LE BELLE ESTATI

LE BELLE ESTATI

“Franco Califano è morto nella sua villa di Acilia, nella periferia di Roma. Malato da tempo, era nato nel 1938 a Tripoli e avrebbe compiuto 75 anni  il prossimo settembre. Chiudiamo il notiziario  serale di questo sabato, 30 marzo 2013, ricordando che stanotte tornerà in vigore l’ora legale: le lancette dell’orologio andranno spostate avanti di un’ora. Noi saremo qui anche domani, come di consueto; buona Pasqua a tutte e tutti”.

Ecco fatto, se ne è andato anche il Califfo. Vita spericolata, voce sporca da storie torbide, cinismo da night club dove le ragazze si esibiscono con le calze smagliate e gli occhi vuoti. Anche se, lo ammetto, “sei l’ultima rimasta, devi esser quella giusta”, spalanca voragini, è un dito puntato contro il cuore e non credo sia caricato a salve. Quanto si parlerà dei sui testi e del suo modo di cantare che, piaccia o meno, è stato piuttosto originale? Prevarranno la cocaina, il legame con certi ambienti criminali, il suo percorso da equilibrista del filo del rasoio, di sicuro. La produzione artistica si riassumerà in poche frasi, la narrazione della sua pericolosa amicizia con Francis Turatello negli anni ’70, inestricabile groviglio di verità e leggenda, è più intrigante. Da Roma ci si allungherà fino a Milano e si racconterà – di nuovo, e va bene ricordarsene, però sforzandosi di comprendere – di quando Turatello, Epaminonda e sodali erano i veri padroni della città, con Vallanzasca che dava fastidio un po’ a tutti quanti. Che stranezza, la gente della mia età c’è passata in mezzo, a queste storie scure, talvolta letteralmente e del tutto per caso, eppure ne abbiamo avuto contezza solo perché ce le hanno raccontate dopo.

Comunque ci siamo di  nuovo, con la consueta forzatura temporale dell’ora legale, e mi chiedo cosa me ne farò di queste giornate che incominciano troppo presto e non finiscono mai, a me tutta questa luce non mette affatto allegria. Non so cosa farmene del chiarore vivido, dei tagli perpendicolari che disegnano angoli retti, ombre dense e spigoli inequivocabili. Preferisco le mezze tinte mescolate ai toni sanguigni e rugginosi delle foglie autunnali, le foschie che smussano gli angoli e i colori opachi alternati alla limpidezza azzurra che solo un cielo invernale può esibire.

Non riesco neppure a entusiasmarmi per i primi caldi primaverili, per i quali provo anzi molto fastidio, né per tutto questo giallo, bianco e verdolino, tre tinte che non amo affatto; l’estate è la stagione degli sprechi e delle chimere.

L’inverno è schiettamente avaro, la scarsità delle ore di luce costringe a elaborare strategie tempestive, l’oscurità precoce induce alla riflessione. E poi, si suda di meno. Ciononostante, molti momenti davvero indimenticabili della mia esistenza hanno il frinire delle cicale come colonna sonora e una scenografia composta di colori luminosi e brillanti, odore di mare o di resina, di crema solare e di sudore, e un ribollire caldo e vitale. Ricordi da custodire tenacemente, per non dimenticare ciò che sono stata in un evo sempre più distante.

Era un tempo in cui d’inverno  vivevo giornate insignificanti, raramente foriere di slanci memorabili, nell’attesa della stagione dalla quale mi aspettavo sempre un evento straordinario, chissà perché. Anche se, in effetti, l’allunaggio dell’Apollo 11, nel ’69, avvenne il 30 di luglio; perciò, pareva legittimo aspettarsi grandi cose dalla stagione estiva.

Come nel ’74, all’indomani del diploma in lingue. Partii per una vacanza in Sardegna, insieme alle due amiche che in quel quinquennio alla Manzoni si alternarono come compagne di banco: Mari del (forma felicemente contratta di un nome che detestava, Maria Ideale) e Linda. Durante il primo anno di liceo una simpatia istintiva ci avvicinò fin dalle prime settimane, poi venne la comunanza derivante dall’impegno politico (che per Linda fu vera e propria militanza) con i gruppi dell’area extraparlamentare della sinistra. Studiavamo spesso insieme a casa dell’una o dell’altra e trovammo anche il tempo di monitorare meticolosamente le manovre della professoressa di latino e letteratura italiana del primo biennio, ex bella donna appassita, amante del trucco pesante e dei tailleur color pastello. Mirava a imbastire una tresca tra suo figlio, militare di carriera come il padre, e una nostra compagna, contessa dal doppio cognome tanto bellina e diligente ma non proprio brillante. Ci facemmo l’idea che il figlio militare dovesse essere un povero sciocco che riusciva a stare dritto soltanto quando lo infilavano dentro una divisa. D’altronde, la nostra considerazione nei confronti delle forze dell’ordine a quell’epoca registrava un livello decisamente basso. Al terzo anno dismettemmo il latino e cambiammo la professoressa di letteratura, ma sta di fatto che quando finimmo il liceo la contessina e il militare erano fidanzati. Dopo la maturità avremmo intrapreso percorsi differenti:  io pensavo di iscrivermi a Lingue alla Statale, dove Linda probabilmente avrebbe optato per Filosofia, mentre Maridel era orientata su Pavia per Giurisprudenza. La vacanza sarebbe stata la celebrazione di una fine e di un inizio, si trattava di trasferire il nostro legame su di un piano differente, non più aggregato dalla frequentazione giornaliera. Non credevamo a anessun per sempre nemmeno allora, eppure sentimmo il bisogno di suggellare un simbolico impegno senza mai nominarlo.

 Tutto incominciò con un gesto clamoroso di dissociazione dai fidanzati di allora, tre amici accomunati dalla passione per le arrampicate: avrebbero trascorso il mese di agosto nel Tirolo austriaco a scalare falesie alpine e ci ammutinammo all’unanimità.

Partimmo per Piombino sulla A112 di Maridel, l’unica di noi che avesse già la patente; un traghetto sovraffollato ci condusse in Sardegna. Sbarcammo a Golfo Aranci in piena notte perché, a causa di un guasto, la nave era salpata con diverse ore di ritardo e, per poter essere ricevute nel residence dove avevamo prenotato, ci toccò aspettare le otto del mattino in auto, nel parcheggio antistante la struttura. Rammento che il nostro appartamento era in cima auna ripida scala, sulla quale ci inerpicammo trascinando il voluminoso bagaglio, ma godeva di una vista magnifica sul Golfo. Nessuna di noi aveva mai visitato quei luoghi, ci sembrava di assorbire una sorta di energia ancestrale da quella bellezza caratterizzata da colori violenti, profumi della macchia mediterranea e odore di salsedine, la morbidezza serica della sabbia e la ruvidità della corteccia dei sugheri sotto le dita. Era una bellezza che si percepiva con tutti e cinque i sensi, un’immersione totale e inebriante. Ci infiltrammo presto in una compagnia di amici provenienti dalla Toscana; spesso chiudevamo la serata sulla grande terrazza del nostro appartamento. La scoperta di certi micidiali rossi fermi, come pure di un paio di bianchi ristretti cosiddetti “da meditazione,” produsse riflessioni profonde e fondamentali che, sebbene difficili da ricomporre già la mattina dopo, sedimentarono nei nostri spiriti irrequieti instillando molti dubbi su scelte che ritenevamo acquisite. Di fatto, modificarono il corso delle nostre esistenze assai più delle prevedibili infatuazioni da villeggiatura, a cui avevamo subito assegnato la medesima durata delle cavigliere di perline colorate, che avremmo abbandonato rientrando a Milano.

Ancora oggi, non sappiamo decidere se – è quanto – le considerazioni pervasive e riluttanti a qualsiasi compromesso di quei giorni d’estate ebbero davvero l’effetto di deviare i nostri cammini. Io a volte ho la sensazione di avere solamente girato in tondo, più o meno a partire proprio da quel momento. Probabilmente, il fatto che di tanto in tanto ancora ne parliamo testimonia la rilevanza del contenuto polimorfo di quelle giornate; certamente attesta la piena realizzazione di un intento mai apertamente dichiarato, perché il nostro sodalizio ha resistito al tempo e ad alcuni distacchi, neanche di breve durata.

Tornammo dalle vacanze animate dal fermo proposito di ribaltare ogni accenno di programma precedente, soprattutto se suggerito o caldeggiato dai genitori. Reclamammo il diritto all’anno sabbatico e ognuna di noi lo interpretò in maniera differente. Invece, dai fidanzati scalatori prendemmo congedo definitivamente.

Linda partì per Londra da un giorno all’altro, cogliendo alla sprovvista tanto me che Maridel. Ci sembrò che se ne fosse andata con troppa fretta e credemmo di percepire una certa freddezza nel suo commiato o, meglio, un’evidente distrazione. Successivamente, ci convincemmo che la partenza repentina di Linda potesse avere delle ragioni non dette e non adducibili a un generico bisogno di cambiamento. Decidemmo che, in ogni caso, la sua reticenza doveva essere rispettata e la vicenda non fu mai chiarita. Rimane tuttora un mistero aleggiante attorno alla figura di Linda, della quale conosciamo la profonda onestà ma anche la riluttanza nel raccontarsi, l’esigenza di scomporre ed esaminare eventi e sentimenti prima di confidarsi, oppure di maturare la decisione di non farlo. Mora ed elegante, l’ovale dalla carnagione chiara e gli zigomi alti, gli occhi di velluto scuro dal taglio obliquo e un sorriso pericolosamente disarmante, ha sempre posseduto un fascino sfuggente che poteva distogliere da qualsiasi insicurezza, incutendo una certa soggezione. Io e Maridel eravamo quelle delle confessioni analiticamente impudiche. Maridel però taceva sui dispiaceri più profondi, sviluppando in seguito la tendenza a risolveredrasticamente le situazioni percepite come disagevoli; io raccontavo disastri e sconfitte scherzandoci sopra ed era un modo radicale di ricusare gli effetti di ogni evento negativo. Ognuna di noi nel corso degli anni ha elaborato e raffinato le proprie strategie difensive; non so fino a che punto abbiano funzionato.

Maridel, la bella Maridel dal corpo atletico e scattante, con i lunghi capelli biondi e voluminosi e gli occhi di un verde cangiante capaci di trafiggere o di passare serenamente oltre (la più pazza di noi), se ne andò a lavorare in un kibbutz israeliano in prossimità del confine libanese, attratta dai principii di condivisione e uguaglianza su cui si fondava la vita nelle comunità.

Mi ritrovai inaspettatamente sola, senza un prima a cui poter fare ritorno né un dopo verso cui migrare, e a quel punto la storia dell’anno sabbatico mi sembrò soltanto una scusa per perdere tempo. Decisi di andarmene anch’io ma per esplorare un percorso meno transitorio, benché improvvisato: Urbino e la facoltà di sociologia, istituita nel ‘70.

Trovai una sistemazione spartana, per definirla con un eufemismo, a un prezzo accettabile e i miei, pur non apprezzando affatto l’idea che fossi tanto lontana, vista la mia caparbietà decisero di sostenermi.

In uno studio televisivo illuminato come un Luna Park, il dibattito tra giornalisti alterna toni declamatori a obiezioni concitate; qualcuno sta dicendo qualcosa sulle larghe intese, anzi largheintese, termine che sembra risolutivo quasi come il germanico grosse koalition così caro a molti commentatori. Mio marito si è sottratto addormentandosi sulla poltrona di fronte alla mia. Ha il capo reclinato su una spalla (quando si sveglierà si lamenterà per il dolore al collo), la mascella ha ceduto verso lo stesso lato, la bocca è semiaperta e l’intero volto appare disassato. Mia madre aveva una posizione analoga, quando l’abbiamo trovata morta nel suo letto, il libro che stava leggendo appoggiata allo schienale le era sfuggito di mano. Era La bella estate, che aveva certo già letto insieme a tutte le altre opere di Pavese ma tanto non lo ricordava più, lo aveva scordato insieme a molte altre cose che le erano state care. Mi fa sempre impressione il disinteresse della mente per il corpo durante il sonno, lo spirito abbandona le membra in una scompostezza tanto simile a quella della morte. Continuo a guardare l’uomo che conosco da quasi quarant’anni con la curiosità fredda dello scienziato che sta valutando un fenomeno noto da tempo, tanto per accertarsi che non gli sia sfuggito un dettaglio.

Mi domando se non sia un errore ritenere che le relazioni affettive di lunga data  si consumino per le divergenze sui temi fondamentali, o per disaccordo su decisioni importanti; forse invece è sulle difformità più banali; sulle differenze riguardo a gusti e abitudini, su tutto ciò che all’inizio era meravigliosamente complementare, che una storia d’amore si deteriora. È questo il momento esatto in cui ci si rende conto che è finita?

Dunque, all’inizio di settembre del ’74 Linda era a Londra, Maridel in Israele e la prospettiva era di rivederci solo alla fine dell’anno sabbatico, quello a cui avevo rinunciato perché, a differenza delle mie amiche, non avevo alcuna idea per occupare produttivamente il periodo di sospensione. Si approssimava l’apertura dell’anno accademico, nel frattempo vagavo per Milano di giorno e di notte, dibattuta tra la smania di andare e la tentazione di restare. Un sabato pomeriggio entrai alle Messaggerie Musicali in Galleria Del Corso. Ero indecisa tra due album usciti da poco, Diamond Dogs di David Bowie e Second Helping dei Lynyrd Skynyrd, così mi misi a cercare una postazione d’ascolto ma erano tutte occupate. Mi misi in coda dietro a un ragazzo alto e robusto dai capelli biondi e lisci ben pettinati, gli occhi celesti intrappolati dentro un paio di occhiali dalla montatura squadrata e scura. Reggeva tra le mani It’s only rock’n roll degli Stones e 461 Ocean Boulevard di Eric Clapton e, invogliati dalle reciproche scelte, ci mettemmo a discorrere di musica, di artisti e di concerti. Finì che uscimmo dalla bolgia di un sabato qualsiasi alle Messaggerie e passeggiammo lungo il Corso, tirammo sera e raggiungemmo un gruppo di suoi amici  per cenare in un’osteria nei pressi della Certosa di Garegnano. Erano tutti più grandi di me di diversi anni, alcuni sposati, fu comunque una serata piacevole. Adriano aveva ventinove anni, una laurea in ingegneria e lavorava alla Pirelli. Non sapevo nemmeno fino a che punto avrebbe potuto piacermi e, in ogni caso, per i successivi quattro anni avrei vissuto a Urbino, pertanto accettai di vederlo nel breve periodo che precedeva il mio trasferimento senza nessuna aspettativa. Del resto, anche lui non pareva interessato a una relazione. E poi, dieci anni di differenza rispetto ai miei diciannove stabilivano distanze che esulavano dal divario anagrafico, aggravandolo.

All’inizio di ottobre, poco prima della mia partenza, andammo al Teatro Lirico per lo spettacolo di Gaber Anche per oggi non si vola. L’opera aveva esordito da pochi giorni ed era stata accolta da molte recensioni entusiastiche sui principali quotidiani milanesi, sicché  il Lirico era pieno, la platea ronzava di un brusio indistinto, in un continuo alzarsi e sedersi di persone che raggiungevano il loro posto. Quando le luci si abbassarono rapidamente fino a spegnersi del tutto, ogni rumore cessò. Era uno di quei  momenti perfettamente astratti e difficilmente replicabili in altri contesti, l’istante catartico in cui la mente e lo spirito, liberi da ogni pregiudizio cognitivo, si aprono all’attesa. Quando il sipario che occulta l’arco scenico si aprirà, succederà qualcosa e, qualunque cosa sia, siamo pronti ad accoglierla, entrando in una dimensione immaginaria eppure non meno vera di quella che consideriamo reale.

Nel buio del proscenio, intrappolato in un cono di luce, un uomo cercava un coniglio, “fa niente, stavo cercando un coniglio. Sì, ci avevo un coniglio che vi volevo far vedere, m’interessava sapere cosa ne pensavate. Pazienza, prima o poi uscirà da qualche parte”. Monologhi e canzoni, il sarcasmo amaro e il disincanto feroce di Gaber annientavano certezze e seminavano dubbi, facciamo pure finta di essere sani. L’uomo gesticolava, s’infervorava, sudava, sussurrava e tuonava, toni e pause magistralmente appropriati e calibrati, quella sera Gaber era il mio eroe: commovente, perdente, tragico eroe.

Uscimmo dal teatro piuttosto frastornati, seguitammo a parlare di ciò che definimmo “la metafora conigliesca”, disquisimmo su come inventarsi la propria leggerezza per poter volare, ci interrogammo su quante giornate  si potessero sopportare concludendo che no, anche per oggi non si vola.

Giungemmo in via Pepe, sul lato del Cavalcavia Bussa situato all’Isola, dall’altra parte la stazione ferroviaria di Porta Garibaldi e Corso Como. Adriano fermò l’auto, una cigolante Citroen 2 cavalli tenuta assieme con gli elastici, davanti a una vecchia casa di ringhiera.

“Io abito qui. Vuoi salire?”

Adriano, serio e riflessivo, l’atteggiamento pragmatico incline alla mediazione, le camicie azzurre  e le Clarks, gli occhiali fuori moda e lo sguardo un poco vacuo dei miopi che a tratti si faceva accigliato, ma probabilmente era solo concentrato nell’impegno di mettere a fuoco la realtà circostante. Lo avevo sbrigativamente catalogato come sessualmente imbranato, per via dei suoi modi anacronisticamente riguardosi e anche un po’ freddi, e non avevo capito niente.

Quella notte tornai a casa tardissimo; mio padre era all’estero per lavoro e mia madre mi fece una scenata che trovai incomprensibile, dato che nel giro di una settimana mi sarei allontanata di qualche centinaio di chilometri, decisamente al di fuori delle vane pretese di rispetto delle sue regole, sempre poste come ricatto implicito nella permanenza in ambito famigliare.

Partii per Urbino con l’animo leggero, felice di un allontanamento temporaneo ma consistente da Milano, dalla famiglia e dai soliti giri. Il futuro era un orizzonte lontano e non ancora del tutto delineato: il viaggio era appena all’inizio e ciò che avrei trovato lungo la strada avrebbe potuto influenzare i passi successivi, causando sviluppi non prevedibili. Cercavo di formare e mantenere un atteggiamento tanto flessibile da essere destrutturato, privo di contorni e barriere; infatti avevo scelto un titolo di studio adattabile ad ambiti assai differenti tra loro. Provavo a spiegare la mia deliberata vaghezza d’intenti a Linda e a Maridel nel corso di qualche infrequente contatto epistolare (quelli telefonici erano troppo complicati); ne derivò una corrispondenza  poco coerente, come se i discorsi, mancando la possibilità di ribattere all’istante, prendessero direzioni vicine ma parallele, perciò destinate a non incontrarsi mai.

Maridel concluse anzitempo la sua esperienza al kibbutz.  

“Troppe regole, sembrava di stare dentro una caserma, e una fatica immane dal mattino alla sera. Non so come mi sia venuta in mente una cosa del genere, dovevi fermarmi”, mi disse quando rientrò a Milano sei mesi più tardi.   Tuttavia, durante quel periodo aveva deciso di laurearsi all’Accademia di Brera per dedicarsi all’insegnamento di Storia dell’Arte.  A Londra, Linda aveva trovato un impiego soddisfacente e un fidanzato musicista con il quale faceva lunghe passeggiate nell’umidità di Hyde Park.

Gli anni di Urbino sono una sorta di avanti veloce di un vecchio nastro magnetico: le voci e i suoni si sovrappongono in un brusio confusamente piacevole. Era un tempo posato sopra un piano inclinato ed è scivolato via, così conservo la memoria dei ricordi e non dei fatti, che appaiono indistinguibili, avvolti da una foschia rosata come quella che, in certe mattine d’inverno, occultava la città vecchia.

Quando tornavo a Milano per alcuni giorni, mi incontravo con Maridel per delle chiacchierate interminabili e apparentemente sconclusionate, flussi di coscienza che riuscivano miracolosamente a integrarsi per approdare a una forma di comprensione subliminale. Talvolta vedevo anche Adriano; tuttavia, la nostra rimaneva un’amicizia che non ambiva affatto a mutare in una relazione sentimentale: condividevamo molti interessi, amavamo argomentare le reciproche e numerose divergenze, a volte facevamo sesso senza alcun vincolo di esclusività.

Io e Maridel ci laureammo entrambe nella primavera  del ’79; Linda lasciò Londra e tornò a Milano nello stesso modo inaspettato in cui se ne era andata. Eravamo di nuovo piantate nel bel mezzo di un’allegoria, ferme a un crocevia o, più prosaicamente, alla fermata di un autobus, sperando che ne arrivasse uno e che non fosse troppo pieno.

Ma era di nuovo estate, e impiegammo i pochi soldi guadagnati con lavori a scadenza per un’altra vacanza celebrativa. Scegliemmo la riviera marchigiana perché costava poco; vivemmo due settimane spensierate che ci servirono per riconoscerci, ritrovarci e ricominciare. Poco dopo il rientro a Milano, Maridel conobbe Max, bello e dai modi innegabilmente aristocratici, e in effetti era il danaroso discendente di una nobile stirpe di siciliani con evidente apporto di sangue normanno. Si trattò da subito di una cosa seria, tanto che si sposarono l’anno successivo. Nel frattempo Linda, in società con due amici conosciuti a Londra,  stava rilevando una libreria nei pressi del Politecnico, mentre io avevo trovato impiego in un istituto privato di ricerche statistiche.

 Il matrimonio di Maridel ebbe luogo a Palermo, città di origine dello sposo (che abitava con la famiglia a Milano)  dove vivevano numerosi parenti e amici.

Erano i primi giorni di settembre, le giornate un poco più corte ma ancora calde; fu una festa chiassosa, fastosa e divertente ma passai ben  poco tempo con le mie amiche. Gli sposi partirono la sera stessa per la Giamaica; Linda l’indomani doveva essere a Milano di primo mattino per impegni legati all’acquisizione della libreria e qualcuno l’accompagnò a Punta Raisi.

Nella confusione dei saluti, con il sole calante alle spalle della villa sontuosa che ci aveva ospitati, mi ritrovai accanto a Vittorio, il fotografo milanese e conoscente del fratello  di Maridel, cocciutamente ingaggiato da questa per un personale servizio fotografico nonostante la presenza di altri due professionisti, assunti dalla famiglia dello sposo.  Mi ero già ritrovata a osservare i suoi movimenti quasi furtivi, intanto che cercava di immortalare gli sposi senza che essi se ne accorgessero; aveva fatto la stessa cosa con noi tre, nelle poche occasioni in cui ci eravamo appartate. Poteva assomigliare a un paparazzo, eppure rievocava piuttosto le strategie di un predatore. Non molto alto, il corpo snello, aveva movenze energiche e fluide alternate a scatti repentini; il volto aguzzo, incorniciato da folti capelli castani e gli occhi scuri e allungati dallo sguardo penetrante, mi fecero pensare a un piccolo carnivoro grazioso e letale, come tanti mustelidi. Ad accrescere l’affascinante stravaganza del suo aspetto si aggiungeva la voce baritonale dal timbro caldo e denso, proveniente da profondità inaspettate per una cassa toracica di proporzioni modeste. Me ne accorsi quando mi rivolse la parola dicendo qualcosa che non ascoltai, troppo stupita da quel registro vocale corposo e vibrante.

Vittorio parlava e io provavo ad aferrare un’impressione sfuggente, l’immagine istintiva che si abbozza durante un primo approccio, ma faticavo a comporla. La postura tesa, lo sguardo implacabilmente dritto, la gestualità lenta spezzata da movimenti bruschi e improvvisi e anche l’uso calcolato della voce, insinuavano il sospetto di un impulso latente all’autoaffermazione che trovavo conturbante e sgradevole in uguale misura.  Restai appesa a una delle tante pause con il fiato un poco affannato e lasciammo insieme il villone nei pressi della spiaggia di Mondello per tornare in città. Era ancora estate e mi sarei trattenuta a Palermo per qualche giorno; Vittorio aveva lo stesso programma. Guidava un’auto a noleggio e si diresse al suo albergo per riporre l’attrezzatura.

“Sono sposato. E ho una figlia  di due anni”, disse a un tratto, guardando la strada trafficata e aspettando la mia reazione alla frase, scagliata come un sasso contro una vetrata di cristallo. Gli posi una mano sul braccio affinché mi guardasse in faccia mentre replicavo:

“Non credo proprio che a Milano le nostre strade torneranno a incrociarsi, e non so neanche se mi interessa. Probabilmente, no”.

Quante sciocchezze si possono dire dentro una notte d’estate, in un luogo sconosciuto.

Tornai al mio albergo la mattina successiva solo per saldare il conto e prendere il bagaglio,  e mi trasferii nell’appartamento che Maridel aveva affittato per Vittorio, nei pressi del Teatro Massimo.

Avevamo cinque giorni per conoscere Palermo e sei notti per dedicarci ad altre esplorazioni, all’interno di una curva temporale chiusa e dalla durata effimera, dove la curiosità si accompagnava al desiderio puro ed essenziale, disunito da qualsiasi sentimento.

L’alloggio si trovava in una strada secondaria sporca e silenziosa,  all’ultimo piano di un bell’edificio con una larga scala in marmo odorosa di cera. Una notte rimanemmo a sussurrare davanti alla finestra spalancata, le mani nelle mani, il respiro dentro il respiro.  Si sussurra sempre, nell’oscurità notturna, e le parole fluttuano nell’aria gentile rendendo credibili gli intrecci piu improbabili.

In quei giorni scandagliammo le stratificazioni di una città ingarbugliata e dissonante, dove nulla poteva avere un’interpretazione univoca. Su via Maqueda e via Vittorio Emanuele, le vie che conducono a Piazza dei Quatro Canti, delimitata da quattro splendide facciate barocche e da cui si dispiegano i quattro Mandamenti principali, erano affollate a ogni ora del giorno e della sera.  Vittorio camminava con l’occhio incollato al mirino della Leica: cercava la luce e l’ombra, fermava gesti ed espressioni della gente per strada, coglieva la noia rassegnata dei cavallini dal manto lustro attaccati alle carrozze in attesa di turisti, documentava puntigliosamente la decadenza di certi meravigliosi palazzi antichi dalle facciate con l’intonaco scrostato e i decori sbreccati, inseguiva un giovane cieco che procedeva spedito con la testa alta, come se fiutasse l’aria,  ponendo il bastone bianco davanti ai suoi passi con la metodica determinazione di un rabdomante, sinistra destra, sinistra destra.

Cerco l’anima nobile di questa città orgogliosamente sciatta”, disse un giorno, “Palermo è una vecchia dama altera che in gioventù si è concessa a tanti, trattenendo da ognuno qualcosa. Sembra fiera del suo passato e incurante delle crepe che il tempo e la trascuratezza hanno inciso sulla sua pelle coriacea”.

Una mattina ci infilammo nella baraonda del mercato di Ballarò: dentro vie anguste incombevano sequenze contrapposte di banchi, così vicine che ombrelloni e tende toccavano quelli dei dirimpettai creando un’unica, interminabile zona d’ombra. Cibi cotti, tranci di pesce fresco, salumi e formaggi, frutta e verdura esposte in un tripudio di colori e aromi, imbonitori consumati che urlavano decantando le loro merci. Ne uscimmo arruffati, le orecchie sature di rumori e le narici permeate da sentori vari che lottavano per sopraffarsi l’un l’altro; fu un’immersione in una vitalità con un innegabile tratto di selvatichezza primitiva.

Arrivò in fretta il giorno della partenza; io presi un volo per Milano e Vittorio per Roma, dove era atteso per un servizio a un evento di qualche tipo. Ci salutammo senza nostalgie per quei tempo breve, singolare e magnifico.

Tornando a Milano, considerai che l’assenza di Adriano perdurava da un periodo insolitamente lungo. La nostra amicizia non aveva mai comportato la narrazione vicendevole delle storie con altre persone, semmai solamente un accenno. In quelle circostanze ci si vedeva raramente e il sesso veniva tacitamente bandito. Fino a quel momento nessuna relazione era durata abbastanza a lungo da mutare l’andamento del nostro rapporto. Quella volta, però, fu diverso, perché Adriano si innamorò sul serio, lasciò la casa di via Pepe e andò a vivere a Genova con Rossana. Seguitammo a sentirci per alcune settimane, ma la conversazione si arroccava su argomenti sempre più generici, eravamo frenati da una specie di titubanza. L’antica intimità, corroborata da un codice lessicale esclusivo fatto di sintesi e allusioni solo a noi comprensibili, andava via via scemando fino a diventare un retaggio imbarazzante da cui prendere le distanze. Finimmo per perderci di vista senza affrontare l’epilogo di qualcosa che, mancando la legittimazione del riconoscimento, era come se non fosse esistito.

Era primavera inoltrata, avevo pranzato al Gin Rosa e uscendo mi trovai davanti Vittorio.

“Ciao, ci tenevo a darti questa e mi sono ricordato che vieni spesso qui, per la pausa pranzo”, disse porgendomi una busta. Dentro c’era la stampa di una fotografia in grande formato e rammentai che me l’aveva scattata una notte, nell’appartamento di Palermo. Era un primo piano in bianco e nero del mio viso: spiccava nella penombra fitta, rischiarato da una debole luminescenza laterale e parzialmente velato dalle spire di fumo della sigaretta che reggevo tra medio e indice della mano, appena al di sotto del mento. I miei occhi erano socchiusi per sottrarsi al fastidio del fumo,  ma scorgevo qualcosa di selvaggiamente felice nello sguardo, un’espressione appagata e audace. Rammentavo perfettamente quell’istante e pensai che non mi era mai capitato di sentirmi completamente dentro un presente libero da qualunque prospettiva futura, nient’altro che quel singolo, magnifico pezzetto di presente.

I miei colleghi si erano allontanati con discrezione, no i rimanemmo impalati sotto la galleria di Piazza San Babila in mezzo alla gente che andava di fretta.

“Grazie, è molto bella”

“Sì, lo è. Posso chiamarti?”

Quando io e Vittorio ci rivedemmo, mi rivelò di avere sviluppato i rullini degli scatti di Palermo soltanto poche settimane prima. Li aveva relegati in fondo a un cassetto aspettando che il ricordo si appiattisse, perdendo spessore e densità; invece, guardando quelle immagini, aveva ritrovato le emozioni intatte e nitide, insieme al desiderio inderogabile di riviverle. Da parte mia, rievocavo spesso con le mie due amiche il breve interludio che definimmo scherzosamente “le cinque giornate di Palermo”, alimentando la speranza di rivedere Vittorio. Benché non ci fossimo scambiati i numeri di telefono, sarebbe bastato rivolgersi al fratello di Maridel per rintracciarlo, ma avevo preferito che fosse il caso a decidere.

Fu una bella estate e le cose ci sfuggirono allegramente di mano. L’incontro dell’anno precedente aveva lasciato una piccola traccia, il preludio di un sentimento. Invece di svanire, si era annidata in un angolo riparato dei nostri pensieri. Era rimasta sempre lì, quieta e tenace, nutrendosi di un inconfessato rimpianto, pronta a tenderci un agguato e sopraffarci senza trovare resistenze.

Lasciai la casa famigliare per agevolare i nostri incontri e non fu semplice spiegare ai miei l’improvviso desiderio di indipendenza. Mia madre, dopo la permanenza a Urbino per gli studi universitari si era rassegnata al mio continuo sfuggirle, che però rimase sempre un tacito motivo di recriminazione. La relazione con mio padre, al contrario, sembrò trarre beneficio dall’allontanamento fisico: prendemmo l’abitudine di cenare insieme ogni lunedì, a volte andavamo al cinema o a fare compere insieme al sabato pomeriggio. Gli piacevano molto certi negozi come le Messaggerie Musicali o Fiorucci e Gemelli, bel negozio di abbigliamento in Corso Vercelli. L’intenzione era quella di farmi compagnia, ma non ricordo di averlo mai visto concludere quei pomeriggi a mani vuote.

Un paio d’anni dopo Maridel, la quale si era separata da Max a causa di una irrisolvibile incompatibilità di approccio alle cose, per usare le sue parole, si vedeva con Guido, un tipo decisamente interessante e con una caratteristica che lo accomunava a Vittorio, cioè una moglie. Frattanto, Linda si era collocata sul versante opposto di queste storie ed era moglie felice, in attesa del primo figlio. L’anno seguente, Maridel ebbe un figlio da Guido; sebbene questi si fosse separato non vivevano insieme ma il loro rapporto sembrava funzionare benissimo.

Dal 1980 all’85 si susseguirono diverse belle estati: la moglie di Vittorio nei mesi di luglio e agosto soggiornava a casa dei genitori all’Argentario e Vittorio stava da me. Ci godevamo la città afosa e tranquilla, trascorrevamo fine settimana al lago o al mare. Per il resto dell’anno, i nostri incontri si insinuavano a fatica tra il lavoro e gli impegni famigliari di Vittorio. A un certo punto prendemmo a ipotizzare un futuro assieme, non appena sua figlia fosse cresciuta abbastanza da consentire alla moglie di riprendere a lavorare, riappropriandosi della sua autonomia. La nostra storia durò fino a quando ci credetti. Poi, arrivò l’estate dell’85.

Linda e Maridel condividevano le gratificazioni e le ansie derivanti dall’essere madri.  Nei miei confronti svilupparono un atteggiamento protettivo e un poco condiscendente, molto materno, che da un lato mi confortava e dall’altro mi irritava. Eppure, ci legava una consapevole dipendenza affettiva e intellettuale che gli anni, le esperienze differenti e persino le deliberate omissioni avrebbero solo potuto rafforzare.

Nell’estate dell’85 Vittorio aveva accettato più impegni professionali di quanti sarebbe stato ragionevole assumere, sicché era stanco e nervoso, oltre che sempre in giro. Quando veniva da me avevo la sensazione di dovermi sorbire  la noia di un marito scialbo e brontolone, senza neppure i benefici derivanti da un’unione formale; lui, probabilmente,  si ritrovava a dividersi tra due mogli specularmente fastidiose. Così, quando mio padre mi chiese di accompagnarlo a Carpineti, nell’appenino reggiano, dove uno zio gli aveva appena lasciato in eredità un casino di caccia, qualunque cosa ciò volesse dire, accettai con entusiasmo perfino esagerato. Mia madre non aveva avuto voglia di spostarsi dalla casa sul lago d’Orta dove si erano trasferiti dopo la pensione, e a lui piaceva guidare solo se aveva accanto qualcuno con cui parlare. Dovemmo prima passare da Correggio, paese d’origine del ramo paterno, per sottoscrivere alcune carte da un notaio; ne approfittammo per salutare alcuni parenti e trascorrere un paio di giorni in loro compagnia. Ci muovemmo da Correggio in una mattina senza sole, il cielo incombente di un grigio ferroso. Carpineti distava poco più di una cinquantina di chilometri di strade statali e provinciali; il traffico era davvero scarso nella settimana che precedeva il ferragosto e, a mano a mano che salivamo, sull’orizzonte si ammassavano nubi  nere e viola. Due lampi bianchi squarciarono l’oscurità del cielo; mentre la nota grave di un tuono fragoroso vibrava contro i finestrini della Peugeot di papà incominciò a piovere a dirotto. I tergicristalli spandevano schizzi d’acqua a destra e a sinistra, la strada era scomparsa dietro una cortina di pioggia furibonda. Procedere era impossibile, benché fossimo quasi arrivati; ci rifugiammo sotto un cavalcavia appena prima che iniziasse a grandinare. Da quel parziale riparo osservammo la grandine stendere un tappeto bianco sulla strada; non passava nessuno.

“Papà”

“…sì?”

“Vittorio non è separato, è sposato”

“Ah, lo avevo capito da un pezzo”.

Un colpo di vento scaraventò un chicco di grandine grande come una palla da tennis contro il parabrezza dalla mia parte, con un tonfo attutito e una piccola esplosione. Istintivamente mi buttai vicino a mio padre, che mi circondò   le spalle attirandomi a sé mentre il vetro andava in frantumi, generando una ragnatela sempre più ampia.

Allora, a causa di non so quale bislacca connessione, un ricordo rimosso da tempo si srotolò nella mia mente, preciso e vivido. Autunno ’73, uno di quelli cosiddetti caldi. Invece di essere a scuola, insieme a Linda e a Maridel sfilavo in un corteo di manifestanti diretto verso Piazza del Duomo. In via Dante, scorsi mio padre uscire da un bar e fermarsi sulla soglia. Cingeva le spalle di una bella signora bruna, con un elegante soprabito chiaro e io mi fermai di botto, suscitando le imprecazioni di un paio di compagni. Linda e Maridel mi presero a braccetto e ripresi a camminare. Fu Linda a rispondere alla domanda che non avevo espresso, “sì, era proprio tuo padre”, e fu sempre lei che quando ne parlammo intervenne, categorica.

“Non c’è ragione per cui tu debba affrontarlo e pretendere una spiegazione”

“Giusto. È tuo padre ma sono affari suoi e, semmai, di tua madre”, aggiunse Maridel. Le ascoltai, feci di meglio: mi scordai dell’episodio. Certo che la memoria funziona con dei meccanismi bizzarri: non perde nulla, mette sotto chiave, finché un insospettabile fattore scatenante non fa saltare la serratura del cassetto.

“Papà, chi era la donna alta e bruna che frequentavi nell’autunno del ’73?”, chiesi all’improvviso e ascoltando le mie parole mi accorsi di quanto la domanda fosse vaga e contemporaneamente circostanziata.  Non finse neanche per un attimo di non capire.

“E tu come fai a sapere…”

“Ti ho visto. Via Dante, sfilavo in un corteo di non so più quale manifestazione”.

“Ormai non ha più nessuna importanza, anche se allora ne ebbe parecchia“

“Perché sei rimasto con la mamma?”

Ci mise un po’ a rispondere, quasi fosse una questione ancora  irrisolta.

Tua madre è una persona fragile e io ho promesso di prendermene cura. E poi c’eri tu, non sapevo che effetto avrebbe potuto farti una separazione. Sai, queste storie finiscono così, nella maggior parte dei casi”.

Il vento gettava secchiate d’acqua sotto il cavalcavia scuotendo l’auto, alcuni rami degli alberi che fiancheggiavano la strada si spezzavano con uno schiocco, subito dopo li vedevamo volare attraverso la pioggia battente. Restavo rannicchiata nell’abbraccio di mio padre, pensando (del tutto inopportunamente) a quali ricordi avrebbero serbato dell’estate i due coraggiosi magistrati siciliani costretti, per motivi di sicurezza, a passare le vacanze con le famiglie nel carcere dell’Asinara.

La bufera cessò all’improvviso, lasciammo cautamente il nostro rifugio e riprendemmo a salire verso Carpineti. Il casino di caccia,” naturalmente, si trovava in mezzo a un bosco; a un certo punto scendemmo dall’auto e indossammo gli stivaloni di gomma che papà aveva saggiamente portato con sé. Scavalcando rami caduti e scivolando nel fango, con l’acqua che cadeva dalle chiome degli alberi come se piovesse, raggiungemmo una radura e ci fermammo a contemplare il rudere che sorgeva proprio nel mezzo. Era una piccola costruzione in pietra con alcune feritoie laterali, dal tetto sfondato sbucavano rigogliose le fronde di una pianta. Dopo  qualche momento, ci guardammo e  scoppiammo a ridere.

“Lo zio Venanzio è sempre stato un burlone, apparteneva al ramo balordo della famiglia di mio padre. Era tale e quale suo nonno che si giocò anche la tomba di famiglia, tant’è che nel loculo a lui riservato trovarono un tizio con un documento controfirmato   attestante la cessione dell’ultima dimora (gli altri beni se ne erano andati da un pezzo) per saldare un debito di gioco

“In fondo, non avresti saputo cosa fartene, di un casino di caccia”.

Quel breve viaggio è uno dei ricordi più belli che ho della storia con mio padre, rappresentò il livello di connessione più elevato. Non smisi mai di essere figlia, però da quel giorno ci riconoscemmo come due adulti uniti non da una casuale consanguineità, piuttosto dalle assodate similitudini di spiriti affini.

Sulla fragilità di mia madre mantenni molte riserve fino a quando mio padre non morì nottetempo e quasi di soppiatto, solo, in una grigia stanza d’ospedale inseguendo i suoi ragni sul muro.  In quel momento m’imbattei nelle manchevolezze strutturali di mia madre,  aggravate dall’età avanzata e dalla vedovanza.

L’estate si stava allontanando con languida morbidezza, quasi con allegria. Io e Vittorio eravamo due amanti stanchi aggrappati a delle abitudini faticose e a un tratto ci rendemmo conto che potevamo liberarci da quel peso. Il nostro addio fu curiosamente simile al commiato di Palermo, privo di astio e di nostalgia. Semplicemente, eravamo arrivati alla fine della storia; questa volta sapevamo che sarebbe stato definitivo.

Credo che le epoche si chiudono così, all’improvviso”, diceva il bel Marcello Mastroianni nel film di Scola La Terrazza, che avevo visto al cinema con mio padre quando uscì, nell’80. Il rimpianto arrivò molto più tardi, insieme al dubbio che fossimo stati troppo frettolosi nel considerare esaurito un sentimento che, viceversa, reclamava un’evoluzione per la quale ci mancò il coraggio.  Mi capita tuttora di guardare la foto che Vittorio mi scattò quella notte lontana a Palermo, cercando di ripescare il ricordo della profonda percezione di sé e di un appagamento assoluto.

Comunque, la suggestione del film di Scola ispirò una serie di riflessioni amare che non esitai a rovesciare addosso a Linda e a Maridel.

“Ma noi che volevamo fare la rivoluzione, dove siamo adesso? A me pare che ci troviamo sulla terrazza del film di Scola, magari la Terrazza Martini. Celebriamo il nostro  fallimento durante una interminabile, atroce cena in piedi, mentre con una mano reggiamo un piattino ricolmo di schifezze e con laltra un calice di vino bianco, così  non sappiamo come fare a mangiare. Forse siamo diventati dei pribilegiati depressi, senza neanche l’immaginazione temeraria degli intellettuali autentici”.

Ne seguivano riflessioni, obiezioni, argomentazioni e dibattiti, e misericordiosi tentativi di sdrammatizzazione.

“Zoe, cambia lavoro, fai un bel viaggio o dedicati al volontariato, oppure adotta un gatto abbandonato”, suggeriva seria Linda e Maridel rilanciava:

Anche un fidanzato nuovo non sarebbe una brutta idea”.

Cambiai lavoro, rimandando le altre opzioni suggerite a un momento più favorevole.

Poco prima di Natale ricevetti la telefonata di Adriano, che non sentivo da alcuni anni. In quel frattempo si era separato da Rossana; confessò di trovarsi a Milano da diversi mesi e di avere avuto bisogno di un tempo di isolamento e di decompressione, per liberarsi dalle scorie di un’esperienza corrosiva. Non andò oltre, né io gli riferii granché della mia vicenda con Vittorio, di tutto ciò che mi aveva dato e di quello che mi aveva tolto. Ricominciammo a vederci trattenuti da un’inedita cautela, provando a capire quanto e come fossimo cambiati nei cinque anni di lontananza, che rimanevano protetti dalla reticenza. Tuttavia, a poco a poco riscoprimmo il codice dei gesti e del linguaggio, uguale a prima eppure differente, più attento e generoso.

All’inizio dell’anno nuovo, Adriano si mise cercare un appartamento da acquistare e mi trascinò nell’impresa, pretendendo il mio supporto. Aveva del denaro da investire e l’ostinata esigenza, finalmente soddisfabile, di possedere lo spazio in cui abitava.  Era una vecchia fissazione che avevo sempre faticato a comprendere: come mio padre, avevo preferito pagare un affitto e mantenere uno stile di vita che non implicasse troppe rinunce. Di conseguenza, non avevo mai risparmiato abbastanza da pensare a un investimento; forse è dpeso dall’apporto genetico del ramo balordo della famiglia ed è una comoda auto assoluzione.

Eravamo alle soglie dell’estate quando Adriano individuò l’alloggio che più corrispondeva alle sue necessità; per dimostrarmi la sua gratitudine per la collaborazione solidale e alcuni utili consigli, mi invitò a trascorrere la settimana di ferragosto a Malta, dove un amico gli aveva messo a disposizione un alloggio in un residence sulla costa.

Fu una bella vacanza, un tempo lungo e lento che ci permise di recuperare un’intesa già sperimentata, rafforzata da una sollecitudine affettuosa.

Nei mesi che seguirono, con la scusa di aiutare Adriano a sistemarsi passavo più tempo a casa sua, in via Melzo, che nella mia, in via Varesina. Abitava all’incrocio con via Malpighi e dalle finestre si scorgeva Casa Guazzoni, la dimora signorile dal corpo doppio a forma di L. Sulla stessa via sorgeva Casa Galimberti e i magnifici palazzi rappresentavano due visioni differenti del liberty milanese dei primi anni del ‘900.

 Quando Adriano mi chiese di sposarlo  mi sembrò naturale accettare: era l’esito logico prevedibile fin dall’inizio, sebbene ritardato da  qualche distrazione magari funzionale, o forse avevo soltanto girato in tondo.

Maridel aveva ottenuto l’assegnazione di una cattedra al Liceo Linguistico Manzoni, lo stesso in cui ci diplomammo; non si trovava più in via Manin, nello splendido e cadente Palazzo Dugnani ma in via Rubattino. Linda era sempre presa dall’organizzazione di eventi e presentazioni di libri e autori nella sua libreria e io avevo lasciato l’Istituto di Ricerche Statistiche per dedicarmi alle ricerche di mercato in una multinazionale del setttore alimentare. Continuammo a vederci anche dopo il mio matrimonio ritagliandoci degli spazi riservati ed esclusivi e i nostri compagni s’incrociarono solo occasionalmente.

Nel corso degli anni, la relazione sentimentale di Maridel con il padre di suo figlio ha mantenuto un decorso saldamente stabile, Linda invece ha dovuto affrontare una separazione dolorosa. Si è sforzata a lungo di capire a che punto della storia lei è suo marito si fossero disgiunti allontanandosi sempre di più,  come e perché ciò fosse avvenuto, finché tale infruttuosa indagine non perse d’importanza. Recentemente ha rivisto un uomo incontrato anni addietro, quando era ancora sposata, per il quale aveva covato una sincera attrazione, sottraendosi decisamente per evitare complicazioni e dilemmi che non intendeva sperimentare. Non è ancora chiaro che ruolo potrà avere nella sua vita attuale; in ogni caso il suo equilibrio si poggia sui molteplici interessi e su di una solida rete di amicizie storiche.

. Linda si è sempre curata di custodirle, in modo che l’accompagnassero durante tutta la vita. Al contrario di me, che per trascuratezza o progressivo disinteresse ho lasciato indietro molti affetti che, almeno per un certo periodo, mi erano parsi inalienabili.

 Ma dicevo dell’estate, che non mi piace più. Eppure, io e Adriano abbiamo avuto molte belle estati, in venticinque anni di matrimonio. Quando svolgevamo entrambi delle professioni impegnative, rappresentavano una dimensione spazio temporale alleggerita dai condizionamenti di orari e obblighi quotidiani, in cui dedicarsi alla contemplazione dei luoghi e alle chiacchiere oziose, godendo della reciproca vicinanza. Qualcosa è cambiato l’anno scorso quando Adriano, più vecchio di me di dieci anni, è andato in pensione e io ho accettato un’offerta di prepensionamento, conseguente all’ennesimo cambio di proprietà della multinazionale dove lavoravo. Pensavo con soddisfazione al ritmo differente che avrei potuto imprimere alle mie giornate, a un tempo dilatato dove collocare senza sforzo affetti ed interessi, antichi e nuovi. Come una lunga estate, per molti versi, e i primi tempi è stata una sorta di ebbrezza euforica per tutto il tempo di cui disporre liberamente e insieme. Dopo un po’ il nostro appartamento (tutt’altro che piccolo) ci è sembrato uno spazio esiguo, non più da coabitare ma da spartire cercando di non infastidirsi a vicenda, tanto che abbiamo preso ad aggirarci con circospezione, imbarazzati da abitudini difficilmente conciliabili. Viaggiamo più spesso, adesso che non abbiamo più nessuno da chiamare per dire che siamo arrivati a destinazione sani e salvi. Siamo liberi, ed è una consolazione malinconica.

Solo quando siamo altrove sembriamo recuperare la disinvolta complicità che ha sempre caratterizzato il nostro stare insieme, ma dura fintanto che siamo lontani da casa. Sarà forse per questo che qualche tempo fa Adriano vagheggiava di lasciare Milano per andare a stare in qualche campagna. In altri tempi, avrei opposto un perentorio non se ne parla nemmeno; ho preferito lasciarlo dire ostentando un silenzioso disinteresse.

Ultimamente esce spesso per conto suo, dice di andare a trovare questo o quell’amico, persone con le quali ha riallacciato rapporti che prima non aveva tempo di coltivare. Ne sono sollevata ma non posso fare a meno di notare un suo allontanamento più significativo, fatto di silenzi e di un’inspiegabile leggerezza che gli mette un’allegria segreta, eppure trasparente. Ora, vorrei sapere se mi abbia mai amata veramente o se ero solamente l’ultima rimasta, quindi per forza quella giusta. Posso immaginare la sua espressione costernata, se lasciassi cadere la domanda davanti al giornale che sta leggendo e conosco anche la risposta, ma non so se ci credo ancora. Io, invece, non saprei cosa rispondere.

Da qualche tempo Vittorio mi appare in sogno: sono situazioni nelle quali finisco per essere sempre perdente e mi risveglio in preda a una frustrazione angosciosa. A volte ho la sensazione che questi sogni mi stiano portando via, per quanto siano infelici. Si comportano come  una specie di malevola macchina del tempo che mi riconduce a un’epoca passata, dove ho la possibilità di assistere a mille versioni del medesimo esito infausto, sapendo già come andrà a finire e non potendo cambiare nulla. È di nuovo un girare in tondo in una curva temporale chiusa; dovrei provare a essere abbastanza veloce da farmi scagliare fuori da questa traiettoria avvilente. Ne ho parlato con Linda e Maridel  porgendo la faccenda con la solita autoironia mendace, così non so se abbiano intuito la profondità del mio malessere.

In virtù di vicissitudini governate dal caso, abitiamo nella stessa zona, tra Porta Venezia e Piazzale Loreto: io in via Melzo, Maridel in via Andrea Doria e Linda in via Carlo Poerio. Ci troviamo spesso al Bar Picchio, giusto accanto a casa mia: è un bar vecchiotto che si conserva più o meno uguale a se stesso dal ’69, infischiandosene delle mode e del tempo che passa. È venerdì pomeriggio; c’è una domanda piazzata di sbieco in un angolo in penombra della mia coscienza da diversi giorni, e adesso devo proprio buttarla fuori.

“Ma almeno una di noi tre è riuscita a fare la vita che voleva?”

Maridel è la prima a riscuotersi dallo sconcerto.

“Zoe, questa è una domanda veramente stronza, oltre che inutile. Io poi ho cambiato idea almeno quattro volte, sulla vita che volevo, e credo che sia normale”

“ Io non sempre ma adesso sì, sono dove vorrei essere, e sto bene”, replica Linda.

“Credo che Adriano si veda con un’altra”,  dico allora, esponendo i miei dubbi.

Dopo molte congetture e perplessità, decidiamo che sabato sera, in occasione di un impegno annunciato con gli amici, lo seguiremo. L’alternativa sarebbe affrontare la questione in modo diretto (e adulto), ma semmai lo farò in seguito.

“Dai, almeno se per caso se ne accorge non sei da sola a fare una figura di merda”, conclude Maridel e le sono grata per la scemenza che ha appena detto. Se scoprirò una verità spiacevole, non sarò da sola a fronteggiarla: questa è la vera ragione di una determinazione apparentemente poco ponderata ed è una cosa che sappiamo, non c’è bisogno di dirla.

Come se fosse facile, un inseguimento  in auto a Milano un sabato di aprile alle nove di sera, senza farsi scoprire. Maridel guida in un modo atroce, cercando di mettere in pratica quello che legge sui romanzi gialli che tanto ama e alla fine arriviamo in fondo a via Ripamonti, dove Milano sembra finire ma è solo un’impressione, per via delle risaie adagiate appena più in la. Due signori anziani e piuttosto corpulenti vanno incontro ad Adriano, strette di mano e pacche fraterne sulle spalle, poi entrano in un locale. L’insegna recita CIRCOLO CGIL – BOCCIOFILA RIPAMONTI”, una locandina annuncia il Grande Torneo di Primavera, precisando date e costo dell’iscrizione.  Noi  rimaniamo un poco discoste, acquattate nell’utilitaria di Maridel, tre signore quasi sessantenni che sghignazzano come  adolescenti cretine. D’altronde,  la sorellanza si esprime anche in questo modo.

Stamattina osservavo mio marito che leggeva il giornale e avrei voluto domandargli se ieri sera si fosse qualificato al girone successivo del torneo di bocce. Non l’ho fatto, se desidera tenere per sé questa passione innocente ha il diritto di farlo, benché me ne sfugga il motivo: abbiamo sempre avuto rispetto per gli spazi privati dell’altro e anche per le zone di diniego. Ho ripensato alle battute irriverenti che molti anni orsono ci scambiavamo sui pensionati alla bocciofila, e magari la ragione dell’omissione di Adriano ha a che fare con la difficoltà ad ammettere un declino previsto, eppure spiazzante.

Io dovrò in ogni caso vedermela con gli scomodi interrogativi che ho incautamente sollevato, ponendomi in mezzo a una tempesta disabbia. Oppure, Maridel potrebbe avere ragione sostenendo che certe domande ormai sono crudeli e vane. Desideri e aspirazioni variano con lo scorrere della vita, e quando le risposte sono tardivamente sovversive, sono le domande a essere sbagliate.    

Ma dicevo dell’estate. A quest’ora di un tardo pomeriggio primaverile di bel tempo, c’è una luce calda che accende le finestre e sfiora i decori della facciata di Casa Guazzoni. È carezzevole come un’illusione, ammaliante come una promessa. Tra poco arriverà l’estate, e potrebbe essere un’altra bella estate.

Que reste-t- il de nos amours

Que reste-t-il de ces beaux jours

une photo, vieille photo

de ma jeunesse…

(“Que reste-t-il de nos amours?”, Charles Trenet)

Che cosa resta dei nostri amori

che cosa resta di quei bei giorni

una foto, vecchia foto

della mia gioventù…