FERIE D’AGOSTO

Erano le sette e mezza di una bella mattinata di metà settembre, l’aria infine alleggerita da una serie di temporali; nei corridoi delle terme del Diurno Venezia ristagnava già il consueto effluvio gradevole di prodotti da toeletta. Il barbiere Bruno e la parrucchiera per signore Rosanna erano usciti dalla caffetteria, profumata di caffè e paste ancora tiepide, per dirigersi verso le rispettive botteghe.

“Dovremmo deciderci anche noi a menare le tolle, cara Rosanna. Questo posto sta morendo, inutile farla tanto lunga”.

Aveva ragione, il barbiere Bruno. Era lì da un tempo sufficiente per rammentare lo splendore che si era protratto fino alla fine degli anni ’70, poi era iniziato un lento declino.

Commissionato dal Comune di Milano, che ne deteneva la proprietà, l’Albergo Diurno Metropolitano fu inaugurato nel ’26 per offrire ai viaggiatori di passaggio ogni genere di servizio per l’igiene e la cura della persona, insieme a sartoria, lavanderia, calzoleria e ufficio postale. La parte architettonica, i decori e gli arredi furono affidati a Piero Portaluppi, il quale a Milano realizzò diversi magnifici edifici tra cui Palazzo Crespi e Villa Necchi Campiglio. Costruito a Porta Venezia, sotto piazza Oberdan, l’Albergo che per i milanesi fu sempre  “il Diurno Venezia” si estendeva sotto via Tadino e un tratto di Corso Buenos Ayres. Tutto rappresentava una lussuosa celebrazione dello stile liberty e art déco, dai pavimenti alle piastrelle sulle pareti, dall’illuminazione agli impianti, compresi gli arredi delle terme e degli esercizi commerciali.

All’inizio degli anni 90, diversi esercenti se ne erano andati portandosi via mobilia e attrezzature, generando per ciò un lungo contenzioso legale con la società che gestiva il Diurno.

“La vita è cambiata e questo posto è un vecchio arnese dove la gente viene per curiosità; poi c’è qualche anziano che ogni tanto si concede un piccolo lusso, viaggiatori di passaggio se ne vedono sempre meno.  Ma volevo dire, il Pagani non s’è ancora fatto vivo?”, chiese il barbiere.

“No. Quest’anno fa le vacanze di ferragosto lunghe, si starà ancora godendo il fresco di Cortina”, ironizzò senza malevolenza la parrucchiera.

“Macché, quello è più un tipo da agosto in  riviera, sarà in Costa Azzurra. Scherzi a parte, guarda che è un bel tipo. Deve essere sulla cinquantina e sono cinque anni che viene qui a giorni alterni a lavarsi da capo a piedi, trattenendosi a ciondolare e chiacchierare o facendo lavoretti vari per questo o quello, ed è pure bravo. Forse non ha neanche una casa, perché chi è che a Milano vive in un posto senza bagno nel ‘95? Però ha i soldi per servirsi regolarmente delle terme e ogni tanto sparisce”.

“Guarda Bruno, non si può sapere com’è che uno finisce per strada, la vita è balorda. A me il Pagani fa tristezza, so che è vedovo e mi sembra una brava persona, con quella faccia lì, sempre gentile e sorridente”.

Bruno assentì ma sembrava dubbioso.

“Sarà, ma qualcosa di quell’uomo non mi torna. Speriamo che non si sia cacciato in qualche guaio”.

Diceva bene, la parrucchiera Rosanna: non si può mai sapere quale successione di eventi possa portare un uomo a perdere tutto e finire sulla strada. E quando non si possiede molto, a perdere ogni cosa ci vuole davvero poco.

Il Pagani, che di nome faceva Veniero perché sua mamma era un’originale (e oltretutto non aveva avuto nessuno con cui discutere sul nome del nascituro), era nato nel ’43 nello scantinato di una vecchia casa in via Porpora. Liliana, allora diciassettenne, era stata colta dalle doglie poco dopo che le sirene avevano dato l’allarme e mentre sua madre si trovava dal panettiere, dal quale non tornò più perché il negozio fu distrutto da una bomba. Di suo padre, partito per il fronte all’indomani di quel disgraziato giugno del ’40, non giungevano notizie da un anno. I vicini di casa l’aiutarono a crescere quel bambino figlio di padre ignoto, per sua stessa ammissione. Diversi anni più tardi, Liliana rispose con altrettanta franchezza alle domande del figlio adolescente, che si facevano sempre più insistenti.

“In quei giorni di guerra per i ragazzi della mia età tutte le regole erano saltate. Di lì a poco i maschi sarebbero stati arruolati, a meno che non riuscissero a imboscarsi, impresa decisamente pericolosa e comunque ritenuta sconveniente. Su Milano cadevano le bombe, l’ululato terribile delle sirene ci spingeva a correre come bestie cieche verso un nascondiglio. E così, alla paura e alla rabbia si sovrapponeva la furia di vivere in fretta: volevamo tutto oggi perché magari un domani non lo avremmo neanche avuto”.

Mario, Giorgio, Livio, Michele: era solo una ragazzina ma quegli abbracci frettolosi parevano un modo di affermare il proprio diritto alla vita. Poi soggiunse, con la leggerezza cinica che sfoderava per chiudere i discorsi difficili:

Speravo che, crescendo, il tuo aspetto potesse almeno suggerirmi il nome di tuo padre: ma tu niente, sei uguale a me, preciso identico. E allora sei figlio mio, e basta”.

Veniero aveva amato molto sua madre senza osare avvicinarsi troppo. Alta e bruna, gli occhi larghi e obliqui del colore degli smeraldi, il volto ovale dagli zigomi pronunciati, era di una bellezza aggressiva ed era abituata alla fatica dei lavori pesanti e alla noia della concupiscenza maschile. A volte la osservava massaggiare con la glicerina le mani arrossate dalla lisciva con cui spazzolava le scale nelle case altrui, specialmente se la sera usciva con qualcuno. Non duravano mai tanto, le sue storie, ma Liliana scollinava facilmente, scavalcando i suoi disastri come se non le appartenessero, allo stesso modo in cui suo figlio da bambino, ogni volta che cadeva, si rialzava con le ginocchia sanguinanti e mormorava, alzando le spalle, “…tanto non mi sono fatto niente”.

Mentre sua madre sgobbava tutto il giorno svolgendo il faticoso compito di donna delle pulizie, Veniero completò di malavoglia la scuola di avviamento professionale, mettendoci un anno in più a causa della predilezione per i pomeriggi di chiacchere tra perdigiorno in latteria e per le partite di biliardo, gioco di precisione nel quale dimostrava una notevole abilità.

Per interrompere una coltivazione dell’ozio potenzialmente pericolosa, Liliana lo mandò a bottega da un elettricista, amico di vecchia data che sapeva non essere proprio uno stinco di santo; però, altre risorse al momento non ne aveva e in casa servivano più soldi di quelli che lei riusciva a guadagnare. Costui gli insegnò bene il mestiere per il quale il ragazzo dimostrava una certa propensione, ma presto intuì che il talento di Veniero era un altro e quando compì diciotto anni decise di iniziarlo a un diverso tipo di attività, da svolgersi nell’ombra in senso figurato e, alle volte, anche letterale.

Eugenio Brioschi s’intendeva di impianti elettrici e aveva un discreto giro di clienti a Porta Venezia, in zona Loreto fino a Sesto San Giovanni, poi altri dove capitava; un apprendista gli faceva comodo. Magari era stato proprio tutto quell’andare di casa in casa ad avere portato alla luce l’altra inclinazione del Brioschi: perché era pure uno svaligiatore di appartamenti esperto, accidentalmente prestato alla professione di elettricista che tutto sommato poteva tornare comoda. Preferiva definirsi così piuttosto che ladro, visto che metteva in campo una specifica professionalità. Precisava anche di svolgere tale lavoro accessorio per necessità, ma non era vero. Il Brioschi si divertiva a rubare in quel modo: genuino anarchico non belligerante per vocazione, amava il rischio e provava soddisfazione nell’infrangere le regole. Ciò che ricavava dalla rivendita della refurtiva rappresentava un effetto gradito eppure secondario, e nemmeno così ragguardevole. Proprio perché si divertiva gli piacque allevare un giovane socio, il quale si confermò subito sveglio, oltre che capace di delicatezza e precisione da orologiaio. Soprattutto, con la medesima attitudine per la sfida e per lo sberleffo fini a se stessi; se poi c’era da guadagnarci, tanto meglio.

Non prendevano di mira le dimore di certe vie signorili che sulla citofoniera, al posto dei nomi degli inquilini (evidentemente troppo altolocati o noti) esponevano dei numeri; quelle erano case ben protette e raramente disabitate la cui violazione esulava dalle loro competenze. Si dedicavano agli appartamenti borghesi di lignaggio assai più modesto, curavano per settimane le abitudini degli abitanti, prelevavano soldi e gioielli quando ce n’erano, argenteria e piccoli oggetti antichi di qualche valore che rifilavano a un ricettatore all’Isola. Pagava poco ma prendeva di tutto e non faceva mai domande.

A volte non trovavano nulla che valesse la pena di rubare perché a Milano c’era anche gente che viveva al di sopra delle proprie possibilità. Una volta penetrarono in un attico pieno di pretese arredato con pochi mobili in compensato e stampe dozzinali, tanto che se ne andarono lasciando un pacchetto di caramelle Sanagola bene in vista sul tavolo, un obolo sprezzante di cui i proprietari non avrebbero colto il senso.

Liliana era al corrente del passatempo preferito del Brioschi e, quando intuì ciò che stava accadendo, al figlio disse solamente:

“Tieni bene a mente due cose: non farti beccare e non fare del male a nessuno”.

Poi aggiunse, lanciando al figlio il barattolo della glicerina che questi afferrò al volo:

“Devi avere le mani sempre morbide, ci vogliono dita sensibili per aprire in fretta certe serrature”.

Era il 1973 allorché Veniero incontrò Maddalena. Lavorava da un fornaio in via Savona dove, secondo Eugenio, facevano il pane più buono di tutta Milano, e se ne innamorò molto in fretta. Banalmente graziosa, biondina e con la carnagione diafana, pareva brillare di una luce propria, soffusa e persistente. Si affezionò ai suoi modi gentili, all’inflessione morbida della voce da messinese trapiantata al nord suo malgrado e dell’allegria con la quale affrontava le giornate che iniziavano all’alba, sorretta dalla convinzione assoluta che le cose sarebbero migliorate presto, se non l’indomani il giorno dopo ancora.

Veniero era commosso dal suo candore, che trovava incongruamente rassicurante.

Si sposarono nello stesso anno e si sistemarono in un monolocale ammobiliato (si fa per dire) in via Padova, ma poco dopo ebbero un piccolo colpo di fortuna che sembrava giustificare l’ostinato ottimismo di Maddalena. In un palazzotto in via Tadino, abitato da famiglie abbastanza agiate cercavano una coppia a cui affidare la gestione della portineria. In cambio del servizio diurno di portierato e della disponibilità a occuparsi di  manutenzioni ordinarie e generiche, offrivano un compenso modesto più l’alloggio nel bilocale destinato ai custodi e posto a piano terra, nell’androne del palazzo. I coniugi Pagani erano privi di esperienza e di referenze ma erano giovani e sani, poi si presentavano bene, con quell’aria tanto a modo, infine accettarono senza discutere il poco che gli veniva offerto.

Veniero ridusse la sua collaborazione con il Brioschi alla sola mattinata, soluzione accolta dall’altro con sollievo, dato che il lavoro era calato e faticava a pagargli lo stipendio.

Anche le incursioni negli appartamenti signorili (o aspiranti tali) diminuirono progressivamente, per la ragione che il Brioschi stava diventando vecchio ma non scemo: si era reso conto che i riflessi e la destrezza non erano più come una volta e va bene lo sprezzo del pericolo, però la vecchiaia a San Vittore non rientrava nei suoi programmi futuri.

Di tanto in tanto, Veniero faceva qualche scorreria solitaria più che altro per non disimparare il mestiere, perché lavorare senza il suo mentore era molto meno divertente. Insieme a Eugenio continuava a bazzicare un paio di bar dove a ogni ora del giorno o della sera ci si poteva mischiare a qualche combriccola di innocui scansafatiche. Sempre pronti a lamentarsi del governo, delle tasse e del tempo, quando non dovevano decidere la formazione della nazionale di calcio. Erano dei cocciuti criticoni ad ampio raggio, nati stanchi troppo impegnati a lamentarsi della sorte ingrata per trovare la voglia di cambiare il pigro corso della loro esistenza. Veniero si aggregava volentieri al coro delle lamentele per un malinteso senso di appartenenza al gruppo, perché in realtà non era così scontento della sua vita. Non aveva mai avuto grandi aspirazioni né ambizioni; viveva alla giornata cercando di faticare il meno possibile, convinto più per indolenza che per pessimismo che se quello era il suo destino, c’era poco da fare, tanto valeva accontentarsi.

C’era solo una cosa che avrebbe desiderato: una casa anche modesta ma sua, custode di cose che gli appartenessero e nelle quali potersi identificare, in luogo di squallidi locali arrangiati con pezzi di mobilia recuperati da qualche cantina.

Al pari di Eugenio, maestro indiscusso di mestieri e di vita, di fatto l’unico surrrogato di padre che avesse mai avuto a disposizione, quando scassinava una serratura Veniero era mosso dalla ricerca narcisistica del gesto audace e dal piacere di ignorare impunemente molte ideali linee di confine. Tuttavia, c’era un’altra ragione, saldamente impigliata sottotraccia, che lo spingeva a violare case sconosciute ed era riconducibile propro a quella velleità. Si trattava dell’impulso a osservare il privato degli altri, frugarne l’intimità, immaginare cosa si prova a rincasare ogni sera in un posto che si individua come rifugio elettivo. Non c’era alcuna perversione, semmai un atto provvisorio di rivalsa da parte di uno che, sin dall’infanzia, aveva dovuto muoversi in uno spazio che rimaneva estraneo, quasi prestato per caritatevole concessione, appena un riparo provvisorio dalle intemperie.

La finale dei Mondiali di calcio, disputata la sera dell’11 luglio dell’82 contro la Germania Ovest al Bernabeu, si concluse con la vittoria dell’Italia per 3 a 1. Nello stesso anno, a Palermo si contarono all’incirca duecento morti ammazzati dalla mafia: Letizia Battaglia,  donna straordinaria e fotografa al di fuori di molte regole, ne ritrasse diversi, avvolti in un lenzuolo bianco  e vegliati da figli bambini, i volti attoniti dinanzi a una tragedia incomprensibile e a un dolore soverchiante. Eppure, gli italiani avrebbero ricordato il 1982 più che altro per una coppa calcistica.

 L’Italia era campione del mondo e quella domenica sera per le strade di Milano si srotolò un’esultanza sguaiata alla quale Veniero si unì senza esitazioni. Corse anche a casa di sua madre, tifosa di calcio e innamorata di Paolo Rossi senza se e senza ma, però non la trovò. Stava ancora nella vecchia casa in via Porpora, miracolosamente scampata ai bombardamenti ma non alla corrosione del tempo, solo si era spostata in un abbaino, striminzito ma economico. Pensò che fosse andata a vedere la partita a casa di qualcuno, così rincasò mezzo sbronzo senza preoccuparsene troppo. Se ne preoccupò il giorno dopo, quando dovette aprire l’abbaino con le sue chiavi e lo trovò vuoto, ordinato e silenzioso. Era ora di pranzo, di solito Liliana era in casa. Tornò all’ora di cena, e ancora non c’era. Gli venne in mente che negli ultimi tempi gli era parsa spenta, come assorta in qualche rovello non condivisibile, lei che di solito si scrollava il malumore di dosso con un’alzata di spalle e poteva essere allegra o arrabbiata senza motivi apparenti, ma apatica, mai.

Il giorno appresso denunciò la scomparsa alla Questura di via Fatebenefratelli, dove non sembrarono dare troppo peso alla faccenda. Cinquantasei anni, donna sola, con un figlio senza mai avere avuto un marito, lavoro saltuario in un’impresa di pulizie, era uscita di casa portando con sé i documenti e probabilmente del denaro, conti correnti non ne aveva, niente nemici e forse nemmeno amici. Questo fu il laconico sunto delle informazioni raccolte; dopo una settimana, gli dissero di mettersi il cuore in pace, per loro si era trattato di allontanamento volontario.

E Veniero si mise il cuore in pace, augurandosi che la donna che non aveva mai chiamato mamma, preferendo il nome proprio perché lei voleva così, avesse trovato un modo per essere felice da un’altra parte. Si mise il cuore in pace perché, comunque, se ne era andata. Scoprire come e perché non avrebbe più potuto cambiare questo, se ne era andata.

Quella domenica di luglio, che molti milanesi avrebbero ricordato per la vittoria ai mondiali di calcio al Santiago Bernabeu e altri perché a Milano faceva caldo come a Madrid, Liliana aveva preso una decisione. Dopo un’ultima occhiata senza rimpianti al locale dal soffitto spiovente  in cui viveva da troppo tempo, si era chiusa la porta alle spalle ed era uscita nel caldo sfiancante del pomeriggio.

Qualche fermata di metropolitana ed era scesa a Cadorna, dove aveva preso il treno delle Ferrovie Nord Milano, direttrice Milano-Saronno-Laveno Mombello Lago Maggiore. Durante il viaggio si era appisolata; era sempre così stanza per via di quel mal di schiena che non passava mai, tanto che era stata licenziata a causa delle continue assenze.

A Laveno tirava un venticello tiepido che si portava dietro il sentore oleoso del lago, insieme all’aroma di fritto che usciva dai ristoranti sul lungolago. All’ora di cena era entrata in uno a caso, scegliendo un tavolo su una terrazza sporgente sulla distesa d’acqua placidamente solcata da barchette e battelli di linea, e aveva fatto una scorpacciata di pesce fritto, bevuto del vino bianco e concluso con un bel gelato. Dopo aver pagato, considerò che le rimanevano appena pochi spiccioli. Poco male, non aveva bisogno di altro.

Verso le otto le strade si erano svuotate e poco dopo dalle finestre spalancate si era riversata la bella voce chiara di Nando Martellini, impegnata a rincorrere azioni e giocatori. Liliana si era seduta su una panchina e aveva aspettato, guardando il sole che tramontava e i lampioni che si accendevano. Poco prima che terminasse la partita, mentre la luce si faceva opaca, si era diretta verso una ripida scaletta che conduceva a un piccolo porto con una colata di cemento digradante nel lago. L’acqua scuraveva riflessi argentei come il piombo fuso e mostrava la medesima consistenza, corposa e pesante. Invece no, era fresca e leggera, non opponeva resistenza. Lo scivolo in cemento si interrompeva bruscamente sulla profondità del lago  e lasciarsi andare non fu difficile, anzi, fu quasi bello. L’accompagnò il boato festoso che irruppe nella quiete della sera: all’ottantunesimo minuto di gioco Alessandro Altobelli, su contropiede di Bruno Conte, aveva segnato il terzo gol. Ancora nove minuti, poi l’Italia si sarebbe aggiudicata la terza vittoria ai campionati mondiali di calcio.

Dopo qualche settimana nessuno la cercò più e il caso, bizzarramente rispettoso della sua volontà di scomparire, fece sì che il suo corpo rimanesse per sempre incastrato nel relitto parziale di una barca, affondata decenni prima, che nessuno aveva ritenuto di recuperare: una barca e una donna, ugualmente neglette e lasciate in pace.

Si fa in fretta a perdere ogni cosa, soprattutto se si ha davvero poco. Quando Maddalena se ne andò, anche lei senza preavviso, dopo una malattia corta e brutta, si disputavano di nuovo i mondiali di calcio e stavolta in Italia. Italia ’90, vittoria beffarda della Germania Ovest, i nostri eliminati in semifinale dall’Argentina e relegati al terzo posto.

Dopo la perdita di Liliana, Veniero aveva preso a guardare la moglie con gli occhi di sua madre, la quale più di una volta l’aveva definita “brava ragazza, ma non sa proprio di niente”. A poco a poco gli era apparsa sempre di più come una pietanza insipida e il suo incrollabile ottimismo, come pure l’arrendevolezza (peculiarità di cui si era innamorato), presero a dargli un po’ fastidio. Si era via via disancorato da un sentimento sempre più tiepido, senza trovare ragioni valide per andarsene davvero; ciononostante, la sua scomparsa gli rovesciò addosso un disorientamento sbigottito e un senso di inutilità.. Poiché raramente le disgrazie si compongono di un accadimento singolo, l’amministratore del palazzo in via Tadino subito dopo il funerale gli comunicò, con tono sbrigativamente contrito, che aveva un mese di tempo per liberare l’alloggio: il contratto di lavoro prevedeva la presenza di una coppia di coniugi, non di un uomo solo.

Il Brioschi era in pensione, viveva con la moglie in un appartamento troppo piccolo per ospitarlo e aveva ancora tra i piedi una figlia che, dopo aver sprecato gli anni migliori della vita aspettando il principe azzurro, ormai non trovava neanche più un impiegato delle poste, come mugugnava sovente sua madre. Fortunatamente, il vecchio aveva conservato le chiavi di un vano nei Magazzini Raccordati in via Ferrante Aporti, anche se non pagava più l’affitto da tempo. Gli era servito per ricoverare i materiali che usava per il lavoro di elettricista e anche per occultare oggetti espropriati (gli piaceva definirli così), in attesa del ritiro da parte dell’amico dell’Isola. Dalla metà degli anni ’80 l’operatività della struttura storica dei Magazzini, un tempo legata alla distribuzione delle merci in arrivo alla soprastante stazione Centrale, era cessata, anche i grossisti e gli artigiani se ne erano andati. Quel luogo, insieme a tanti altri, era un capitolo ormai chiuso della storia di Milano, destinato a giacere nell’oblio con la sola compagnia dei suoi fantasmi e di una manciata di sventurati i quali, per via di un susseguirsi di inciampi e sbandate che nessuno aveva voglia di conoscere, avevano perso il ritmo e l’orientamento.

“…per il momento”, aveva detto Eugenio e Veniero aveva finto di crederci.

Si trattava di una stanza con qualche scaffale e un cesso con un lavabo grande come un catino piccolo, acqua calda neanche a parlarne e per fortuna c’era il Diurno Venezia. Veniero si procurò una branda e uno stendino da negozio;  si difendeva dal freddo affidandosi a una stufetta elettrica e dal caldo azionando uno sgangherato condizionatore portatile. L’elettricità se la procurava abusivamente grazie a un allaccio quasi invisibile al palo della luce più vicino. Era un bravo elettricista, all’occorrenza.  

i Brioschi lo ospitavano spesso a cena e la signora a volte si offriva di lavargli i panni. Eugenio gli faceva da segretario raccogliendo le richieste di alcuni clienti affezionati e anziani che cercavano Veniero al suo numero telefonico, come facevano anche gli inquilini dello stabile in via Tadino.

Non fu tanto difficile adeguarsi alla condizione di  “senza fissa dimora”, fascia disagiata nella quale non riteneva di essere ricompreso  perché, in fondo, un tetto sopra la testa  ce l’aveva, sebbene non ufficialmente. Del resto, le probabilità di vedersi assegnato un alloggio popolare a breve erano remote – si dava precedenza alle famiglie – e non poteva affrontare un affitto da un privato. Tuttavia, guadagnava abbastanza da non dover chiedere la carità e, aspetto davvero apprezzabile, non doveva rendere conto a nessuno di niente.

 La verità era che Veniero voglia di lavorare non ne aveva mai avuta tanta e ora più che mai puntava alla mera sopravvivenza: un riparo dalla pioggia, un pasto decente quando poteva, il bagno al Diurno Venezia, le chiacchiere, le divagazioni. Divenne un raffinato cultore dell’ozio operoso: perlustrava le vie di Milano, osservava i fiori nei parchi e i luoghi che mutavano aspetto. Era lo spirito della città a cambiare insieme ai suoi abitanti, in un intreccio di influenze vicendevoli difficile da misurare.

Prese l’abitudine di leggere  libri, quotidiani e riviste che gli altri abbandonavano sulle panchine o buttavano nei cestini gettacarte. Poi si prendeva i suoi periodi di vacanza: conosceva talmente bene le abitudini degli inquilini del palazzo in via Tadino, era stato fin troppo facile prendere possesso dei loro appartamenti quando andavano fuori città per qualche tempo, e succedeva regolarmente perché molti avevano casa in qualche luogo di villeggiatura. Dato che continuava a frequentare alcuni di loro per occasionali riparazioni, non era difficile entrare e uscire, tanto più che la nuova custode era una vecchia lazzarona  che si faceva gli affari suoi e il marito non era capace di fare niente, ecco perché chiamavano lui. Così, in quei periodi poteva persino permettersi di andare e venire come gli pareva e, se per caso incrociava uno dei custodi, bastava sfoderare il suo sorriso accattivante e tirare dritto. Non rubava niente, si godeva la quiete di una casa vuota, toglieva le lenzuola e dormiva sul materasso, guardava la tv con l’audio al minimo sdraiato comodamente sul divano, si preparava i pasti in una cucina spaziosa e accessoriata. Erano istanti di felicità; poi c’era di nuovo la durezza della strada e la solitudine, un’ombra che né l’affetto solidale del Brioschi né le relazioni cordiali con tante persone potevano scacciare, un’ombra che gli stava appiccicata come se fosse quella proiettata dalla sua stessa persona.

Se in gioventù Veniero non aveva avuto progetti ambiziosi e forse nemmeno sogni, negli ultimi anni aveva rinunciato al futuro e relegato il passato in un angolo buio della memoria. Non gli restava che il presente, un tempo ristretto e privo di prospettiva che andava dalla mattina alla sera e ricominciava, un giorno dopo l’altro.

Uno, due, tre, quattro, clic. Cinque Secondi netti. Un tempo eccellente: il vecchio Eugenio gli avrebbe fatto i complimenti, seppure non mancando di notare che era una serratura delle balle, più apparenza che consistenza. S’imbucò senza un rumore nel buio fitto, più scuro della sera cittadina per via delle tapparelle totalmente abbassate. Respirò l’odore della casa, ristette un attimo per abituare lo sguardo all’oscurità. Mancavano due giorni a ferragosto e le sue vacanze incominciavano da quell’istante.

Veniero era riuscito a forzare la serratura dell’attico dei Crespi senza rompere il meccanismo; entrare dal portone ligneo che dalla strada accedeva all’androne e al cavedio era stato ancora più facile perché, seguendo il suggerimento del Brioschi, il giorno in cui lasciò la portineria aveva già fatto un duplicato delle chiavi.

La preservazione dell’integrità del cilindro era la sua specialità, come l’abilità nel non lasciare tracce del suo passaggio. Non poteva mettere in allarme i proprietari, se intendeva seguitare ad accedere comodamente a quelle case quando erano vuote. Quindi, nessun segno di scasso. Al momento di andarsene – con qualche giorno di anticipo, per prudenza – badava a ripulire e riordinare dappertutto. Lo faceva volentieri, consolidava la relazione, ancorché a scadenza prestabilita, con l’ambiente che per poche settimane e calandosi in una finzione cosciente considerava casa sua.

Anche l’attico adiacente era disabitato nel mese di agosto ma quello gli piaceva di più, e poi il Crespi era l’amministratore che lo aveva cacciato all’indomani della morte di Maddalena e, secondo il suo punto di vista, era in debito con lui. Dopo quasi vent’anni di servizio in portineria, conosceva perfettamente le consuetudini di tutti gli inquilini, che non erano mai cambiati. Era curioso per natura e i Brioschi gli aveva insegnato ad affinare in modo mirato l’osservazione del prossimo.

Quando si fu abituato alla penombra, accese il condizionatore al minimo; dopo un bip sommesso l’apparecchio prese a ronzare come un moscone stanco. L’alito fresco non dissipò l’effluvio ristagnante ovunque, denso, dolce e speziato. Sapeva di miele e di cannella, di tuberosa e d’incenso e Veniero riconobbe la scia della signora Crespi, che invadeva scale e ascensore da un decennio, sempre la stessa. Non aveva idea di annusare la fragranza più velenosa di Dior, quell’intruglio conturbante e greve gli piaceva molto.

Alle undici di sera dai due appartamenti sottostanti, egualmente occupati da una coppia di coniugi anziani e un poco sordi, giungevano i suoni di due televisori con il volume troppo alto e sintonizzati su canali differenti, producendo una cacofonia rimbombante. Sapeva che non avrebbero spento prima di mezzanotte , per ricominciare l’indomani, rumoreggiando per buona parte della giornata. Se anche qualcuno si era nai lamentato, non aveva ottenuto risultati apprezzabili. Per lui andava bene; ai rumori ormai si era abituato e così non doveva preoccuparsi troppo di nascondere i suoi: tanto, nessuno li avrebbe sentiti.

Sistemò le provviste trasportate in una capiente sporta della spesa con le ruote, fece una lunga doccia e andò a dormire, preparandosi a due settimane di confortevole clausura, al fresco e con una quantità di libri da leggere. Per ridurre al minimo i rischi, sarebbe uscito a fare la spesa solo una volta e all’ora di pranzo, mentre i pochi condomini presenti e i custodi se ne stavano rintanati al fresco.

Il bello di un attico risiede nel fatto che è un attico: non solo all’ultimo piano del palazzo ma arretrato rispetto alla facciata e con una terrazza ampia e panoramica: questo gli consentiva di piazzarsi comodamente fuori nelle ore più fresche con la ragionevole certezza di non essere visto, dato che era in uno degli edifici più alti di quel tratto di strada, bastava rimanere al buio.  Che meraviglia, una notte d’estate nella tranquilla via Tadino, l’oscurità mitigata con gentilezza dalla luce polverosa dei lampioni, i tetti, il cielo, persino qualche stella. Poco prima di ferragosto alcune zone di Milano sono più solitarie di altre, svuotate di presenze umane. La città si riappropria della sua innocenza primigenia, ritorna il silenzio, le regole sono ancora tutte da scrivere, stavolta si potrebbe farlo meglio.

Veniero si avvicinò alla balaustra del terrazzo. Pensava al Brioschi, il quale aveva raggiunto l’età in cui ci si distacca un poco alla volta, cedendo a una serafica indifferenza nei confronti delle cose, degli affetti, della vita. Era ora di lasciare che il pensiero che da qualche tempo cercava di affacciarsi nella sua mente si organizzasse e apparisse nella sua compiutezza: il suo mentore, colui che considerava come un padre, non se ne stava andando, se ne era già andato. Il processo di elaborazione a cui si era finalmente arreso si interruppe ancora una volta, la sua attenzione subito distratta dalla luce apparsa d’improvviso su un balcone della casa dirimpetto. Non si era ritratto, quel terrazzino si trovava all’ultimo piano ma era comunque più in basso rispetto al suo punto di osservazione. Apparve una figura femminile, ben visibile nel cono luminoso prodotto dalla lampada a muro. Difficile stabilirne l’età ma non era una ragazza, fumava appoggiata al parapetto, passandosi spesso la mano libera tra i capelli lunghi e ondulati, Dopo un poco lanciò il mozzicone acceso  – un puntino rosso con una breve scia luminosa, come una piccola cometa – con un gesto brusco. La donna ristette con i gomiti appoggiati, sporgendosi ancora un poco, anche un poco troppo, poi pose i palmi aperti delle mani sul volto. Veniero ebbe l’impressione di scorgere un sussultare lieve delle spalle, non ne era sicuro. Però, la figura dall’altro lato della strada, vicina eppure così distante, trasmetteva uno scoramento che lo turbò.

Allora, un altro pensiero faticoso attraversò la sua coscienza con la medesima rapidità  del mozzicone acceso lanciato contro il buio: aveva amato Liliana con tanta distrazione da non riconoscere la sua insopportabile tristezza. Sperimentò il disagio della consapevolezza di una mancanza imperdonabile; per trarsi in salvo divagò,  rincorrendo il ricordo di un vecchio gatto nero male in arnese, un vagabondo  che si divertiva a sbirciare dentro casa dal davanzale esterno della finestra affacciata sul ballatoio in comune, nel cortile in via Porpora. Faceva forse la prima elementare e lo aveva amato con la dedizione ottusa di cui sono capaci i bambini. Poiché erano davvero poche le cose che gli appartenevano in via esclusiva, come pure gli affetti, prese a considerarlo suo. Si privava di qualche boccone per sfamarlo, “contento tu”, diceva Liliana senza opporsi. Lo chiamò Sandokan come il protagonista di due libri che gli piacevano tanto, I Corsari della Malaysia e Le tigri di Mompracem, scritti da un autore tanto fantasioso da raccontare terre esotiche senza mai essersi mosso dalla sua casa di Torino. Glieli leggeva sovente la signora Emma, affezionata vicina di casa che badava a lui mentre Liliana lavorava ed erano appartenuti al suo unico figlio, morto di spagnola a soli dieci anni nel ’19.

Il gatto Sandokan non aveva affatto l’aspetto fieramente minaccioso di una tigre ma piuttosto l’aria sbrindellata di un pirata strapazzato dalla sorte. Quando non si fece più vedere Veniero si disperò, sebbene avesse notato il pelo opaco e il progressivo deperimento. Ed ecco che, secco e letale come una fucilata, irruppe il ricordo esatto del commento di Liliana:

I gatti capiscono quando è ora di morire e preferiscono starsene da soli, per questo se ne vanno, non te la prendere, E poi dovremmo imparare da loro: a un certo punto, sparire senza tante storie e senza compagnia, che tanto non serve più a niente”.

Tutto chiaro, infine. Da quel momento in poi non avrebbe più potuto nascondersi dentro le pieghe di un’illusione. Rimaneva il mistero del dove e del come, ma svelarlo non avrebbe fatto molta differenza. In quanto al perché, era talmente personale da divenire irrilevante. Ed era qui che iniziava il tormento, anche se il dubbio di poter distogliere una persona dalla rinuncia all’esistenza potrebbe essere soltanto presunzione arrogante.

Quella notte non riuscì a dormire, disturbato da alcune considerazioni amare, uno sgradevole reflusso impossibile da contenere: sentiva che le sue fragili bbarriere difensive stavano crollando una dopo l’altra. Era inerme di fronte al fallimento più pesante, non gli restava che guardarlo, dimenticando le giustificazioni dietro le quali si era nascosto fino a quel momento. Aveva subito un torto o forse più d’uno, d’accordo, ma si era adeguato alle condizioni avverse senza nemmeno tentare di scovare una soluzione. A cinquantadue anni vagava per le strade di Milano, dormiva in un magazzino, lavorava appena quel tanto che bastava per nutrirsi e coprirsi con un minimo di decoro, di tanto in tanto si insinuava in case estranee, talvolta rubacchiando cose di poco conto.

In cinque anni era riuscito a sfiorare le vite degli altri senza lasciare segni del suo passaggio; a parte il Brioschi, nel relazionarsi con le persone era inconsistente ed effimero come certi profumi scialbi che non colpiscono i sensi né la fantasia, e non lasciano ricordi.

La mattina dopo sentì il bisogno di uscire e di camminare per le vie deserte. Non capiva come la fugace visione di una sconosciuta triste potesse averlo scosso dalla quiescenza, sbalzandolo fuori dalla sua bolla accidiosa, eppure era successo.

Mancava poco a mezzogiorno del 14 di agosto e l’asfalto del marciapiede era molle per il gran caldo; sbucò in Corso Buenos Ayres e, passando davanti a una serie di saracinesche serrate con il cartello CHIUSO PER FERIE FINO AL…si diresse verso Piazzale Loreto. Transitava qualche macchina, di turisti in agosto se ne vedevano proprio pochi e di milanesi anche, in prossimità della stazione della metro di Lima arrivavano le vibrazioni e il rumore attutito dei treni. Udì un suono cadenzato di tacchi femminili alle spalle e voltò appena la testa, poi si fermò, fingendo di cercare qualcosa nelle tasche dei pantaloni. Non aveva dubbi: era la donna della notte precedente.

Non c’era traccia di malinconia nell’incedere baldanzoso e altero che la faceva apparire più alta di quanto non fosse. Gli passò accanto e Veniero d’impulso disse “Buongiorno”, lei si fermò di colpo e lo guardò, forse cercando di capire se si conoscessero. Lui sorrise timidamente, costernato dalla propria audacia.

Mi scusi, ma siamo gli unici esseri viventi su tutto il corso…”

Lei parve rilassarsi, pensò che fosse uno strano modo di abbordare una donna per strada, ma il tipo sembrava inoffensivo e sì, in mezzo a quel corso deserto, a mezzogiorno della vigilia di ferragosto, dovevano essere di sicuro dei naufraghi finiti per caso sulla stessa riva.

“Secondo lei c’è un bar aperto, da qualche parte? Avrei dovuto partire oggi, così in casa non ho niente da mangiare”.

Veniero fu pronto a rispondere:

Credo che il Bar Gatto, in piazza Argentina, sia aperto. Ci stavo giusto andando”. Fu fortunato; era aperto davvero, e quasi vuoto. Fece un rapido calcolo dei soldi che aveva in tasca, poteva permettersi di offrirle il pranzo in un bar.

Sembrava così strano, passeggiare al fianco di una donna appena conosciuta, faceva parte di una normalità a cui aveva rinunciato da tempo. Ciononostante, mentre mangiavano seduti a un tavolino del locale piacevolmente fresco, la conversazione scorreva spontanea, un poco banale e frammentaria, come era giusto tra due estranei che, nel frattempo, si soppesavano a vicenda lasciando che quella bizzarra giornata seguisse il suo corso.

Miranda era elegante e di aspetto curato, un trucco leggero ammorbidiva il viso squadrato ponendo in risalto gli occhi color nocciola e la bocca generosa, il caldo castano dorato dei capelli era certo frutto delgli artifici di un bravo parrucchiere. Veniero pensò che l’effetto d’insieme fosse assai gradevole e ritenne che dovesse avere più o meno la sua età, portata molto meglio. Eppure, guardandola intuì una sbavatura incorreggibile, come una macchia che sbiadisce ma resiste,, pronta a riaffiorare guastando una superficie che aspira all’armonia.  Forse era la durezza che permaneva in fondo allo sguardo anche quando sorrideva, suggerendo il disincanto di chi ha smesso di illudersi e ha imparato a difendersi.

Anche Miranda tentava di inserire l’uomo con il quale stava pranzando dentro una categoria a lei nota, ma era complicato. Vedeva un bell’uomo un poco sciupato, alto e troppo magro, cortese e capace di esprimersi correttamente, sebbene piuttosto a corto di argomenti, nel complesso una compagnia piacevole. Tuttavia, aveva l’aria di essere fuori posto, anzi avulso, sempre e ovunque. Mostrava il medesimo sguardo diffidente e rassegnato di molti dei cani randagi accolti nel piccolo centro che gestiva, insieme ad altri volontari, al Ronchetto delle Rane. Che fregatura, se per un attimo aveva pensato a un’avventura balneare senza neanche spostarsi da Milano, quel paragone era in grado di avvilire qualsiasi (eventuale) tentazione.

Usciti dal Bar Gatto si ritrovarono nella calura densa; in lontananza si componevano illusioni ottiche, miraggi nel piatto deserto milanese.

“Bene, fine della pausa. Tornerò al caldo del mio appartamento solo per fare le valigie. Il condizionatore non funziona per un guasto elettrico – così sostiene l’installatore – e vai a trovare un elettricista a Milano, subito prima di ferragosto”.

Veniero le bloccò il passo, un sorriso fanciullesco disegnò una raggiera di rughe attorno agli occhi verdi.

“Ma no che non è difficile, ne hai uno davanti, e anche piuttosto libero da impegni.

Il malfunzionamento era davvero banale,ci voleva più tempo a smontare e rimontare che ad aggiustare;  Veniero la tirò per le lunghe valutando l’ambiente con curiosità dissimulata. Era un appartamento grande, arredato con una  commistione equilibrata di antiquariato importante e mobili moderni; tutto appariva raffinato e costoso; ed ecco di nuovo quella discrepanza, stavolta tra la donna e l’alloggio in cui viveva e che, per qualche motivo, non la rappresentava.

Miranda lo osservava lavorare con gesti lenti e sicuri, sembrava che in quella raffigurazione l’uomo e la sua ombra si fossero ricongiunti. Essendone lei stessa portatrice, sapeva fiutare a distanza il disagio esistenziale di certe persone.

Il tempo scorreva con insolita pigrizia, il silenzio interrotto da rare parole gettate un poco a caso per non smarrirsi ognuno nella propria solitudine.

Anche Miranda si guardava attorno: nonostante vi abitasse da vent’anni quel posto continuava a essere la casa di Gualtiero, un anno dopo la sua scomparsa. Non era mai stata casa sua, non lo sarebbe mai stata.

Nel 70, a venticinque anni, Miranda aveva lasciato Varese e i genitori adottivi (i quali si erano pentiti da tempo dell’ostinazione di pretendere un figlio), per seguire un fascinoso farabutto costantemente alla ricerca di soluzioni facili e veloci. Si erano conosciuti quando facevano entrambi gli spalloni per una banda di contrabbandieri che rifornivano di sigarette una porzione della piazza milanese. Poco dopo il trasferimento a Chiasso, Corrado si era avvicinato a un’organizzazione di malviventi di cabotaggio superiore, per conto dei quali ritirava e recapitava pacchi sul cui contenuto non poneva mai domande. Miranda se ne era tenuta fuori, accompagnandolo solo occasionalmente in alcune commissioni oltre confine, dove una giovane coppia passava più facilmente la dogana.

Aveva mantenuto le escursioni periodiche tra il Canton Ticino e Ponte Tresa o Porto Ceresio; preferiva guadagnare meno sapendo per cosa rischiava la galera.

Le cose filarono miracolosamente lisce finché, nel gennaio del ’75, con l’intento di garantirsi qualche anno di agi, magari all’estero, non avevano mirato troppo in alto. Miranda aveva sviluppato una singolare abilità nella guida veloce, sicché il giorno della rapina a una banca di Chiavenna faceva il palo su una Giulia Super intestata alla madre di un terzo complice. Erano maldestri e disarmati, la guardia giurata invece aveva una pistola e una mira precisa, perché li colpì alla schiena, uno dopo l’altro, mentre correvano fuori dalla banca con un sacco pieno di banconote. Dal punto in cui era parcheggiata, in posizione defilata per sfuggire al raggio d’azione delle telecamere, Miranda li vide cadere sul marciapiede, inseguiti da un uomo armato.

La prima reazione fu di sgomento: la paura era un rigurgito acido, i muscoli contratti e il cervello inceppato, ma temeva per la sua stessa sorte, non per quella del compagno, immobile sull’asfalto. Ormai aveva capito che l’infatuazione era scemata prima di diventare amore, rimanevano incastrati in un gioco di ruolo dal quale non volevano uscire, in parte per pigrizia, in parte perché non avrebbero avuto null’altro con cui dare un senso alle proprie esistenze. Così, si insinuò subito il sollievo. Ecco la via d’uscita da quella storia tossica, dai, che me la cavo anche stavolta, come nelle notti in cui passo il confine a piedi dal bosco, con un carico di sigarette di contrabbando. Allora ritornò lucida  e sorprendentemente fredda. Si allontanò con calma, mentre la polizia si avvicinava a sirene spiegate. Guidò fino a Chiasso, abbandonò l’auto nei pressi dell’abitazione del complice e tornò a casa a piedi. Il giorno seguente lesse la notizia della morte dei due rapinatori; quindi lasciò l’ammobiliato affittato dal suo compagno e salì su un treno per Milano con due grosse valigie.

Visse per qualche tempo nel terrore che la polizia venisse a cercarla, ma passarono i mesi e non successe nulla. Lavorava come cameriera in un bar in Piazza della Repubblica e fu lì che conobbe Gualtiero. Molto più anziano di lei (oggettivamente anziano, dato che aveva sessant’anni), talmente ricco da poter perseguire l’inoperosità per dedicarsi a cose assai più interessanti di qualunque professione, Gualtiero era l’ultimo maschio di una nobile casata milanese. Incominciò subito a farle una corte educata ma assidua, “potrei non avere più tanto tempo, perciò ti prego di perdonare la mia insistenza”, disse una sera, aspettandola all’uscita dal lavoro sulla sua Corvette  color carta da zucchero e con un enorme mazzo di rose rosse. Miranda aveva accettato di frequentarlo perché era un gentiluomo colto e allegro, affascinante e protettivo.

“Sposami, Miranda, e rendi piacevoli gli ultimi decenni della mia vita. Non pretendo altro”.

Era una proposta talmente inattesa e strampalata che disse di sì.  

Entrò nel mondo di Gualtiero – così diverso da quello conosciuto fino ad allora – all’improvviso, specie aliena introdotta forzosamente per capriccio e come tale recepita dall’ambiente: disprezzata dai pochi parenti, tollerata dagli amici e conoscenti solo per riguardo nei confronti di suo marito.

Benché lui non lo ritenesse necessario né importante, gli fu fedele per tutto il tempo del loro matrimonio, dapprima per rispetto e riconoscenza, poi per affetto, e quando si ammalò si prese cura di lui fino all’ultimo giorno. Non aveva mai capito se l’avesse amata oppure se avesse voluto garantirsi una compagnia piacevole nella vecchiaia, come aveva dichiarato, e non era così importante saperlo. Aveva vissuto anni divertenti e privi di preoccupazioni, erano stati compagni affiatati per tutto il tempo.

Dopo la sua scomparsa dovette affrontare l’ostilità aperta della sorella; tuttavia, Gualtiero aveva intestato alla moglie tutte le sue proprietà appunto per metterla al riparo da ritorsioni legali da parte di questa.

Miranda si ritrovò con molto denaro, un appartamento a Milano, uno a Montmartre  e una villa a a Saint-Tropez. Per riempire le giornate troppo vuote aprì il ricovero per cani randagi al Ronchetto delle Rane, finanziandolo per intero. Si sentiva più simile a quelle creature sventurate che agli amici di suo marito, i quali nemmeno le avevano fatto le condoglianze il giorno delle esequie. Era sempre rimasta uno sgradito corpo estraneo, finalmente potevano ignorarla del tutto. Però, i volontari che l’aiutavano al canile la consideravano una riccona annoiata che amava gli animali, quindi di nuovo un’estranea da tenere a una certa distanza. Dunque, non le rimanevano che i cani, e chissà se capivano i suoi sfoghi amari, quando glieli riversava addosso.

“…adesso è a posto”, disse Veniero, la prima parte del discorso non l’aveva sentita, assorta com’era nei suoi ricordi. Lo ringraziò e prese il portafoglio per pagarlo, lui intervenne subito, “ma lascia stare, è una sciocchezza. E poi sono in ferie e mistavo annoiando”.

“Ma ci hai lavorato tutto il pomeriggio, ti devo almeno una cena”, replicò lei, annaspando alla ricerca di una scusa per trattenerlo (stasera no, non voglio stare da sola anche stasera).

Lui non tentò nemmeno di sottrarsi. Dopo diverse telefonate senza trovare un ristorante aperto,  con quello che aveva in casa Miranda improvvisò un risotto accompagnato da un Soave fresco, funghi e salame sott’olio, gelato.

Ora le chiacchiere si affastellavano con naturalezza, nessuno dei due sembrava intenzionato a interrompere la singolare consonanza nella quale si componeva un’intesa non indotta dalle parole, semmai da una conoscenza istintiva e più profonda.

Ogni tanto Miranda osservava il suo ospite, la Lacoste di una taglia di troppo (era del Crespi, ne aveva talmente tante che della sparizione di una manco si sarebbe accorto) e i capelli, dritti e brizzolati, dal taglio un poco approssimativo. Si chiese da quale discontinuità geologica fosse uscito, poi rammentò un breve scambio con Gualtiero, avvenuto vent’anni prima, la sera in cui lui le chiese di sposarlo.

Forse dovresti conoscere la mia storia, prima di decidere…”, era stata la sua prima risposta, ma Gualtiero l’aveva bloccata con un gesto perentorio:

“Non è a me che devi spiegarla, né a nessun altro ma solo a te stessa”.

Avrebbe adottato il medesimo principio: per due superstiti che probabilmente non avevano mai imparato a vivere; l’ignoranza dei reciproci cataclismi costituiva l’assunto fondamentale per inventarsi un ruolo inedito nel quale, finalmente, riconciliarsi con se stessi.

Era ormai notte, si erano accomodati nelle poltroncine sul balcone. Tutte le luci erano spente per non attirare gli insetti, qualcuno sfrigolava sulle resistenze della zanzariera elettrica appesa al soffitto; la luna, offuscata da una patina afosa, rischiarava debolmente la scena.

“Veniero, hai detto che sei in ferie. Hai dei programmi?”

…se ho dei programmi? No, nessuno”, e Miranda s’immaginò che non si riferisse soltanto alle vacanze estive

“Vieni con me a Saint-Tropez. Partiamo domani, torniamo quando vuoi tu”.

Non aveva senso inventare delle scuse, non più. Scrutò il volto dell’uomo nella penombra, le parve di scorgere un sorriso, non di compiacimento o di soddisfazione, piuttosto di contentezza genuina, quella di chi vede delinearsi una speranza.

Si salutarono con una stretta di mano che divenne un abbraccio goffo, un bacio a sfiorare appena la guancia, preludio di una notte di comune insonnia, agitata più da risposte che da domande. Perché prima o poi bisogna trovarle, per spiegarsi la propria storia e tenersela alle spalle.

Veniero riposò per qualche ora, poi uscì lasciando l’appartamento come lo aveva trovato; prelevò solo un paio di camicie e di pullover leggeri del Crespi che gli andavano abbastanza bene. Mancava poco all’alba; la casa di Miranda era ancora buia ma si dileguò più in fretta che poté.

Dopo un veloce passaggio da via Ferrante Aporti per infilare altri indumenti in una sacca, andò a salutare il Brioschi.

“Starò via per un po’, Eugenio. Ho conosciuto una donna, andiamo in Costa Azzurra”

Il vecchio gli rivolse una vaga occhiata acquosa, poi si riscosse dall’apparente torpore:

“O bella, e la Maddalena? Tra un po’ vi sposerete, te lo ricordi?”

La moglie del Brioschi scosse il capo sconsolata e Veniero, dopo alcuni vani tentativi di dialogo, se ne andò chiudendosi un’altra porta alle spalle.

La villa di Saint-Tropez era protetta da un giardino con piante ad alto fusto, un sentiero digradava fino a una piccola spiaggia privata. Stranamente, non era arredata con il lusso raffinato della dimora in via Tadino, bensì con pochi mobili rustici e molti oggetti artigianali provenienti da diversi Paesi. Miranda parlava spesso dei suoi viaggi in giro per il mondo con il marito scomparso, raccontava storie interessanti e aneddoti divertenti. In principio dal suo tono traspariva una certa incredulità, come se non fosse del tutto convinta di avere davvero visitato quei luoghi e vissuto quelle esperienze; con il passare dei giorni la sua narrazione divenne sempre più convinta, a tratti commossa: si stava riappropriando di una parte di sé a lungo ritenuta fittizia, addirittura usurpata.

Veniero confessò che il luogo più esotico che avesse mai visto era Patti, il paese dei suoceri dove, insieme alla moglie, trascorreva la settimana di ferragosto, rammentando il passeggio serale sul lungo mare con le ragazze giovani scortate dai fratelli

Quel tratto della Costa Azzurra aveva smarrito l’aspetto smagliante degli anni giovanili di Brigitte Bardot e, benché vivesse di ricordi, sembrava che bastassero per alimentarne la fama di ambiente seducente e sofisticato. Miranda e Veniero preferivano la quiete isolata della villa, le chiacchiere lente, l’avvicinarsi senza fretta e con una serie di riserve da sciogliere una dopo l’altra, oppure da mantenere, porte chiuse con un cartello vietato l’ingresso.. Intanto, ricomponevano i capitoli delle rispettive esistenze attribuendo loro la giusta collocazione.

Veniero manteneva una posizione guardinga, pronto a ritornare al suo rifugio ai Magazzini Raccordati, al Diurno Venezia, alla sua vita in strada; proprio per questo intendeva apprezzare ogni singolo momento di quella digressione insperata, iniziata in una stramba vigilia di ferragosto.

Un giorno Miranda gli espose il suo progetto di ampliamento del ricovero per i cani. Poiché molti di quei randagi erano troppo vecchi o brutti perché qualcuno li adottasse, voleva eliminare quelle orribili gabbie e allestire spazi ampi con dei ripari adeguati, magari protetti da recinzioni elettrificate simili a quelle usate dai proprietari del fondo confinante, nel loro piccolo allevamento di cavalli. C’era abbastanza spazio, avrebbe assunto un paio di collaboratori fissi e anche un giovane veterinario perché i volontari erano discontinui.

“Avrò bisogno di un coordinatore, una persona fidata disposta ad abitare al Ronchetto. Naturalmente, oltre all’alloggio offrirei un compenso adeguato all’impegno”.

Spiegò che la proprietà comprendeva una casa colonica divisa in due unità abitative che aveva già ristrutturato arredandone una per sé, mentre l’altra era vuota. Gli chiese se poteva essere interessato.

“Pensaci con calma. Se accetti, andiamo dal mobiliere e scegli quello che ti piace, visto che sarà casa tua”.

Come diceva sempre Maddalena, prima o poi le cose migliorano, Magari non oggi e nemmeno domani, ma senz’altro dopodomani. Povera, ingenua Maddalena, alla fine aveva ragione: il tardivo dopodomani di Veniero ora appariva a portata di mano.

Dopo qualche tempo l’ex vagabondo, dotato di una carta d’identità aggiornata con la nuova residenza, non mostrava più l’espressione sconfitta e l’aspetto frusto dei randagi di cui aveva imparato a prendersi cura con amorevole solerzia.

Miranda trascorreva sempre più tempo al Ronchetto; arrivò la sera in cui non tornò a dormire a Milano.. Dopo quella sera ce ne furono molte altre, finché non si trasferì nella casa in campagna e vendette l’appartamento di Gualtiero.

Da quel momento in poi, e per molto tempo, Miranda e Veniero si presero cura l’uno dell’altra con affettuoso riguardo, coscienti della buona sorte di poter cogliere un’altra, sorprendente occasione.

“…allora, alla fine te ne vai anche tu, Bruno”

“Ma sì, Rosanna, ormai se ne sono andati tutti e io sono decrepito come questo posto.  che chiudano il Diurno e vada in malora con quello che c’è dentro. Perché finirà così, vedrai, Quanti ricordi, però…e chissà poi che fine ha fatto quel mezzo vagabondo…com’è che si chiamava?

“Il Pagani! A me piaceva, quel tipo. Dunque, è sparito dalla circolazione nel…’95, mi pare, siamo nel 2003, mi sa che non gli è mica andata bene”

“Non rattristarti, che magari ha vinto un terno al lotto e sta meglio di me. Dai, già che sei qui aiutami a portare via ‘sta roba. Adesso, ho fretta di andarmene anch’io”.

Since time began I know my prayer’s in vain

But for a second, I’ll pretend

That I can start today again…

(“ If I could star today again”, Paul Kelly)

Fin dall’inzio dei tempi so che la mie preghiera è vana

Ma per un secondo farò finta di credere

Che oggi posso ancora ricominciare.