FOTOGRAFIE (conversazione con un fiume)
Questo fiume in alcuni tratti può apparire amichevolmente placido, invece è prepotente e selvatico. È animato da uno spirito irrequieto, devia, si allarga e si stringe, sembra adeguarsi alla morfologia del territorio. Al contrario, finisce sempre per ribellarsi, ridisegnando il suo percorso e alterando il paesaggio circostante senza riguardo alcuno. Diceva Eraclito che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume: panta rei, tutto scorre. Dunque, non so davvero cosa io sia venuta a cercare in questo luogo, in una bella mattina di un’estate tanto prolungata da risultare fastidiosa. La boscaglia risparmiata dagli incendi è precocemente ingiallita e accartocciata da un caldo ottusamente feroce. Ho fatto un sogno strano in cui niente e nessuno si trovava dove avrebbe dovuto essere e poi credo di avere obbedito a un richiamo occulto. Ho pensato che il fiume mi chiamasse e mi volesse in un punto esatto: su questa riva ho trascorso le mie ferie d’agosto, molti anni orsono. Ci scrutiamo, io e il fiume, siamo così diversi da allora. Per me è di nuovo un’estate di mezzo, un tempo solingo appeso tra un prima che non è ancora passato e un dopo che non è ancora futuro; solo che adesso non ho più alcun approdo che mi accolga in una fascia di bonaccia dove riposare, ritrovarsi e poi dispiegare di nuovo le vele.
All’inizio degli anni ’80 nella Milano delle giornate che non finivano mai, tanto che per digerirle si ricorreva a un celebre amaro, si lavorava, si studiava, si abitava, mica ci si veniva per turismo, se si escludeva qualche comitiva di giapponesi.
La settimana prima di ferragosto Milano era una città in fuga, agitata da una frenesia stanca. Rimanevano quelli che non potevano farne a meno e quelli che se lo potevano permettere, perché le vacanze le facevano quando gli pareva. Erano egualmente convinti di prendere possesso della città per qualche settimana, invece quella aveva abbassato le saracinesche e se n’era andata.
I miei si erano da poco ritirati nel novarese, in una vecchia casa ristrutturata nella valle del Ticino. In quel paese, una volta borgo agricolo, era nata la mia nonna materna e vi era tornata dopo una lunga parentesi milanese insieme al nonno, perciò è lì che ho trascorso tutte le mie vacanze scolastiche prima di essere abbastanza adulta da voler andare altrove. Nei lunghi mesi estivi bighellonavo tra la piazza e il campo sportivo insieme a un’amica milanese, anche lei in vacanza dai nonni, e ai compagni locali di quei giorni, un po’ più grandi di noi, che ci caricavano sul sellino posteriore della Vespa per raggiungere le spiagge sassose del fiume. In seguito, ci andai solo per fare visita ai nonni; dopo la loro scomparsa, i miei mantennero la casa in affitto per trascorrervi il fine settimana e parte delle ferie estive. Era difficile che io li accompagnassi, il sabato preferivo avventurarmi nella notte milanese, così persi di vista gli amici dell’adolescenza. Presi l’abitudine di andare a pranzo dai miei il sabato o la domenica, quando rimasi sola a Milano; durante le vacanze di agosto migravo in qualche località costiera, più spesso con delle amiche che con un compagno. In quegli anni le mie storie avevano il fragore e la durata di un petardo o, per dirla in maniera più garbata, di un fuoco d’artificio: partivano col botto, si libravano verso il cielo e subito precipitavano con una pioggia di minuscole scintille che si dissolvevano prima di toccare terra. Non si concludevano nemmeno con un addio drammatico: smettevano di essere, semplicemente. Tuttavia quella volta, nell’estate dell’85, fui presa alla sprovvista. Oltretutto, mancava poco alla pausa agostana; mi ritrovavo sola, con un magone incombente e l’unica amica con la quale sarei andata in un luogo qualunque era felicemente fidanzata con un bellone che era anche intelligente e simpatico. Mi aveva invitata nella casa in Sardegna affittata per le ferie, però l’idea di disturbare la loro intimità mi atterriva al pari di quella di assistere alla loro ubriacatura amorosa, sicché ringraziai e mi defilai con fermezza. Mio padre ci rimase male quanto me per quella rottura: poco tempo prima ero andata a trovare i miei con questo tizio (fatto decisamente anomalo) e gli era piaciuto moltissimo. Sono certa che la sua mortificazione andasse oltre la solidarietà; non si trattava neanche di una forma di imbarazzo vicario, bensì della corresponsabilità nell’evidente errore di valutazione.
”Vieni qui, cosa fai a Milano da sola per tre settimane”, disse allora, perentorio. L’ultima sera in cui andai al Rose’s, la discoteca in piazza San Babila che in quel periodo prediligevo, salutando gli amici feci un po’ la misteriosa, non mi andava di ammettere che a trent’anni avrei trascorso le ferie a casa di mamma e papà.
Così, durante tre settimane di agosto di un’estate lontana, mentre mia madre si illudeva che io fossi la figlia che desiderava, senza che io facessi niente per smentirla, mio padre incontrava la persona che ero diventata. Riconosceva le somiglianze che ci rendevano complici e le differenze che negli anni ci avrebbero impegnati in dibattiti accesi, tuttavia disposti a una mediazione lontana dalla condiscendenza, e rafforzava la sua posizione di punto di riferimento non prescindibile. Rendendosi anche conto di quanto fossi rotta in quel momento, si propose di aggiustarmi. A modo suo.
“Che ci vengo a fare al Ticino, papà, con te e gli altri pescatori?”
“Ti godi la bellezza dei posti che conosciamo solo noi, mica andiamo dalla Giuse dove sembra di essere a Rimini, solo con i sassi al posto della sabbia. Ti fai gli affari tuoi, prendi il sole, leggi, dormi, pensi”.
Fu esattamente quello che feci aggregandomi alla compagnia dei pescatori, che conoscevo tutti fin dall’infanzia, quando al paese abitavano ancora i miei nonni. Era un gruppetto decisamente eterogeneo: un dirigente della Pavesi, un cardiologo, un armaiolo, un saldatore, un capo reparto della Agusta e un impiegato delle Poste. Costui soffriva di una forma di narcolessia e occorreva tenerlo d’occhio perché si addormentava senza preavviso, in qualunque posizione e interrompendo qualsiasi azione, il che poteva essere rischioso. Gli unici “forestieri”, benché trasferiti stabilmente, erano mio padre e l‘armaiolo, provenienti da Milano; gli altri erano indigeni. Oltre che dalla passione per la pesca e per il fiume, erano accomunati da un senso dell’umorismo spiccato che tendeva facilmente all’ironia, perciò la loro compagnia era piacevolmente rilassante.
Dopo una ricerca durata qualche giorno, individuarono il tratto d fiume meno frequentato e più pescoso. Al tumbon, nome affibbiato dai nativi a quella località, non ci andava nessuno semplicemente perché arrivarci era scomodo e faticoso. Dal vecchio lavatoio del paese (superbo manufatto in pietra dei primi del ‘900, in cui da bambina feci in tempo a vedere le donne che vi lavavano il bucato) si scendeva nella valle del Ticino su una strada non più polverosa, come ai tempi della mia adolescenza, bensì interamente asfaltata. a un certo punto, si deviava per uno sterrato attraverso i boschi fino allo sbarramento di una roggia che serviva i canali irrigui dei campi di granoturco, situati dall’altra parte. Lì lasciavamo le auto e ci incamminavamo lungo uno stretto e ripido sentiero racchiuso tra la roggia e la boscaglia. Oltrepassato un guado, una bassa pozza di acqua sorgiva e freschissima, dopo un ultimo tratto tra robinie, felci e castagni sbucavamo su di un’ampia spiaggia di pietre chiare. Sulla sponda di fronte, quella lombarda, dove l’erosione delle piene era più marcata, la costa era scoscesa e gli alberi si ergevano a strapiombo sull’acqua. Il fiume si srotolava lungo un percorso sinuoso che rallentava appena il fluire dell’acqua nelle curve e in quel punto appariva maestoso. La compagnia dei pescatori si piazzava a valle di un’ansa, dove la corrente modesta consentiva la pesca a passata e a fondo. Preparavano le lenze calibrando spessore del filo e peso dei piombini e intanto commentavano le peculiarità dell’ultimo modello Mitchell di mulinello e delle nuove canne da pesca in carbonio. Prima del lancio della lenza, gesto di complicata eleganza che ho sempre ammirato, infilzavano l’esca viva all’amo e, per attirare i pesci, pasturavano il tratto di fiume prescelto con piccole palle di mollica di pane bagnata e impastata con i poveri cagnotti, operazioni che trovavo disgustosamente affascinanti.
A poche decine di metri dall’appostamento dei pescatori, nei mesi estivi affiorava una secca che divideva il fiume in due bracci, destinati a ricongiungersi poco dopo. Quell’isolotto temporaneo divenne la mia spiaggia privata, anche se per raggiungerla dovevo guadare un tratto con mezzo metro d’acqua e una corrente turbolenta, in equilibrio precario a causa dello strato di melma viscida che ricopriva l’alveo più prossimo al greto. In maniera davvero sorprendente il mio corpo, poco dotato di morbidezze, si adattava agli avvallamenti e alle rotondità rigide delle grosse pietre, isolato solo da una stuoia sottile e credo di non avere mai dormito tanto profondamente su alcun giaciglio. Prima di piombare nell’assenza provvisoria del sonno, blandita dal gorgoglio sommesso dello scorrere dell’acqua bassa sul letto sassoso, scandagliavo i fondali della memoria alla ricerca delle mie ragioni. Scomponevo situazioni, riflettevo, a volte immaginavo soluzioni irrealistiche.
Per esempio, ripensai al primo compagno di giochi del quale io mi ricordi. Si chiamava Danilo, avevamo cinque anni ed era il bambino della porta accanto quando abitavamo a San Siro. C’è una foto sbiadita che ci ritrae insieme, lui pettinato come un ometto con la riga da una parte, camicia bianca, gilet blu e calzoncini corti blu, io con un vestito bianco e blu con la cintura in vita e la gonna a palloncino, le scarpe correttive Kicker’s con la punta quadrata rivolta all’insù, perché tendevo a camminare rivolgendo i piedi un poco verso l’interno e inciampavo spesso. Danilo mostra un’espressione dubbiosa, io decisamente accigliata, mentre teniamo per mano un bambolotto alto quasi quanto noi. Me lo ricordo, quel bambolotto: me lo aveva regalato qualcuno ed era di celluloide, lo avevo chiamato Giacomino. Sbatteva gli occhi dalle lunghe ciglia di setole e glieli avevo cacciati nelle orbite per vedere cosa li facesse muovere; ero rimasta molto delusa quando avevo trovato solamente due banali molle. Il povero Giacomino finì all’ospedale delle bambole, un bugigattolo in Corso di Porta Vigentina in cui mi portò il nonno. Dietro il banco, un alto scaffale ospitava bambole di tutti i tipi variamente rotte o mutilate ed era una visione piuttosto inquietante. Comunque, Danilo voleva spesso giocare al papà e alla mamma, solo che io non volevo recitare il ruolo materno: avevo deciso che potevo essere la maestra ma non riuscivamo a definire la mia relazione con Danilo papà, perciò il gioco non funzionava. Per molto tempo ho ritenuto che, fin da allora, dovesse esserci qualcosa di sbagliato in me; poi mi sono resa conto che non era sbagliato ma semmai eccentrico, cioè al di fuori delle convenzioni e dei modelli prevalenti. È un atteggiamento che non ho mai considerato inalterabile ma che neppure ho cercato di correggere, anche se non mi ha reso la vita più comoda. Ogni tanto il vento portava il riverbero di qualche risata dei compagni di pesca, qualcuno doveva avere espresso una gustosa sciocchezza, io invece avrei voluto sapere se Danilo si pettinasse ancora con la riga da parte e dove fosse mai finito. Cercavo poi di mettere in fila le persone alle quali in passato ero stata anche profondamente legata. La verità è che mi stufo delle persone e delle situazioni e prima o poi me ne allontano, relazioni ed esperienze si sviluppano all’interno di cicli che si chiudono più o meno rapidamente. Sono stata più brava a stabilire distanze che a mantenere vicinanze, non ho saputo accudire gli affetti, ho mantenuto solo il loro ricordo. Probabilmente era questa l’incostanza che talvolta mio padre mi rimproverava; mi difendevo attribuendola all’irrequietezza di una curiosità multiforme e rivendicavo il diritto di abbandonare una strada quando l’interesse si esaurisce, senza rendermi conto che a volte vivevo rasentando solo la superficie, trascurando di spingermi in profondità.
Un giorno partimmo da casa subito dopo pranzo, come di consueto; giungemmo presto al tumbon, ovviamente deserto, con la solita compagnia che lasciai subito, appartandomi sul mio isolotto. Rammento che era una giornata perfetta, soleggiata e rinfrancata da una brezza tesa piacevolmente fresca, proveniente da chissà quale quadrante. Credo di essermi addormentata saltando senza indugi la fase meditativa; mi destò la percezione istintiva e inconsapevole del cambiamento di luce. Grosse nuvole si spostavano veloci nel cielo rabbuiato e il vento si era fatto più freddo e sostenuto, dal bosco proveniva qualche schiocco di rrami spezzati. Mi guardai attorno: ero sola, mio padre e gli amici pescatori erano spariti.
“Cazzo, ma mi hanno piantata qui?”, dissi al fiume e al vento, più offesa per l’evidente insignificanza della mia persona, che preoccupata. Intanto, mi affrettai a raccogliere le mie cose; oltrepassai, badando a non cadere, il tratto di fiume che mi separava dal greto e pensai che fosse meglio attraversare il bosco lungo la roggia prima dell’arrivo del temporale che rumoreggiava in lontananza. Vidi allora mio padre sbucare dal bosco e fermarsi ad aspettarmi. “Muoviti!” gridò, per sovrastare la cacofonia di ululati, scricchiolii e fruscii attorno a noi, e risalimmo il sentiero di corsa, inseguiti da nugoli di zanzare inferocite fino all’auto.
“Cribbio, papà, mi hai dimenticata lì, in un punto dove una piena improvvisa poteva portarmi via, e ciao!”
Lui mi guardò con il ghigno sghembo che preludeva auna risata: “Macché dimenticata, pensavo ti fossi accorta che ce ne stavamo andando, poi ho visto che non eri dietro di noi. A parte il fatto che c’era solo un po’ di vento; sono tornato indietro subito”.
“E ci mancherebbe altro. Ma mi hai dimenticata lì, non conta per quanto”, insistetti, caparbia nel mio risentimento. L’episodio divenne una celia ricorrente tra di noi e un efficace strumento di disarmo, perché ogni volta che in una discussione io, al contrario di mio padre, avevo esaurito le argomentazioni plausibili, assumevo un’espressione spazientita ed esclamavo, deviando con un’azzardata giravolta: “ma cosa dici, che una volta mi hai persino dimenticata sul fiume!” La citazione, benché non pertinente, risolveva all’istante qualsiasi diatriba. Va detto che a volte ci impelagavamo in discussioni dove ognuno cercava di primeggiare sull’altro per un mero esercizio di dialettica e analisi, piuttosto che per contrasti importanti. È così che ho imparato a sezionare ogni capello in più parti delle canoniche quattro, concludendo che anche se molti perché e percome non troveranno risposte esaustive, ciò che conta è la ricerca. Quel giorno il vento trascinò altrove il temporale; verso Milano l’orizzonte si presentava compatto e violaceo, squarciato di tanto in tanto da bagliori bianchi. Arrivando a casa, mi accorsi di avere perso il braccialetto che portavo sempre al polso destro: mi stava un po’ largo, doveva essersi sfilato attraversando di corsa il bosco. Era una sottile catena in oro bianco con delle piccole pietre colorate, un monile di scarso valore a cui ero molto affezionata. Qualche anno addietro, durante una vacanza in Sicilia, io e la mia amica con il moroso bello e simpatico, allora ben lontano dal manifestarsi al suo orizzonte, ci scambiammo in dono due modesti gioielli quasi identici (differivano solo per la scala di colore delle pietre, rosse le sue e blu le mie). Ho ancora alcune istantanee di quei giorni che ci ritraggono sorridenti e spavalde in riva al mare, i capelli similmente lunghi e un poco selvaggi schiariti dal sole e dalla salsedine. Ce n’è una particolarmente bella che ci mostra sedute al tavolo di un bar, i gomiti appoggiati e le teste chine l’una verso l’altra mentre siamo assorte in chissà quale confidenza. Mi sono spesso domandata quale dei compagni provvisori della vacanza fosse stato l’autore attento di quello scatto, ma proprio non me lo ricordo.
Da quando la sua storia si era consolidata in una relazione impegnativa, la mia amica stava cercando un impiego nel veronese, dove l’amore della sua vita possedeva un ristorante di una certa fama, per iniziare una convivenza. Temevo che dopo averla perduta come compagna di nottate vagabonde, il suo allontanamento fisico avrebbe marcato una distanza più profonda, e per molti versi definitiva. Lo smarrimento del braccialetto mi ricordava che un altro ciclo si stava per chiudere, che mi piacesse o meno, e stavolta nulla dipendeva da me. In effetti, in seguito al suo trasferimento mantenemmo i contatti per un paio d’anni, sentendoci al telefono e incontrandoci di tanto in tanto. Ormai le nostre vite si svolgevano su piani talmente difformi che facevamo sempre più fatica a raccontarci e a riannodare l’antico legame: credo che, a un certo momento, nessuna di noi riuscì ad accettare la persona che l’altra stava diventando. Ci ho pensato molto, ultimamente, ed è questa la ragione vera del nostro distacco. L’ultimo silenzio si protrasse tanto a lungo da diventare irrevocabile, e fu un altro ciclo che si chiuse senza un addio.
Eppure, c’erano i tuoi abbracci a confortarmi nel primo enorme dolore della mia vita, c’era il tuo coraggio di guardare fino in fondo al mio animo quando non permettevo ad altri di farlo. In quel periodo eri tu l’ago della bussola cieca, quella che sta sottocoperta e sa sempre indicare il nord, persino in un cielo capovolto come il mio. Mi domando dove sei, amica amata della mia giovinezza, come hai speso il tuo tempo negli ultimi quarant’anni. Potrei comporre un numero telefonico che so ancora a memoria. “ciao bella, sono io”, così iniziavano immancabilmente le nostre conversazioni. Mi trattiene il timore di incappare in una voce estranea o di scoprire che sei gravemente malata oppure, peggio, scomparsa. Participio passato del verbo scomparire, non c’è modo più esatto per definire un defunto: è scomparso, non c’è più, né qui né in alcun altro illusorio altrove. Sei più grande di me di qualche anno, è un’eventualità che devo considerare. E poi forse sono passati troppi anni, così preferisco immaginarti serena e appagata in qualche posto che non so.
Tornai a Milano molto abbronzata e generalmente ben disposta nei confronti dell’intero universo, che avevo preso a considerare benevolmente stando a mollo nell’acqua fresca e borbottante del fiume, mentre nel cielo azzurro si spostavano pigre nuvolette candide in continuo mutamento morfologico. Mi convinsi che sarebbe stato saggio scorrere senza esitazioni come l’acqua del Ticino e all’occorrenza cambiare forma, come le nubi. Ero partita da Milano prevedendo una sequenza di giornate noiose che avrei avuto fretta di oltrepassare, invece rientravo sentendomi addosso la medesima nostalgia di un tempo concluso che accompagnava la fine delle vacanze della mia adolescenza. Esattamente come allora, mi passò in fretta. La prima sera in cui tornai al Rose’s, come prevedibile, inciampai nel talentuoso cazzaro che mi aveva lasciata in bilico sul bordo di un temibile agosto, senza neanche un vero commiato.
“Ti trovo molto bene. Sei poi andata via con qualcuno?”
“Ero in buona compagnia”, risposi in tono studiatamente fatuo.
“Senti, volevo dire…”
“Lascia stare. Non sono una porta girevole”. Non so come mi venne in mente quell’ultima affermazione; comunque, rappresentava la sintesi abbastanza efficace di una considerazione più articolata che non m’interessava più esprimere. Non era una questione di orgoglio, sentimento che tuttora considero un inutile dispendio di energia, quanto di difficoltà a perdonare a causa dell’insofferenza – del disamore – verso le cose aggiustate, che avrei comunque percepito come rotte. O, più probabilmente, non ho mai amato abbastanza. Col tempo, tanta intransigenza è venuta a patti co la constatazione che tutte le relazioni durevoli si ammaccano, strada facendo, e il più delle volte i rammendi accurati sono preferibili alle cesure. A ogni modo quella volta, stando seduta sulla riva del fiume alla fine avevo visto passare il cadavere del mio nemico. Non era proprio un nemico e non era neppure defunto; tuttavia, avevo avuto la mia bella uscita di scena di discreta teatralità. Inoltre, ero stata davvero a guardare un fiume che scorreva e questo stabilì un legame simbolico tra me e quell’incolpevole corso d’acqua.
Della vecchia casa famigliare – che ora è casa di qualcun altro, ci penso spesso con invariato sconcerto – ho tenuto alcuni mobili di buona fattura, molti libri, le tele dipinte da mio padre (compresa l’ultima, incompleta perché é interrotta dalla sua scomparsa), pochi oggetti e due voluminosi scatoloni zeppi di istantanee, tutte scattate dal mio eclettico genitore. . Molte sono in bianco e nero, alcune presentano i colori troppo vividi che virano su un tono arancio ambrato delle pellicole Agfa degli anni ’50 e ‘60. Questa ricca galleria di momenti raffigura la storia della nostra famiglia, ne custodisce la memoria affinché io non dimentichi. Ogni tanto pesco una foto a caso e cerco di agganciarla a un ricordo; non sempre mi riesce. Non rammento la circostanza dello scatto che mi ritrae in un giorno assolato in Piazza del Duomo, insieme alla mamma. Lei è bellissima, la figura slanciata e la massa di ricci biondo rame che risplende sotto un ridicolo cappellino posato sulla sommità del capo, una calottina a tesa stretta color panna. Indossa un elegante abito a chemisier color nocciola stampato a disegni cachemire, la gonna morbida stretta in vita da una cintura e le scarpe dal tacco alto e il cinturino alla caviglia. Io porto un analogo cappellino da cui sfuggono riccioli più scuri, una corta gonna azzurra a pieghe e un golfino bianco, e le immancabili Kicker’s. Era l’inizio della primavera e avevo quattro anni; è un’informazione certa perché mio padre annotava meticolosamente luogo e data dietro ogni fotografia. La mamma sorride timidamente verso l’obiettivo, anch’io sto sorridendo ma guardo verso di lei che stringe saldamente la mia mano, come avrebbe cercato di fare per tutta la vita. Tra quelle in bianco e nero, le più numerose perché era questa la tecnica di stampa preferita, ce n’è una che mi piace al punto che ne ho fatto fare un ingrandimento (ovviamente, conservava tutte le pellicole). L’ho poi affidato a un bravo corniciaio e ora mi guarda ogni giorno dal muro della cucina. Questo ritratto ha una storia e mio padre me la raccontò all’epoca dello scatto. Era l’inizio degli anni ’70, quando sostituì la vecchia e gloriosa reflex con una Zeiss Icarex accessoriata di grandangolo, altri obiettivi e filtri, sul cui costo con la mamma fu sempre piuttosto vago. L’arrivo di quel marchingegno segnò un’epoca di sperimentazioni tecniche di cui mi ritrovai a essere più volte soggetto riluttante e generò una serie di belle immagini che oggi mi rigiro tra le mani, incredula e grata nello scoprire i connotati di una me stessa che stento a riconoscere, e che pure sono stata. Erano gli anni dei fine settimana dai nonni mentre io mi godevo assaggi di libertà a Milano; era anche il tempo in cui mio padre, con mia enorme contrarietà espressa ripetutamente in termini molto duri, andava a caccia. Un sabato mattina d’autunno, portando il cane a fare un giro in vista della battuta dell’indomani, sulla strada della valle del Ticino vide che nei pioppeti attorno a una cascina abbandonata si muoveva un grosso gregge di pecore con degli asinelli. In quelle occasioni portava sempre con sé la vecchia reflex, più piccola e maneggevole della Zeiss, così si fermò, avvicinò il pastore, un personaggio che sembrava uscito direttamente da un quadro di Pelizza da Volpedo o di Morbelli e gli chiese se potesse rimanere a osservare lui e le sue bestie scattando delle foto. Mi raccontò che l’uomo lo guardò sorpreso, non disse una parola ma si strinse nelle spalle e mio padre interpretò quel breve gesto come un assenso. Si mise in disparte cambiando più volte posizione, silenzioso come un’ombra. La grande stampa appesa al muro della mia cucina ritrae il pastore, uomo robusto di età indefinibile perché la folta barba scura dissimula i tratti del volto, insieme al cappello floscio calato fino agli occhi. Si rivolge al fotografo con uno sguardo un poco di traverso, l’espressione severa e perplessa. Indossa ampi pantaloni di fustagno e scarponi da montagna in cuoio provati dall’usura, camicia a scacchi in flanella, panciotto e una frusta giacca di lana. Sulle spalle ha adagiato, come se fosse uno scialle, un agnello che regge delicatamente per le zampe e il muso dell’animale poggia sulla sua spalla sinistra. Accanto a lui, un piccolo asino porta sulla groppa una bisaccia e da ognuna delle due tasche sporge la testolina lanosa di un agnello. Tutto attorno, dal terreno umido si sta alzando la nebbia, un vapore biancastro e cremoso. Mio padre disse che gli toccò sottrarsi a malincuore dalla fascinazione della scena perché il suo cane da caccia, chiuso in auto, incominciava a spazientirsi. Salutò il pastore e per ringraziarlo gli venne in mente di regalargli il pacchetto di barrette di cioccolato Mars che teneva in tasca per sé e per il cane, e quello le intascò sfiorandosi il cappello in un muto segno di saluto.
Riesco a immaginare l’odore di foglie fradice e di terra smossa, il silenzio ovattato attraversato dai belati delle pecore e dal loro tramestio, dal fruscio delle corse dei due grossi cani bruni impegnati a tenere riunito il gregge, e mio padre che scatta, scatta e scatta ancora, rapito dalla potenza arcana di quel momento. Da quella rappresentazione emerge qualcosa di onirico e di poetico, e poi ci sono i dettagli e la prospettiva perfetta. Dentro quella foto c’è lo spirito di mio padre tutto intero: lui era un poeta pervaso di razionalità, attentissimo ai dettagli e alla prospettiva. Da disegnatore e pittore di naturale abilità, coltivata in gioventù prendendo lezioni da un pittore professionista in cambio di commissioni e lavoretti vari, e successivamente appassionato di fotografia, era ossessionato da due elementi fra loro indissolubili: per l’appunto, i dettagli e la prospettiva. Sono convinta che ciò che sembrerebbe una mera fissazione estetica sia piuttosto una visione del mondo , un principio applicabile alla maniera di affrontare l’esistenza intera, eventi, scelte, relazioni, ma me ne sono persuasa piuttosto tardi.
Oggi sono qui perché ho risposto al tuo richiamo, anche se ormai in questo paese che ho molto amato non c’è più nulla e nessuno a cui fare ritorno. Anche tu sei cambiato, quest’anno sei talmente stretto e basso che in alcuni punti ti si può attraversare a piedi senza difficolta. Il mio isolotto (lo chiamavo l’isola che non c’è) è scomparso, come la pozza d’acqua sorgiva nel bosco; la melma essiccata dal sole sui sassi emersi puzza di marcio. Sei solo un vecchio fiume marcio e rinsecchito dal tempo e dagli eventi, direi che non siamo poi così dissimili. Tranquillo, non è la fine, tu non morirai, non ancora. Tornerai a gonfiarti di pioggia quanto basta per ruggire e sfogare il tuo giusto disappunto contro questa umanità dissennata e autolesionista. Quindi, se volevi dirmi addio, gentile da parte tua ma possiamo rimandare.
Per raggiungere il tumbon sono passata proprio davanti al rustico dove mio padre incontrò il pastore con il suo gregge. In disuso già allora per via di una triste contesa tra eredi, oggi è un rudere sgretolato con dei monconi di muro ad abbozzare l’antico perimetro. Nessuno si preoccupa di abbatterli e i cartelli che vietano l’accesso per “edificio pericolante”, laddove l’edificio è crollato da un pezzo, appaiono come una beffa crudele.
Fino alla metà degli anni ’70 il paese era un borgo rurale, con qualche fabbrichetta attorno e lo Zoo Safari sullo “stradone”, ovvero la strada statale del Lago Maggiore. Da l’ in poi mi sono un poco distratta, e un decennio più tardi la mutazione in anonima periferia residenziale si era compiuta. Piccoli agglomerati di villette tutte uguali circondano il centro del paese, dove le vecchie case dentro le corti sono state lottizzate e ristrutturate; mentre le cascine nella frazione che si trova sulla strada che attraversa la valle e conduce al fiume si sono sgretolate a partire dai tetti; da ciò che resta dei muri perimetrali spuntano robinie e alti cespugli spinosi. Niente più campi di cereali e foraggio inframmezzati da qualche filare di vite e dai gelsi, anche le fabbrichette sono quasi tutte chiuse come gli esercizi commerciali, un tempo numerosi. Non c’è più il Vignone, in passato vasto vigneto e frutteto: nella parte più alta del paese, dove l’antica chiesa di San Vincenzo con il suo sagrato costituisce un confine naturale e non valicabile (lì il paese finisce all’improvviso con una magnifica vista sulla valle sottostante), iniziava dopo il vecchio cimitero e si estendeva fino alle sponde scoscese della via per il fiume. Da quelle parti c’erano anche i resti di un gineceo di epoca romanica; mio padre andava lì a cercare certi grossi vermi pelosi, amanti dell’umidità, che usava come es che per i pesci, e sarà forse uno dei motivi per cui non ho mai voluto mangiare ciò che pescava. Comunque, mi pare che la gente venga qui a dormire ma viva altrove, esattamente come nelle periferie milanesi. Panta rei, tutto scorre e cambia: il fatto è che tornando a un luogo dopo tanto tempo, la sensazione è quella di essere scesi alla fermata sbagliata dell’autobus.
Qualche anno fa portai mio padre a fare un giro lungo il fiume nei punti accessibili in auto, perché era già anziano e malandato, ma aveva nostalgia del suo fiume, così lo caricai sul mio piccolo fuoristrada e partimmo. Rammento che a un certo punto mi fece imboccare una strada a malapena segnata nel bosco, “hai ben un fuoristrada, no?”. Secondo lui, era una scorciatoia che conduceva a una riva del fiume; invece, dopo avere superato avvallamenti e dossi piuttosto rilevanti, la strada terminava davanti a un groviglio impenetrabile di vegetazione e ci ritrovammo quasi incastrati tra due alberi. Dovetti uscire in retromarcia, lui che elargiva inutili indicazioni, palesemente eccitato per l’avventura imprevista, io preoccupata più per la mia bella vetturetta nera che per la nostra incolumità. Fu quella l’ultima volta in cui vide il suo Ticino e sono felice di avercelo portato, io e lui, un’ultima volta, con i nostri ti ricordi? e tante istantanee ben impresse nella memoria. Di lì a poco sarebbe scomparso.
Forse era stato quello, il tuo ultimo saluto: non lo avevo capito, e non ero pronta.
Di sicuro, mio padre amerebbe questa luce morbida e leggermente obliqua anche nell’ora del mezzogiorno, c’è un sole un poco opaco da fine stagione che scivola pigro sui sassi sbiancati dal calore estivo. So che mi scatterebbe di nascosto una foto, mentre me ne sto appollaiata su una scomoda pietra a conversare con un rivolo d’acqua, ricordando i bei tempi andati. Avrei voluto liberare le sue ceneri con un lancio elegante proprio in questo punto del fiume che gli piaceva tanto e dove ci siamo riconosciuti, in un’estate lontana. Purtroppo, mi consegnarono un’urna sigillata e qualcuno a me molto caro mi dissuase dal dischiuderla a martellate, ma mi sono portata addosso il turbamento di una promessa tradita.
Mi alzo a fatica, gambe e schiena indolenzite per la lunga permanenza in un’incomoda posizione. Muovo qualche passo cauto sulla riva e mi dirigo verso la boscaglia per imboccare di nuovo il sentiero che costeggia la roggia e mi riporterà alla radura dove ho lasciato l’auto. Ora però sono attratta da uno strano baluginio tra i rami di un arbusto. Potrebbe essere una ragnatela colpita da un raggio di sole ma, di nuovo, c’è una ragione misteriosa e categorica che mi spinge ad avvicinarmi al luccichio ammiccante. Non si tratta di una ragnatela, bensì di una sottile catena con tante piccole pietre colorate: sto tenendo tra le mani il braccialetto ricevuto in dono da quella mia cara amica, smarrito qui il giorno in cui mio padre mi dimenticò sulla riva del Ticino (perché è proprio così che andò, papà, puoi dire quello che vuoi). Ecco perché il fiume mi ha chiamata qui: oggi sono tornata in un punto preciso e significativo del suo percorso per affidargli le parole d’amore che non ho detto, insieme a un duplice addio diventato non più eludibile: perché ci sono storie che si chiudono senza essere finite, e allora richiedono un congedo intimamente simbolico. Addio anche a te, fiume: in fondo, avevi ragione.
“…How I wish, how I wish you were here
We’re just two lost souls swimming in the fishbowl
Year after year
Running over the same old ground, what have we found?
The same old fears, wish you were here…”
(“Wish you were here”, Pink Floyd)
…Come vorrei, come vorrei che tu fossi qui
Siamo solo due anime smarrite che nuotano nella boccia dei pesci
Un anno dopo l’altro
Correndo sullo stesso vecchio suolo, cosa abbiamo trovato?
Le stesse vecchie paure, vorrei che tu fossi qui…