano ai bistrot parigini. Ero entrata per bere un caffè e mi sono imbattuta per la prima volta nello sconosciuto che potrebbe essere sbucato da un universo parallelo e, per quanto ciò possa sembrare strampalato, sarebbe la spiegazione più logica.
L’ho riconosciuto immediatamente e ho provato una leggera vertigine: quel bell’uomo alto e prestante, volto squadrato ammorbidito dallo sguardo gentile, era identico all’amore volubile ma ostinato della protagonista del mio romanzo. Poteva essere una coincidenza, per quanto strana, ma lo sconosciuto mi fissava apertamente: come se volesse dire qualcosa, come se si aspettasse che io dicessi qualcosa.
In quel breve momento di sospensione che mi parve lunghissimo, irruppe nella mia mente il ricordo nitido del sogno che mi aveva turbata la notte precedente e che alla luce del giorno avevo provveduto a rimuovere del tutto. O, almeno, così credevo.

Nel sogno ero molto più giovane, direi sulla quarantina (non mi vedevo ma sapevo che era così), accanto a me c’era lui, l’amore ritrovato della mia omonima immaginaria. Stavo vivendo una sorta di seconda occasione, ne ero consapevole e grata, pur avvertendone l’implicita aleatorietà.
Ci tenevamo per mano, coricati in un grande letto che sembrava il vagone di un treno visto in una sezione orizzontale; molte altre coppie giacevano nella stessa posizione.
Gruppi di stelle si avvicendavano in una successione fluida nel cielo scuro sopra le nostre teste componendo bizzarre forme geometriche, come in uno spettacolo al planetario. La ragazza sdraiata alla destra del mio compagno ci aveva proposto di andare a vedere il mare ed eccoci a Roma, dove ci eravamo incantati di fronte a delle pozze d’acqua verde smeraldo e azzurro cupo. L’acqua scorreva veloce, ribolliva e gorgogliava come quella di un torrente in piena. Era comparso d’improvviso un uomo e da certe sue allusioni avevo compreso di essere di troppo, perché l’amore che credevo di avere ritrovato era invece interessato alla ragazza che ci aveva condotti davanti a quello strano mare.
Gli avevo allora ingiunto bruscamente di accompagnarmi subito alla stazione Termini, aggiungendo:
“Sono passati vent’anni e ancora non hai trovato il coraggio di dirmi in faccia “vattene”. Ma vaffanculo”.
Mi aggiravo per la stazione affranta dal dispiacere, dalla rabbia e dall’umiliazione. Mi ero messa alla ricerca di un treno per tornare a casa, ma non sapevo a quale casa io potessi o dovessi fare ritorno.

Mi ero risvegliata in preda all’agitazione e allo sconcerto, tanto che avevo dovuto alzarmi dal letto e camminare nella casa silenziosa per diversi minuti, in modo da essere sicura di non ripiombare in quel sogno disturbante non appena mi fossi riaddormentata.
La mattina dopo ne serbavo un ricordo spiacevole ma confuso, che mi affrettai a cacciare in qualche angolo recondito della memoria.
Ero andata a rileggere le pagine scritte fino a quel momento. Dopo alterne vicende sentimentali della protagonista, regolarmente scompigliate e compromesse dalla ricomparsa di quell’imprescindibile amore giovanile, ero arrivata a quello che doveva essere il capitolo finale. A vent’anni dal primo, fatale incontro tra i due, era il momento della scelta definitiva, quella che li avrebbe uniti o separati per il resto della loro esistenza. Tuttavia, rimanevo incagliata nello sforzo assurdo di cercare di capire cosa avrebbe davvero desiderato la donna scaturita dalla mia immaginazione, alla quale avevo dato il mio stesso nome e, in larga misura, anche il mio aspetto, dettaglio significativo del quale nemmeno mi ero accorta.
Paventando che tale atteggiamento paradossale potesse divenire malsano, avevo chiuso il manoscritto in un cassetto ripromettendomi di allontanarmi da quella storia.

Siamo in piena estate ma Milano è insolitamente affollata per via dell’Expo. Ci sono andata anch’io insieme ad alcune amiche in un giorno feriale, sperando di trovare meno confusione.
Ce n’era ugualmente tanta, quindi non saprei dire se ciò che ho appena intravisto mi abbia fatto una grande impressione. Tenderei a dire di no: mi è sembrata una lussuosa e spettacolare fiera enogastronomica pronta a nutrire chi se lo può permettere, sebbene molti ne siano rimasti entusiasti. Non escludo che le cose più innovative e interessanti possano essermi sfuggite, per via della folla presente ovunque.
Però mi piace, tutta questa gente che passeggia per le vie della città senza fretta, guardandosi attorno con interesse e meraviglia, soffermandosi dinanzi a un paesaggio metropolitano al quale io, invece, sono abituata e perciò non ne colgo più la bellezza.
Ho seguitato a imbattermi in quell’uomo: per la strada, in qualche caffè o negozio.
Ho l’impressione che stia cercando un approccio, mostra sempre quell’espressione a metà tra la supplica e il rimprovero addolorato; a volte ha persino cercato di avvicinarmi ma mi sono allontanata velocemente.
Finché ieri non mi sono risolta ad affrontarlo. Decisione per me piuttosto insolita, poiché abitualmente sono poco incline a prendere l’iniziativa per chiarire le questioni che fatico a inquadrare in uno schema a me noto, preferendo una posizione attendista. Ma il fatto è che non sono più sicura di volerlo respingere.
Era sabato, appena passata l’ora di pranzo e avevo imboccato la Stretta dei Morti, il vicolo dove anticamente si trovava un cimitero e che conduce alla chiesa di San Bernardino alle Ossa, nota per l’appunto per la singolare Cappella Ossario. L’angusta strada era immersa nell’ombra e arrivando da un tratto illuminato dal sole non lo avevo visto subito. Stava fermo, vicino alla Chiesa e pareva aspettarmi da molto tempo.
Avvicinandomi avevo notato che l’uomo dimostrava poco meno di cinquant’anni e io sapevo di averne quaranta; lo sapevo come chiunque è cosciente della propria età senza ombra di dubbio, a meno che non abbia perso la memoria di sé. Per un breve istante, ho provato terrore per la consapevolezza di essere entrata in una zona d’ombra che non dipendeva dall’incombere dei muri nello stretto vicolo.
“Io non ti conosco”.
avevo detto con durezza.
“…ti prego”.
Poco più di un sussurro, le mani che accennavano una carezza sul mio volto, il fiato mescolato al mio, la bocca posata con delicatezza sulla mia. Non proprio un bacio, appena il tocco delle labbra ferme e calde.
Ed ecco che erano arrivati i ricordi di noi, divampando nella mente e nei sensi. Potevo sentire l’estasi e la disperazione, l’appagamento e la rabbia, l’euforia e lo struggimento.
Solo, non erano miei quei ricordi, bensì della protagonista del mio romanzo. Insieme agli accadimenti inventati si affacciavano fatti del tutto ignoti, né mi appartenevano i sentimenti descritti in maniera approssimativa e scialba perché non ne avevo mai avuto esperienza diretta. Mai, fino a quel momento.
Nella fresca penombra baluginava il riverbero del pensiero irresistibile di qualcosa che avrebbe potuto esserci e non c’era stato: credo di avere varcato la soglia proprio in quell’istante.

L’ultima cosa che ricordo è la mia mano stretta nella sua; non so come siamo arrivati nell’appartamento in via Venini, piccolo ma accogliente a dispetto di un relativo disordine non privo di un‘indefinibile gradevolezza; però l’ambiente mi era familiare e caro, come lo era il corpo dell’uomo, di cui conoscevo ogni singolo centimetro.
La mattina dopo, al giornale radio si riferisce della collisione, osservata in questi giorni di luglio, tra la cometa Shoemaker – Levy 9 e il pianeta Giove, che la catturò nella sua orbita tra gli anni 60 e gli anni 70. L’impatto ha disgregato la cometa in una ventina di frammenti che compongono una lunga coda luminosa. Mi pare una storia affascinante e tenebrosa, una crudele sopraffazione ammantata di innegabile poesia.
Abbiamo parlato a lungo cercando di trovare le ragioni del prenderci e lasciarci praticato con ostinazione da vent’anni, provando a capire cosa ci leghi e cosa finisca ogni volta per dividerci, infine se le ferite di ogni abbandono fossero ancora guaribili o, almeno, sopportabili.
Non c’è spiegazione convincente a nessuna di tali questioni; dovremmo accettare che il nostro rincorrerci e trovarci ogni volta sia semplicemente ineludibile.
L’ultima separazione è stata più lunga e cattiva di tutte le altre e ora abbiamo capito di dover decidere cosa vogliamo fare di quel che resta di noi, perché non ci sarà concessa un’altra occasione.

Uscendo da casa sua mi dirigo senza incertezze verso piazzale Loreto, dove prendo la metropolitana. Per la strada ho notato i brandelli di un manifesto annunciante il concerto dei Nirvana al Palaghiaccio, 22 febbraio 1994. Ci sono andata insieme a degli amici e ho ancora davanti agli occhi l’immagine dell’assenza di Kurt Cobain, del suo sguardo celeste e vuoto che conteneva il presagio dell’allontanamento definitivo messo in atto dopo pochi mesi.
Scendo a Lotto, arrivo in via Monte Rosa, oltrepasso l‘ingresso del Derby Club al numero 84.
Il locale decade con malinconica rassegnazione, insieme a tutte le storie custodite tra le sue mura, da quando chiuse nell’85 in seguito alla clamorosa retata della polizia in un mercoledì notte e i conseguenti arresti per spaccio.
So che resterà miseramente negletto, abbandonato all’incuria e al degrado, fino all’inizio del prossimo secolo, quando dei locali si approprierà un’associazione di contro cultura giovanile.
Fortunatamente, avremo ancora tempo fino al ’98 per goderci le magnifiche improvvisazioni jazz al Capolinea, il locale con il grande albero che sbuca dal tetto in fondo a via Ludovico il Moro, vicino al capolinea del tram 19.
Poco più in là, scorgo la mia vecchia A112 blu parcheggiata davanti al portone spalancato di un anonimo palazzo; le chiavi che ho nella borsa aprono la porta dell’appartamento all’ultimo piano che è casa mia, da quando non abito più con i miei al Giambellino.
Dunque, qualche fenomeno strambo come il rapimento di una cometa da parte di Giove mi ha riportata nel 1994. Eppure, conservo la memoria del futuro, so cosa accadrà nei prossimi ventuno anni in questa città e nel resto del mondo, perlomeno fin dove arrivano le mie informazioni.
So anche cosa sarà di me nello stesso arco temporale, ma si tratta di un’altra me da qualche altra parte: qui, sto camminando dentro un’esistenza che non mi appartiene e di cui non conosco gli sviluppi negli anni a venire, mentre i ricordi del passato riemergono e si srotolano come le scene di un film, senza mescolarsi o sovrapporsi a quelli dell’altra vita.
Sul comò in camera da letto, unica altra stanza oltre alla cucina abbastanza spaziosa e al bagno, c’è una vecchia tabacchiera in legno che comprai per pochi scellini al mercato di Camden Town.

Un’altra sequenza di immagini che hanno corpo, suono e odore. Dopo il diploma dell’Istituto Tecnico Caterina da Siena, avevo avuto l’opportunità di frequentare uno stage a Londra, presso una grossa agenzia di pubblicità. Ambivo alla professione di disegnatrice grafica pubblicitaria e accettai subito, contro il parere dei miei ma con il sostegno, anche finanziario, della nonna materna alla quale ero molto legata. Dividevo un monolocale disadorno con una ragazza di qualche anno più grande di me nell’East End e, poiché i soldi generosamente offerti dalla nonna e il compenso simbolico per lo stage non mi bastavano, la sera lavoravo come cameriera in un locale del quartiere dove si esibivano band di giovani musicisti per lo più destinati all’oblio. Non proprio tutti, perché al Cart & Horses (così si chiamava il locale)” esordirono anche gli Iron Maiden e feci in tempo ad assistere alle loro prime esibizioni.
Caught somewhere in time, catturato da qualche parte nel tempo, avrebbero cantato nell’86 in un famoso brano e oggi quel titolo mi pare ironicamente adeguato alla bizzarra situazione nella quale mi trovo, senza riuscire a ritrovarmi.
Comunque, fu proprio in quel locale che lo incontrai la prima volta. Suonava con altri tre ragazzi ed era il solo italiano della band e anche il più vecchio, con i suoi trent’anni. Giocava il doppio ruolo di chitarrista e cantante; supposi ben presto che non fosse mosso da un’autentica passione per la musica né dall’aspirazione alla fama e alla ricchezza, ma piuttosto da un fondamentale randagismo e da una genuina tendenza alla sperimentazione che lo rendevano incapace di rimanere a lungo fermo in un luogo, in un impiego, e anche in una relazione affettiva.
Naturalmente, mi illusi che con me potesse essere diverso e forse lo fu, per qualche tempo, ma non durò a lungo. Mi accorsi che si stava allontanando con la stessa leggerezza indolente con la quale si era accomodato al mio fianco con una consapevolezza più istintiva che deduttiva, una sorta di animalesca intuizione del pericolo.
Al termine del semestre di stage mi avevano proposto un contratto di collaborazione per altri sei mesi e ne ero stata entusiasta, ma non c’erano possibilità di rinnovi ulteriori. Così, alla fine di quella proficua esperienza, decisi di tornare a Milano e anche di allontanarmi da un disastro sentimentale tanto certo quanto imminente. L’idea era di sparire senza nemmeno un saluto; la sera prima della partenza ci incontrammo nel brutto alloggio dal quale la mia compiacente coinquilina si era temporaneamente dileguata. Ebbi la sbadataggine di lasciare in bella vista il biglietto aereo ma lui parve non farci caso, confermando l’avvedutezza della scelta di fuggire da quella storia ma accrescendo la mia mortificazione.
L’indomani, recandomi all’imbarco in aeroporto, me lo trovai davanti con una grossa valigia e un sorriso radioso sulla bella faccia strapazzata da troppe notti insonni:
“Cosa ci faccio qui o in qualsiasi altro posto, senza di te?”
Gli credetti, ignorando la saggezza della primitiva intuizione di pericolo e rinunciando tanto a fuggire, quanto a difendermi.
Rammento gli anni seguenti con lodevole precisione: la passione spensierata dei primi mesi di convivenza in questa casa, poi la fine brusca, senza un vero chiarimento e tutte le altre avvenute dopo, insieme agli accadimenti e alle persone che si sono succedute in ogni intervallo, ognuna destinata a sbiadire e scomparire in un confronto aprioristicamente perdente.

Ora, mi chiedo se basterà la ferma convinzione di trovarci dinanzi all’ultima possibilità, per fare la scelta giusta; in ogni caso solo lo scorrere del tempo potrà definire la saggezza oppure l’errore di qualunque decisione prenderemo.
Invece, so con esattezza cosa accadrà nella realtà dalla quale mi sono disgiunta in quel maledetto vicolo dal nome tristemente allusivo che, per chi avesse fede, potrebbe implicare una vita ultraterrena.
Stanotte ho fatto di nuovo un sogno oscuro: mi trovavo davanti alla scuola elementare frequentata da mio figlio, quello che ho avuto da qualche altra parte. Era l’ora dell’uscita e i bambini sciamavano allegri fuori dal portone, ognuno accolto da un adulto premuroso. Tranne uno, il quale era rimasto da solo davanti al cancello ma non sembrava preoccupato, semmai un poco perplesso. Avevo visto arrivare una coppia; la donna correva affannata e aveva raggiunto il piccolo abbracciandolo con trasporto. Si erano allontanati tenendosi tutti e tre per mano; camminavano verso il punto in cui restavo ferma, osservandoli. Erano passati proprio davanti a me e, mentre la donna mi aveva guardata per qualche istante, come se cercasse di ricordare dove potesse avermi già incontrata, l’uomo e il bambino parevano non essersi accorti della mia presenza.
Mi somigliava, quella donna, ma non ero io e quel bambino magari assomigliava al figlio che avrei desiderato avere, ma non c’è stato, da quest’altra parte. Ripensandoci, il significato del sogno è abbastanza chiaro.
Mi sono ridestata con la voglia di piangere senza dover spiegare per chi o per cosa io mi senta tanto triste.

Oggi è lunedì’ e mi sto preparando per recarmi al lavoro, nel grande studio pubblicitario che si trova in via Giulini e nel quale lavoro ormai da qualche anno.
Non credo che potrò sopportare ancora a lungo questo singolare sdoppiamento asincrono e il conseguente sfasamento temporale: se dovrò restare qui, ovunque sia collocata questa realtà, non voglio portarmi dietro il bagaglio di passato, presente e futuro di un’altra vita. In questo momento è come se fossi rimasta impigliata in un ipotetico varco e dunque né qui, né altrove.
Mi trattiene l’irresolutezza, l’incapacità di scegliere tra un’esistenza che mi condurrà alle soglie della vecchiaia senza mai deviare da un percorso lineare, di cui so già tutto, e l’azzardo dell’incognito.
Rimugino tutta la mattina su questo pensiero folle (ma ormai sono disposta ad accettare qualunque stranezza, credo) e durante la pausa pranzo diserto la compagnia dei colleghi per tornare dove tutto è incominciato qualche settimana fa, nel vicolo della chiesa di San Bernardino alle Ossa.
Non ricordo di aver concordato un appuntamento, eppure lui mi aspetta proprio davanti alla chiesa.
Vado incontro al sorriso dell’uomo che qui per me è casa, l’approdo al quale ho sempre fatto ritorno. È il calore, il conforto, l’affiatamento profondo che ha sopportato molte ingiurie e riaggiustato ogni lacerazione, per riemergere sempre più saldo.
Mi pare di cogliere un movimentò fugace con la coda dell’occhio, quasi la traccia di uno spostamento troppo rapido per essere visto con chiarezza. Penso alla cometa imprigionata nell’orbita di Giove: se un giorno riuscirà a liberarsi se ne andrà proprio in questo modo, lasciando una scia effimera, un’impronta destinata a scomparire in fretta.
Una leggera scossa attraversa il mio corpo risalendo da qualche profondità terrena, mi sembra di perdere il contatto con l’asfalto sotto i miei piedi, ma è solo un attimo.
“L’hai sentita anche tu?”
“…ma cosa?”
“Non so, una scossa leggera, forse il terremoto”
“Te lo sei sognata, penso”.
Mi prende sottobraccio e usciamo dal vicolo.
Mangiamo dei tramezzini al Gin Rosa, poi io torno in via Giulini e lui in Galleria Del Corso. Abbandonate le velleità artistiche, dopo diversi mestieri precari ha infine trovato la sua strada e lavora negli studi di registrazione della Sugar Music.
Siamo entrambi sorretti dalla convinzione che stavolta sapremo prenderci cura di questo sentimento tanto tenace da avere resistito per buona parte della nostra vita adulta, influenzandone decisioni e avvenimenti. Torneremo a vivere insieme ma lasceremo i nostri rispettivi alloggi, innocenti spettatori di troppi fallimenti. Cercheremo una nuova sistemazione e sarà la nostra casa, la testimonianza di un impegno che siamo finalmente pronti ad assumerci e onorare.
C’è un appartamento che ci piace molto, si trova in un vecchio edificio ristrutturato in via Della Moscova; probabilmente lo prenderemo. Con una breve passeggiata si possono raggiungere i Giardini Pubblici di via Palestro, luogo a me caro perché i nonni mi ci portavano spesso, quando ero piccola. Adesso lo Zoo, dove ho trascorso ore della mia infanzia in rispettosa e muta contemplazione davanti alle gabbie dei grandi felini, è chiuso. Anche il vicino Palazzo Dugnani, elegante dimora signorile che fino a metà degli anni ’70 ospitò un prestigioso liceo linguistico frequentato da due mie storiche amiche, deperisce nel medesimo oblio neghittoso del Derby Club.
Chissà che ne sarà di questi posti che appartengono alla memoria dei miei affetti e chissà che ne sarà, più in generale, di questa città. Non lo so e non posso certo saperlo, così come non posso davvero essere sicura di cosa sarà di noi, da qui in poi.
Non me ne voglio preoccupare e, anzi, ne sono confortata, perche nell’incognita del futuro posso conservare la speranza.
Promise you’ll be with me in the end
Say we’ll be together, and that you won’t forget
However far away you will remember me in time
(“And Nothing is forever”, The Cure da “Songs of a lost world)
Prometti che sarai con me fino alla fine
Dimmi che saremo insieme e che non dimenticherai
Per quanto lontano, ti ricorderai di me nel tempo.