Era un sabato come tanti, a Milano, diciamo nell’89. In primavera, una manciata di mesi prima del crollo del muro che per 28 anni aveva diviso in due una città, famiglie, affetti, simbolo tangibile della contrapposizione tra due differenti idee di società. Solo che ancora non lo si immaginava, quel gioioso collasso, non così prossimo; quindi, era solamente un sabato uguale a tanti altri.
Presumibilmente, molte ragazze nubili attorno alla trentina passavano buona parte del pomeriggio dal parrucchiere, meditavano su come abbigliarsi per la serata che avrebbero trascorso al Rose’s, all’Amnesie, al Primadonna o all’Old Fashion. Probabilmente, chi aveva un impegno con un ragazzo conosciuto da poco calcolava freddamente il numero degli appuntamenti pregressi, valutando se fosse arrivato il momento di dargliela oppure no. Altre, più oneste, mosse da un genuino impulso carnale, decidevano semplicemente che quella sera non sarebbero tornate a casa da sole. Quasi certamente i ragazzi, meno preoccupati per la pettinatura e per l’abbigliamento, giocavano a calcetto con gli amici, poltrivano sul divano o lavavano l’auto ed erano accomunati da un’identica aspirazione: non chiudere la serata in bianco.
Verso sera, dopo un giro di telefonate, gli uni e le altre avrebbero sicuramente definito la strategia per approdare felicemente all’alba della domenica, ognuno con il proprio arsenale e i propri intenti, magari destinati a rimanere illusioni.
Ma Eliana no. Eliana, in un sabato pomeriggio dell’89, a Milano, si trovava nel suo ufficio, nel prestigioso studio di Commercialisti in via Torino, la testa china sulle carte. Era periodo di dichiarazione dei redditi e c’era molto lavoro, tuttavia non così tanto da giustificare la sua presenza in ufficio alle cinque del sabato pomeriggio. Del resto, non avrebbe nemmeno segnato delle ore di straordinario: per lei si trattava solo di far passare anche quel dannato sabato accumulando abbastanza stanchezza da avere solo voglia di andare a dormire.
Erano quasi le sette, quando udì il rumore metallico della serratura della porta blindata che si apriva, seguito dal passo deciso che conosceva bene e ogni volta le causava un irrefrenabile rimescolio. Il dottor Leopoldo Sigismondi, bello come un lord inglese ben disegnato, impeccabile nel completo sportivo grigio chiaro con camicia blu, senza cravatta, si affacciò, guardandola con espressione comicamente costernata.
“Ma Eli, cosa ci fa qui a quest’ora del sabato? Vada a casa a farsi bella per stasera, pensi a divertirsi con le amiche”, esclamò, in un tono insolitamente confidenziale.
“Senta, giacché è qui mi prenda la pratica Valentini, così me ne vado di corsa, e poi faccia altrettanto, mi raccomando”, soggiunse.
Oddio, farsi bella: non so se le basterebbe una giornata intera, pensò tra sé l’ineccepibile dottor Sigismondi, socio giovane dello studio e inconfessabile oggetto del desiderio di tutte le impiegate, compresa Marisa, la procace centralinista, a sua volta sogno erotico di ogni collega maschio. La sua silenziosa riflessione, per quanto inopportuna, era veritiera, benché in un senso non così superficiale. Di statura media, Eliana era magra, non di una snellezza tonica o morbidamente flessuosa: il corpo ossuto suggeriva l’impressione di gracilità tipica delle persone di salute cagionevole (mentre era, al contrario, piuttosto robusta); il viso mostrava tratti banalmente regolari, sbattuti in primo piano dal taglio corto dei capelli lisci e scuri, la pelle fine era prematuramente raggrinzita, soprattutto attorno agli occhi grigi. A trentasette anni, Eliana sembrava una cinquantenne; era già così a vent’anni e, se fosse campata a lungo, probabilmente avrebbe mantenuto più o meno lo stesso aspetto per molto tempo. Eppure, non era brutta e non c’era nulla che non si potesse facilmente dissimulare; quello che la condannava al prevalente disinteresse maschile era l’espressione quietamente rinunciataria che traspariva dallo sguardo, insieme alla diligenza applicata nel mimetizzare la propria presenza con l’ambiente circostante. Non rivelava un momentaneo ripiegamento, bensì l’assenza permanente di speranza, e nemmeno una giornata intera di artifici e camuffamenti avrebbe saputo porvi rimedio.
Animata da una legittima baldanza giovanile, aveva lasciato Morbegno con un diploma di ragioneria e la ferma intenzione di laurearsi in Economia e Commercio alla Cattolica di Milano. Partì con la benedizione di mamma e papà, coltivatori di mele di cabotaggio modesto, ma sufficiente a pagare la permanenza dell’unica figlia al costoso ateneo. Eliana aspirava a un posto di responsabilità in una delle importanti banche milanesi, uno stipendio allettante e poi un marito e dei figli, nel giro di qualche anno. Non era uno spirito ribelle, aveva un progetto di vita chiaro, borghesemente modesto. Non tutti i giovani sono rivoluzionari; però, a vent’anni i sogni dovrebbero essere più audaci, a vent’anni bisognerebbe chiedere l’impossibile. C’è tempo, per negoziare con la realtà, e sognare a quell’età aiuta a non soccombere più avanti.
La condizione che permise a Eliana di studiare a Milano fu la disponibilità di zia Lina, sorella maggiore del padre e maestra in pensione, a ospitarla nel bilocale delle case popolari assegnatole dal Comune, a Quarto Oggiaro. Sorto alla fine degli anni ’50 agglomerando un borgo rurale, il quartiere a quei tempi rappresentava una periferia negletta e poco ospitale come tante altre, sequenze di casamenti dove gli alloggi erano stati progettati, in verità, con apprezzabile criterio. Non mancavano neppure negozi e mezzi di trasporto pubblico efficienti, ma il tessuto sociale era sbrindellato e fermentavano differenze difficilmente conciliabili, malumori, frustrazioni che generavano rabbia, non di rado violenza, e costituivano l’ambiente ideale per l’infiltrazione della malavita più o meno organizzata. Eppure, non era questo a complicare le giornate di Eliana, bensì la convivenza con la zia: donna volitiva e dolorosamente zitella, era incarognita da una serie di delusioni (non solo sentimentali) che l’avevano intrappolata in una ragnatela fitta di rimpianti rancorosi dalla quale non era più riuscita a liberarsi. Dunque, provava un piacere ineffabile nel riversare la sua irrimediabile infelicità sulla nipote, angustiandola con sgarbi ripetuti e insensati, proibizioni e interferenze ingiustificate, pretese di accudimento della casa e della sua persona. Le uscite serali, , peraltro non frequenti, causavano osservazioni malevole e, se rincasava dopo la mezzanotte, le chiavi volutamente infilate nella serratura dall’interno le impedivano di entrare.
Una sera Eliana accettò l’invito di una compagna di studi per un’uscita a quattro. Aveva intuito che questa cercava un diversivo per non affrontare da sola i primi approcci con un ragazzo che sarebbe potuto piacerle. In tali circostanze non ci si porta mai dietro una potenziale rivale e l’amica aveva valutato che con Eliana non correva quel rischio. Nella scelta del quarto convitato, il suo corteggiatore aveva applicato lo stesso principio, coinvolgendo un tipo grassottello e insipido. Tuttavia, Eliana era uscita con un’idea precisa in testa: disfarsi della verginità facendo a meno di ogni romanticismo vanamente atteso; perciò, lo scenario era ininfluente. Comunque, oltre ad apparire poco interessante, il quarto attore pativa di un’astinenza talmente palese da suscitare compassione, così si trattò solo di attendere la conclusione della serata. Tutto si svolse in fretta e senza delicatezza, e il tizio si rivelò un amante così maldestro ed egoista che, quando la lasciò in via Pascarella chiedendole il numero di telefono, Eliana scese dall’auto evitando di rispondere e negandogli persino un saluto.
Era la una passata, desiderava farsi una doccia ma probabilmente avrebbe aspettato le prime ore del mattino seduta sul pianerottolo, perché zia Lina l’aveva chiusa fuori. Invece, la chiave girò docilmente nella toppa. Si accorse che la luce in camera da letto era accesa, udì una specie di sibilo, un respiro raschiante e affannoso. Si affacciò sulla soglia, vide la zia sdraiata di traverso sotto le coperte, gli occhi sbarrati, La guardava aprendo e chiudendo la bocca, sembrava volesse dire qualcosa ma non riusciva a emettere alcun suono, oltre a quel fiato fischiante. Allora chiuse piano la porta, si ritirò nel bagno e fece una lunga doccia. Poi, s’infilò nel letto e dormì profondamente fino alla mattina dopo, quando suonò la sveglia. Che tragica fatalità, un infarto di notte, mentre la nipote dormiva. D’altronde, a più di settant’anni e con il diabete, sovrappeso…poteva succedere, disse il medico che constatò il decesso.
Lo stato d’animo di Eliana era passato velocemente dall’incredulità di scorgere un’insperata soluzione a un pesante disagio – bastava non fare alcunché – all’indifferenza. Tuttavia, da quella notte si era inceppata, rimanendo ferma nell’attesa di un inevitabile castigo inspiegabilmente in ritardo, senza capire che il deliberato immobilismo con cui prese a negarsi alla vita era esso stesso la peggiore delle punizioni. Iniziò allora la militanza in un radicale fatalismo pessimista; successivamente, la fissazione per il dottor Sigismondi, eletta a simulacro dell’amore, rappresentò la distrazione necessaria e sufficiente a perseverare nell’inerzia.
Poiché risultava come nipote convivente, Eliana poté continuare a occupare l’alloggio dell’Istituto Autonomo Case Popolari, pagando il relativo affitto. Purtroppo, per una serie di traversie finanziarie, i genitori non furono più in grado di sostenerla e questo ridimensionò il suo programma: si trovò un impiego, contando di riuscire ugualmente a preparare gli esami, ma il secondo anno alla Cattolica fu anche l’ultimo. Eliana incominciò in quel periodo ad apparire più vecchia della sua età: emozioni, sentimenti e qualcosa di indefinibilmente profondo del suo animo subirono una progressiva atrofizzazione, inducendo l’appassimento precoce del corpo.
Subito dopo il funerale della zia aveva chiamato un robivecchi per svuotare completamente il modesto bilocale, conservando solo ciò che attrezzava il cucinotto, il televisore e la lavatrice; c’erano voluti un paio d’anni per pagare le rate dei pochi arredi che aveva acquistato. Roba abbastanza dozzinale, ma sua.
Nello studio di commercialisti con targa in ottone sull’uscio in legno lucido, al primo piano del palazzo ottocentesco in via Torino, giunse alcuni anni più tardi rispondendo a un’inserzione su un quotidiano. Fu subito assegnata all’ufficio del giovane Sigismondi e, immediatamente ammaliata dall’aspetto levigato da copertina di Vogue Uomo e dai modi irreprensibilmente cortesi, ben presto sviluppò e coltivò un’infatuazione platonica che, per la sua intrinseca improbabilità di trovare una traduzione nella realtà, divenne una pacifica ossessione. Le brevi relazioni intraprese negli anni seguenti non suscitarono sentimenti capaci di scardinare l’ingenua fissazione: il miraggio, proiezione di un desiderio vano, persisteva nella sua perfezione incorruttibile. Così, sul ristretto orizzonte delle sue giornate si stagliava l’illusione prospettica dell’amore, e se Eliana fosse entrata nella vicina basilica di San Satiro avrebbe potuto ammirare un inganno simile, il famoso falso coro del Bramante, risalente al XV secolo. Si crede di vedere un transetto enorme ma il coro è assai più corto di quanto appaia, ed è un capolavoro di illusione architettonica. A differenza di Eliana, Bramante sapeva come inventiva, matematica e fede possano alterare la realtà in maniera del tutto convincente.
Comunque, il dottor Sigismondi non mostrò mai consapevolezza di tanta amorosa attenzione o, in ogni caso, preferì mantenere un atteggiamento educatamente distaccato e non perdere una collaboratrice efficiente e preparata. Anche tanto gentile, al punto da rallegrare il suo ufficio con un mazzolino di fiori freschi, sostituiti ogni lunedì, e da portargli il caffè amaro con due biscotti ogni mattina alla stessa ora, senza bisogno di chiederlo.
Eliana era quasi felice di quel sentimento sterile, implicitamente privo dei rischi di ogni relazione affettiva reale; in fondo, non avrebbe desiderato una vita differente, non più. Però, ogni tanto le capitava di osservare Marisa, la bella centralinista sorridente che, con la sua semplice presenza, inchiodava i clienti in attesa nel salottino di fronte alla sua scrivania. La guardava e indulgeva alla fantasia temeraria di cedere la sua patetica anima da quattro soldi a un qualunque demonio disposto a soddisfare un unico desiderio: entrare per un mese intero nella pelle di Marisa. Sentire il solletico dei capelli lunghi e ondulati sulla schiena nuda e il peso del seno opulento, portare in giro il sedere alto e sodo, sferico come un mappamondo, camminare sulle gambe lunghe e ben modellate ondeggiando sui tacchi alti delle imprescindibili décolleté nere, cogliere il desiderio, l’ammirazione e l’invidia negli sguardi delle persone incrociate per strada. Un mese per usare quel corpo, per scoprire che sensazioni potesse procurare. Era un’innocente perversione, una fantasia, al pari dell’amore per il dottor Sigismondi. Nemmeno aspirazioni, solo fantasticherie lievemente disturbate, roba buona per un analista.
Costretta a lasciare l’uficio prima del previsto, Eliana quel sabato pensò di mangiare qualcosa in un bar mentre raggiungeva a piedi via Manzoni per entrare nell’omonimo cinema al primo spettacolo della serata, alle otto e mezza: in programmazione c’era Rain Man, con Dustin Hoffman e Tom Cruise, doveva essere per forza un bel film.
E in effetti lo era stato, le era piaciuto anche quel bambolotto pettinato di Tom Cruise, Hoffman superbo come sempre, stavolta un poco di più; aveva tirato l’ora di andare a casa a dormire ed era contenta. Prese la M1 fino a Cairoli, poi il bus 57. Scese davanti al Bar Quinto (non proprio un bel posto, la sera, e neanche di giorno), camminò veloce sul breve tratto di via Pascarella, senso unico stretto tra due file di caseggiati di quattro piani senza ascensore.
Entrò nel cortile del civico 35, sull’angolo con via Amoretti. Abitava al terzo piano della scala A, di fianco alla portineria. Si chiuse la porta alle spalle e girò la chiave nella serratura.
Nell’appartamento al piano di sopra, Enzo rimase immobile dietro l’uscio socchiuso, in ascolto. Non abitava lì, era andato a cercare Aldo, mosso da un dubbio fastidioso. Titolare fino a poche settimane prima di una piccola officina meccanica in via Mambretti, nel rione limitrofo di Vialba, Enzo era succeduto nell’impresa al padre dopo la sua scomparsa, avvenuta nel ’75. All’epoca aveva venticinque anni e da quando si era diplomato alla Feltrinelli aveva fatto finta di lavorare nell’azienda di famiglia. Dopo la morte del genitore aveva preso la faccenda più seriamente e Aldo, più vecchio di vent’anni e impiegato a mezza giornata come contabile fin dall’inizio dell’attività, aveva in parte sostituito la figura paterna. Gli affari non andavano tanto bene, tirava a campare con una certa fatica. Poi, nell’85, la svolta: una sera, mentre giocava al biliardo nella sala del Bar Quinto, Enzo era stato avvicinato da un tizio che gli aveva fatto una proposta. Gli aveva spiegato che certi suoi amici avevano bisogno di attrezzare delle auto per dei “servizi particolari” e non specificati. Si trattava di maggiorarne la cilindrata per renderle più veloci, sostanzialmente, o di riverniciarle cambiando colore, magari dalla sera alla mattina e con qualche magheggio sul numero di telaio. Il flusso di lavoro era costante e garantito da un patto non scritto che comportava discrezione assoluta ed esclusività, veniva pagato bene, in contanti e senza fattura. Enzo aveva accettato dopo una titubanza di breve durata che non includeva considerazioni di carattere morale. I suoi processi mentali erano governati da un’intelligenza intuitiva, tendente a sostituire la riflessione con l’azione rapida. Enzo sapeva riconoscere al volo le circostanze potenzialmente favorevoli e, decidendo come approfittarne, era scarsamente influenzabile da scrupoli di carattere etico; ciononostante, una calcolata prudenza lo aveva sempre tenuto fuori dai guai.
Consigliato da Aldo, aprì un conto cifrato in una banca di Locarno dove versava periodicamente il denaro ricavato da quei lavori, custodito nell’attesa in cassaforte in parte a casa sua e in parte a casa del contabile, sulla cui onestà non c’erano mai stati dubbi.
Avrebbe dovuto concentrarsi su come togliersi da quell’impaccio, invece continuava a essere distolto dalla donna che gli sedeva di fronte, gli occhi grigi – larghi e belli – che lo fissavano tranquilli, con un’espressione fiduciosa. Allora si convinse che dovesse avere imparato a fare a meno di molte cose e, non avendo speranza, poteva attendere e puntare alla sopravvivenza. Quella casa traspirava solitudine e noncuranza, esattamente come la sua figura, che giaceva in uno stato di perdurante quiescenza perché si era arresa alla rassegnazione. Era uno stato mentale che non poteva comprendere, lui che era pronto a reinventarsi ogni volta che sarebbe stato necessario o opportuno farlo. Tuttavia, anche l’appartamento in cui viveva sin da ragazzo in Piazzale Accursio, nei pressi del vecchio tiro a segno, ormai in disuso dall’inizio degli anni ’70, era similmente anonimo e certo più disordinato, e tale trascuratezza non era giustificata dalla saggezza di mantenere un profilo basso per non destare sospetti in chicchessia.
Dopo quattro anni di collaborazione piuttosto remunerativa, ma via via più ampia e rischiosa, Enzo aveva volentieri ceduto la società agli amici del Bar Quinto, accettando la loro proposta prima che divenisse una pretesa manifesta.
Era filato tutto liscio, col notaio, la banca e l’ufficio del Registro. Nessun problema, tranne uno: era una settimana che chiedeva al fidato ragioniere di consegnargli il resoconto esatto dei guadagni in nero, che era bene distruggere, insieme all’ammontare residuo a lui affidato; ma l’altro tergiversava, accampava scuse. Quella sera aveva scoperto che Aldo aveva perso un sacco di soldi in giro per le bische clandestine milanesi, compresi i suoi. Gli aveva confessato, con dolente imbarazzo, di fare la cresta da anni per colpa del maledetto vizio del gioco. Enzo non aveva ancora quarant’anni, era forte e agile, si allenava regolarmente a tirare di boxe alla palestra Ursus, in viale Umbria, mentre Aldo era un sessantenne mingherlino consumato dalla tristezza e dall’ansia. Enzo sentì montare la rabbia come una schiuma densa e tossica, pervasiva e impellente. Non era per i soldi, se glieli avesse chiesti glieli avrebbe regalati, ma per la fiducia tradita, per il raggiro sistematico, per l’impossibilità di perdonarlo e di continuare a volergli bene. Il gancio sinistro partì veloce e potente, colpì con precisione il fegato. Vide l’uomo che considerava un padre piegarsi su se stesso rantolando, lo osservò boccheggiare , rovesciare gli occhi all’indietro portandosi le mani al petto, agitato da un tremito convulso. Enzo sapeva quali possono essere le conseguenze estreme di un colpo simile, e aspettò. Quando fu tutto finito, guardò dentro il proprio animo cercando un’emozione, la paura, la disperazione, il rimorso. Trovò soltanto una lucida freddezza che lo indusse ad aprire la cassaforte (di cui conosceva la combinazione) prelevando il quaderno con la contabilità del nero, e a guardarsi attorno pulendo ogni oggetto su cui potesse avere lasciato impronte, intanto che la sua mente calma elaborava un piano.
Ora è fondamentale uscire di qui senza essere visto; la porta si chiude a scatto, me la tirerò dietro lasciando le chiavi nella serratura, all’interno. Aldo è – era – talmente solo che nessuno lo cercherà. Martedì passerò di qui, suonerò il campanello e chiederò in portineria se lo abbiano incontrato; poi andrò al Commissariato di via Satta, dicendomi preoccupato perché il mio ex collaboratore non si è presentato all’appuntamento del mattino per prendere un caffè assieme e non risponde al telefono. Nel frattempo, lunedì andrò a Locarno per fare un ultimo versamento. La polizia mi farà delle domande; riferirò dei suoi debiti di gioco con le bische e le indagini andranno in quella direzione. Lascerò passare un po’ di tempo e me ne andrò in qualche Paese lontano, dove non mi conosce nessuno. Quattro soldi li ho, potrò inventarmi una nuova vita, dimenticandomi presto di questa.
Dunque, stava per uscire quando aveva sentito dei passi sulle scale e si era fermato. Aveva udito chiudersi una porta al piano sottostante: uno, due – breve esitazione – tre, quattro mandate. Richiuso silenziosamente l’uscio, era sceso. Ciò che non poteva sapere era che i primi due giri di chiave avevano chiuso ma gli altri due avevano riaperto, perché Eliana aveva appena fatto una cosa davvero stupida. Stupida ma determinante, tanto da sconvolgere l’andamento di quello che, altrimenti, sarebbe stato un sabato sera come tanti. Non aveva controllato la casella della posta, appesa al muro insieme alle altre di fianco alla portineria, e le era venuto in mente di scendere a guardare. Alle undici passate.
Nella vita di una persona accade che si compiano scelte apparentemente insignificanti, invece capaci di produrre effetti catastrofici, bolle in rapida espansione in grado di deprimere l’energia sostituendola con il vuoto, fino a disgregare la materia ingannevole di cui pensiamo di essere fatti. Vero e falso, finzione e realtà: tutto da rivedere, ripensare, rivalutare e riorganizzare.
Eliana vide l’uomo scendere le scale, svelto e furtivo; rimase a osservarlo con le chiavi in mano, nel gesto di infilarle nella serratura per chiudere, pensando scioccamente che non era né il ragionier Crivelli né la vecchia signora Tallarico, ovvero gli inqulini del piano di sopra, quindi era uno sconosciuto, e la parola lampeggiò nella sua mente come un segnale di pericolo. Sebbene l’istinto la invitasse alla fuga, il raziocinio considerò l’evidente svantaggio perciò non si mosse, abbandonandosi a una curiosa sensazione di afflosciamento.
Enzo mosse deciso verso la donnetta di età indefinibile che lo fissava, paralizzata dalla medesima catatonia che coglie un animale in mezzo alla strada, di notte, dinanzi ai fari dell’auto che sta per investirlo.
Non va bene, decise, e assecondò l’istinto: la immobilizzò tappandole la bocca, la spinse deciso dentro l’appartamento da dove era appena uscita. A quale sventurata bestia attonita poteva assomigliare, la donna dal corpo smilzo e legnoso che stava stringendo al suo? Lo sentiva caldo e rigido, non percepiva il battito cardiaco e magari neanche ce l’aveva, un cuore. Di certo non era imparentata con un gatto, non ne mostrava l’altera selvatichezza, e nemmeno con un capriolo, di cui le mancava la tipica grazia timida. Faceva pensare piuttosto a un piccolo cane, un meticcio dall’aspetto frusto e dall’aria schiva, disabituato all’affetto e alla confidenza. Si riscosse dalla distrazione di quell’inutile speculazione.
“Adesso ti tolgo la mano dalla bocca ma è meglio se non gridi, dammi retta”.
La donna non fiatò, nemmeno si scostò da quella rude stretta; constatò che l’uomo aveva una bella voce, fonda e ferma, e odorava di tabacco, di cuoio e di buccia di agrumi con una nota amara. Non pensava, usava i sensi come un mammifero qualsiasi; le toccava la parte della preda e non poteva fuggire, così raccoglieva dettagli per controllare la paura. La sentiva sotto i denti, come polvere dal gusto ferrigno, era una brutta sensazione.
Enzo chiuse la porta con la chiave e se la mise in tasca; la stanza era debolmente rischiarata dalla luce dei lampioni sulla strada; vi scorse un divano.
“Siediti”, disse, lasciandola andare e prendendo una sedia per sé. Lei ubbidì e rimasero a scrutarsi in silenzio per diversi minuti. L’alloggio affacciava su via Pascarella; a quell’ora passavano poche auto e non faceva ancora così caldo da tenere le finestre aperte, sicché le vite degli altri si mantenevano riservate. Un’irosa voce maschile abbaiò qualcosa, ma il grido rimase appeso nel silenzio, in attesa di una replica che non arrivò.
Eliana notò che lo sconosciuto era di aspetto gradevole, sebbene poco raffinato se paragonato al suo modello di riferimento, cioè il dottor Sigismondi. Non molto alto, fisico asciutto e muscoloso, capelli scuri e ricci, un’ombra di barba ammorbidiva i lineamenti armoniosamente marcati, occhi scuri dallo sguardo sfacciato, senza traccia di malvagità. Portatore ignaro di una mascolinità decisamente ruvida, l’uomo avrebbe fatto bella figura in canottiera bianca di cotone a coste, un Marlon Brando sbucato dal fronte di un porto ancora più periferico (Eliana provò a figurarsi il dottor Sigismondi nella stessa tenuta, ma proprio non ci riuscì). Invece, indossava una leggera giacca in pelle nera e una Lacoste a maniche lunghe sopra i jeans; la guardava meditabondo, le mani poggiate sulle ginocchia, il corpo rilassato ma pronto allo scatto. Più particolari della sua fisionomia recepiva, più lo trovava rassicurante, senza rendersi conto dell’incongruità di tale impressione.
Enzo la osservava a sua volta, chiedendosi cosa mortificasse una bellezza che a tratti si intuiva ma restava sfuggente, offuscata da una certa sciatteria e da qualcos’altro che non capiva e nemmeno gli interessava. Occorreva un piano per uscire dall’inattesa situazione di stallo, e non ce l’aveva. Però, doveva escogitarlo in fretta.
Enzo era cresciuto un po’ troppo per strada nonostante gli sforzi del padre, rimasto vedovo con un figlio ancora piccolo. Sulla strada aveva assimilato una certa elasticità morale ma non era un delinquente, per quanto fosse disposto a mettersi in affari con quelli veri per procurarsi guadagni facili. Lungi dall’essere condizionato da un temperamento impulsivo, semmai veloce nel valutare razionalmente il contesto corrente, era naturalmente incline ad affrontare i conflitti con la violenza, e sapeva esprimere una potenza fisica davvero notevole. Avendo subito compreso che obbedire a quell’indole lo avrebbe condotto a inevitabili disastri, si era imposto un rigoroso autocontrollo. La pratica della boxe gli aveva insegnato la disciplina e l’impiego della tattica, inoltre rappresentava uno sfogo efficace, fisico e soprattutto emotivo. Infatti, fino a quel momento la sua ira non era mai stata rivolta contro alcuno. Per esempio, quando Caterina lo aveva lasciato per mettersi con quel deficiente di Carlo, aveva sganciato un dritto contro il portellone del suo furgone e gli era anche toccato ripararselo, dandosi mentalmente del fesso. Ma quella sera, di fronte alla rivelazione del tradimento dell’uomo che considerava quasi come un padre, tutti i suoi collaudati sistemi di sicurezza erano saltati e ora provava la spiacevole convinzione di trovarsi intrappolato in una parte che doveva suo malgrado recitare, cercando di non sbagliare tempi e battute.
Intanto, si guardava attorno: nel tinello dove stavano c’era una libreria a giorno su una parete, con diversi libr e un televisore, un divano a due posti, dove si era seduta Eliana e un tavolo tondo con quattro sedie, su una delle quali si era accomodato. In fondo alla stanza si trovava la cucina, un corridoio stretto e corto, la camera da letto aveva la porta aperta e scorse un letto singolo con una sedia per comodino e un armadio; la porta accanto, chiusa, doveva essere quella del bagno. Non c’erano piante, soprammobili, fotografie o quadri alle pareti, a parte un’unica grande stampa raffigurante un vecchio manifesto pubblicitario dei grandi magazzini La Rinascente. Enzo non lo sapeva, ma era la riproduzione di uno dei più noti manifesti pubblicitari del pittore e illustratore Marcello Dudovich, comprato da Eliana perché il dottor Sigismondi ne era un appassionato collezionista e aveva alcuni originali in bella mostra nel suo ufficio.
“Come ti chiami?”
“Eliana”
“Non ho nessuna intenzione di farti del male o di rubarti qualcosa”, disse a un tratto, accompagnandosi con un gesto vago della mano.
“Va bene”.
Per quanto fosse un’affermazione un po’ ridicola, Enzo aveva provato l’insopprimibile bisogno di esprimerla e la cosa lo infastidì. Si alzò bruscamente e un capogiro gli rammentò che aveva saltato la cena e pranzato con un cappuccino preso al Bar Quinto.
“Hai qualcosa da mangiare?”
Lei gli rivolse un’occhiata perplessa ma rispose, quasi scusandosi:
“Non molto. Però posso fare una pasta al sugo, ci metto un attimo. Anzi, avrei fame anch’io”.
Era quasi mezzanotte mentre Enzo osservava Eliana muoversi con qualche acrobazia nello spazio ristretto della cucina, assomigliava a una bizzarra coreografia interpretata con una certa grazia. Sul fornello la cipolla sfrigolava in padella insieme al pomodoro tagliato a pezzetti, al sedano e alla carota – non se era minimamente preoccupato, vedendola estrarre il coltello dal cassetto – e l’acqua bolliva nella pentola. La donna gli porse una tovaglia bianca senza dire una parola e lui la stese sul tavolo, che lei apparecchiò con gesti sicuri e consueti. Poco dopo sedevano l’uno di fronte all’altra, l’aggressore e l’aggredita, davanti a due piatti fumanti di spaghetti. Un uomo e una donna cenavano insieme, dentro un sabato notte milanese totalmente sbagliato; la realtà si stava rapidamente sgretolando e il finale della commedia diveniva sempre più incerto. Eliana non riusciva a ricordare quanto tempo fosse passato dall’ultima volta in cui aveva cucinato per cenare insieme a un uomo, trascurando che fosse un intruso dalle intenzioni non chiare e probabilmente non amichevoli; l’uomo, dimentico delle circostanze che lo avevano collocato in quel fotogramma, cercava argomenti per superare l’inevitabile imbarazzo di ogni primo appuntamento. Al primo incontro non si racconta mai molto di sé, a meno di non essere inguaribilmente egocentrici, e infatti Enzo porgeva osservazioni generiche alle quali Eliana rispondeva, replicando con identica vaghezza. Nessuno dei due pareva impressionato dalla stravaganza di una scena così fuori contesto, anzi: presero a comportarsi con disinvoltura crescente, come se la trovassero appagante.
Il silenzio della notte accresceva la sensazione di straniamento (per cui ognuno si percepiva come diverso da prima, di fatto una persona nuova e ignota) e di estraneità dal resto del mondo, lo spazio ridotto al modesto appartamento di periferia e il tempo racchiuso in una notte dove tutto era tanto irreale da apparire possibile. Enzo si alzò per aprile la finestra, ora faceva caldo nel piccolo tinello, e fu investito da un effluvio di fiori di tiglio, amplificato dalla frescura notturna; doveva essercene una pianta nelle vicinanze ed era periodo di fioritura. Si sentì risucchiato in un vortice scuro che lo scagliò indietro nel tempo, fino al giorno del funerale di suo padre. Si era occupato di tutto Aldo perché lui giaceva in uno stato di intorpidimento, incapace di pensare al domani e persino all’oggi. Erano al cimitero di Musocco ma Enzo non badava alle parole dell’officiante perché stava ascoltando il profumo mieloso e inebriante dei tigli, ed era così bello che si commosse e pianse. Non rivelò mai a nessuno che il giorno del funerale di suo padre pianse per la bellezza struggente di un profumo.
C’era di nuovo l’aroma dei tigli a ubriacargli i pensieri, la sera di giovedì in cuiaveva parcheggiato l’auto in viale Alemagna per entrare all’Old Fashion e aveva incrociato Caterina che ne usciva, abbracciata a quel deficiente di Carlo, e se non fosse stato per la belleza di quel respiro notturno fragrante di panna e miele lo avrebbe ammazzato di botte proprio lì davanti. Ecco, l’aroma dei tigli in fiore rappresentava ciò che aveva perduto, eppure riusciva ad ammansire lo sconforto fino a renderlo accettabile. Il vortice scuro era ancora in movimento, gli portò la voce calma di Aldo, arrocchita da troppe sigarette consumate dentro un’irrimediabile solitudine, la voce capace di placarlo ogni volta che si sentiva furioso o sgomento. Aldo, che aveva guardato per anni senza vederlo davvero, che non aveva nemmeno provato a perdonare.
Sentì di nuovo un senso di vertigine e non c’entrava più il digiuno. Doveva sottrarsi al gorgo che lo stava inghiottendo, tornare all’atmosfera bizzarramente rasserenante dell’anonimo soggiorno, ritrovare la freddezza abituale, individuare la via d’uscita, A ogni costo.
Enzo si trovava nuovamente nella realtà non prevista, né prevedibile, della casa – della vita – di una donna che lo guardava pacifica, gli avambracci sul tavolo, le mani abbandonate sulla tovaglia tra briciole di pane. Sembrava che lo stesse aspettando, e in un certo senso era così. Eppure, non diede l’impressione di rivolgersi a lui quando prese a raccontare, con il tono dolcemente malinconico riservato alla narrazione delle cose remote, di Morbegno e dele montagne, dei lunghi inverni e dei meli in fiore a primavera, dei timori per la sorte del raccolto e della fatica finale. I suoi larghi occhi grigi apparivano luminosi e belli, era la rappresentazione della persona che doveva essere stata un tempo. Eliana aveva gettato un ponte provvisorio e fragile, ma bastevole a superare il breve vuoto che li separava. Enzo vi si incamminò rievocando le sue estati infantili dai nonni materni a Bereguardo, in una cascina separata dal fiume da una striscia sottile di pioppi. Le ore più fresche erano funestate da nugoli di zanzare grosse come elicottteri e affamate come vampiri; le descrisse le incursioni della nonna che cercava di spiaccicarle armata di una ridicola paletta flessibile di plastica forata, mentre il nonno rideva dell’inutile dispendio di energie. Faceva la prima media, quando si ammalò di morbillo verso la fine dell’anno scolastico, che chiuse in anticipo. Suo padre lo spedì in cascina, dove rimase confinato in una stanza al piano superiore per diversi giorni. Dalle finestre aperte arrivava il rumore dei trattori, il cane che abbaiava, lo starnazzare delle oche e dei polli, le grida stridule delle gazze che litigavano contendendosi chissà cosa, forse semplicemente il diritto all’esistenza.
Il ponte era ancora lì, ora appeso nel silenzio. Giravano entrambi attorno a un pensiero che arrivava da lontano, dapprima un sussurro e poi un grido, un accenno di desiderio commutato in bisogno primario: perdersi l’uno nell’altra, almeno fino all’alba di un giorno nuovo. Perché non avrebbero potuto guardarsi dentro senza la vicinanza di qualcuno pronto ad afferrare le loro mani sul margine di un analogo buio, ognuno il suo. Era appena dietro i loro occhi, lo avevano intravisto e vi si erano riconosciuti con desolata certezza. In quel momento ciascuno si illuse di trovare la salvezza nell’altro, il soccorso di un simile che non avrebbe giudicato, consentendo di rinascere dalla cenere grigia non assolti, ma perdonati.
Il profumo di tiglio si insinuava nella stanza dalla finestra spalancata, carezzevole e insidioso. Incurante di qualsiasi disallineamento annullava le distanze, suggeriva ragioni e forniva giustificazioni per le decisioni più azzardate. Trovarono riparo in un abbraccio prima che i ricordi diventassero confidenze, e poi confessioni di quel genere di cose che il tempo non saprà accomodare.
Enzo riemerse dal sonno con riluttanza; riprese coscienza di sé a poco a poco passando attraverso una piacevole fluttuazione in assenza di peso e di consistenza. Il gorgoglio della moka, accompagnato dall’aroma lievemente bruciato del caffè in ebollizione, lo ricondusse nella dimensione collaterale di quell’appartamento privo di personalità, in mezzo a una periferia milanese dove troppe individualità, tra loro variamente divergenti, si muovevano nel medesimo spazio in perenne sfasamento. I lampioni sulla strada si stavano spegnendo uno dopo l’altro, il buio cedeva alla premura di una luce opalescente. Non erano ancora le sei del mattino ma Eliana era già vestita; lo salutò con un sorriso che gli sembrò di conoscere da tanto tempo, come pareva familiare sedersi a fare colazione l’uno di fronte all’altra. D’improvviso, Enzo ebbe fretta di uscire dalla suggestione dolce e sinistra di quella notte singolare. Eppure, prima di andarsene era disposto a lasciarsi sedurre dall’ultima chimera: allora le illustrò l’intenzione (che nella sua mente si stava già articolando come progetto concreto) di trasferirsi in una riviera esotica, comprare un chiosco su una spiaggia bianca e passare le giornate servendo bibite e panini ai turisti, quando c’erano, e a guardare il mare quando mancavano. Il suo discorrere pacatamente determinato conteneva un invito sottinteso e agevolmente inferibile; sul viso di Eliana non c’era stupore e nemmeno perplessità, piuttosto la traccia di una sconveniente fiducia, di un credito accordato senza garanzie. Non aveva mai visto un mare tanto lontano; si domandò cosa si provasse a lasciare scorrere tra ledita una sabbia fine e bianca come talco, si chiese se avesse un odore definibile con le parole di cui disponeva, o se occorresse inventarne di nuove. D’altronde, nulla di ciò che le era passato per la testa nelle ultime ore poteva essere classificato avvalendosi dei parametri usuali. Cionondimeno, appariva irrefutabilmente vero.
Enzo osservava da un po’ il manifesto pubblicitario di Dudovich; si alzò per guardare il calendario di Frate Indovino appeso vicino all’ingresso della cucina.
“Ho bisogno di un mese di tempo per sistemare alcune cose. Facciamo così”, disse, afferrando la biro rossa appesa con un pezzo di spago al chiodo che reggeva il calendario e tracciando un cerchio attorno a una data, “…sabato 24 giugno, alle sei del pomeriggio, sarò al bar al settimo piano della Rinascente. Se decidi di partire con me, raggiungimi, e concorderemo i dettagli. In questo frattempo, non avremo nessun contatto e devi promettermi una cosa: nei prossimi giorni, la polizia ti chiederà se la notte scorsa hai visto o sentito qualcosa di anomalo…”
Eliana lo interruppe toccandogli un braccio con delicatezza, la voce ferma e serena, gli occhi grigi e seri fissi nei suoi.
“Io e te non ci siamo mai incontrati”.
Non c’era altro da aggiungere; l’ultimo saluto conteneva la medesima sobria drammaticità dei commiati sulla banchina della stazione, all’inizio di una storia dallo sviluppo ancora incerto. Le sei erano passate da poco, era domenica e via Pascarella rimaneva immobile sotto un cielo nuvoloso e greve, fermo immagine di un film in bianco e nero. Enzo scese velocemente per le scale, uscì dal cortile senza vedere né essere visto da alcuno, girò l’angolo e percorse un pezzo di via Amoretti finché non raggiunse la sua auto, e se ne andò.
Nei giorni seguenti, mise in atto punto per punto il piano che aveva ideato e tutto andò come aveva immaginato: la polizia gli fece molte domande e si interessò in particolare alla frequentazione delle bische da parte del defunto. Enzo non nascose che stava predisponendo il trasferimento all’estero ma la cosa non destò alcun interesse. Per diversi giorni ripensò all’andamento stravagante della notte che cambiò per sempre il corso della sua esistenza. Era sicuro che Eliana custodisse un mistero fosco e non aveva voglia di disvelarlo, ma non poteva fare a meno di provare per lei una specie di gratitudine affettuosa. È stato solo un maledetto incidente, provò a ripetersi, sperando che prima o poi sarebbe riuscito a convincersi, anche se sapeva che esistono cose che nemmeno tutto il tempo dell’universo potrebbe aggiustare.
Eliana trascorse buona parte della domenica sonnecchiando, la mente vuota e piacevolmente leggera. Mantenne la casa in penombra per prolungare la confortante percezione di isolamento, ancora per un poco. Attorno a lei aleggiava un sottile odore di cuoio, di tabacco e di buccia di agrume, con una persistente nota amarognola. Sarebbe svanito ma sperò di ricordarsene a lungo, magari per sempre.
Il lunedì mattina entrò nello studio in via Torino che non erano ancora le otto e un quarto. Nello sgabuzzino dove borbottava il monumentale distributore automatico di bevande calde e fredde, nonché di svariati generi di discutibile conforto, Marisa friggeva aria a beneficio di due giovani colleghi, storditi dai feromoni emanati dalla sua esuberante persona. Rivolse loro un cenno di saluto vagamente condiscendente, come a rimarcare diversità sostanziali, e filò nell’ufficio del dottor Sigismondi per sostituire il mazzolino di fiori sulla scrivania. Più tardi, lo accolse con la solita amorevole deferenza. Era così bello, sguardo onesto e azzurro, sul volto dall’espressione regalmente serafica nemmeno una grinza, e di certo neanche nell’animo. Si accorse solo in quel momento che il suo odore era neutro o, meglio, ogni effluvio personale risultava annientato dalla raffinata colonia di Hermès che il dottor Sigismondi adoperava (generosamente) da anni e che ormai costituiva la sua impronta olfattiva. In Italia non era commercializzata perché parte di una collezione esclusiva ed era Eliana a preoccuparsi di procurarne una scorta direttamente da Parigi, Faubourg Saint-Honoré, all’inizio di ogni anno. Quella mattina guardandolo si sentì turbata da un accenno di colpevole imbarazzo; ma poi no, che non lo aveva tradito, nemmeno un incontro fatale come quello di sabato poteva alterare l’integrità di quell’amore ideale.
Certe volte la notte, a occhi chiusi nel buio fitto della stanza, Eliana rievocava il ricordo di Enzo. Poteva ancora sentirlo sopra e sotto la pelle, eppure rimaneva stranamente fuori dai suoi pensieri; lo percepiva con i sensi, ma non con la mente. Del resto, come aveva riferito alla polizia, quella notte era rincasata attorno alle undici e non aveva incontrato anima viva.
Un mese era trascorso davvero in fretta. Eliana aveva promesso a Enzo di considerare la sua proposta, e lo aveva fatto pensando a un rebus della Settimana Enigmistica, cercando il senso compiuto racchiuso tra le parole e le immagini delle ore strambe vissute accanto a lui. Quindi, nel pomeriggio di sabato, 24 giugno, entrò alla Rinascente. Vagò pigramente per i vari reparti, comprò un abitino rosso senza maniche che forse non avrebbe mai indossato; acconsentì ad affidarsi alle mani di una truccatrice che promuoveva i cosmetici di un noto marchio, finendo per acquistarne alcuni. Guardandosi allo specchio fu piuttosto soddisfatta del risultato e decise di farsi crescere i capelli, come suggerito dalla gentile estetista. Verso le cinque e mezza uscì su via Santa Radegonda, attraversò la strada e guardò verso l’alto, dove c’era la terrazza del bar del settimo piano, affacciata sulle guglie della cattedrale. Per quanto si sforzasse di raffigurarsi Enzo, seduto ad aspettarla vicino alla vetrata, ne risultava un’immagine fuori fuoco, era un’idea che non trovava il modo di aggregarsi e configurarsi. Ristette ancora per qualche istante, poi si diresse a passo spedito verso la stazione della metropolitana per tornare a casa. Il sacchetto con gli acquisti, appeso al braccio, oscillava ritmicamente e constatò che era proprio la stagione giusta per un vestitino rosso, un trucco leggero e un’allegria nuova. Scese a Cadorna e mentre correva per prendere il treno delle Ferrovie Nord che l’avrebbe ricondotta a Quarto Oggiaro, ancora in tempo per fare la spesa all’Esselunga di via Amoretti, un pensiero s’infilò di traverso, un colpo di vento capace di spalancare porte e finestre: nessuno avrebbe potuto salvarla, nessuno avrebbe potuto salvarla. Bullona, Bovisa, Quarto Oggiaro, il paesaggio fuori dal finestrino era uniformemente brutto ma scorreva veloce. Tutto scorre, basta lasciarlo andare.
Nello stesso momento, Enzo stava comodamente seduto su un aereo che lo avrebbe scaricato all’aeroporto di San José; da lì sarebbe iniziata la perlustrazione della costa caraibica del Costa Rica alla ricerca di un nuovo inizio. Lui non c’era nemmeno passato, dalla Rinascente, sebbene avesse creduto di essere sincero con Eliana, prospettandole l’appuntamento e la fuga. Non avrebbe mai scordato la consolazione del primo abbraccio, il cercarsi con gentilezza, quasi fosse un gesto di cortesia, che era subito diventato furia, però dolce, come la fragranza di tiglio che saturava la stanza.
Era un sabato qualunque, a Milano, all’inizio dell’estate dell’89. Alcuni s’inventavano un ruolo per la serata, cucendosi addosso dei panni la cui tenuta era garantita giusto fino all’alba. Altri, scivolando dentro docili porte girevoli con singolare agilità, migravano senza rimpianti da un’esistenza all’altra, nemmeno sfiorati dal dubbio che dall’altro lato non li attendesse una vita nuova ma la stessa di prima, solo dentro una prospettiva diversa.
Anche quel sabato si sarebbe consumato rapidamente lasciando tutt’al più un segno effimero, l’alito che appanna per pochi istanti uno specchio e subito si ritira; il tempo di sospensione della domenica lo avrebbe cancellato facilmente. E sarebbe arrivato un nuovo lunedì già vecchio, tutto daccapo fino al prossimo sabato qualunque.
“Vivere così senza pietà
Senza chiedersi perché
Come il falco e la rugiada
E non dubitare mai
Non avere alcuna proprietà
Rinnegare l’anima
Come i sassi e i fili d’erba
Non avere identità
Gli spietati salgono sul treno
E non ritornano mai più…”
(“Gli spietati”, Baustelle)